Archivi del mese: marzo 2008

Bagitto II

Seconda puntata dedicata al bagitto da Twiga: presentazione di un po’ di lessico, per illustrare la multistratificazione di questo gergo morente (purtroppo!).

 Buona lettura!

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Analogia e anomalia

Ieri, durante l’introduzione alle tre coniugazioni, una delle bambine a cui sto dando lezioni di italiano, dopo aver scritto, a mo’ d’esempio, la coniugazione del presente indicativo di “comprare“, si concentra sulle prime due forme, compro e compri, e immediatamente applica quanto appreso durante la scorsa lezione. In pratica alza la mano ansiosa di mostrare la sua bravura e mi dice “Lo so io, lo so io!” ed io “Cosa?” e lei “Compro, compri… compra, compre“! 😀

M. (vi piace questo vezzo freudiano delle iniziali? 😀 ) ha talmente ben compreso la correlazione “maschile in -o, plurale in -i, femminile in –a, plurale in –e“, che immediatamente crea un ipotetico femminile non appena vede una successione -o, -i.

Certamente, il procedimento adottato è totalmente erroneo perché si sovrappongono le due diverse categorie di nome e verbo, la prima delle quali è contraddistinta da genere e numero, mentre la seconda da persona e numero, ma la povera bambina che affronta i verbi italiani per la prima volta  e fa riferimento all’inglese, che non conosce né genere (the man, the woman non sono distinti a livello morfologico) né coniugazione verbale per persona (tutte le forme sono identiche a differenza della terza persona, cui si aggiunge una –s), non è facilitata in questo. Temo di averle detto frettolosamente che un’azione rimane la stessa sia che a compierla sia una donna sia un uomo, cosa che mi toccherà contraddire nel giorno  in cui affronterò il passato prossimo (sono andata vs. sono andato)

Cosa ha fatto M.? Ha applicato un procedimento analogico: “bambino/bambini” sta a “bambina/bambine” come “compro/compri” sta a un fantomatico “compra/compre“.

E’ stato quasi un peccato stroncare questo volenteroso tentativo, ma ancora di più lo è stato quando dall’infinito “leggere” la bambina mi tira fuori una bella prima persona singolare “leggio“. Cavolo, se aveva ragione! Lei sa che deve togliere la desinenza dell’infinito e metterci -o, -i, -e, ecc… sente il suono “gi” in “leggere” e chiaramente lo riproduce in tutta la coniugazione, così come da “giocare” coniuga “gioco, giochi“, ecc… mantenendo la c dura (in termini tecnici “occlusiva velare sorda”) in tutta la coniugazione.

L’analogia è una reazione molto diffusa tra chi impara una nuova lingua, o in generale nei bambini, perché il parlante che si approccia ad un nuovo sistema linguistico ignora l’ “esperienza linguistica”, la consuetudine, e cerca di far ricadere i processi linguistici nella categora del “noto”, per facilitarsi la vita, insomma.

Nelle persone anziane o nei semicolti troviamo invece spesso il procedimento opposto, ovvero il mantenimento di alcune irregolarità che noi oggi percepiamo come tali, ma che in realtà non sono che la sopravvivenza di caratteristiche arcaiche già livellate dall’analogia: mia nonna, che era anche analfabeta, diceva “le mela” e “le pera“, e anche “le mano” e “i pomidoro” (anzi: i pummidoro). Da piccola mi faceva ridere e l’attribuivo all’ignoranza. Ignorante lo era di sicuro, mia nonna, e non per colpa sua, ma in questi casi era il suo dialetto che conservava dei tratti arcaici: il plurale le mela, infatti, è un plurale neutro, dal latino MALUM (sing.) MALA (plur.), che nel latino tardo, a causa del declino del neutro, cominciò ad essere interpretato come un femminile singolare, così come è accaduto per FOLIA (neutro plurale) che si è mutato in “foglia” (femminile singolare), da cui poi il plurale “foglie“. Lo stesso dicasi per “pera” (lat. PIRUM sing., PIRA plur.). D’altra parte non è affatto differente dai plurali del tipo le lenzuola, le uova, le braccia, le ginocchia, ecc.

