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Il senso delle parole

Per questo amo la lingua: basta cerare tra le pieghe e spesso è lì che si annida la soluzione. Per Michela Biancofiore, “se i contestatori lo conoscessero, regnerebbe 100 anni”. Ecco, lui non governa, lui regna. sta tutta qui la cifra stilistica del berlusconismo. E i suoi elettori e i suoi alleati non sono tali, ma sudditi. Comincio a pensare che oltre ai retaggi di fascismo questo paese sia rimasto ancora invischiato in qualche forma di feudalesimo.

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pout-pourri

Queste righe sono per i pochi affezionati ed ostinati visitatori che ancora ripongono un po’ di fiducia nella mia capacità di gestire il mio tempo: vi annuncio che non avendo io letto l’apposito manuale “come riuscire a coltivare i propri interessi con un bimbo in età esplorativa in giro per casa”, non credo che questo post inaugurerà un nuovo periodo fertile di scrittura sul blog, ma mai mettere limiti alla provvidenza.
Flavio – e qui veniamo agli aggiornamenti familiari – ha compiuto da poco un anno, ancora non cammina ma gattona alla velocità dellla luce, su e giù per le scale, su e giù dal letto, su e giù dal camino, dietro ai gatti, si arrampica sul divano e in generale per arrivare dove i suoi 76 centimetri non gli consentono mette in atto strategie tipo spostare scatoloni occasionali in giro per casa e usarli come scalini. Ha una vera passione per le prese (ed in questo non è molto originale), cavi elettrici che ama staccare dall’elettrodomestico e mettersi in bocca quando sono ancora attaccati alla presa – il che conferisce alla sua lingua quel leggero friccichio che dà sapore alla giornata di un bambino – coltiva una misurata indifferenza nei confronti di tutto ciò che abbia le sembianze di un inoffensivo e rassicurante giocattolo per la sua età, ed in compenso si approprierebbe volentieri di quelli del padre o di coltelli e utensili da cucina. Capirete dunque che la mia occupazione principale, in questa fase del suo sviluppo, è far sì che arrivi vivo a sera, incorrendo in frequenti ed offesi pianti di frustrazione causati dai miei interventi deprivativi. Proprio in uno dei rari momenti in cui magari mi sto rilassando cinque minuti al computer mi suona nella testa un campanellino d’allarme che mi spinge a domandarmi per l’appunto come mai mi stia rilassando e non lo senta: allora lo cerco e lo trovo che sta mangiando i croccantini dei gatti (che gli vanno di traverso e gli fanno vomitare tutto il pranzo che io ho preparato con amore e lui ha mangiato controvoglia per farmi un favore), svuotando il vaso della pachira e spargendo la terra per tutto il salone, aggrappandosi al suddetto vaso molto pesante che venne rialzato al tempo in cui non ci arrivava e ora sarebbe forse tempo di rimettere giù se non voglio che lo seppellisca, eccetera, eccetera, eccetera.

