Lotta (grammaticale) di classe

 

 

Tratto dal “Venerdì” di Repubblica:

Il club esclusivo di chi usa il congiuntivo

 di Piero Ottone

      Non sono un linguista, ma una recente conversazione con uno studente di Lettere mi ha indotto a riflettere sull’uso del congiuntivo. Che non ha, ai nostri tempi, grande fortuna. Ricevo lettere in cui lo si rimpiange, perché lo si usa sempre meno; e in cui si esorta a salvarlo, prima che sparisca del tutto. Ma perché è in crisi?

      Abbiamo riflettuto, lo studente e io, sull’evoluzione della lingua, che tende a semplificarsi. Scompare a poco a poco il pronome «egli»: ormai si dice quasi sempre «lui». Scomparso del tutto è «eglino». Si semplifica anche il modo in cui ci si rivolge al prossimo. Nel passato si usava, secondo l’interlocutore, un pronome diverso: «tu», «lei», «voi» (senza dimenticare forme più ossequiose: «ella» per «lei»). Ora si diffonde il «tu» puro e semplice. Come è già avvenuto altrove nell’Europa centrale: in Scandinavia è ormai universale il «tu», anche in Germania il «tu» fa progressi. Gli anglosassoni dicono «you» a tutti, ed è come se dicessero «tu». Queste semplificazioni indicano che si attenuano le differenze sociali; tutti uguali, ormai, nella società del Duemila. Ed è qui che entra in scena il dramma del congiuntivo. Che resiste da noi più che altrove; nel francese è quasi scomparso, nell’inglese non esiste neanche come forma distinta (tranne che nella terza persona singolare, quando il verbo perde la «s»; ma si usa poco negli Stati Uniti, praticamente mai in Inghilterra). Il tedesco è un caso a sé, perché il congiuntivo ha ormai una funzione precisa, si usa per riportare le frasi altrui nel discorso indiretto. L’agonia del congiuntivo è dovuta dunque alla semplificazione della lingua, e questa semplificazione, è dovuta a sua volta all’attenuazione, presto alla scomparsa, delle classi sociali.

      Il modo verbale di cui parliamo è paragonabile all’uso della cravatta. Ma se così è, possiamo definirlo una bandiera di classe. La difesa del congiuntivo è una delle ultime battaglie che si combattono per non sprofondare nell’uguaglianza totale, in una società senza differenze di ceto, senza classi. Come si difende un club esclusivo. Lo dico, sia chiaro, senza l’ombra di riprovazione. Nella società di domani mi auguro che tutti abbiano gli stessi diritti, e le stesse protezioni; ma l’uguaglianza di usi e costumi, di gusti e cultura, non mi è mai sembrata una bella prospettiva. E sarò fra gli ultimi a usare tenacemente il congiuntivo, ogni volta che l’andamento del discorso lo richieda.

 

“Venerdì di Repubblica” – 17/10/2008

______________________________

 

Ho trovato questo articolo a dir poco sorprendente. Prima di tutto mi domando sempre più perché io non scriva di astrofisica nucleare, visto che tutti scrivono di linguistica. Mi viene da pensare che allo stesso modo in cui tutti ritengono sia molto facile studiare lettere, così ritengano loro diritto argomentare su materie umanistiche sulla base della non apertamente espressa convinzione che esse siano più o meno dominio di tutti. Certo la lingua è più alla portata del profano rispetto alle formule matematiche che regolano il  vivere fisico del nostro pianeta, tuttavia mi sento un po’ infastidita. Non dal fatto in sé che Ottone o altri scrivano di linguistica, ma dal tono catastrofista e malinconico che sempre adottano i non addetti ai lavori quando si tratta di mutamenti linguistici. Ma da dove viene fuori questo “millenarismo linguistico”? Boh, non me lo spiego.