Le mano” anche è più che coerente: la quarta declinazione latina era in -US, comprendeva pochi nomi femminili, quindi era destinata a sparire (come poi è stato) perché poco funzionale e perché -US, che in romanzo si trasforma in –o, che viene sentito come maschile, e tendeva dunque a sovrapporsi alla seconda declinazione, che aveva –o (< -US) al singolare, e –i (< -I) al plurale. Così da “mano” si è sviluppato un plurale analogico “mani” (pur essendosi conservato il genere femminile nel nome), ma è “le mano” la forma più antica. Con “pomidoro“, poi, l’analisi è trasparente: pomo d’oro > pomi d’oro. Poiché il sintagma (cioè un’unione “sclerotizzata” di due parole, che sempre si usano assieme) indica un oggetto particolare, viene pronunciato e scritto tutto attaccato, finché si perde la percezione del composto originario, e viene declinata solo la terminazione: pomodoro sta a pomodori come carciofo sta a carciofi.

Quello che non avevo capito è che l’ignorante in realtà ero io, e pure saccente, che a 6/7 anni mi permettevo di correggerla, ferendo il suo orgoglio.

L’anomalia, il cosiddetto “errore”, altro non è se non la sopravvivenza “carsica” di fenomeni che erano regolari e analogici a propria volta in un lontano passato, ma che dopo l’azione livellatrice di altri fenomeni analogici diviene “irregolare”.

Analogia e anomalia sono insomma relative: ciò che un tempo era analogico e regolare, sopravvive oggi come fossile, relitto, anomalia. L’analogia tende alla semplificazione, l’anomalia alla conservazione. Nell’antica Roma, i grammatici si dividevano addirittura nelle due scuole degli anomalisti (es. Cicerone) e degli analogisti (es. Cesare), con il consueto rigore che sempre due scuole di pensiero scientifico mettono nell’affrontarsi l’un altra. In realtà, non è possibile privilegiare l’un aspetto a scapito dell’altro. Perché se  da una parte l’analogia protegge il sistema da forme esageratamente irrazionali e la cui ragion d’essere non viene più compresa (salvaguardando pertanto la reciproca comprensione), dall’altra l’anomalia rivela il “codice genetico” della lingua, è un po’ come i cerchi nel tronco di un albero. Gli “strafalcioni” di mia nonna avevano radici illustri, antiche, ben piantate e dirette che mai avrei immginato. I dialetti, per nulla compromessi con le questioni di lana caprina dei grammatici, possono permettersi il lusso di tramandare nei secoli questi piccoli gioielli, questi fossili linguistici.

Mentre l’analogia passa sulle particolarità come una pialla sul legno, riducendole e categorizzandole, l’anomalia è quel nodo duro che continua ostinato a resistere e grida “Ehi! Ricordiamoci da dove veniamo!”

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Bagitto

Primo post dedicato al Bagitto dall’amica Twiga. Non dico altro in questa sede. Ci si vede di là.

E Buona Pasqua! 🙂

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Lupululà

 Uno dei grandi problemi del doppiaggio (così come della traduzione in genere) è quello di rendere al meglio battute e giochi di parole che, se tradotti letteralmente, perderebbero nella lingua ricevente il proprio senso e la vis comica. Il difficile compito del traduttore è dunque quello di inventare in pratica un’altra battuta che abbia un effetto comico analogo a quello originale.

Prendiamo come esempio una scena da uno dei miei film preferiti, Frankenstein Jr., di Mel Brooks.

Questa è la scena originale in inglese:

Inga: Werewolf… 

Doc. FrankenstEen: Werewolf?

Aigor: There!

Doc. FrankenstEen: What?

Aigor: There wolf!

Doc. FrankenstEen: Why are you talking that way?

Aigor: I thought you wanted to!

Doc. FrankenstEen: No, I don’t want to!

Aigor: Suit yourself. I’m easy.

———-

E questa la versione italiana:

Inga: Lupo ulula…

Dott. FrankenstIn: Lupululà

Aigor: Là?

Doc. FrankenstIn: Cosa?

Aigor: Lupo ululà, castello ululì…

Dott. FrankenstIn: Ma come diavolo parli?

Aigor: E’ lei che ha cominciato!

Dott. FrankenstIn: Noo, non è vero!

Aigor: Non insisto, è lei il padrone…. vede? eccululà: caaaasa…

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In inglese lo scambio di battute ha un senso proprio dato dal fraintendimento del termine werewolf, “lupo mannaro”, che viene interpretato da Aigor come “where wolf?”

In italiano il gioco di parole è chiaramente intraducibile, perciò il traduttore deve escogitare un altro trucchetto: in rumeno (siamo infatti in  Transylvania) l’articolo determinativo si pospone al nome cui si riferisce, quindi “il lupo” si traduce “lupul”, dove “l” finale è per l’appunto l’articolo. Quando Inga dice “Lupu ulula”, il Dott. FrankenstIn segmenta forse la frase come “lupul(u) là”, dove però resta da piazzare ancora una u centrale. Aigor lo prende come un gioco e vi si presta rispondendo “Lupo ululà, castello ululì!”.