Potrei continuare con l’elenco, ma anche se ogni bambino è speciale ed unico per sua madre, in realtà queste sono dinamiche che sono noiose per chiunque abbia figli perché le conosce fin troppo bene, e per chi non ne ha perché semplicemente non gli interessano.
Dirò solo che, anche se non voglio pasasre per la mamma patinata, rilassata, con la piega, truccata e depilata delle pubblicità (e che mi vedesse non avrebbe dubbi che non lo sono), mi sento molto a mio agio nel mio ruolo di madre, che ha sconvolto la mia vita infinitamente più di quanto avrei potuto immaginare: e questo sconvolgimenti me lo godo al 100%, anche nei momenti più difficili, che sono inevitabili. E’  che in fondo in fondo non è che mi convinca molto questa idea diffusa di poter fare tutto, lavorare e fare la mamma,  per cui non mi dispiace troppo che quella remota possibilità di insegnare in una nuova scuola di lingue (che avrebbe dovuto aprire a gennaio, ma che è esistita solo nella dimensione del condizionale passato) sia sfumata. Boh, lo so che non si campa di “soli” figli, però in una società in cui bimbi che ancora non stanno in piedi da soli vengano buttati giù dal letto all’alba, imbacuccati in pieno inverno, quando fuori ancora è buio, e parcheggiati in qualche nido, l’idea che mio figlio possa svegliarsi alle 10, vivere i propri ritmi naturali e trovare una mamma tranquilla (beh, oddio, questo dipende un po’ dai giorni… diciamo trovare una mamma, con tutti i suoi limiti e tanta buona volontà), che non sta scappando e magari è ancora in pigiama (come ora) e disposta a giocare sul tappeto con lui, insomma che non venga costretto anzi tempo a vivere i ritmi forsennati che sono estenuanti anche per noi adulti, mi sembra la cosa più sensata del mondo. Sento che sto… rallentando. Invecchiando, anzi, a rigor di logica ringiovanendo, perché sto andando indietro nel tempo:  un occhio mi guardo il marmocchio, e  l’altro ai biscotti che sto preparando, alla pasta all’uovo che sto impastando, al maglione che sto facendo, o alla macchina da cucire che ho appena comprato facendomi prendere per il culo da tutti i negozianti che nel dirmi che non hanno stoffe mi fanno notare che mi è venuto il ghiribizzo di mettermi a cucire quando non lo fa più nessuno. Insomma, i capelli bianchi già ci sono: basta smettere di tingerli e di farmi la ceretta, e la trasformazione in mia nonna sarà davvero completa. Mi sono messa persino a fare lo yoghurt fatto in casa. Ci sono momenti in cui penso che potrei davvero non andare a lavorare mai più (e perché sia chiaro, non sono tra coloro che ritengono che il lavoro nobiliti l’individuo a prescindere, e non me ne vergogno) e mettermi a cucire, sferruzzare e vendere qualche stupidaggine su ebay o al mercatino del paese. E magari piantare qualche pianta di  pomodori nei vasi, mettere un paio di galline in terrazzo e raggiungere così l’autarchia. Ho capito che nelle decrescita io ci sguazzo.

Ma forse è solo l’effetto del caffè che ho appena preso e che è l’unica droga che oramai mi concedo.

Ora del tutto gratuitamente aggiungerò qui di seguito alcune riflessioni senza alcuna connessione con quanto scritto sopra, decontestualizzate e del tutto avulse le une dalle altre. Perdonatemi, ma ho già provato a farmi invitare da Fazio e Saviano o a chiamare Ballarò, ma pare che per sparare cazzate sulla Rai in prima serata occorra un ruolo istituzionale, quindi mi tocca accontentarmi del mio piccolo pulpito.

Ecco il mio elenco di cose che volevo dire. Cominciamo.

Non ne posso più dei vecchi pescecani che mettono su trasmissioni per grandi con bambini che scimmiottano i grandi, cantano Michael Jackson con la mano sul pacco, o gorgheggiano di capelli imbiancati in “perdere l’amore”, o pongono domande impertinenti, fintamente ingenue e in realtà piene di adulta malizia a disgustosi personaggi dello showbiz.Poco fa in uno stacco pubblicitario ho visto la Gregoraci e Briatore pericolosamente vicini ad un gruppetto di bambini, io che gli toglierei pure il loro. Ma non ci vedete una vena pedopornografica in questo? Ma perché dei bambini devono recitare i bambini che recitano i grandi in tv? Ma non si usa più mettersi le scarpe e le collane della mamam davanti allo specchio dell’ingresso?

Ora che Il Giornale ha cominciato a demolire la Carfagna a colpi di poster del tempo in cui era più nota da dietro, mi pento di aver fatto altrettanto (per quanto, lo confesso, la maggior parte delle visite al mio blog vengono dalla chiave di ricerca “culo Carfagna”, cosa che non mi fa onore). Non è che ora lei sia diventata la mia eroina, è solo che avevano ragione i greci nel cogliere il valore catartico della rappresentazione dei vizi sul palco: quando vedi i tuoi errori da una certa distanza, ne cogli meglio la portata, e l’operazione ha un sapore vagamente masculo-squadrista, ed è davvero brutto che un’altra donna vi si associ. Ad ogni modo, tornando al gossip, come lo chiama il presidente telefonatore, lo so bene che dietro ai principii ci sarà senz’altro un’altra grossa fetta di torta da sbafarsi, ma devo ammettere che mi lascia abbastanza di sasso che ad alzare la testa sia stata proprio la pupilla, che si sia ribellata al suo pigmalione politico proprio colei che gli doveva tutto: dopo la Gelmini è davvero l’ultima da cui me lo sarei aspettato. Si vede proprio che quando la nave affonda le tope i topi si mettono in salvo. Ora manca solo che lo abbandoni anche Bondi ed è davvero finita.