Cominciamo con un dato di fatto: il congiuntivo non sta morendo come si paventa da più parti. Esistono dei casi in cui il suo uso è obbligatorio, e casi in cui esiste la possibilità di scelta fra congiuntivo e indicativo: in questi casi il congiuntivo è nettamente preferito nella lingua scritta, mentre nel parlato ci si lascia andare talvolta all’indicativo che suona forse in un registro informale meno affettato, più familiare. Su questo lascio la parola al prof. Cortelazzo, ordinario di romanistica all’Università di Padova, certo più titolato di me ad argomentare, con tanto di dati statistici:

http://www.maldura.unipd.it/romanistica/cortelazzo/congiuntivo.html 

Posso brevemente aggiungere qualche considerazione di Luca Serianni, uno dei maggiori linguisti italiani e socio dell’Accademia della Crusca (nonché, ultimo dei suoi meriti, mio insegnante 🙂 ):

l’ “erosione del congiuntivo ad opera dell’indicativo” è “generalmente sopravvalutata rispetto alla sua reale portata”

e

“alcuni grammatici parlano di una presunta ‘morte del congiuntivo’ nell’italiano d’oggi, o almeno di un suo accentuato declino […] Ma in realtà il congiuntivo è ben saldo nell’italiano scritto, anche senza pretese letterarie. Quanto all’italiano parlato, si deve osservare che un reale regresso in favore dell’indicativo è in atto soltanto (e non in tutte le regioni) per la seconda persona (“credo che hai” invece di “credo che [tu] abbia”). Infatti: a) il congiuntivo presente è indifferenziato per le prime tre persone ([che io] abbia, [che tu] abbia, [che egli] abbia) e un abbia senza soggetto sarebbe spontaneamente assegnato alla terza persona (“credo che abbia” = credo che egli/ella abbia; fuori discussione la prima persona, con la quale è normale ricorrere al costrutto implicito “credo di avere”); b) per indicare la seconda persona senza possibilità di equivoci si dovrebbe dunque esplicitare il soggetto (“credo che tu abbia”): un’esplicitazione che non è usuale nell’italiano contemporaneo, tranne che in casi particolari”.

Si potrebbe proseguire indicando in simile modo in quali casi si preferisce l’indicativo e perché, ma sono scesa anche troppo sul tecnico, visto che non mi interessava molto un’analisi lingusitica su questo tema che trovo noioso e piagnone, e chi dovesse chiedersi perché, può rileggersi il primo post di questo blog.

Faccio le pulci all’articolo di Ottone per mostrarvi cos’è che mi disturba:

 Non sono un linguista

Si vede, si vede…

Scompare a poco a poco il pronome «egli»: ormai si dice quasi sempre «lui»

Da quel dì, caro Ottone, da quel dì… già quando ero piccola io mi sentivo strana a coniugare “egli/ella è”, del tutto fuori dall’uso. Ormai anche gli scrittori, questi incoscienti scriteriati, lo stanno abbandonando. Addirittura Manzoni, nell’ultima risciacquatura dei Promessi Sposi, ha eliminato gran parte degli egli/ella in favore di lui/lei. Personalmente non ne sentirò granché la mancanza, tanto più che io son romana, e la “gl” mi vien male. Per inciso: egli rispetto a lui dà la possibilità di differenziare il ruolo del soggetto da quello dell’oggetto diretto o indiretto, possibilità che non esiste per tutte le persone grammaticali (noi, voi), dunque non indispensabile per il funzionamenteo del nostro sistema linguistico: se è per questo anche te al posto di tu sta facendo progressi.

Scomparso del tutto è «eglino».

Ma dai, non ci posso credere che si possa rimpiangere eglino (=loro). Sono sicura che la maggior parte degli italiani in vita non sanno neanche che sia mai esistito.

Si semplifica anche il modo in cui ci si rivolge al prossimo. […] Ora si diffonde il «tu» puro e semplice. Come è già avvenuto altrove nell’Europa centrale: in Scandinavia è ormai universale il «tu», anche in Germania il «tu» fa progressi. Gli anglosassoni dicono «you» a tutti, ed è come se dicessero «tu». Queste semplificazioni indicano che si attenuano le differenze sociali; tutti uguali, ormai, nella società del Duemila.

 Magari, caro Ottone! Vallo a dire a Calderoli e Maroni! Per quanto mi riguarda, ho abusato del “lei” in più giovane età, in ossequio ai sacrosanti principi di rispetto dei più grandi instillatomi da mia nonna. Ora che, anche se meno “grande” di altri, sono adulta anch’io, mi concedo un più diffuso uso del “tu”, più veloce, immediato, confidenziale, democratico. Ché la gentilezza e la cortesia verso il prossimo possono essere ben ignorati anche in presenza di tutti gli accorgimenti formali di registro.

Ed è qui che entra in scena il dramma del congiuntivo.

Addirittura!