Non era affatto facile rendere il senso di quella battuta, ma a me pare tutto sommato che vi siano rispettati tre criteri dell’originale:

  • la segmentazione errata della frase originaria
  • l’interpretazione dell’enunciato in criteri spaziali (there = là)
  • la totale sottomissione dell’assistente Aigor al suo padrone 😀

Il gioco di parole in inglese è perfetto, quello in italiano un po’ tirato per i capelli… eppure è una delle batttute del film più celebri ed amate dal pubblico italiano: è una specie di nonsense che, anche se non limpido nel senso, in effetti fa ridere,  un po’ perché sta bene in bocca ad un personaggio così improbabile come Aigor, un po’ perché un’espressione di fantasia come “ululà” risveglia la nostra memoria infantile, ricordi di tempi in cui inventavamo le parti delle canzoni che non riuscivamo a decifrare. Credo che il riso e la paura siano dei relitti del nostro io bambino. Il riso più sincero e scanzonato è spesso provocato da cose che non capiamo appieno.

Ciononostante: se sapete un po’ d’inglese, vedete il film in lingua originale. 😉

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Quante palle?

Un gustoso aneddoto dal blog di Twiga fornisce un interessante spunto di riflessione sui problemi di carattere fonologico che può incontrare chi si trova a dover imparare una lingua straniera. Copio direttamente, visto che per commentare da twiga bisogna essere registrati:

 Alfabetizzazioni

Ordunque, una delle attività concesse dalla mia situazione familiare è quello di dare una mano a studenti in difficoltà su certe materie. Non solo i nostri italiani, ma anche gli extracomunitari che non spiccicano una parola neanche a volere e che a settembre prossimo si troveranno in una scuola. Quelli che una scuola già frequentano con criteri di ammissione diciamo estrosi e che delle lezioni nulla capiscono; dell’uso della lingua men che meno. Ragazzi di 15 anni che si trovano a dar per scontata la storia romana quando dei romani nessuno ha loro mai parlato.

Per i piccolini metto in campo tutto il patrimonio audiovisivo, conversativo che so. Tutti entro la prima setttimana sanno dire nome, cognome, indirizzo, recapito telefonico. Per lo scrivere ricorro ai vecchi sistemi…abbeccedario o quasi. Racconto della religione (io scettica) perchè se raccontata nel modo giusto, è un aggancio culturale (valuteranno poi) e dà delle storie che, senza esser favole, sono abbastanza primitive e dirette da esser facilmente compresi.

Ai bambini spiego che p+a suona “pa”. Cerco disperatamente di far sentire le doppie.

Dicembre scorso. Cercavo di raccontare  Pavlo (5 anni) quello che ci si stava preparando a festeggiare. E giù, con la fuga in Egitto, ciuchi, buoi, magi. Ho richiesto un pensierino. Pavlo, incredibilmente dotato per le lingue, si è chinato serio serio sul suo quaderno ed ha incominciato a scrivere. Una sola domanda mi ha fatto: “Enrica, san Giuseppe con due palle o una palla sola?”

http://twiga52.blog.kataweb.it/2008/03/15/alfabetizzazioni/

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Pavlo, insomma, dalla pronuncia non riesce a distinguere il numero di palle in San Giuseppe,  😀 sebbene sicuramente Enrica ci abbia messo tutta l’occlusione labiale possibile. Per quale motivo Pavlo “sente diversamente” dai bambini italiani?

Perché non riesce a far ricadere il fonema “pp” in una categoria nota della sua lingua, quindi deve cercare quella più simile possibile. Il fonema [p:] (che è il modo dell’ alfabeto fonetico internazionale per indicare <pp>) ha le seguenti caratteristiche: occlusivo, labiale, sordo, intenso. Nella lingua di Pavlo il fonema più vicino è quello che ha tutte queste caratteristiche, tranne intenso, cioè [p]. Ciò significa, in termini linguistici, che la caratteristica dell’intensità non è distintiva, nalla sua lingua, solo accessoria. Una variante certamente esistente, ma come realizzazione personale. Un po’ come la nostra gorgia toscana (per la quale il discorso è però forse leggermente diverso), la r moscia, o la s sibilante (o come si chiama… qui dalle mie parti la chiamiamo “zeppola”), e anche la r uvulare parigina già tirata in ballo altrove da Twiga: percepiamo una differenza di pronuncia quando sentiamo queste particolarità, ma la comprensione non ne viene compromessa. Mentre, al contrario, per noi fa differenza l’intensità con cui viene pronunciata la p in pappa o papa, la s in casa o cassa, la t in moto o motto.

