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Flavio dice

Io: Come fa il gatto?
F: Miao!
Io: E il cane?
F: Bau!
Io: E La mucca?
F: Muuuuu
Io: La pecora?
F: Beeeeee!
Io: La rana?
F: Craaaa?
Io: E Flavio?
F: E Flavio…. Flavio DICE!

Sì, ma che dice?
Non posso intitolare questo post “Flaviesco atto secondo” perché fra la prima fase e quella attuale ne è passata di acqua sotto i ponti. Ora parla davvero tanto, anche delle sue emozioni (paura, contentezza, triste… arriva a compiangersi alla terza persona “porello questo bambino!”), e fa proposte. Per un bambino di due anni e mezzo, a volte pare un vecchietto che rimembra il passato, ha già tanti ricordi, non tutti significativi agli occhi di un adulto: “Ti ricordi quando è caduto il sapone per terra e ha sporcato tutto il pavimento?” o “Ti ricordi quando ho infilato il tagliaunghie sotto il letto?”, episodi accaduti quasi un anno fa quando ancora non parlava, e che non si capisce perché debbano rimanere così stampati a fuoco nella sua mente.
Direi che anche sotto l’aspetto sociolinguistico sa già interagire come un parlante consumato: cazzia in modo ricercato (“che modi sono?”) e sa esortare con finezza (“cammina, su! Dai, forza un po’!”).

Certo, questo non significa però che l’acquisizione del linguaggio sia indolore. Per un bambino ci sono due aspetti positivi dell’avere una mamma linguista: la prima è che è disoccupata e quindi può stare tutto il tempo con lui, la seconda è che se la ride dei suoi sfondoni, anzi li valuta fra sé e sé, li analizza, ma non li sanziona mai, perché sa che non sono altro che segnali dell’acquisizione della lingua come sistema: il bambino non si comporta come un pappagallo, non si limita a ripetere, ma non appena percepisce il meccanismo di funzionamento di un particolare elemento morfosintattico, giustamente prova ad applicarlo, in base al cristallino principio dell’analogia (di cui ho parlato anche qui).
I pronomi sono uno degli elementi più ostici della lingua, perché non sono obiettivi, ma dipendono dal contesto, da chi sta parlando, sono dei cosiddetti deittici: allo stesso modo in cui “qui” si capisce solo vedendo dove sta chi lo pronuncia, così “io” o “mio” smettono di identificano quella particolare persona solo finché parla. Questo è molto difficile da spiegare a uno straniero fuori dal contesto, e anche un bambino ci mette un po’ ad acquisirlo come meccanismo automatico.

Io: Flavio, allora me le metto io le scarpe tue!
F: Noo, perché te le metto io, scarpe tue!

F: Dov’è nonna?
Io: E’ andata a casa sua

F (al telefono con la nonna): Sei a casa sua, nonna?

Io: Flavio, facciamo le ninne nel letto tuo, stanotte?
F: Sì, letto tuo, letto tuo!

Ma questo esempi sono di qualche tempo fa, ora lo scoglio sembra superato. Senonché nel possessivo si presenta un elemnto di rafforzamento.

F: Papà, questa penna è di tua? Questo libro è di mio!

Un grande classico sono i participi passati analogici:

mettato, scendato,  aprito, rompato

e le concordanze dell’aggettivo:

qualco bimbo

Insomma, lui sperimenta: non mi interessa correggerlo proprio mentre sta facendo delle ipotesi sul funzionamento del linguaggio, proprio ora che ha scoperto che da un verbo, aggiungendo –ato si può fare un passato prossimo. L’anomalia, la cosiddetta eccezione, arriva subito dopo, con la consuetudine, non c’è bisogno di forzare i tempi.