Partito della libertà, Sinistra, ecologia e libertà, Futuro e libertà… c’è un’epidemia di libertà nei nomi di partiti: mi pare un’insistenza un po’ sospetta su un concetto che dovrebbe essere scontato. Un po’ come chiamare un partito “democratico”.

Detesto il termine “indignato” (ancora di più “speciale”) e chi si indigna. Ci si indigna a destra e a manca, è indegno.

Detesto anche tutto questo shock, spesso chiamato anche choc (che amo solo in forma di quadratini fondenti). Scioccarsi per ogni cosa è sciocco, oltre che linguisticamente di cattivo gusto.

Infine, veniamo alla nota linguistica di alibi per scrivere su questo blog.  E’ ora di urlarlo a chiare lettere al mondo intero: “piuttosto che” non è sinonimo di “o”, non è una congiunzione disgiuntiva, introduce il secondo termine di paragone negativo, eccheccazzo! Se stasera mangio la carne piuttosto che il pesce, decido di mangiare carne, non uno o l’altro indifferentemente! Tra l’altro il suo valore comparativo è trasparente già nella forma “più tosto”, “preferibilmente”. Qualcuno potrà obiettare che questo blog si proponeva di non essere prescrittivo o sanzionatorio, ma questo non è un errore in buona fede, una di quelle deviazioni che la lingua prende come un corso d’acqua che segua la conformazione del terreno e si scavi da sé il suo letto, no, no! Questa è una di quella odiose dighe artificiali che servono per darsi un tono, un antipatico latinorum, un po’ come l’abusatissima e pleonasticissima locuzione “quelli che sono” per amplificare il nome che segue, anzi per dilatare inutilmente la frase: si è discusso di quelle che sono le problematiche. E lo stesso dicasi per l’appunto del termine “problematica” in luogo del semplice “problemi”. Già è difficile risolvere i problemi, poi qua i problemi sono spariti, ci sono solo le problematiche, che sono gruppi, anzi SISTEMI di problemi. Non ne usciremo vivi.

Bene, ora posso tornare a tacere per i prossimi 6 mesi.

E voi come state? 🙂

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L’agente assente

Per insegnarle a capire la struttura della frase latina,  alla ragazza cui do ripetizioni di latino insegno a fare previsioni sugli elementi logici della frase che è lecito attendersi a partire da un altro elemento.

Che so, per esempio: partendo dal verbo, se questo è transitivo è facile aspettarsi un complemento oggetto, quindi andare a cercare l’accusativo.  Se trovo “Cesare diede”, vado a cercarmi quello che diede. E  poi a chi lo diede, quindi un dativo, e così via. Partire dalla logica per scremare le forme e scartare altre ipotesi: così non bisogna scervellarsi su tutte le possibili alternative che una desinenza latina può presentare.

L’altra volta, parlando dei verbi passivi, le dicevo appunto di andare a cercare il complemento d’agente. Perché la frase passiva è un po’ una forzatura, no?

Simona fumava dieci sigarette al giorno

contro

Dieci sigarette al giorno erano fumate da Simona

 Ogni trattato di sterili esercizi grammaticali di trasformazione non ci troverebbe niente da dire, eppure la seconda frase è ridicola: le sigarette non fanno proprio niente, è il complemento d’agente che,  appunto, agisce. Per questo si chiama anche “soggetto logico“. Bisogna davvero cercarlo, perché una frase senza soggetto non esiste: al limite è sottinteso.

Oggi leggendo

 “Mills fu corrotto”

mi sono sentita confusa: dov’è il soggetto logico?

Questo processo è proprio come una frase sospesa: non ha alcun senso.

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La battaglia delle parole: un articolo di Bartezzaghi

Qualche giorno fa è apparso su R2 di repubblica questo interessante articolo di Bartezzaghi, che manco a farlo apposta tocca una tematica che mi sono trovata più volte ad affrontare in questo blog, negli ultimi mesi: il politicamente corretto. Qui contrapposto però al suo opposto, il politicamente scorretto, in una battaglia delle parole che rischia di lasciare sul campo molto più che qualche sfumatura semantica. Rimando il mio commento alla fine dell’articolo, di modo che possiate agevolmente ignorarlo. Vi invito però a leggere l’articolo, ricco di spunti di riflessione ad ogni rilettura. Le parole che usiamo sono importanti. E usate da qualcuno che ha a sua disposizione un grande uditorio lo sono ancora di più.