Le branche della linguistica cui pertengono queste particolarità sono la fonetica per le r moscia, la fonologia per l’intensità consonantica. La prima descrive le particolarità di pronuncia, tutte, e che possono essere infinite; mentre la seconda si occupa solo di quel numero LIMITATO, CHIUSO, di fonemi che costituiscono la struttura stessa della lingua come sistema al di fuori del quale non ci si comprende più.

Come si capisce quali caratteristiche siano distintive o meno per la struttura del sistema linguistico? Semplicissimo: basta trovare, come ho fatto sopra, delle cosiddette “coppie minime“, ovvero coppie di parole in cui la presenza o assenza di quella determinata caratteristica ci porta a comprendere una cosa anziché un’altra. Basta trovarne anche soltanto una, perché quella caratteristica sia distintiva per il sistema.

Probabilmente Pavlo percepisce l’intensità, altrimenti non avrebbe avuto il dubbio sul numero di palle, ma la ritiene superflua. Purtroppo non esiste una parola che possa formare una coppia minima con Giuseppe, cioè un ipotetico “giusepe”, ma forse per insegnare a Pavlo, e anche alle mie due piccole allieve di italiano, a sentire le doppie, potrebbe essere un buon sistema creare della “frasi trabocchetto”, tipo, che so: “in casa c’è una cassa, nella cassa c’è una rosa, la rosa è rossa” o roba del genere, e poi altre alternate in cui ciascuna delle parole sia inserita in un contesto riconoscibile: “vado a casa” o “la cassa dei giocattoli“. [L’ultimo esempio è un po’ debole… trovatene uno migliore voi! ;)]

Chiaramente, ciò può bastare solo per introdurre il problema, per allenare l’orecchio a questa differenza. Il vero lavoro è costituito dalla pazienza e dall’esercizio.

Io stessa, che ho sproloquiato fin qui, quando tentai anni fa di imparare il russo, scoprii con orrore che c’era differenza fra uno “sh” normale (Ш) e uno pronunciato in un modo più palatalizzato (Щ). Sebbene abitassi al tempo con una ragazza russa, che mi forniva saggi di sh più o meno avanzati, io proprio non sentivo alcuna differenza.

Infine un aneddoto che ben dimostra l’importanza delle caratteristiche distintive per la reciproca comprensione. Bisogna anzitutto premettere che sono “romana de Roma”, e che una delle caratteristiche del mio dialetto è quella di non riuscire ad articolare il fonema laterale palatale, ovvero “gli” in maglia, che io pronuncio maja. Per quanto mi sforzi, non ci riesco, la lingua mi si incarta. Mi manca un fonema. Un minuto di raccoglimento, prego. 😥

Insomma, ero alla domanda finale di un brillante esame di Storia della Lingua Italiana, e l’ammirato professor Serianni mi chiede:

– Cos’è un trigramma?

– Un trigramma è una convenzione grafica di tre lettere alfabetiche per descrivere un unico suono [es. <sci> in “sciame”, ndr]

– Molto bene. Ora mi faccia l’esempio di una parola contenente un trigramma.

– …

– Signorina?

– Sì, ad esempio… “ajo” [“aglio”]

– Signorina, ho detto un trigramma… non un trittongo.

😀

Per fortuna la comune origine romana, la sua comprensione delle particolarità fonetiche e il suo senso dell’umorismo mi hanno salvato l’esame. Cosa può fare un fonema toppato…

Link: sistema fonologico dell’italiano

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Eine Flasche leer!

Qualche anno fa, il dott. Senf (anche detto er senape,  dal significato del suo nome in tedesco) ebbe la brillante idea di inaugurare il suo corso di lingua tedesca con questo video stranoto del discorso/sfogo di Trapattoni durante una conferenza stampa, al tempo in cui era allenatore del Bayern Monaco.

Scelta singolare, no? Ma perfettamente in linea con ciò che Herr Senf voleva capissimo fin dalla prima lezione. I bambini imparano prima a comunicare, a gesti, con frasi sconnesse, sintatticamente errate. Prima di tutto cercano di farsi capire. La grammatica, il buono stile, la coerenza testuale vengono dopo.Noi da adulti tendiamo a dimenticare questa verità elementare, e quando impariamo le lingue straniere pretendiamo di metterle in pratica solo se e quando siamo assolutamente sicuri della correttezza con cui padroneggiamo il nuovo idioma.