Certo, a volte questo fare ipotesi rasenta il surreale…. Ad esempio il telefonino del suo papà viene chiamato Giangiacomo, perché Giangiacomo  è il nome del suo collega, che lo chiama spesso, e siccome costui ha la particolarità di chiamare sempre mentre il legittimo proprietario è nel punto più lontano della casa, e io gli porto il telefono accompagnando il gesto con le parole “Tiè, Giangiacomo”, l’identificazione è presto fatta. E si porta appresso una serie di corollari, quali il “portagiangiacomo”.
Abbiamo provato a spiegargli che Giangiacomo in realtà è un essere umano, e una volta, mentre io facevo degli esami del sangue, siccome era proprio davanti al suo ufficio, il papà è venuto a badare al moccioso accompagnato proprio dal suddetto collega. Successiva verifica pomeridiana:

Io: Hai visto che oggi è venuto papà mentre io facevo le analisi? E ti ricordi con chi è venuto?

F: Con Giangiacomo!

Io: Sì, bravo, con Giangiacomo!

F: Con Giangiacomo e col signore!

Io: Flavio, quel signore si chiama Giangiacomo. Giangiacomo è una persona.

Passano i giorni. Flavio ogni tanto richiama il cellulare Giangiacomo.

Io: Flavio…

F (affrettandosi a dimostrare di aver capito): GIANGIACOMO E’ UNA PERSONA, E SI CHIAMA SIGNORE!

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Gramaticam vincit amor

Amore contro ogni regola! 😀
Foto “Io x te muoro”, le scritte sbagliate sui muri dell’amore – 1 di 16 – Repubblica.it.

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pout-pourri

Queste righe sono per i pochi affezionati ed ostinati visitatori che ancora ripongono un po’ di fiducia nella mia capacità di gestire il mio tempo: vi annuncio che non avendo io letto l’apposito manuale “come riuscire a coltivare i propri interessi con un bimbo in età esplorativa in giro per casa”, non credo che questo post inaugurerà un nuovo periodo fertile di scrittura sul blog, ma mai mettere limiti alla provvidenza.
Flavio – e qui veniamo agli aggiornamenti familiari – ha compiuto da poco un anno, ancora non cammina ma gattona alla velocità dellla luce, su e giù per le scale, su e giù dal letto, su e giù dal camino, dietro ai gatti, si arrampica sul divano e in generale per arrivare dove i suoi 76 centimetri non gli consentono mette in atto strategie tipo spostare scatoloni occasionali in giro per casa e usarli come scalini. Ha una vera passione per le prese (ed in questo non è molto originale), cavi elettrici che ama staccare dall’elettrodomestico e mettersi in bocca quando sono ancora attaccati alla presa – il che conferisce alla sua lingua quel leggero friccichio che dà sapore alla giornata di un bambino – coltiva una misurata indifferenza nei confronti di tutto ciò che abbia le sembianze di un inoffensivo e rassicurante giocattolo per la sua età, ed in compenso si approprierebbe volentieri di quelli del padre o di coltelli e utensili da cucina. Capirete dunque che la mia occupazione principale, in questa fase del suo sviluppo, è far sì che arrivi vivo a sera, incorrendo in frequenti ed offesi pianti di frustrazione causati dai miei interventi deprivativi. Proprio in uno dei rari momenti in cui magari mi sto rilassando cinque minuti al computer mi suona nella testa un campanellino d’allarme che mi spinge a domandarmi per l’appunto come mai mi stia rilassando e non lo senta: allora lo cerco e lo trovo che sta mangiando i croccantini dei gatti (che gli vanno di traverso e gli fanno vomitare tutto il pranzo che io ho preparato con amore e lui ha mangiato controvoglia per farmi un favore), svuotando il vaso della pachira e spargendo la terra per tutto il salone, aggrappandosi al suddetto vaso molto pesante che venne rialzato al tempo in cui non ci arrivava e ora sarebbe forse tempo di rimettere giù se non voglio che lo seppellisca, eccetera, eccetera, eccetera.