L’agonia del congiuntivo è dovuta dunque alla semplificazione della lingua,

No, Ottone, si chiama “funzionalità” o  “scelta di registro“: se il pensiero che si vuole esprimere passa con tuute le sfumature anche senza congiuntivo, in favore di un modo più semplice e familiare, l’altro viene sentito come un orpello. Le lingue si comportano così fin da quando l’essere umano ha sviluppato l’epiglottide. E’ la cosiddetta “legge del minimo sforzo”, sulle cui conseguenze linguistiche si potrebbe scrivere un trattato in 10 tomi.

 e questa semplificazione, è dovuta a sua volta all’attenuazione, presto alla scomparsa, delle classi sociali.

Quando, Signore, quando arriverà quel giorno? E quale sarebbe, di grazia, questa unica classona sociale egemone cui tutti apparterremmo? E perché dovremmo essere altri che “esseri umani”? Ma poi fuguriamoci se il paese dei “dottori”, “commendatori”, “ingegneri”, “magnifici rettori” (capolavoro della pomposità della nostra lingua), e soprattutto CAVALIERI potrebbe mai abolire il “Lei”. Ottone, stai tranquillo, se ti incontro per strada ti do del coloro e ti apostrofo con tutti i titoli, così non ti senti uguale a me.

 Ed ora è finalmente arrivato il momento di spiegare quella frase sibillina attribuita a Saussure (da alcuni a Meillet) che compare in alto a destra su questo blog: La lingua è un sistema in cui tutto si tiene. Un sistema è chiuso e funzionante in sé: se un suo elemento viene a mancare, un altro viene a sopperire alle sue funzioni, in un riassestamento generale in cui la funzionalità è fatta salva. La lingua se la cava sempre anche senza i suoi presunti paladini. E’ un organismo vivente cui si possono applicare i principi darwiniani di adattamento ed evoluzione. Se una locuzione diviene più popolare, incisiva di un’altra per esprimere la stessa funzione, il suo uso si propaga a scapito di quella “ufficiale”. Ma non restano mai “buchi”. Il dialogo che segue servirà a far chiarezza.

Tizio e Otto alla taberna. Interno giorno. Luogo: qualche posto imprecisato della tardissima latinità. Tempo: un anno imprecisato della tardissima latinità.

Tizio: Caro Caio, qua non lo so dove andremo a finire. I giovani d’oggi vivono solo nell’hic et nunc, non pensano più al futuro.

Otto: E già, che poi mi pare una cosa ben grave, tant’è vero che lo si vede pure da come parlano. Hai fatto caso che molti di loro, anziché dire CANTABO, o LEGAM, cominciano a dire CANTARE HABEO o LEGERE HABEO?

Tizio: e sì, è proprio la fine. Questi nullafacenti gaudenti dediti solo ai Baccanali, al piacere di oggi!

Otto: Guarda, io, cascasse il mondo, continuerò a dire CANTABO e LEGAM, che sono come la toga porporata dei buoni consoli che pensano al futuro di quest’impero, a difenderlo dai Barbari distruttori dei buoni, antichi costumi romani nonché della nostra bella lingua.

CANTABO e LEGAM sono le forme di futuro “sintetico” (cioè una sola parola, non una locuzione), quello in uso nell’aurea latinità. Con i cambiamenti fonetici che provocarono la scomparsa delle consonanti finali, LEGA(M) ha finito per confondersi con il congiuntivo (mentre la altre persone LEGE(S); LEGE(T) con la terza persona dell’indicativo presente), mentre CANTABO di sovrapporsi all’imperfetto CANTABA(M) > cantavo (con O analogica alla terminazione del presente). Allora la locuzione CANTARE HABEO, “ho da cantare”, è stato un modo di scongiurare eventuali qui pro quo, e rendere bene l’idea del futuro. Forse è quasi inutile dire che CANTARE HABEO > CANTARE *AO (con contrazione del verbo HABEO in AO, da cui “ho”) > CANTARO’ > canterò.

Quanto alla cravatta…. mi è sempre sembrata un cappio, una cosa da azzeccagarbugli o da banchieri. Se devo pensare anch’io ad un capo d’abbigliamento, preferisco di gran lunga la comodità di “un maglione sformato su un paio di jeans” (Guccini).

