Archivi del mese: gennaio 2009

Se la violenza sulle donne è un buon testimonial

Davvero c’è da meravigliarsi di quanto accade, quando si deve vedere questo?

 

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Ditemi se esagero.

Intanto scusatemi: vado un attimo in piazza a bruciare il reggiseno.

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Una storia di pudore all’italiana e di emancipazione mancata

Tutti noi internettiani credo leggiamo repubblica.it. Tutti noi avremo notato che la colonna di destra è quella che sfoggia servizi fotografici “leggeri”, cazzate, curiosità o disimpegno in genere.

Il direttore di repubblica.it Vittorio Zucconi, che ritengo uomo intelligente e ottimo giornalista, teneva una rubrica di lettere al Direttore, in cui più di una volta si è trovato a rispondere alle critiche di chi gli rimproverava di far sfoggio, nella suddetta colonna, di tette, culi, e calendari di ogni sorta. Zucconi il più delle volte ha dichiarato che emancipazione è anche la possibilità per una donna di scegliere liberamente e in piena coscienza di mostrare le sue proprie chiappe. E devo dire che fin qui mi trovo tutto sommato d’accordo. Anzi, per me vale anche per la prostituzione “in proprio”: ognuna è liberissima di fare ciò che crede del proprio corpo. Fermo restando che ho il mio personale giudizio su chi sceglie questa strada. Certo, non si può dire che emancipazione e libertinismo coincidano perfettamente: lo dimostra il fatto che anche o forse soprattutto ai tempi in cui la condizione della donna era del tutto subalterna a quella dell’uomo, quando insomma a mogli, madri, sorelle, figlie si richiedeva la santità, la pornografia esisteva di già.

Poi è arrivato il femminismo.

E poi se n’è andato.

E le donne hanno continuato a mostrare tette e culi. E gli uomini si sono fregati le mani: evvai, abbiamo sdoganato il capezzolo esposto! Ora manco devi andartele a cercare nei sobborghi di disperazione, vengono loro a pregarti di dar loro una telecamera cui mostrare le proprie grazie! Anzi, te le portano direttamente le mamme! Quelle che si commuovono mentre le figlie sculettano sul palco di “Veline”, e danno di gomito per dire che è opera loro, tanto ben di Dio.

Accadde così che le puttane senza telecamere potevano venir arrestate, mentre quelle che operavano  nei luoghi del potere, a fianco di politici e uomini famosi, venivano erette a reginette della domenica televisiva, e addirittura sposavano magnati della formula 1, per poi venir fotografate mentre distribuivano biscottini ai bambini keniani come noccioline alle scimmiette alle zoo.

gregoraci

Insomma, ci si vuole convincere che emancipazione sia Buona Domenica, i servizi sui calendari al tiggì, le veline, le tettone che girano le cartelle alla Ruota della Fortuna, ecc. Secoli di lotte, per arrivare alla tetta che fa vendere, alla valletta nuda e muta, al Bagaglino, alle donne stuprate un giorno sì e uno no per strada, e tutti i giorni in casa, al premier magnaccia che dice che è che le donne italiane son troppo belle, agli amici del violentatore che a Fiumicino espongono striscioni solidali che degradano lo stupro a marachella (“Chi è che in una festa in discoteca non beve un goccetto?“). E alla Carfagna alle pari opportunità.

Ore le donne sono dappertutto: in tv, sui giornali, in Parlamento. Ma in una gabbia. Ci hanno dato quello spazio ristretto e vogliono convincerci che quella è emancipazione, che è pari opportunità. A patto di non uscirne.

Poi su Repubblica.it il direttore giustamente condanna le battutacce di Berlusconi, però lascia che venga etichettato come “Capello al Chiambretti show” questo servizio:

http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/calcio/capello-chiambretti/1.html

E non vede il trait d’union.

Quando cerco di farglielo notare, nella sua rubrica che ora è diventato un blog, il messaggio non passa. Provo per 4 volte: niente. Poi mi domando: saranno mica le parole “tette” e “culo”? Metto i pudici asterischi e… voilà! Come per magia il commento viene pubblicato!

Oggi ho capito una cosa: sbattere un culo in prima pagina di fronte a un allenatore con la bava alla bocca ok, ma nominarlo, MAI! Ci vuole almeno un asterisco o un biiip.