 

L’era del politicamente scorretto

Le conseguenze del vocabolario egemone instaurato dalla destra

di Stefano Bartezzaghi

 

E quindi, pane al pane e negro al negro? Il vergognoso incidente di Parma – con i vigili urbani a cui, come scrive l’inviato di Repubblica, “scappa la frizione” – mette in primo piano gli effetti pratici delle campagne politiche e mediatiche sulla sicurezza. Ha anche risvolti linguistici non marginali, però, poiché mostra cosa stia in fondo all’ideologia così apparentemente pacifica del “parlare chiaro”. Del resto, la stessa crescente brutalità dei tutori dell’ordine, gli stessi “incidenti” capitati in città anche ritenute civilissime come Parma e Ferrara (dove in questura tre anni fa mori Federico Aldrovandi), sono un effetto neppure troppo distorto di espressioni linguistiche d’ordine come “tolleranza zero” martellate a ogni dichiarazione ai tg.

Parole che plausibilmente si traducono in istruzioni o quanto meno contribuiscono a creare un clima. Distinguere le parole dai fatti non è così agevole quando i fatti le parole lo diventano.

La categoria dei format produttori di consenso, individuata recentemente da Edmondo Berselli, andrà estesa anche a quelle abitudini linguistiche che si stanno affermando in maniera quasi impercettibile: un consenso fondato su un apparente buonsenso, divenuto opinione pubblica e cioè senso comune grazie ad alcuni semplici schemi. Lo schema è appunto il format: apparentemente serve a organizzare l’esperienza, ma in realtà la precede e la costruisce.

I linguisti hanno incominciato a studiare il linguaggio “politicamente corretto” (PC), ed è senso comune che il PC sia la malattia principale della comunicazione italiana odierna. Il PC imporrebbe di usare caute perifrasi, di chiamare le cose non con il loro nome ma con eufemismi codificati e aggiornati in continuazione (“handicappato”, poi “disabile”, poi “diversamente abile”, poi chissà). Quanto questa diffusa convinzione sul PC abbia a che fare con l’esperienza che chiunque può fare, nella vita quotidiana o leggendo giornali e guardando la tv, è misterioso. In Italia il PC non ha mai prodotto norme, penalizzazioni, censure giudiziarie, amministrative e neanche sociali, come invece è accaduto negli Stati Uniti. Gli esempi clamorosi di PC sono infatti tutti americani, per esempio la proposta sostituzione di “herstory” a “history” (storia) in quanto “history” contiene il pronome maschile “his”. In Italia nessuno pare turbato dal fatto che “storia” contenga la sillaba “’sto”, che spesso abbrevia gergalmente il dimostrativo “questo” (maschile: “’sto pezzo di imbecille”), e nessuna campagna per la correttezza di gender ha mai proposto di sostituire “storia” magari con “staria”. In Italia, piuttosto, un ministro vergò su carta intestata del suo ministero la parola “culattoni”: se il tribunale del PC fosse stato così potente ed efficiente non sarebbe stato privo di conseguenze e neppure possibile. Per PC, in Italia, si intende una cosa diversa: il linguaggio che si sforza di distinguere, frequentare sfumature anziché raggruppare e pensare per categorie già formattate altrove, magari offensive per gli interessati. Chi userebbe la parola “zingaro” solo cantando un vecchio successo di Nicola di Bari è peraltro meno propenso a bere la panzana che “gli zingari rubano i bambini”: bravo, e ben documentato; ma è meglio che sia altresì consapevole di essere fuori dal senso comune. Il senso comune, come ha messo in chiaro oltre a Berselli Michele Serra, non ama le distinzioni e la complessità, ma ama le categorie-format e la semplificazione.

