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La battaglia delle parole: un articolo di Bartezzaghi

Qualche giorno fa è apparso su R2 di repubblica questo interessante articolo di Bartezzaghi, che manco a farlo apposta tocca una tematica che mi sono trovata più volte ad affrontare in questo blog, negli ultimi mesi: il politicamente corretto. Qui contrapposto però al suo opposto, il politicamente scorretto, in una battaglia delle parole che rischia di lasciare sul campo molto più che qualche sfumatura semantica. Rimando il mio commento alla fine dell’articolo, di modo che possiate agevolmente ignorarlo. Vi invito però a leggere l’articolo, ricco di spunti di riflessione ad ogni rilettura. Le parole che usiamo sono importanti. E usate da qualcuno che ha a sua disposizione un grande uditorio lo sono ancora di più.

 

L’era del politicamente scorretto

Le conseguenze del vocabolario egemone instaurato dalla destra

di Stefano Bartezzaghi

 

E quindi, pane al pane e negro al negro? Il vergognoso incidente di Parma – con i vigili urbani a cui, come scrive l’inviato di Repubblica, “scappa la frizione” – mette in primo piano gli effetti pratici delle campagne politiche e mediatiche sulla sicurezza. Ha anche risvolti linguistici non marginali, però, poiché mostra cosa stia in fondo all’ideologia così apparentemente pacifica del “parlare chiaro”. Del resto, la stessa crescente brutalità dei tutori dell’ordine, gli stessi “incidenti” capitati in città anche ritenute civilissime come Parma e Ferrara (dove in questura tre anni fa mori Federico Aldrovandi), sono un effetto neppure troppo distorto di espressioni linguistiche d’ordine come “tolleranza zero” martellate a ogni dichiarazione ai tg.

Parole che plausibilmente si traducono in istruzioni o quanto meno contribuiscono a creare un clima. Distinguere le parole dai fatti non è così agevole quando i fatti le parole lo diventano.

La categoria dei format produttori di consenso, individuata recentemente da Edmondo Berselli, andrà estesa anche a quelle abitudini linguistiche che si stanno affermando in maniera quasi impercettibile: un consenso fondato su un apparente buonsenso, divenuto opinione pubblica e cioè senso comune grazie ad alcuni semplici schemi. Lo schema è appunto il format: apparentemente serve a organizzare l’esperienza, ma in realtà la precede e la costruisce.

I linguisti hanno incominciato a studiare il linguaggio “politicamente corretto” (PC), ed è senso comune che il PC sia la malattia principale della comunicazione italiana odierna. Il PC imporrebbe di usare caute perifrasi, di chiamare le cose non con il loro nome ma con eufemismi codificati e aggiornati in continuazione (“handicappato”, poi “disabile”, poi “diversamente abile”, poi chissà). Quanto questa diffusa convinzione sul PC abbia a che fare con l’esperienza che chiunque può fare, nella vita quotidiana o leggendo giornali e guardando la tv, è misterioso. In Italia il PC non ha mai prodotto norme, penalizzazioni, censure giudiziarie, amministrative e neanche sociali, come invece è accaduto negli Stati Uniti. Gli esempi clamorosi di PC sono infatti tutti americani, per esempio la proposta sostituzione di “herstory” a “history” (storia) in quanto “history” contiene il pronome maschile “his”. In Italia nessuno pare turbato dal fatto che “storia” contenga la sillaba “’sto”, che spesso abbrevia gergalmente il dimostrativo “questo” (maschile: “’sto pezzo di imbecille”), e nessuna campagna per la correttezza di gender ha mai proposto di sostituire “storia” magari con “staria”. In Italia, piuttosto, un ministro vergò su carta intestata del suo ministero la parola “culattoni”: se il tribunale del PC fosse stato così potente ed efficiente non sarebbe stato privo di conseguenze e neppure possibile. Per PC, in Italia, si intende una cosa diversa: il linguaggio che si sforza di distinguere, frequentare sfumature anziché raggruppare e pensare per categorie già formattate altrove, magari offensive per gli interessati. Chi userebbe la parola “zingaro” solo cantando un vecchio successo di Nicola di Bari è peraltro meno propenso a bere la panzana che “gli zingari rubano i bambini”: bravo, e ben documentato; ma è meglio che sia altresì consapevole di essere fuori dal senso comune. Il senso comune, come ha messo in chiaro oltre a Berselli Michele Serra, non ama le distinzioni e la complessità, ma ama le categorie-format e la semplificazione.