Niente di più sbagliato. Si dice prima “bumba”, poi “posso avere un bicchiere d’acqua, per favore?”. Non si può evitare il primo passo. Se “bumba” non è chiaro, il bambino indica il rubinetto, sbatte il biberon sul tavolo. Si fa capire.

Innanzitutto godiamoci la scena in sé, anche se non capiamo niente (la situazione in cui mi trovavo io al tempo della famosa prima lezione):

Poi, per facilitarvi la comprensione degli strafalcioni del Trap, riporto la trascrizione e la traduzione “ragionata” del suo discorso. Fortunatamente, l’ho trovata in rete molto ben fatta, così mi sono risparmiata una fatica (ho già detto quanto sono pigra?). La traduzione la frappongo paragrafo per paragrafo. per maggiore chiarezza:

Es gibt im Moment in diese Mannschaft, oh, einige Spieler vergessen ihren Profi was sie sind. Ich lese nicht sehr viele Zeitungen, aber ich habe gehört viele Situationen. Ci sono in questo momento in questo squadra, oh, alcuni giocatori dimenticano il loro professionista cosa sono. Non leggo molti giornali, ma molte situazioni ho sentito.

[il tedesco divide il verbo composto da ausiliare a participio ponendolo “ad occhiale” nella frase: soggetto, ausiliare, complemento oggetto e altri complementi, participio. Esempio traslitterato in italiano: “(io) ho molte situazioni sentito“; Il Trap se ne infischia e unisce ausiliare e participio come in italiano]

Wir haben nicht offensiv gespielt. Es gibt keine deutsche Mannschaft spielt offensiv und die Namen offensiv wie Bayern. Letzte Spiel hatten wir in Platz drei Spitzen: Elber, Jancker und dann Zickler. Wir mussen nicht vergessen Zickler. Zickler ist eine Spitzen mehr, Mehmet mehr Basler.

Non abbiamo giocato in modo offensivo. Non c’è nessuna squadra tedesca gioca offensivo e i nomi offensivo come Bayern. Ultimo partita avevamo tre punte nella campo: Elber, Jancker e poi Zickler. Non dobbiamo Zickler dimenticare. Zickler è una punte in più, Mehmet più Basler.

[i pronomi relativi: questi sconosciuti! Concordanza di genere: no, grazie!  “eine” = “una”, “Spitze” = “punta”. Ma Spitzen (plurale) suona più tedesco, no? 😉 Troppo Sturmtruppen, Trap!]

Ist klar diese Wörter, ist möglich verstehen, was ich hab’ gesagt? Danke.

È chiaro queste parole? È possibile di capire, cosa io ho detto? Grazie.

[sì, sì, chiarissimo! Notare la richiesta di feedback del Trap, prego!]

Offensiv, offensiv ist wie machen in Platz.

Offensivo, offensivo è come fare nella campo.

[??????????? Non ho idea di cosa voglia dire, ma mi piace! :D]

Ich habe erklärt mit diese zwei Spieler: Nach Dortmund brauchen vielleicht Halbzeit Pause. Ich habe auch andere Mannschaften gesehen in Europa nach diese Mittwoch. Ich habe gesehen auch zwei Tage die Training.

Io ho dichiarato con queste due giocatori: dopo Dortmund hanno bisogno forse pausa un tempo. Ho visto in Europa anche altre squadre dopo questa mercoledì. Ho visto anche gli allenamento due giorni.

[qui, come in moltissimi altri casi, il Trap non rispetta la concordanza di genere: diese (F.) Mittwoch (M.). Ma mi sorge il sospetto che in realtà stia facendo il furbo con le declinazioni: nach ( = dopo) richiede il dativo, dunque diesem, ma visto che le declinazioni in effetti sono difficili per noi italiani (figuriamoci per il Trap!), e in sede finale potremmo avere –er, –es, –em, –en, –e) si risolve in un indistinto diese(…?), con e finale. Come dire: il minimo comun desinenziale! Per non sbagliare. Paraculo, il Trap! ;)]

Ein Trainer ist nicht ein Idiot! Ein Trainer ist da … sehen was passieren in Platz. In diese Spiel es waren zwei, drei oder vier Spieler, die waren schwach wie eine Flasche leer!

Un allenatore non è nessun idiota! Un allenatore è lì … vedere cosa succedere in campo. In questo partita esistevano due, tre o quattro giocatori, loro erano deboli come una vuoto bottiglia!

[Il tedesco usa il pronome indefinito negativo per dire “non è un”, quindi, letteralmente, “è nessun idiota”. Vabbè, dai, errore veniale e comprensibile!]