Potrei continuare con l’elenco, ma anche se ogni bambino è speciale ed unico per sua madre, in realtà queste sono dinamiche che sono noiose per chiunque abbia figli perché le conosce fin troppo bene, e per chi non ne ha perché semplicemente non gli interessano.
Dirò solo che, anche se non voglio pasasre per la mamma patinata, rilassata, con la piega, truccata e depilata delle pubblicità (e che mi vedesse non avrebbe dubbi che non lo sono), mi sento molto a mio agio nel mio ruolo di madre, che ha sconvolto la mia vita infinitamente più di quanto avrei potuto immaginare: e questo sconvolgimenti me lo godo al 100%, anche nei momenti più difficili, che sono inevitabili. E’  che in fondo in fondo non è che mi convinca molto questa idea diffusa di poter fare tutto, lavorare e fare la mamma,  per cui non mi dispiace troppo che quella remota possibilità di insegnare in una nuova scuola di lingue (che avrebbe dovuto aprire a gennaio, ma che è esistita solo nella dimensione del condizionale passato) sia sfumata. Boh, lo so che non si campa di “soli” figli, però in una società in cui bimbi che ancora non stanno in piedi da soli vengano buttati giù dal letto all’alba, imbacuccati in pieno inverno, quando fuori ancora è buio, e parcheggiati in qualche nido, l’idea che mio figlio possa svegliarsi alle 10, vivere i propri ritmi naturali e trovare una mamma tranquilla (beh, oddio, questo dipende un po’ dai giorni… diciamo trovare una mamma, con tutti i suoi limiti e tanta buona volontà), che non sta scappando e magari è ancora in pigiama (come ora) e disposta a giocare sul tappeto con lui, insomma che non venga costretto anzi tempo a vivere i ritmi forsennati che sono estenuanti anche per noi adulti, mi sembra la cosa più sensata del mondo. Sento che sto… rallentando. Invecchiando, anzi, a rigor di logica ringiovanendo, perché sto andando indietro nel tempo:  un occhio mi guardo il marmocchio, e  l’altro ai biscotti che sto preparando, alla pasta all’uovo che sto impastando, al maglione che sto facendo, o alla macchina da cucire che ho appena comprato facendomi prendere per il culo da tutti i negozianti che nel dirmi che non hanno stoffe mi fanno notare che mi è venuto il ghiribizzo di mettermi a cucire quando non lo fa più nessuno. Insomma, i capelli bianchi già ci sono: basta smettere di tingerli e di farmi la ceretta, e la trasformazione in mia nonna sarà davvero completa. Mi sono messa persino a fare lo yoghurt fatto in casa. Ci sono momenti in cui penso che potrei davvero non andare a lavorare mai più (e perché sia chiaro, non sono tra coloro che ritengono che il lavoro nobiliti l’individuo a prescindere, e non me ne vergogno) e mettermi a cucire, sferruzzare e vendere qualche stupidaggine su ebay o al mercatino del paese. E magari piantare qualche pianta di  pomodori nei vasi, mettere un paio di galline in terrazzo e raggiungere così l’autarchia. Ho capito che nelle decrescita io ci sguazzo.

Ma forse è solo l’effetto del caffè che ho appena preso e che è l’unica droga che oramai mi concedo.

Ora del tutto gratuitamente aggiungerò qui di seguito alcune riflessioni senza alcuna connessione con quanto scritto sopra, decontestualizzate e del tutto avulse le une dalle altre. Perdonatemi, ma ho già provato a farmi invitare da Fazio e Saviano o a chiamare Ballarò, ma pare che per sparare cazzate sulla Rai in prima serata occorra un ruolo istituzionale, quindi mi tocca accontentarmi del mio piccolo pulpito.

Ecco il mio elenco di cose che volevo dire. Cominciamo.

Non ne posso più dei vecchi pescecani che mettono su trasmissioni per grandi con bambini che scimmiottano i grandi, cantano Michael Jackson con la mano sul pacco, o gorgheggiano di capelli imbiancati in “perdere l’amore”, o pongono domande impertinenti, fintamente ingenue e in realtà piene di adulta malizia a disgustosi personaggi dello showbiz.Poco fa in uno stacco pubblicitario ho visto la Gregoraci e Briatore pericolosamente vicini ad un gruppetto di bambini, io che gli toglierei pure il loro. Ma non ci vedete una vena pedopornografica in questo? Ma perché dei bambini devono recitare i bambini che recitano i grandi in tv? Ma non si usa più mettersi le scarpe e le collane della mamam davanti allo specchio dell’ingresso?