E’ probabile che il vero problema del linguaggio pubblico italiano invece che il PC sia proprio il suo contrario, il PS (Politicamente Scorretto): quel decisionismo linguistico che mette o rimette in circolazione termini bruschi e immediati, parole-ringhio e turpiloquio. Oggi “comunisti”, per dirne una, è un termine che non ha più una definizione semantica possibile: è puramente pragmatico. Il richiamo alla classica dottrina economica, politica e sociale è presente solo in gruppi minoritari all’interno della sinistra radicale e antagonista (minoritaria essa stessa). Chi si definisce “comunista”, oggi, perlopiù usa il lessico di una tradizione politica italiana che si è progressivamente allontanata dalle sue radici ottocentesche. Chi definisce “comunista”, oggi, la ben più consistente opposizione di centrosinistra (a cui vengono sommati giornalisti, magistrati, showman e a volte anche allenatori di calcio) sta usando la parola come se fosse una sberla. Da “fannullone”, a “froci”, passando però anche per termini compassionevoli come “poveri” o apparentemente neutri come “gente”, il vocabolario oramai egemone della destra e della maggioranza dei mass-media non si dà preoccupazioni di esattezza tassonomica, ma divide la società secondo linee di forza e fronti di scontro fra un “noi” sempre mutevole (noi gente di buon senso, noi contribuenti tartassati, noi maschi, noi mariti, noi che lavoriamo) e un “quegli altri” sempre generico. Non è anche il modo di salvare le aziende disastrosamente governate? Si costruisce una “good company” di virtù e si scaricano i vizi in una “bad company”. In questo format il centrosinistra e le diverse appartenenze culturali che lo sostengono, magari anche un po’ di malavoglia, costituiscono indistintamente la bad company della politica e della società italiana.

Sarebbe infine sbagliato, però, concludere che il PC è di sinistra e il PS di destra. L’arte del distinguo raffinato, dell’eufemismo consolatorio, della sfumatura gradevole travalica ogni confine, e nessun potere potrebbe mai farne a meno. I divertiti censori del PC di sinistra dovrebbero prima o poi farci sapere cosa ne pensano delle missioni di “peace keeping” che richiedono l’uso di bombardieri, dei licenziamenti chiamati “esuberi”, dei tagli ai servizi sociali chiamati “riforme”, dei reati chiamati “errori”, degli insulti chiamati “battute”, dei repubblichini chiamati “ragazzi”, dei pasticci societari coperti dalla tecnicamente inconsistente mitologia dell’”italianità”.

Quando Berlusconi rifiuta di definirsi antifascista (o meno) perché “ha da lavorare” o quando Giulio Tremonti ripete “Dio, Patria, Famiglia” l’impressione che danno queste frasi è quella del vuoto. Non è un’impressione erronea, ma dobbiamo ricordarci che ogni format è di per sé vuoto: l’esperienza lo troverà disponibile e invitante, e presto si incaricherà di riempirlo.

Da Repubblica del 2.10.2008

 

La prima premessa che mi sento di fare, benché risaputa da quei pochi che mi leggono abitualmente, è che sono contraria al politically correct. “Herstory” per “history” è semplicemente ridicolo, istericamente femminista nonché etimologicamente infondato, la ricorrente e prolissa specificazione di “studenti e studentesse” nei tadze-bao dell’università mi è sempre risultata pedante. Eppure non posso non riconoscere che certe forzature, che possono sembrare estreme e tirate per i capelli, sono la spia di un equilibrio mancato. Quell’aggiunta “e studentesse” ringhiata a denti stretti da ragazze mascoline e incazzate, imposta con piglio perentorio, è una rivendicazione. In Germania probabilmente sono già oltre questa fase: Student-en (“studenti”) più Student-innen (“studentesse”) si è mutato in un’unica parola, dal suffisso sincretico: StudentInnen, proprio scritta così, coll’infisso evidenziato in rosso: togliendolo, si legge “studenti”; mantenendolo, si legge “studentesse”. E’ un politically correct non più sentito come forzoso o ipocrita, non più percepito. Ciò che sentiamo – o non sentiamo – dentro quando una determinata parola viene pronunciata, è la traccia della tappa del cammino sociale che abbiamo raggiunto. Individualmente o come senso comune.

Mi infilo dunque per un attimo nel calderone della comunità, sebbene mi ripugnino le generalizzazioni o gli ossimori quali “senso comune”: come si può sentire tutti allo stesso modo? Eppure, c’è un filo sottile che unisce il nostro sentire, oggi, in Italia. Anche di quelli che come me si sentono dissidenti.