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lapsus freudiano/2

La giornalista del TG5:

“Oggi si celebra la giornata della memoria: per non ricordare… pardon, per non dimenticare…”

Avrò preso scuola dal vescovo negazionista lefebvriano?

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maestra grigia

Girando e rigirando per blog, mi ha incuriosito ‘sto ricorrente certificato col nick ancestrale, che non so cosa sia. Ho visto che Twiga è nuvola felice, Raperonzola pioggia incantata, altri che mi è capitato di leggere sono farfalle singolari (qualunque cosa voglia dire pare bello), lune bianche, ombre eteree, principesse danzanti e robe simili.

A me, ‘sto screanzato, m’ha etichettato come MAESTRA GRIGIA, che fa tanto eminenza grigia o lato oscuro della forza. Oppure mi fa pensare a qualche noiosa e ripetitiva insegnante quale spero di non essere (mi basterebbe lasciare da parte gli aggettivi e fare l’insegnante e basta). D’altra parte, come leggo qui, c’è anche di peggio: rospo tossico sta sicuramente peggio di me.

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L’insostenibile leggerezza dell’Essere

Di questo Essere.

Che Kundera mi perdoni.

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Opinionista

Fra gli –ismi che meno sopporto, c’è opinionismo, da cui opinionista: come se fosse una particolare specializzazione, avere opinioni! Come se quelle di qualcuno fossero più titolate di quelle degli altri.

Ecco cosa riporta il mio Zingarelli ’98 (e lo so, è ora di un’aggiornatina…. ma perché non fanno uno sconto sui dizionari nuovi se riconsegni quelli vecchi?)

ista: 1. Forma aggettivi e sostantivi connessi coi termini in –ismo […]; 2. Forma, per analogia, altri sostantivi indicanti attività, professioni aventi diversa derivazione, o che designano un sostenitore o un giocatore d’una squadra di calcio […].

Potete trovare l’elenco degli –ista nel cosiddetto dizionario inverso o retrogrado che ho a lungo cercato (a lungo perché non mi ricordavo l’esatta definizione di questo tipo di dizionario). E’ uno strumento molto utile (vabbè, boh, almeno per me): si inserisce la terminazione di una parola, e ti viene fornito tutto l’elenco di quelle che terminano così: attenzione, sono in ordine alfabetico, sì, ma da destra a sinistra.

Comunque, dicevo: io ho un sacco di opinioni: perché nessuno mi paga per esprimerle?

La cosa mi fa riflettere da molto tempo, ma in questi giorni mi ha dato da pensare specialmente perché si è montato un polverone di astio nei confronti di un noto calciatore italiano impegnato a guadagnare trilioni a Madrid, che ha espresso un parere davvero qualunquista (aridaje! Mea culpa, stavolta!) e da Italietta su Gomorra. Non sto facendo la snob: ha fatto incazzare pure me! Ma poi mi son chiesta: ci incazziamo proprio proprio allo stesso modo col vicino di casa che esprime idee anche più bestiali? Cos’è che rende un’opinione D.O.C.? Il fatto di essere declamata da un spazio post-telegiornale, con l’etichetta “opinionista” in calce?

 [la trasmissione condotta da questo figuro qui accanto si chiamava – chissà perché – “secondo voi”, un modo gentile per dire che le sue opinioni erano anche automaticamente le nostre, o comunque lo sarebbero diventate dopo quei 5 minuti di vani deliri e dopo un “sapiente” montaggio]

 

 O di campeggiare dalle colonne di un noto settimanale di gossip, molto venduto? O il fatto di provenire dalla bocca sensuale, scugnizza e arcinota di un titolatissimo pallonista o pallonaro che dir si voglia?

Alla fine il noto calciatore mi ha quasi quasi fatto pena. Tanto strepito per un’opinionetta detta distrattamente, per una figurina di merda, una cosina buttata lì così. Però tanto poi ha smentito, come si usa da queste parti.

A forza di sentire stronzate dette da chi DAVVERO non potrebbe permettersele (e non faccio nomi, ché non ce n’è bisogno e non saprei da dove cominciare), non riusciamo più a distinguere quelle deleterie per il nostro sociale, cioè quelle dette da chi – per fortuna o più spesso purtroppo – ha delle reali responsabilità in questo Paese, e quelle da bar dello sport. Diamo lo stesso peso a tutte: le sminuiamo tutte come opinioni personali, difendendo la democrazia, o le contestiamo tutte (anche quelle di un calciatore) quasi fossero una calamità, un virus endemico in grado di distruggerci.