E’ probabile che il vero problema del linguaggio pubblico italiano invece che il PC sia proprio il suo contrario, il PS (Politicamente Scorretto): quel decisionismo linguistico che mette o rimette in circolazione termini bruschi e immediati, parole-ringhio e turpiloquio. Oggi “comunisti”, per dirne una, è un termine che non ha più una definizione semantica possibile: è puramente pragmatico. Il richiamo alla classica dottrina economica, politica e sociale è presente solo in gruppi minoritari all’interno della sinistra radicale e antagonista (minoritaria essa stessa). Chi si definisce “comunista”, oggi, perlopiù usa il lessico di una tradizione politica italiana che si è progressivamente allontanata dalle sue radici ottocentesche. Chi definisce “comunista”, oggi, la ben più consistente opposizione di centrosinistra (a cui vengono sommati giornalisti, magistrati, showman e a volte anche allenatori di calcio) sta usando la parola come se fosse una sberla. Da “fannullone”, a “froci”, passando però anche per termini compassionevoli come “poveri” o apparentemente neutri come “gente”, il vocabolario oramai egemone della destra e della maggioranza dei mass-media non si dà preoccupazioni di esattezza tassonomica, ma divide la società secondo linee di forza e fronti di scontro fra un “noi” sempre mutevole (noi gente di buon senso, noi contribuenti tartassati, noi maschi, noi mariti, noi che lavoriamo) e un “quegli altri” sempre generico. Non è anche il modo di salvare le aziende disastrosamente governate? Si costruisce una “good company” di virtù e si scaricano i vizi in una “bad company”. In questo format il centrosinistra e le diverse appartenenze culturali che lo sostengono, magari anche un po’ di malavoglia, costituiscono indistintamente la bad company della politica e della società italiana.

Sarebbe infine sbagliato, però, concludere che il PC è di sinistra e il PS di destra. L’arte del distinguo raffinato, dell’eufemismo consolatorio, della sfumatura gradevole travalica ogni confine, e nessun potere potrebbe mai farne a meno. I divertiti censori del PC di sinistra dovrebbero prima o poi farci sapere cosa ne pensano delle missioni di “peace keeping” che richiedono l’uso di bombardieri, dei licenziamenti chiamati “esuberi”, dei tagli ai servizi sociali chiamati “riforme”, dei reati chiamati “errori”, degli insulti chiamati “battute”, dei repubblichini chiamati “ragazzi”, dei pasticci societari coperti dalla tecnicamente inconsistente mitologia dell’”italianità”.

Quando Berlusconi rifiuta di definirsi antifascista (o meno) perché “ha da lavorare” o quando Giulio Tremonti ripete “Dio, Patria, Famiglia” l’impressione che danno queste frasi è quella del vuoto. Non è un’impressione erronea, ma dobbiamo ricordarci che ogni format è di per sé vuoto: l’esperienza lo troverà disponibile e invitante, e presto si incaricherà di riempirlo.

Da Repubblica del 2.10.2008

 

La prima premessa che mi sento di fare, benché risaputa da quei pochi che mi leggono abitualmente, è che sono contraria al politically correct. “Herstory” per “history” è semplicemente ridicolo, istericamente femminista nonché etimologicamente infondato, la ricorrente e prolissa specificazione di “studenti e studentesse” nei tadze-bao dell’università mi è sempre risultata pedante. Eppure non posso non riconoscere che certe forzature, che possono sembrare estreme e tirate per i capelli, sono la spia di un equilibrio mancato. Quell’aggiunta “e studentesse” ringhiata a denti stretti da ragazze mascoline e incazzate, imposta con piglio perentorio, è una rivendicazione. In Germania probabilmente sono già oltre questa fase: Student-en (“studenti”) più Student-innen (“studentesse”) si è mutato in un’unica parola, dal suffisso sincretico: StudentInnen, proprio scritta così, coll’infisso evidenziato in rosso: togliendolo, si legge “studenti”; mantenendolo, si legge “studentesse”. E’ un politically correct non più sentito come forzoso o ipocrita, non più percepito. Ciò che sentiamo – o non sentiamo – dentro quando una determinata parola viene pronunciata, è la traccia della tappa del cammino sociale che abbiamo raggiunto. Individualmente o come senso comune.

Mi infilo dunque per un attimo nel calderone della comunità, sebbene mi ripugnino le generalizzazioni o gli ossimori quali “senso comune”: come si può sentire tutti allo stesso modo? Eppure, c’è un filo sottile che unisce il nostro sentire, oggi, in Italia. Anche di quelli che come me si sentono dissidenti.

Qualche post fa, mi ribellavo ai divieti di usare la parola “negro”, o “frocio”. Era il corollario del mio no a “diversamente abile”, che confermo e ribadisco. Ma “negro” e “frocio” erano una provocazione. Quello che affermavo, in sostanza, si può riassumere in questi due punti:

  • Non si può prescindere dal contesto in cui una parola viene pronunciata e dall’intenzione: le parole sono segni, simboli in tutto e per tutto. Se sono irlandese e mi reco al cimitero dai miei cari estinti, le loro croci saranno di tipo celtico senza che ciò sia portatore di significati politici. Se la stessa croce celtica campeggia sul portone di un centro sociale di destra, in Italia, difficilmente sarà plausibile ricorrere a giustificazioni di tipo religioso. Allo stesso modo posso usare “frocio” coi miei amici gay perché sorretta da un rapporto di reciproca fiducia e in virtù di un codice comunicativo scherzoso ben definito e tutto nostro. E posso usare “negro” con chi mi conosce e sa come la penso, cioè che la parola in sé non mi pare offensiva, anzi la sento più schietta e mi sa di orgogliosa rivendicazione. Più che altro mi infastidisce che una parola così semplice, che solo indica il colore della pelle, sia oggi divenuta effettivamente dispregiativa per l’uso dispregiativo fattone per secoli.
  • Il politically correct, cioè “di colore” o “omosessuale”, non ha spessore se non è seguito dai fatti e da determinati comportamenti conseguenti, quali il rispetto per chi da queste definizioni è toccato. Star lì a usare le pinze linguistiche con i gay e poi dire che i loro diritti non sono prioritari non ha alcun valore.

 

Queste sono mie personali prese di posizione. Quello che mi preme ribadire è che io, dal basso del mio non contare nulla, e manco rappresentata in parlamento, esento dal diritto di usare termini con sfumature semantiche ormai inquinate chiunque occupi cariche istituzionali e abbia il dovere di usare un linguaggio chiaro e non affettivamente connotato, dacché si rivolge ad un pubblico fin troppo vasto e variegato, impossibilitato, poiché “massa”, a riconoscersi in un codice comunicativo in cui la sola parola non è sufficiente, ma richiede la fiducia reciproca e la personale conoscenza dell’interlocutore. Le istituzioni devono essere anonime, hanno il dovere del politically correct. Non sono nella posizione di poter operare scelte “stilistiche”: Quando Bossi parla di “fucili caldi”, non sono tenuta a conoscerlo personalmente e a decifrare “il suo modo”. Perché lui in quel momento non rappresenta se stesso. Quando un vigile urbano scrive sulla busta con gli effetti personali di un cittadino pestato a sangue senza alcuna ragione, “Emmanuel negro”, non ha il diritto di giustificarsi dicendo che “non sapendo il cognome [non hanno avuto il tempo di chiederglielo mentre gli spaccavano la faccia], era un modo per identificarlo”. Non ne hanno il diritto, perché le istituzioni sono tenute a usare un linguaggio che non abbia bisogno di contestualizzazione, parole la cui portata semantica sia ancora cristallina. Io che ho sostenuto quanto ho sostenuto, mai userei parole come “negro” o “frocio” in un articolo di giornale, in un discorso pubblico, o semplicemente con gente che non mi conosce. Questo perché so che i simboli mantengono lo stesso significante a lungo (la parte materiale del simbolo: il cartello stradale, il verde del semaforo, o nel nostro caso la sequenza di fonemi o quella delle lettere scritte), ma cambiano col tempo e coll’uso il significato, ovvero il messaggio che quel simbolo veicola. Hai voglia a dire che la svastica era per gli indusiti un simbolo sacro e ben augurante: oggi è interpretato da tutto il mondo in ben altro modo. La Germania ha cancellato un verso del suo inno, “Deutschland ueber alles”, perché dal Reich usato come slogan, benché quel verso non sia stato scritto in prima battuta con quelle intenzioni. Il senso comune di cui anche io faccio parte è la summa delle esperienze culturali comuni che porta a riconoscere la stessa prima accezione fondamentale di significato in un determinato simbolo, come il significato politico e di intolleranza della svastica,  che ognuno conosce. Il simbolo di per sé è innocente, ma per ciò che ci è stato versato dentro, non è più neutro, quindi non usabile in un contesto ampio. Anche la croce originariamente era un patibolo, ma portare al collo appesa a una catenina una ghigliottina non è la stessa cosa, evidentemente.

Ho scritto che le parole sono strumenti e lo ribadisco: strumenti che qualcuno, ben consapevole di tutto ciò, ha usato come coltelli per intagliare la nostra mente, per riempire il format dei loro bassi contenuti, delle loro semplificazioni piene di odio, dividendo, come dice Bartezzaghi, la società in “linee di forza”. No, non è parlar chiaro, il loro: è la creazione di categorie di pensiero in cui un popolo, o meglio “la ggente” possa facilmente riconoscere sé e il nemico, possa trovare un’identità comune contro “quegli altri” citati da Bartezzaghi.