Haben Sie gesehen Mittwoch, welche Mannschaft hat gespielt Mittwoch? Hat gespielt Mehmet, oder gespielet Basler, oder gespielt Trapattoni? Diese Spieler beklagen mehr als spiel!

Avete mercoledì visto, quale squadra giocato ha mercoledì? Mehmet ha giocato, o giocuato Basler, o giocato Trapattoni? Questi giocatori lagnano più che gioco!

[:D]

Wissen Sie, warum die Italien-Mannschaften kaufen nicht diese Spieler? Weil wir haben gesehen viele Male sulch Spiel. Haben gesagt, sind nicht Spieler für die italienen, eh…, Meisters.

Sapete, perché le squadre Italia comprano non questi giocatori? Perché noi visto abbiamo molta volte tali partita. Hanno detto, giocatori non sono per italianen, eh…, campionis.

[Oh, non ha azzeccato un plurale neanche per sbaglio! Quanto all’ordine delle parole, quello che leggete in italiano è per rendere lo strazio che ha fatto dell’ordine originario in tedesco, che è molto rigido in quanto alla collocazione degli elementi nel periodo]

Struuunz! Strunz ist zwei Jahre hier, hat gespielt zehn Spiel, ist immer verletzt. Was erlaube Strunz?! Letzte Jahre Meister geworden mit Hamann, eh…, Nerlinger. Diese Spieler waren Spieler und waren Meister geworden. Ist immer verletzt! Hat gespielet 25 Spiele in diese Mannschaft, in diese Verein. Muss rispektieren die andere Kollega!

Struuunz! Strunz è qui da due anni, dieci partita ha giocato, è sempre ferito. Cosa permetten Strunz?! Anni scorsi diventato campione con Hamann, eh…, Nerlinger. Questi giocatori erano giocatori ed erano diventati campioni. È sempre ferito! Ha giocuato 25 partite in questo squadra, in questa club. Respectare deve gli altri collegen!

[Passo arcinoto: più per lo “strunz” che per altro…:)]

Haben viel nette Kollegan. Stellen diese Kollegan die Frage! Haben keine Mut an Worten, aber ich weiß, was denken über diese Spieler. Mussen zeigen jetzt, ich will, Samstag, diese Spieler mussen zeigen mich, …, seine Fans, mussen alleine die Spiel gewinnen. Muß allein die Spiel gewinnen!

Hanno molto simpatici collegen. Ponga a questo collegen la domanda! Non hanno nessuna coraggio di parole, ma io so, cosa pensaren su questo giocatori. Devono mostrare ora, io voglio, sabato (in Germania si gioca di sabato), questi giocatori devono mostrare me, …, i suoi tiffosi, devono vincere la partita da soli. Deve da soli vincere la partita!

[La n per costruire il plurale di “collega” (ted. sing. Kollege, plur. Kollegen) è GENIALE! Qualcosa come filmi plurale di film]

Ich bin müde jetzt Vater dies Spieler, eh.., verteidige immer diese Spiele. Ich habe immer die Schulden, über diese Spieler. Einer ist Mario, einer, ein anderer ist Mehmet. Strunz ist dagegen nicht, hat nur gespielt 25 Prozent diese Spiel!

Io sono ora stanco padre di queste giocatore, eh.., difendo sempre questi giocatoren. Io ho sempre i debiti (Trappattono confonde le parole tedesche per “debito” e “colpa”), su questi giocatori. Uno è Mario, uno, un altro è Mehmet. Strunz invece non è, ha solo giocato il 25 per cento questi partita!

[Chiusura magistrale: per rendere il pathos del “padre della squadra” responsabile degli errori dei propri figli, Trap arriva persino ad azzardare un genitivo, dies(es) …. (toppandolo alla grande, che c’entra, ma neanche i tedeschi lo usano più, ormai!)]
 

Ich habe fertig!

Io sono finito

[In tedesco “ho finito” si traduce letteralmente “sono finito”: ai tedeschi  “ho finito” fa lo stesso effetto che le parole “sono finito” farebbero su di noi]

—————————-

La fatica di trascrizione e traduzione mi è stata risparmiata da: http://www.viaggio-in-germania.de/trap.html, che suggerisce saggiamente di non imparare il tedesco da Trapattoni. 🙂

Magari il tedesco no, ma la potenza comunicativa sì. Alcuni passaggi del discorso possono aver lasciato i tedeschi un po’ perplessi, ma la sostanza era chiara: i giocatori erano deboli come… “una bottiglia vuota!” “Ora:” dice il Senape  “si può immaginare qualcosa di più inutile per un tedesco di una bottiglia vuota”?