Detto questo: se qualcuno vuole propormi un posto da opinionista, accetto al volo! Di questi tempi….

p.s.

Chiedo scusa per l’indecente formattazione di questo post come di quello precedente: ho ingaggiato una battaglia con WordPress e anche stavolta ha vinto lui.

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Lotta (grammaticale) di classe

 

 

Tratto dal “Venerdì” di Repubblica:

Il club esclusivo di chi usa il congiuntivo

 di Piero Ottone

      Non sono un linguista, ma una recente conversazione con uno studente di Lettere mi ha indotto a riflettere sull’uso del congiuntivo. Che non ha, ai nostri tempi, grande fortuna. Ricevo lettere in cui lo si rimpiange, perché lo si usa sempre meno; e in cui si esorta a salvarlo, prima che sparisca del tutto. Ma perché è in crisi?

      Abbiamo riflettuto, lo studente e io, sull’evoluzione della lingua, che tende a semplificarsi. Scompare a poco a poco il pronome «egli»: ormai si dice quasi sempre «lui». Scomparso del tutto è «eglino». Si semplifica anche il modo in cui ci si rivolge al prossimo. Nel passato si usava, secondo l’interlocutore, un pronome diverso: «tu», «lei», «voi» (senza dimenticare forme più ossequiose: «ella» per «lei»). Ora si diffonde il «tu» puro e semplice. Come è già avvenuto altrove nell’Europa centrale: in Scandinavia è ormai universale il «tu», anche in Germania il «tu» fa progressi. Gli anglosassoni dicono «you» a tutti, ed è come se dicessero «tu». Queste semplificazioni indicano che si attenuano le differenze sociali; tutti uguali, ormai, nella società del Duemila. Ed è qui che entra in scena il dramma del congiuntivo. Che resiste da noi più che altrove; nel francese è quasi scomparso, nell’inglese non esiste neanche come forma distinta (tranne che nella terza persona singolare, quando il verbo perde la «s»; ma si usa poco negli Stati Uniti, praticamente mai in Inghilterra). Il tedesco è un caso a sé, perché il congiuntivo ha ormai una funzione precisa, si usa per riportare le frasi altrui nel discorso indiretto. L’agonia del congiuntivo è dovuta dunque alla semplificazione della lingua, e questa semplificazione, è dovuta a sua volta all’attenuazione, presto alla scomparsa, delle classi sociali.

      Il modo verbale di cui parliamo è paragonabile all’uso della cravatta. Ma se così è, possiamo definirlo una bandiera di classe. La difesa del congiuntivo è una delle ultime battaglie che si combattono per non sprofondare nell’uguaglianza totale, in una società senza differenze di ceto, senza classi. Come si difende un club esclusivo. Lo dico, sia chiaro, senza l’ombra di riprovazione. Nella società di domani mi auguro che tutti abbiano gli stessi diritti, e le stesse protezioni; ma l’uguaglianza di usi e costumi, di gusti e cultura, non mi è mai sembrata una bella prospettiva. E sarò fra gli ultimi a usare tenacemente il congiuntivo, ogni volta che l’andamento del discorso lo richieda.

 

“Venerdì di Repubblica” – 17/10/2008

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Ho trovato questo articolo a dir poco sorprendente. Prima di tutto mi domando sempre più perché io non scriva di astrofisica nucleare, visto che tutti scrivono di linguistica. Mi viene da pensare che allo stesso modo in cui tutti ritengono sia molto facile studiare lettere, così ritengano loro diritto argomentare su materie umanistiche sulla base della non apertamente espressa convinzione che esse siano più o meno dominio di tutti. Certo la lingua è più alla portata del profano rispetto alle formule matematiche che regolano il  vivere fisico del nostro pianeta, tuttavia mi sento un po’ infastidita. Non dal fatto in sé che Ottone o altri scrivano di linguistica, ma dal tono catastrofista e malinconico che sempre adottano i non addetti ai lavori quando si tratta di mutamenti linguistici. Ma da dove viene fuori questo “millenarismo linguistico”? Boh, non me lo spiego.