Forse Bartezzaghi mi ha aiutato a capire la radice della mia antipatia per il politically correct: se da una parte il PS, accende le parole come insegne al neon, facendo degli individui o dalle categorie toccate da quelle definizioni quasi dei bersagli da colpire (ciò che Bartezzaghi ha felicemente definito “decisionismo linguistico”), dall’altra il PC le sbiadisce, appanna gli oggetti da esse designati, così che passino inosservate e innocenti ai nostri occhi: non guardate alla flessibilità (leggi precariato), guardate ai bamboccioni; non guardate al peace keeping (leggi guerra), guardate ai terroristi; non guardate ai ragazzi repubblichini (leggi fascisti), guardate ai clandestini; non guardate qui, guardate qui.

Ed ecco la nuova scala di priorità: non guardate a questioni di lana caprina come fascismo e antifascismo, guardate al lavoro che c’è da fare (in cima alla lista per importanza, un disegno di legge contro i graffitari, la nuova “emergenza”). Fino ad arrivare ancora oltre, a chi, ben conscio della portata del simbolo della parola “fascista” e delle conseguenze legali, pur di non disconoscere le proprie origini di fronte al proprio nero elettorato, riesce ad usare improbabili giochi di negazioni reciproche come anti-anti-fascista. Essere “contro” è più facile e meno rischioso che essere “per”: quindi se sono “per” è meglio non dirlo e dichiararmi piuttosto “contro-contro”.

Alla faccia del parlar chiaro.

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lapsus freudiano

Questa la definizione datane da Wikipedia:

L’espressione si riferisce ad un errore apparentemente casuale, bizzarro o privo di senso (inclusi errori linguistici e vuoti di memoria) che, secondo la teoria freudiana, il soggetto compie sull’impulso di un’istanza inconscia e che diventa il canale per esprimere pensieri che altrimenti la censura, legata alla coscienza vigile, rimuoverebbe.

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Emergenze

 

disegno di un bambino di Ponticelli

 

Un dizionario della frequenza d’uso collegato alla bocca dei nostri politici (che almeno vi sia collegato qualcosa!) fornirebbe – credo – risultati interessanti sull’incidenza della parola emergenza. Nei TG essa si accompagna ultimamente a musichette inquietanti e compare in sintagmi con le parole “ROM” e “rifiuti”.

Vale la pena andare ad investigare cosa ci dica il DELI riguardo alla storia della parola e la sua sfera semantica.

emergenza: s.f.  ‘circostanza o eventualità imprevista, spec. pericolosa’ (1667, V. Siri: LN XIX (1958 ) 40)

  • Vc. dotta, lat. emergere, opposto a mergere ‘affondare’ (d’orig. indoeuropea). La voce emergenza è attestata dal XVII sec.: “I vocabolari italiani ne danno esempi fin dal Settecento, con un passo del Salvini registrato anche dalla Crusca: “la congiuntura de’ tempi e delle emergenze“; e cercando bene si troverebbe sicuramente anche qualche esempio anteriore. Dopo, lo troviamo adoperato di tanto in tanto: “La Nazione” del 6 giugno 1889 asseriva che ‘in qualunque grave emergenza, in ogni evento decisivo del paese, Camillo Benso di Cavour vide acutamente…’. In tutti questi casi, tuttavia, il significato è sempre quello di ‘circostanza, per lo più seria, che interviene inaspettatamente’. Il passo ulteriore che la parola ha fatto, è quello di ‘urgente necessità, pericolo’. E non c’è dubbio che su questo significato ha influito l’analogo uso inglese [emergency]: si sa che gli inglesi usano molto la litote eufemistica e si capisce che invece di dire ‘allarme, pericolo’ abbiano adoperato, per velare un po’ le cose, una parola più blanda. Teoricamente, è un emergere anche quello del numero che fa vincere cento milioni alla lotteria; ma ormai ci siamo abituati a chiamare emergenze solo quelle gravi, piene di pericoli, e adesso che la parola si è messa su questa strada, è difficile fermarla, tanto più che la locuzione stato d’emergenza è stata ufficialmente adoperata” (Migliorini, Profili)

Aveva ragione da vendere, il buon Migliorini. Infatti la parola, su quella strada, non solo non si è fermata, e suona più grave di “pericolo” (forse anche per l’assonanza con “urgenza”) ma ha addirittura acquisito il magico potere di creare delle emergenze laddove non ci sono, di creare allarmismo. La sola evocazione della parola è in grado di creare l’emergenza stessa. Dove prima c’erano dei problemi, gravi che siano ma gestibili con un po’ di sano buon senso, ora c’è lo stato d’ emergenza.