Ora che Il Giornale ha cominciato a demolire la Carfagna a colpi di poster del tempo in cui era più nota da dietro, mi pento di aver fatto altrettanto (per quanto, lo confesso, la maggior parte delle visite al mio blog vengono dalla chiave di ricerca “culo Carfagna”, cosa che non mi fa onore). Non è che ora lei sia diventata la mia eroina, è solo che avevano ragione i greci nel cogliere il valore catartico della rappresentazione dei vizi sul palco: quando vedi i tuoi errori da una certa distanza, ne cogli meglio la portata, e l’operazione ha un sapore vagamente masculo-squadrista, ed è davvero brutto che un’altra donna vi si associ. Ad ogni modo, tornando al gossip, come lo chiama il presidente telefonatore, lo so bene che dietro ai principii ci sarà senz’altro un’altra grossa fetta di torta da sbafarsi, ma devo ammettere che mi lascia abbastanza di sasso che ad alzare la testa sia stata proprio la pupilla, che si sia ribellata al suo pigmalione politico proprio colei che gli doveva tutto: dopo la Gelmini è davvero l’ultima da cui me lo sarei aspettato. Si vede proprio che quando la nave affonda le tope i topi si mettono in salvo. Ora manca solo che lo abbandoni anche Bondi ed è davvero finita.

Partito della libertà, Sinistra, ecologia e libertà, Futuro e libertà… c’è un’epidemia di libertà nei nomi di partiti: mi pare un’insistenza un po’ sospetta su un concetto che dovrebbe essere scontato. Un po’ come chiamare un partito “democratico”.

Detesto il termine “indignato” (ancora di più “speciale”) e chi si indigna. Ci si indigna a destra e a manca, è indegno.

Detesto anche tutto questo shock, spesso chiamato anche choc (che amo solo in forma di quadratini fondenti). Scioccarsi per ogni cosa è sciocco, oltre che linguisticamente di cattivo gusto.

Infine, veniamo alla nota linguistica di alibi per scrivere su questo blog.  E’ ora di urlarlo a chiare lettere al mondo intero: “piuttosto che” non è sinonimo di “o”, non è una congiunzione disgiuntiva, introduce il secondo termine di paragone negativo, eccheccazzo! Se stasera mangio la carne piuttosto che il pesce, decido di mangiare carne, non uno o l’altro indifferentemente! Tra l’altro il suo valore comparativo è trasparente già nella forma “più tosto”, “preferibilmente”. Qualcuno potrà obiettare che questo blog si proponeva di non essere prescrittivo o sanzionatorio, ma questo non è un errore in buona fede, una di quelle deviazioni che la lingua prende come un corso d’acqua che segua la conformazione del terreno e si scavi da sé il suo letto, no, no! Questa è una di quella odiose dighe artificiali che servono per darsi un tono, un antipatico latinorum, un po’ come l’abusatissima e pleonasticissima locuzione “quelli che sono” per amplificare il nome che segue, anzi per dilatare inutilmente la frase: si è discusso di quelle che sono le problematiche. E lo stesso dicasi per l’appunto del termine “problematica” in luogo del semplice “problemi”. Già è difficile risolvere i problemi, poi qua i problemi sono spariti, ci sono solo le problematiche, che sono gruppi, anzi SISTEMI di problemi. Non ne usciremo vivi.

Bene, ora posso tornare a tacere per i prossimi 6 mesi.

E voi come state? 🙂

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Neomelodici all’attacco della coerenza testuale

Nella scorsa lezione ho proposto ai miei studenti un esercizio sulla coerenza testuale, praticamente un testo in cui alcune frasi erano state “distrutte”, e andavano ricostruite, come in un puzzle. E’ un esercizio molto interessante, che permette di fare grammatica in modo meno noioso e tradizionale, e mostra come in un discorso ogni parte abbia relazione con il tutto. Al termine della lezione, abbiamo preso di petto quasi ogni parte del discorso, affrontando un testo in modo globale. Sono soddisfatta.