 

 

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18 commenti

Archiviato in sociolinguistica

18 risposte a “Lotta (grammaticale) di classe

  1. se avrei tempo ti rispondessi, ma mo c’ho da fa’ :o)

  2. coccoina

    Penso che tu abbia trattato l’Ottone come fosse oro: gli hai finemente cesellato gli zebedei, neanche il Benvenuto Cellini, cara ska—forse perché le cose mezzo e mezzo, quelle così e così, proprio tu ‘non lo nacqui’.
    Non ti riescono e basta. Ecco.
    O fatte bene, anche d’Ottone, o nulla!
    Per il Censo e la Classe caduti per terra, lasciamo perdere—l’Ottone, dal Cartier e trai Must non ce lo vogliono.
    Neanche in quel di Bulgari: o oro 750, platino, diamanti e rapine a mano armata—o nulla.
    Ma poi, uno che si chiama e si fa chiamare Ottone, cosa mai pretende?
    Tutt’al più maniglie, rubinetti, guinzagli, catene da sciacquone e bigiotteria—e Sidol per le feste. Sidol perché, patinato d’ossido, all’Ottone, niente gli brilla.
    Si può dire, ska: egli è fesso e lui sa bene il perché?
    Cara ska: mi domando chi io sia, mi domando chi io sono: ma non ho mai risposta—anche se fosse che c’è.
    Con questa ultima bischerata congiuntiva, mi disgiungo e ti saluto con affètto.
    Paolo

  3. gianca

    Mi piace la tua lotta di classe contro i tromboni e la sottoscrivo.
    Un caro saluto trepalleska.

  4. ecco, ora il tempo ce l’ho. Mi piacciono i tuoi post, sempre molto interessanti; sull’uso del “tu” ho fatto un post tempo fa. Io sono un fautore del “lei”, non perché voglia mantenere le distante ma perché penso che per avvicinarsi ci vogliano i tempi giusti e che il rispetto per le persone possa (anche) partire dall’uso della terza persona.
    Scrivi, scrivi che è bello leggerti!

  5. Che dire Ska? Non voglio essere adulatrice, ma mi vanto da morire di essere stata una di quelli che, eggendo i tuoi commenti sugli altrui spazii, ti ha esortato ad aprirne uno tuo.
    Ti ho un po’ trascuratella Skakkina ultimamente… ma rimedierò.
    Mi fai venire in mente che la lingua è un po’ come il cervello della socialità; quando alcuni circuiti si intoppano, o quando si trovano vie più “economiche e dirette” per raggiungere lo scopo, quelle si adottano. Si introducono vocaboli nuovi per definire “cose” nuove che nascono, si ripongono in cantina, senza mai dimenticarli però, vocaboli che si riferiscono ad oggetti o comportamenti obsoleti o desueti.
    Di fronte a questo magico divenire francamente mi fanno un po’ sorridere le crociate “congiuntivo più o congiuntivo meno”.
    Lei come primo approccio di una conoscenza personale, fatti salvi i contesti lavorativi o strettamente formali, o di rispetto verso età, esperienze e conoscenze che riteniamo incomparabili alle nostre, “Lei” a mostrar paletti che poi solo, se e quando deciderò di abbattere mi par addirittura ridicolo.
    E all’amico Uno direi, forse dai del “Lei” al nuovo dipendente, al capo del condominio, all’avvocato, alla nuova conoscenza. Ma dai del “Lei” anche a quello che per strada ti chiede una sigaretta o uno spicciolo?

  6. Coccoina: quando ho cominciato a leggere l’articolo mi aspettavo una tirata sulla mancanza di incertezze della società di oggi, denotata dallo scarso uso del congiuntivo, notoriamente il “modo dell’incertezza, del dubbio”, e già me la ridevo, invece era molto peggio! Ma poi già il titolo: “il club esclusivo…”, ma che è? Il country club, il club millemiglia? Al milionesimo congiuntivo ti regalano un rolex? Una questione di classe a partire dalla grammatica…. con la pretesa che ci sia una determinata classe sociale che parla più forbito delle altre. Hai ragione: dev’essere la frustrazione di non essere oro.