Cominciamo con un dato di fatto: il congiuntivo non sta morendo come si paventa da più parti. Esistono dei casi in cui il suo uso è obbligatorio, e casi in cui esiste la possibilità di scelta fra congiuntivo e indicativo: in questi casi il congiuntivo è nettamente preferito nella lingua scritta, mentre nel parlato ci si lascia andare talvolta all’indicativo che suona forse in un registro informale meno affettato, più familiare. Su questo lascio la parola al prof. Cortelazzo, ordinario di romanistica all’Università di Padova, certo più titolato di me ad argomentare, con tanto di dati statistici:

http://www.maldura.unipd.it/romanistica/cortelazzo/congiuntivo.html 

Posso brevemente aggiungere qualche considerazione di Luca Serianni, uno dei maggiori linguisti italiani e socio dell’Accademia della Crusca (nonché, ultimo dei suoi meriti, mio insegnante 🙂 ):

l’ “erosione del congiuntivo ad opera dell’indicativo” è “generalmente sopravvalutata rispetto alla sua reale portata”

e

“alcuni grammatici parlano di una presunta ‘morte del congiuntivo’ nell’italiano d’oggi, o almeno di un suo accentuato declino […] Ma in realtà il congiuntivo è ben saldo nell’italiano scritto, anche senza pretese letterarie. Quanto all’italiano parlato, si deve osservare che un reale regresso in favore dell’indicativo è in atto soltanto (e non in tutte le regioni) per la seconda persona (“credo che hai” invece di “credo che [tu] abbia”). Infatti: a) il congiuntivo presente è indifferenziato per le prime tre persone ([che io] abbia, [che tu] abbia, [che egli] abbia) e un abbia senza soggetto sarebbe spontaneamente assegnato alla terza persona (“credo che abbia” = credo che egli/ella abbia; fuori discussione la prima persona, con la quale è normale ricorrere al costrutto implicito “credo di avere”); b) per indicare la seconda persona senza possibilità di equivoci si dovrebbe dunque esplicitare il soggetto (“credo che tu abbia”): un’esplicitazione che non è usuale nell’italiano contemporaneo, tranne che in casi particolari”.

Si potrebbe proseguire indicando in simile modo in quali casi si preferisce l’indicativo e perché, ma sono scesa anche troppo sul tecnico, visto che non mi interessava molto un’analisi lingusitica su questo tema che trovo noioso e piagnone, e chi dovesse chiedersi perché, può rileggersi il primo post di questo blog.

Faccio le pulci all’articolo di Ottone per mostrarvi cos’è che mi disturba:

 Non sono un linguista

Si vede, si vede…

Scompare a poco a poco il pronome «egli»: ormai si dice quasi sempre «lui»

Da quel dì, caro Ottone, da quel dì… già quando ero piccola io mi sentivo strana a coniugare “egli/ella è”, del tutto fuori dall’uso. Ormai anche gli scrittori, questi incoscienti scriteriati, lo stanno abbandonando. Addirittura Manzoni, nell’ultima risciacquatura dei Promessi Sposi, ha eliminato gran parte degli egli/ella in favore di lui/lei. Personalmente non ne sentirò granché la mancanza, tanto più che io son romana, e la “gl” mi vien male. Per inciso: egli rispetto a lui dà la possibilità di differenziare il ruolo del soggetto da quello dell’oggetto diretto o indiretto, possibilità che non esiste per tutte le persone grammaticali (noi, voi), dunque non indispensabile per il funzionamenteo del nostro sistema linguistico: se è per questo anche te al posto di tu sta facendo progressi.

Scomparso del tutto è «eglino».

Ma dai, non ci posso credere che si possa rimpiangere eglino (=loro). Sono sicura che la maggior parte degli italiani in vita non sanno neanche che sia mai esistito.

Si semplifica anche il modo in cui ci si rivolge al prossimo. […] Ora si diffonde il «tu» puro e semplice. Come è già avvenuto altrove nell’Europa centrale: in Scandinavia è ormai universale il «tu», anche in Germania il «tu» fa progressi. Gli anglosassoni dicono «you» a tutti, ed è come se dicessero «tu». Queste semplificazioni indicano che si attenuano le differenze sociali; tutti uguali, ormai, nella società del Duemila.

 Magari, caro Ottone! Vallo a dire a Calderoli e Maroni! Per quanto mi riguarda, ho abusato del “lei” in più giovane età, in ossequio ai sacrosanti principi di rispetto dei più grandi instillatomi da mia nonna. Ora che, anche se meno “grande” di altri, sono adulta anch’io, mi concedo un più diffuso uso del “tu”, più veloce, immediato, confidenziale, democratico. Ché la gentilezza e la cortesia verso il prossimo possono essere ben ignorati anche in presenza di tutti gli accorgimenti formali di registro.