Qualche post fa, mi ribellavo ai divieti di usare la parola “negro”, o “frocio”. Era il corollario del mio no a “diversamente abile”, che confermo e ribadisco. Ma “negro” e “frocio” erano una provocazione. Quello che affermavo, in sostanza, si può riassumere in questi due punti:

  • Non si può prescindere dal contesto in cui una parola viene pronunciata e dall’intenzione: le parole sono segni, simboli in tutto e per tutto. Se sono irlandese e mi reco al cimitero dai miei cari estinti, le loro croci saranno di tipo celtico senza che ciò sia portatore di significati politici. Se la stessa croce celtica campeggia sul portone di un centro sociale di destra, in Italia, difficilmente sarà plausibile ricorrere a giustificazioni di tipo religioso. Allo stesso modo posso usare “frocio” coi miei amici gay perché sorretta da un rapporto di reciproca fiducia e in virtù di un codice comunicativo scherzoso ben definito e tutto nostro. E posso usare “negro” con chi mi conosce e sa come la penso, cioè che la parola in sé non mi pare offensiva, anzi la sento più schietta e mi sa di orgogliosa rivendicazione. Più che altro mi infastidisce che una parola così semplice, che solo indica il colore della pelle, sia oggi divenuta effettivamente dispregiativa per l’uso dispregiativo fattone per secoli.
  • Il politically correct, cioè “di colore” o “omosessuale”, non ha spessore se non è seguito dai fatti e da determinati comportamenti conseguenti, quali il rispetto per chi da queste definizioni è toccato. Star lì a usare le pinze linguistiche con i gay e poi dire che i loro diritti non sono prioritari non ha alcun valore.

 

Queste sono mie personali prese di posizione. Quello che mi preme ribadire è che io, dal basso del mio non contare nulla, e manco rappresentata in parlamento, esento dal diritto di usare termini con sfumature semantiche ormai inquinate chiunque occupi cariche istituzionali e abbia il dovere di usare un linguaggio chiaro e non affettivamente connotato, dacché si rivolge ad un pubblico fin troppo vasto e variegato, impossibilitato, poiché “massa”, a riconoscersi in un codice comunicativo in cui la sola parola non è sufficiente, ma richiede la fiducia reciproca e la personale conoscenza dell’interlocutore. Le istituzioni devono essere anonime, hanno il dovere del politically correct. Non sono nella posizione di poter operare scelte “stilistiche”: Quando Bossi parla di “fucili caldi”, non sono tenuta a conoscerlo personalmente e a decifrare “il suo modo”. Perché lui in quel momento non rappresenta se stesso. Quando un vigile urbano scrive sulla busta con gli effetti personali di un cittadino pestato a sangue senza alcuna ragione, “Emmanuel negro”, non ha il diritto di giustificarsi dicendo che “non sapendo il cognome [non hanno avuto il tempo di chiederglielo mentre gli spaccavano la faccia], era un modo per identificarlo”. Non ne hanno il diritto, perché le istituzioni sono tenute a usare un linguaggio che non abbia bisogno di contestualizzazione, parole la cui portata semantica sia ancora cristallina. Io che ho sostenuto quanto ho sostenuto, mai userei parole come “negro” o “frocio” in un articolo di giornale, in un discorso pubblico, o semplicemente con gente che non mi conosce. Questo perché so che i simboli mantengono lo stesso significante a lungo (la parte materiale del simbolo: il cartello stradale, il verde del semaforo, o nel nostro caso la sequenza di fonemi o quella delle lettere scritte), ma cambiano col tempo e coll’uso il significato, ovvero il messaggio che quel simbolo veicola. Hai voglia a dire che la svastica era per gli indusiti un simbolo sacro e ben augurante: oggi è interpretato da tutto il mondo in ben altro modo. La Germania ha cancellato un verso del suo inno, “Deutschland ueber alles”, perché dal Reich usato come slogan, benché quel verso non sia stato scritto in prima battuta con quelle intenzioni. Il senso comune di cui anche io faccio parte è la summa delle esperienze culturali comuni che porta a riconoscere la stessa prima accezione fondamentale di significato in un determinato simbolo, come il significato politico e di intolleranza della svastica,  che ognuno conosce. Il simbolo di per sé è innocente, ma per ciò che ci è stato versato dentro, non è più neutro, quindi non usabile in un contesto ampio. Anche la croce originariamente era un patibolo, ma portare al collo appesa a una catenina una ghigliottina non è la stessa cosa, evidentemente.

Ho scritto che le parole sono strumenti e lo ribadisco: strumenti che qualcuno, ben consapevole di tutto ciò, ha usato come coltelli per intagliare la nostra mente, per riempire il format dei loro bassi contenuti, delle loro semplificazioni piene di odio, dividendo, come dice Bartezzaghi, la società in “linee di forza”. No, non è parlar chiaro, il loro: è la creazione di categorie di pensiero in cui un popolo, o meglio “la ggente” possa facilmente riconoscere sé e il nemico, possa trovare un’identità comune contro “quegli altri” citati da Bartezzaghi.