    Gianca: io leggo spesso repubblica e non mi ricordo di aver mai pensato nulla di negativo in particolare su Ottone. Però cercando in rete mi è capitato di trovare il post di qualcuno che se la prendeva col suo pressappochismo in modo simile:
    http://www.perceber.com/archives/2005/11/un_neoluddista.html

    Sono sicura che Ottone sia un buon giornalista, ma questa dev’essere la conseguenza dell’incombenza di un editoriale al giorno. Succedeva anche a me ai tempi della scuola, in occasione di un tema che non mi andava giù. Scrivevo delle boiate pazzesche ma mi andava lo stesso di lusso. Molti insegnanti, temo, sono come lettori poco critici di un giornale. 🙂

    Uno: ma sai, quando scrivo mi faccio prendere la mano. Non è che il Lei non lo uso, ma devo dire che un po’ invidio lo you anglosassone, e che tendo a passare al “tu” il prima possibile. E quando lo faccio, chissà perché, i rapporti mi sembrano molto più facili. Poi il Lei ci dà a volte un po’ di problemi di fraintendimento: l’altro giorno, su uno di quei treni regionali progettati evidentemente su misura di Silvio (che non ne ha bisogno), visto lo spazio per le gambe, un ragazzo seduto davanti a me, nonostante le mie richieste e miei successivi calcetti, non ha voluto spostare le gambe, restando comodamente sdraiato e costringendomi ad una scomoda posizione rannicchiata. La conseguenza è che quando doveva scendere, io non mi sono spostata di un millimetro per agevolargli il passaggio. Poi la signora davanti a me ha commentato l’esiguo spazio dei treni, e io ci ho aggiunto la maleducazione della non condivisione degli spazi, per quanto ridotti. Al che la signora ne ha concluso che forse il ragazzo riteneva suo diritto star sdraiato come gli pareva, visto che era salito prima di me. Io ho commentato “Mah, forse funziona così a casa sua, di certo non a casa mia”. La signora mi ha lanciato un’occhiataccia furente, e mi sono dovuta affrettare a specificare “intendo a casa di lui”.

  7. Twiga, figurati! 🙂 Potrei dire di aver fatto lo stesso, bella mia, se si trattasse solo di intervenire su un blog. Ma siccome appartieni a quel ristretto numero di persone che fanno parte del mio quotidiano pur se non le conosco direttamente, e magari a cena con l’omo volante ci ritroviamo a commentare ciò che ti accade, e ci rallegriamo assieme di leggere che rispondi al richiamo della vita, so che c’è molto di più. Non farti problemi di questo tipo con me, ok? Un abbraccio sororale.

  8. E’ quel “so che c’è molto di più” e che io credo di non sapere che mi preoccupa. MASCALZONCELLI!!!!

  9. Ma che bello questo post! Anche se io ti ho conosciuta con il “a me mi” (e non ero tanto d’accordo), questa volta condivido tutto.
    Brava brava. Che brava!

    • La logica è la stessa dell’ “a me mi”, Lavinia. Comunque per fortuna non è vitale essere d’accordo su questioni linguistiche. Ciò non toglie che il tuo apprezzamento mi fa piacere (notare la scelta dell’indicativo: non è un’eventualità ma un fatto), e te ne ringrazio. Un saluto.

  10. gianca

    toc toc, c’è qualcuno in casa?
    passavo per un saluto.
    Una buona giornata.

  11. Ohi, Gianca, ci sono, ci sono! Accomodati pure, stavo giusto prendendo un caffè, ne vuoi un po’?
    Tornata da pochi giorni da una settimana di maldestri tentativi di imparare a sciare, e sto ancora raccogliendo idee e energie, ma presto tornerò a scassare le balle. Intanto, davanti al mio caffè, mi sto godendo il discorso di insediamento di Obama e cercando di capire che presidente sarà, se tutta questa abnorme aspettativa sia ben riposta o meno.
    Una magnifica giornata anche a te, caro Gianca!

  12. gianca

    Un buon caffè non si rifiuta mai, anche perchè se il tuo caffè ha lo stesso gusto dei tuoi post, è da voto ottimo.
    Spero che le tue chiappe non siano troppo malconce visto che definisci maldestri i tuoi tentativi di imparare a sciare.
    Obama, o bamma mia, quante speranze riposte in una persona! quante attese, quanti esami dovrà sostenere e spero principalmente che il suo obiettivo non sia di accontentare tutti a suon di compromessi ma che abbia una sua linea da perseguire coerentemente, sperando che quella linea sia improntata sui quei valori che ha venduto in campagna elettorale.
    Riguardo allo scassamento di zebedei io ti ho chiamata trepalle non perchè rompi, anzi, come superlativo assoluto; spero non ti sia dispiaciuto.
    Ciao ciao.