Domani è l’ultima lezione, e il capo si è raccomandato di proporre loro un’attività leggera, per concludere. Allora ho chiesto agli studenti i titoli di canzoni italiane che gli piacciono e di cui vorrebbero magari approfondire i testi. Inevitabilmente, sono saltati fuori i nomi degli odiati Tiziano Ferro e Giusy Ferreri. E’ uno sporco lavoro ma qualcuno deve pur farlo, quindi vado oltre le mie idiosincrasie e mi metto al lavoro. La canzone prescelta per Tiziano Ferro “Indietro”. Eccone il testo:

 Io voglio regalarti la mia vita.
Chiedo tu cambi tutta la mia vita, ora.
Ti do questa notizia in conclusione.
Notizia è l’anagramma del mio nome, vedi.
E so che serve tempo, non lo nego.
Anche se in fondo tempo non ce n’è, ma se…

[Rit]
Cerco lo vedo.
L’amore va veloce e tu stai indietro.
Se cerchi mi vedi.
Il bene più segreto sfugge all’uomo che non guarda avanti, mai.

Ricevo il tuo contrordine speciale.
Nemico della logica morale.
Opposto della fisica normale.
Geometria degli angoli nascosti, nostri.

E adesso!
Ripenso a quella foto insieme.
Decido che non ti avrei mai perduta,
mai perduta, perché ti volevo troppo.

Mancano i colpi al cuore.
Quel poco tanto di dolore.
Quell’attitudine di chi ricorda tutto, ma se…

[Rit]
Guardo, lo vedo.
Il mondo va veloce e tu vai indietro.
Se cerchi, mi vedi.
Il bene più segreto sfugge all’uomo che non guarda avanti, mai.

Dietro le lacrime che mi hai nascosto.
Negli spazi di un segreto opposto.
Resto fermo e ti aspetto.
Da qui non mi è possibile.
No non rivederti più.
Se lontana non sei stata mai.

[Rit]
Se cerco lo vedo.
L’amore va veloce e tu stai indietro.
Se cerchi mi vedi.
Il bene più segreto sfugge all’uomo che non guarda avanti, mai.

Per chi volesse gustarne anche la finissima melodia:

Mi vengono in mente anche esempi da un Sanremo passato. La Tatangelo che dedica questi poetici versi di incoraggiamento all’amico parrucchiere gay (che dite? E’ uno stereotipo? Criticoni!) che le ruba i rossetti, si infila nel suo letto e si lascia accarezzare come un gatto:

Se a chi ti dice che non sei normale

tu non piangere su quello che non sei

O dallo stesso Sanremo i Sonohra

 Guardo il cielo e non vedo altro colore
solo grigio piombo che mi spegne il sole,
l’unica certezza è gli occhi che io ho di te.,
sul mio letto il vento le fa volare,
la distanza che ci divide fa male anche a me.

Due fotografie è tutto ciò che rimane

Un vero e proprio colpo al cuore per la concordanza soggetto-verbo. Vale la pena godersi il commento musicale di quei geniacci di Elio e le storie tese:

Ma torniamo a Tiziano, il fine e indiscusso maestro del procedimento retorico barocco dell’accumulazione:

Sono un grande falso mentre fingo l’allegria,
sei il gran diffidente mentre fingi simpatia,
come un terremoto in un deserto che…
che crolla tutto ed io son morto e nessuno se n’è accorto.
Lo sanno tutti che in caso di pericolo si salva solo chi sa volare bene,
quindi se escludi gli aviatori, i falchi, nuvole, gli aerei, aquile e angeli, rimani te
ed io mi chiedo ora che farai,
che nessuno ti verrà a salvare,
complimenti per la vita da campione,
insulti per l’errore di un rigore.

Case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale
Che anche se non valgo niente perlomeno a te
Ti permetto di sognare

E ancora:

La voglia scalpitava, strillava,
tuonava..cantava..
Da notte fonda nel petto di..
Paola..oh..Paola..
La noia quella sera era troppa
E cercava, chiamava
200 principi e invece lei era la
dama del castello

Tiziano all’attacco del relativismo cromatico:

RIT:
Il tuo è un rosso relativo
Senza macchia d’amore ma adesso
Canterà dentro di te
Per la gran solitudine e..
Forza..amati per questa sera
Che domani torni in te ma
Non ti diverte perché
Vuoi qualcosa di più facile.