Forse Bartezzaghi mi ha aiutato a capire la radice della mia antipatia per il politically correct: se da una parte il PS, accende le parole come insegne al neon, facendo degli individui o dalle categorie toccate da quelle definizioni quasi dei bersagli da colpire (ciò che Bartezzaghi ha felicemente definito “decisionismo linguistico”), dall’altra il PC le sbiadisce, appanna gli oggetti da esse designati, così che passino inosservate e innocenti ai nostri occhi: non guardate alla flessibilità (leggi precariato), guardate ai bamboccioni; non guardate al peace keeping (leggi guerra), guardate ai terroristi; non guardate ai ragazzi repubblichini (leggi fascisti), guardate ai clandestini; non guardate qui, guardate qui.

Ed ecco la nuova scala di priorità: non guardate a questioni di lana caprina come fascismo e antifascismo, guardate al lavoro che c’è da fare (in cima alla lista per importanza, un disegno di legge contro i graffitari, la nuova “emergenza”). Fino ad arrivare ancora oltre, a chi, ben conscio della portata del simbolo della parola “fascista” e delle conseguenze legali, pur di non disconoscere le proprie origini di fronte al proprio nero elettorato, riesce ad usare improbabili giochi di negazioni reciproche come anti-anti-fascista. Essere “contro” è più facile e meno rischioso che essere “per”: quindi se sono “per” è meglio non dirlo e dichiararmi piuttosto “contro-contro”.

Alla faccia del parlar chiaro.

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I cinque sensi e ciambelloni parlanti

 

Il mio amico Henning trovava molto comico il verbo sentire, poiché dopo averne fatto la prima conoscenza nel significato di “udire“, ha dovuto scoprire con suo sommo stupore e divertimento che si applicava anche alla sfera olfattiva (“senti che odore”), a quella tattile (“senti com’è liscio”), a quella gustativa (“senti che buono”).

Nessuna meraviglia dello stupore di Henning, quandi si pensi che il tedesco ha un verbo diverso per ogni percezione sensoriale: “hoeren” per quella uditiva, “riechen” per quella olfattiva, “fuehlen” per quella tattile, e “schmecken” per quella gustativa. Il tedesco è una lingua molto distintiva, molto più dell’italiano, nel quale solo il senso della vista ha un suo verbo specifico, e a tutti gli altri è assegnato un generale “percepire coi sensi”. In italiano il verbo “sentire” non si riferisce solo ai cinque sensi, ma anche… “al sesto”, vale a dire “percepire con la mente, giudicare”; in tedesco, dove i Sinne sono per l’appunto i cinque sensi, il verbo “sinnen” ha solo quest’ultimo significato di “percepire con la mente, giudicare, soppesare”.

Questo esempio è una delle possibili dimostrazioni del fatto che la lingua non è un repertorio di parole traducibili 1:1, e che i traduttori elettronici (neppure il Babelfish!) non saranno mai in grado di sostituire interpreti, e che ci sarà – volesse il Cielo – sempre bisogno di insegnanti di lingue in carne ed ossa, imperfetti ed irrazionali come le lingue che parlano.

Ma torniamo al nostro “sentire”: si è visto come il primo e più importante significato appreso da Henning sia stato quella di “udire”, e per questo abbia trovato divertente le altre applicazioni, ma d’altra parte, riflettendoci, chiunque di noi, interrogato sul significato di “sentire”, darebbe come prima questa definizione senza pensarci su. Si direbbe che in italiano esista un rapporto privilegiato fra l’udire e il comprendere, come se l’udito fosse il più importante dei cinque sensi, tant’è vero che “sentire” vale anche per il tedesco “sinnen”, comprendere con l’intelletto.

L’altra sera, a cena a casa delle famiglia del mio compagno, il nonno, vedendo che prendevo una seconda fetta di ciambellone, mi ha chiesto  “hai inteso quant’è bono?” !!!! Intendere,  un altro verbo che vale per “comprendere” e funziona anche per “udire”, qua addirittura assume tanta importanza che si estende secondariamente anche alla sfera gustativa! Ho avvicinato l’orecchio alla fetta e ho detto “no, non sento niente”; lui ha fatto lo stesso e ha detto “neanche io”, e giù a ridere. Anche perché il nonno è quasi sordo.

L’udito dunque come canale privilegiato per comprendere…. curioso! Specie dal momento che ogni giorno che passa mi rendo conto che la gente non sa ascoltare. Davvero, è una specie di malattia contagiosa che mina il nostro vivere sociale: la gente parla, parla, parla, e quando arriva il momento di ascoltare…. se ne va. Cambia discorso. Ti interrompe continuando il proprio sproloquio ignorandoti. Ogni volta sono colta dalla tentazione di uscirmene con quella vecchia provocazione: “sai perché abbiamo due orecchie e una sola bocca?”. Ma poi me ne resto lì ad annuire sconsolata, sperando che il cattivo interlocutore si tolga presto dai piedi.

Ah, un’ultima cosa: quando parliamo, il nonno corruga la fronte e si sporge verso di noi cercando di cogliere ben bene i movimenti labiali.

Lui lo sa quant’è importante ascoltare.

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