Ed è qui che entra in scena il dramma del congiuntivo.

Addirittura!

L’agonia del congiuntivo è dovuta dunque alla semplificazione della lingua,

No, Ottone, si chiama “funzionalità” o  “scelta di registro“: se il pensiero che si vuole esprimere passa con tuute le sfumature anche senza congiuntivo, in favore di un modo più semplice e familiare, l’altro viene sentito come un orpello. Le lingue si comportano così fin da quando l’essere umano ha sviluppato l’epiglottide. E’ la cosiddetta “legge del minimo sforzo”, sulle cui conseguenze linguistiche si potrebbe scrivere un trattato in 10 tomi.

 e questa semplificazione, è dovuta a sua volta all’attenuazione, presto alla scomparsa, delle classi sociali.

Quando, Signore, quando arriverà quel giorno? E quale sarebbe, di grazia, questa unica classona sociale egemone cui tutti apparterremmo? E perché dovremmo essere altri che “esseri umani”? Ma poi fuguriamoci se il paese dei “dottori”, “commendatori”, “ingegneri”, “magnifici rettori” (capolavoro della pomposità della nostra lingua), e soprattutto CAVALIERI potrebbe mai abolire il “Lei”. Ottone, stai tranquillo, se ti incontro per strada ti do del coloro e ti apostrofo con tutti i titoli, così non ti senti uguale a me.

 Ed ora è finalmente arrivato il momento di spiegare quella frase sibillina attribuita a Saussure (da alcuni a Meillet) che compare in alto a destra su questo blog: La lingua è un sistema in cui tutto si tiene. Un sistema è chiuso e funzionante in sé: se un suo elemento viene a mancare, un altro viene a sopperire alle sue funzioni, in un riassestamento generale in cui la funzionalità è fatta salva. La lingua se la cava sempre anche senza i suoi presunti paladini. E’ un organismo vivente cui si possono applicare i principi darwiniani di adattamento ed evoluzione. Se una locuzione diviene più popolare, incisiva di un’altra per esprimere la stessa funzione, il suo uso si propaga a scapito di quella “ufficiale”. Ma non restano mai “buchi”. Il dialogo che segue servirà a far chiarezza.

Tizio e Otto alla taberna. Interno giorno. Luogo: qualche posto imprecisato della tardissima latinità. Tempo: un anno imprecisato della tardissima latinità.

Tizio: Caro Caio, qua non lo so dove andremo a finire. I giovani d’oggi vivono solo nell’hic et nunc, non pensano più al futuro.

Otto: E già, che poi mi pare una cosa ben grave, tant’è vero che lo si vede pure da come parlano. Hai fatto caso che molti di loro, anziché dire CANTABO, o LEGAM, cominciano a dire CANTARE HABEO o LEGERE HABEO?

Tizio: e sì, è proprio la fine. Questi nullafacenti gaudenti dediti solo ai Baccanali, al piacere di oggi!

Otto: Guarda, io, cascasse il mondo, continuerò a dire CANTABO e LEGAM, che sono come la toga porporata dei buoni consoli che pensano al futuro di quest’impero, a difenderlo dai Barbari distruttori dei buoni, antichi costumi romani nonché della nostra bella lingua.

CANTABO e LEGAM sono le forme di futuro “sintetico” (cioè una sola parola, non una locuzione), quello in uso nell’aurea latinità. Con i cambiamenti fonetici che provocarono la scomparsa delle consonanti finali, LEGA(M) ha finito per confondersi con il congiuntivo (mentre la altre persone LEGE(S); LEGE(T) con la terza persona dell’indicativo presente), mentre CANTABO di sovrapporsi all’imperfetto CANTABA(M) > cantavo (con O analogica alla terminazione del presente). Allora la locuzione CANTARE HABEO, “ho da cantare”, è stato un modo di scongiurare eventuali qui pro quo, e rendere bene l’idea del futuro. Forse è quasi inutile dire che CANTARE HABEO > CANTARE *AO (con contrazione del verbo HABEO in AO, da cui “ho”) > CANTARO’ > canterò.

Quanto alla cravatta…. mi è sempre sembrata un cappio, una cosa da azzeccagarbugli o da banchieri. Se devo pensare anch’io ad un capo d’abbigliamento, preferisco di gran lunga la comodità di “un maglione sformato su un paio di jeans” (Guccini).

 

 

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