E’ iniziato tutto per un tuo capriccio
Io non mi fidavo.. era solo sesso
Ma il sesso è un’attitudine
Come l’arte in genere

Lo sapevate che il sesso e l’arte in genere sono attitudini (una della parole predilette del vate)? Sapevatelo!

E’ giunta l’ora di rivelare la mondo il metodo di Tiziano Ferro nello scrivere i testi. Vedete, Tiziano possiede svariati bussolotti, uno per ogni parte del discorso: sostantivi (con parecchi doppioni del termine “attitudine”), verbi, aggettivi, avverbi, pronomi, interiezioni (che comprende solo nananananana, e ohohohohoho), congiunzioni. Infila la mano in ognuno e ne estrae quello che capita. E così prendono forma le sue frasi. Qualcosa come la scrittura automatica: è uno spirito che guida la sua mano, e che ci sta lanciando messaggi subliminali.

Potrei andare oltre, o tirare in ballo anche Gigi D’Alessio, ma perdonatemi se le forze m’abbandonano.

Già domani m’aspetta una dura mattinata, ma mai dura come quella dei miei studenti, ai quali proporrò i testi che mi hanno richiesto censurati delle “parole chiave”. O almeno quelle che loro crederanno essere le parole chiave. Suderanno, si dispereranno, scalpiteranno, tuoneranno, canteranno, strilleranno (scusare, m’ha preso la mano pure a me: e che in mezzo a 20 verbi, uno che c’azzecca (copyright Di Pietro) ci dev’essere), alla ricerca della parola giusta che dia un senso a quel testo.

Senza sapere, poverini, che non c’è.

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lapsus freudiano

Questa la definizione datane da Wikipedia:

L’espressione si riferisce ad un errore apparentemente casuale, bizzarro o privo di senso (inclusi errori linguistici e vuoti di memoria) che, secondo la teoria freudiana, il soggetto compie sull’impulso di un’istanza inconscia e che diventa il canale per esprimere pensieri che altrimenti la censura, legata alla coscienza vigile, rimuoverebbe.

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La parola ai bambini

Assieme agli stranieri, sono loro le vittime più divertenti dell’analogia (di cui già si è parlato qui).

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[bimba alle prese con un aggettivo specifico troppo difficile e troppo simile a una parola più semplice e che tutto sommato manco ci sta troppo male.]

Dialogo fra mamma e bambina di 6/7 anni, in risalita dal lago di Martignano. La bimba ha molto più fiato della mamma e si lancia in un racconto dettagliato di qualche – suppongo – gita scolastica:

bambina: e poi sotto c’era un piccolo fiume pulito pulito pulito e fresco, e intorno tanto verde…

mamma: e l’avete bevuta l’acqua?

bambina: no, penso che si poteva bere, ma non siamo scesi perché la discesa era troppo ruvida.

(l’aver sentito questo ha reso quel chilometro di salita per tornare al parcheggio molto meno ruvido anche a me) 🙂

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[bimbo di 3 anni – n ipote di una mia collega di corso – che inciampa nei verbi irregolari e che evidentemente non esce molto spesso a piedi.]

bimbo: Papà, voglio escere!

papà: Non si dice così. Si dice: “Papà, voglio u… u… ?”

bimbo: “Voglio… u… u… una macchina!”

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[bimbo di 2/3 anni che fa i capricci per strada, e si dibatte nelle difficoltà dei verbi modali irregolari e nelle regole della buona educazione. Il tutto davanti al mio amico Henning alla seconda settimana di studio dell’italiano]

bimbo: vuoi un gelato, vuoi un gelato!!!!

mamma: no.

bimbo: No, io vuoi un gelato!

mamma: come: “io vuoi un gelato”? Come si dice? “Io…?”

bimbo: io… vuoi un gelato… per favore!

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Una donna stimolante

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il mio ragazzo mi ha apostrofata così:

“Pigra, perditempo e lassativa!”

😀

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