Trapattoni è riuscito a penetrare nel modo di tradurre il pensiero in immagini proprio del popolo tedesco: non ha detto “mezza calzetta“, ha detto “una bottiglia vuota“. Di più: ha invertito l’ordine obbligatorio delle parole nella frase: in italiano l’aggettivo può essere posto prima o dopo il nome cui si riferisce, con possibilità di differenziazione di senso;  in tedesco, dove questa possibilità non esiste, quel leer (“vuoto”) indeclinato (cioè non concordato con il nome) e dunque quasi iconico, posto alla fine della frase, è entrato nell’immaginario linguistico dei tedeschi, che hanno immediatamente adottato il “vuoto bottiglia“, declinandolo in mille e più metafore. Googlare per credere. 😉

 

Flasche leer, traurig sehr! (Vuoto bottiglia, tristi molto!)

p.s.

Durante la partita del Bayern successiva alla conferenza stampa di Trapattoni, i tifosi hanno contestato la squadra sventolando enormi sagome di bottiglia che recavano la scritta “Eine Flasche leer!”. Purtroppo non ho trovato le immagini in rete, né su You Tube. 😦

 

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Giocare con la lingua: la “strasintassi” di Benni

In questo passo esilarante del suo capolavoro cyberpunk “Terra!”, Stefano Benni esaspera la mescolanza linguistica, offrendoci un superbo esempio di pastiche linguistico, che però nell’invenzione letteraria assume i connotati di una lingua franca (o sabir): le lingue franche, infatti, sorta di frankenstein linguistici, fungono da strumenti di comunicazione soprattutto nei luoghi frequentati (spesso per esigenze commerciali) da popolazioni di nazionalità e lingue diverse. In questo caso, la strega Galina Percovaia, a bordo di una nave spaziale, futuristico porto di mare, mette a frutto le sue conoscenze linguistiche per farsi comprendere dai nuovi arrivati. La lingua franca, d’altra parte, è sensibilmente diversa poiché in essa lessico, sintassi e morfologia sono semplificati al massimo e provengono esclusivamente dalle diverse lingue nazionali dei commercianti. Una lingua ausiliaria, dunque, in cui è quasi solo presente la funzione comunicativa, Nel passo di Benni, invece, spiccano la ricchezza linguistica e l’accumulazione selvaggia di diversi stili e registri. E’ il pastiche di Gadda portato alle estreme conseguenze, con alte punte di maccheronico, e con effetti comici ed allucinogeni. Qui la funzione poetica (comica) sovrasta quella comunicativa. Ma avremo modo di parlare delle funzioni della lingua strada facendo.

Una riflessione però s’impone fin d’ora: se qualcuno avesse “survissuto” più di trecento anni isolato, nella sola occupazione di studiare lingue, senza sottoporle al varo della funzione comunicativa, non parlerebbe un po’ come Galina Percovaia?

PROTEO TIEN: LA STREGA!

Entrare nella navicella fu come entrare in una giungla. Un oscuro viluppo verde di liane, e funghi mostruosi alti come un uomo, stalattiti e stalagmiti, e sul fondo, un tappeto di muschio umido che imprigionava le gambe. La luce era fioca, stagnava un odore dolciastro e violento.

Ai nostri, cominciò subito a girare la testa. Chulain avanzò tenendo davanti a sé il mitra. “C’è qualcosa di strano qua! L’odore di questi funghi deve essere allucinogeno.”

Il cane abbaiò ancora furioso e cercò di azzannare un grosso fungo oblungo.“Guarda Groucho! E’ impazzito,” disse Mei

“No,” disse Kook, “il fungo lo ha preso!”

In effetti, il fungo si era attorcigliato attorno alla gamba del cane e lo stava avvolgendo.

“Fate qualcosa,” urlò Mei, “fate qualcosa!”

E in quel momento una voce incredibile, una voce roca che sembrava arrivare dalla profondità di una caverna, li agghiacciò.

“Osy, alya!” intimò la voce.

A quel comando il fungo serpente si ritrasse. E tra le liane apparve la Strega. Poteva avere veramente trecento anni: il viso era segnato come un tronco d’albero da rughe fittissime e profonde. In esso brillavano due occhi azzurri, bellissimi. I capelli erano bianchi, lunghi fino ai piedi, anzi si spargevano per un buon metro all’intorno in terra, ed erano tutti avviluppati in fiori e liane. Anche il vestito della strega era un mantello vegetale sfavillante di umidità, decorato sul petto da una orchidea rosso fuoco. L’unica cosa che spuntava dal mantello erano le mani, adunche proprio come quelle delle streghe: le unghie lunghissime erano steli sottili di fiori.