    • Ahaha! No, Gianca, tranquillo, non stavo pensando al soprannome che mi hai dato, e di cui ti ringrazio! Avessi (tu, intendo: vedi i condizionali odiati da Coccoina? Non sono mai chiari) detto “du’ palle” però, avrei avuto qualche dubbio….
      Le mie chiappe se la passano bene, anche perché sono io ad essere forse un po’ troppo severa con me stessa, mentre a detta del maestro e anche dell’omo volante, provetto sciatore nonché mio compagno, per essere una superprincipiante pare che non me la cavi male: mi sono persino cimentata in una pista. Panoramica, certo, ma in quanto un po’ più ripida e più curva dei campetti scuola, mi ha costretta ad uno scomodo spazzaneve di sicurezza in più punti. Questo è il motivo per cui le ginocchia non possono vantare di passarsela bene come le chiappe…
      La tua speranza su Obama è la mia: impossibile non deludere molti in questo clima messianico. Speriamo non si ponga proprio il problema e lavori con serenità e coscienza. In ogni caso, azzardo che il picco del nostro amore per Obama ce lo siamo lasciato alle spalle con la giornata di ieri. Ora non è più un simpatico, intelligente e colto outsider, ma l’uomo più potente del mondo. Questo provocherà qualche mal di pancia a più di uno. Gli unici presidenti davvero amati nelgi States sono stati quelli assassinati, e direi che ora come ora a Obama non glielo auguro.

  13. Che bel posto, questo blog! Non c’ero mai stata, ma da adesso ci tornerò. Sulla faccenda del congiuntivo, non ho altro da aggiungere, hai scritto tu tutto quel che pensavo, escluso che Otto è un vero trombone… la differenza tra linguaggio scritto e parlato è sempre stata profonda, e va bene così. Sul “Lei” sono un po’ antiquata, nel senso che tendo a darlo a tutti. Pensa che lo davo pure alla signora che mi faceva le pulizie in casa, dato che era più grande di me. E lei ovviamente, mi dava del tu. Ci confidavamo ogni sorta di pensiero, era come una madre per me. Siamo andate avanti così, sempre col Lei/tu, per 13 (tredici) lunghi e bellissimi anni, finchè purtroppo è tragicamente mancata. La badante attuale di mia madre, invece, è circa mia coetanea, e perciò ci diamo reciprocamente del tu. Su Internet si dà del tu a tutti, mi è capitato di conoscere un anziano professore prima telematicamente che di persona, ed è stato durissimo dargli del tu di faccia! Ciao, scusa la lunghezza del commento, a presto
    Paola

  14. Paola, non scusarti dela lunghezza del commento con una donna prolissa quale io sono! 🙂
    Anch’io uso il Lei (sperando sempre di passare al Tu quanto prima), ma ho sempre invidiato alll’inglese il fatto che lì non si ponga proprio il problema. Io invece, da quando sono diventata grandicella, ho cominciato a rispondere col “tu” chi mi ci apostrofa per primo. E precisamente quando ho capito che, specie in alcuni lavori poco qualificati che ho fatto, era un atteggiamento di espressione di superiorità sociale. Perché loro erano i clientoni che portavano i soldi, e io l’umile impiegata al loro servizio.
    Un saluto e grazie della visita
    Simona

  15. orsopio

    io sono pazzo del congiuntivo e delle subordinate, del gerundio e del futuro anteriore.

    e ora grazie al dottor ottone e a te, mi sento anche nobile e ricco.

    (riguardo a “you”, trent’anni fa ed oltre lessi alcuni libretti di p.g. woodhehouse davvero ameni, in italiano, in cui marito e moglie si davano del “voi”. giuro!
    ancora oggi, a me sembra che harry potter dia del voi a ron wesley e, confesso, non ci vedo nulla di strano.)

  16. No, no, sul Voi non mi convincerai mai… si vede che hai aspirazioni nobiliari! Non è che sotto sotto sei un aristocratico che per noia si spaccia per un popolare Pasquino? 😉

    Io neanche ho nulla contro la costruzione “a castello” della frase. Anzi, a scuola mi veniva rimrpoverata una certa “pesantezza”, figurati. Mi fa solo ridere leggere che questo o quel modo sarebbe appannaggio di una determinata classe sociale. E non sopporto i tromboni. Men che mai quelli che non sanno di cosa parlano e mettono le mani avanti dicendo “non sono un ..-ista, però…” credendo che questo li autorizzi a sparare qualunque cazzata. E ho visto che Ottone ‘sto vizio ce l’ha.

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