La Strega sorrise mostrando i denti bianchissimi, e parlò:

“Bienvenute amice! Chi s’entra dintre l’antre d’a streja co nu canille apresse nun po’ esse inimico, peroché bonhommo est chi amma l’animale verte ca nun parla, chillu peludo ch’abbaica e chillu piccirillo che arronza n’ciele.”

“Ma che lingua parla?” chiese Kok a Mei sottovoce.

“Io parlo tutte le lingue dello spazio, uomo barbuto,” disse la Strega, “perché su questa astronave ho studiato ottantadue anni lingue terrestri e spaziali, e dodici anni dizione, e sedici anni il linguaggio dei segni. Perciò, io non parlo mai due volte di seguito nella stessa lingua.”

“Ma voi siete proprio Galina Percovaia?” chiese Mei, stupita, “siete ancora viva?”

“No lo credes, chola?” trillò la Strega con voce giovanile, “tres volte ho ligado un covon de ciento spighe de anos.”

“E come ha vissuto tutti questi anni nello spazio?”

“Longeva coi funghi survissi,” disse la Strega, “de funchi e alghe et erbore cotidie mecibavi, amanite d’orsedevre et primo de ginko biloba indi seconno fricandò de cipollaccio fraticino et insalatta de politrico e sfagni et cotoletta de borraccina e grande sburzliga mi feci di boletini e boletoni deinde poi benché sazia repleta et satolla un pappalecco di spugnola precipiziai in mio estomàc e ad esso seguir feci frana de minestron de sargassi e spazzolai in soprapiù due tornature di chiodini al butirro e di un magnicappellato finferlo mi feci pinza et usum desserti aggiunsi un risotto innevato della ctonia particula trifolina con gran cruore di vin rosso et di vodka santabella percovka manu fratensi distillata. Et come crema di beltade usai la cladonia et come savone la cetraria e quando la depressione serotina mi coglieva indissi teaparti con le amiche cannabis et mescalina e il dottor Peyote alluciniere, et de flato in ventre incluso liberavi con tisane di fungo petario altridetto vescia et l’alium sativum cacciavàmpiro mi curò dal mal sbadizzo di denti et como da ricetta de bon miedicu viddanu il cocomero asinino mi fugò la malaria, la malva altea smorzò lo foco bronchico e tre tarantole frissi nell’olio e la lor salsa schirpiuma me salvò la chioma dal dirado e misi in campo lardo contro rogna e rovo contro i foruncoli e fresseranne contro lo mal de capo e quanno l’insonnia popolò di spilli lo matarazzo do lietto mio, co lo sunnareglie de papavero m’addurmette come bimboghirro, e così, pur tenendo tanti cerchi nel tronco come la più vecchia quercia mi sento oggidi eutrofica e pulzella e sgaligia come si solo avessi in coppa anni cento e cinquantadue.”

“O Strega,” disse Chulain, “in tua domus de iana venimmo per cercare grande ribaldo e usuriere et rubatore et begolardo e merdocco e marzura de scarcar iscariota creatura chiamato Snark Boojum.”

“Ma peronché tu parli insì strano signor Cu?” disse Mei.

“Io lo credo,” disse Kook, “che aria allucinofera fa noi tutti parlar meticciato e sblinguo, et importa nostri cervelli madefatti di umidità fungolica.”

“Che dici, Kuko?” disse Chulain, “che certo di labbreggiare inusuale non parvemi, e del tutto composmei mi sento e punto sbaccellato.”

“Vedo che diggià qui si gongora e strasintassa,” disse la Strega, “e cavabien! Insieme ci rigoleremo! Alòrs vi dico che Boojum a dezembre quavenne stanco e impillaccherato d’una bofera di magnetoscaracci ed era biondo bello e vestiva un manto giallo isabellino amarillo e giubbola pulce, e insieme si giocò a mariaccia peppa stortino tocca e battilasso e altri giochi di mazzo proibiti dopo la mezzadinotte e mi vinse duecento dobloni e fistuline altrettante e si bevve a stroncar cantine e nottepoi ebbimo biblica conoscenza e ci si misurò io e lui a sbattilapanza e picchianombrillo e giulecca e pedicatù e il poscrai che mi svegliai esso era già partito awai! Per lo indove, chissalloè? Ma se saperlo vogliamo, inquisiremo di ciò la mirabile sferona ianara e spiona che tutto comprende e manta in sua circolaria veggenza. Venite dunque in mistagogica fila dietro a me, alioscini mei, amichetti curiosi!”

Stefano Benni, “Terra!”

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