Allo stesso tempo, però, pare che la parola sia tornata al suo significato etimologico primario, ovvero di “cosa che emerge“. Non proprio inaspettatamente come vuole la definizione, però.

Io ad esempio un po’ me l’aspettavo, e precisamente dalla scorsa legislatura, dall’omicidio Reggiani, da quando il buon Walter Sepoffà (e infatti poi “si fece”), dopo 7 anni da primo cittadino di Roma, si accorse improvvisamente della presenza di campi nomadi a Roma. O dovrei forse dire si accorse di quanto fosse comodo farli “emergere“? Doveva scrollarsi di dosso l’aura di “buonismo” (altra parola molto di moda) di quelle checche arcobaleno, sempre pronte a difendere il “diverso”. E così, un giorno di dicembre, gli zingari sono emersi, come tanti zombie con le mani protese verso il nostro sacrosanto benessere fatto di portoncini blindati, videotelefonini e suv. Prima stavano rintanati nelle catacombe, forse, poi sono emersi.

O che stessero magari sepolti dai cumuli di spazzatura napoletana di locazione, ma italiana ed europea di provenienza? Interra oggi, interra domani, la monnezza emerge, oh! E magari con essa pure questi rifiuti umani, questi reietti, gente senz’anima e senza Dio, che ruba i bambini biondi a quelli col portoncino blindato e col suv.

Per fortuna da quando il Mensch ha scoperto il fuoco, questo ha risolto tanti problemi pratici: un mucchietto di cenere, pure buono per concimare, ed ecco che l’emergenza sparisce. Si può risommergere. Gli amici di Adolfo l’avevano ben capito, ed infatti il fuoco bruciava giorno e notte nei loro campi di lavoro. Quel lavoro che “rende liberi”. E liberi uscivano infatti in ampie volute di fumo, dai comignoli dei forni.

In quei forni bruciavano anche gli zingari e gli omosessuali, non solo gli ebrei. Ma questo non emerge mai. Quel fuoco purificatore ha purificato e reso innocente ed intoccabile per l’eternità solo un popolo, quasi fosse una questione privata e non l’aberrazione per eccellenza, quella di considerare che “Dio è con noi”, e contro gli altri. Non abbiamo imparato nulla dell’uomo e degli orrori che può compiere verso i propri simili, scientemente, senza neanche quella giustificazione dell’istinto che hanno gli altri animali.

Emergenze  ‘quelle gravi, piene di pericoli’, dice il Migliorini.

Certo, come anch’io so bene, non è piacevole constatare che dopo un incontro ravvicinato con lo zingarello ti manca il portafogli, e qualche volta col rodimento di culo che ti ritrovi tendi pure a dimenticare che quel ragazzino dovrebbe stare a scuola, e che non ti è venuto in mente di avvertire la polizia se non quando hai notato che veniva tolto a te il portafogli, mentre a lui veniva rubato il futuro.

Però parlando di sicurezza  mi sento molto più insicura ora a girare per strada nel timore che le mie gonne stile gitano incorrano nel “sospetto” di quei retti vigilantes della vera italianità, fatta di uomini timorati di Dio che non stuprano le donne, non investono i bambini, non ruberebbero nemmeno una caramella.

Nel giro di pochi giorni, la mia città ha sperimentato un raid ad un negozio gestito da immigrati regolari, un’aggressione ad un giovane dee-jay gay reo di essere tale, infine una spedizione punitiva neo-fascista ai danni di un gruppo di ragazzi che all’Università stavano attacchinando sui manifesti del convegno di Forza Nuova sulle Foibe, che il rettore Frati ha avuto il buon senso di annullare. Senza contare l’episodio di Verona. Mi domando se ce ne sia abbastanza per proclamare lo “stato d’emergenza“, l”emergenza grave, piena di pericoli’. Ah, no, giusto! Questi sono solo dei delinquenti isolati, dei pazzi senza appigli e senza ideologia, dei ragazzacci viziati.

Certe emergenze davvero non emergono mai. Stanno lì come un boccone indigesto che ti dà nausea costante, tanto che vorresti ficcarti due dita in gola e farlo emergere davvero, una volta per tutte, e scaricarlo nel cesso per non vederlo mai più.

Avete mai fatto caso a quanto è liberatorio?

disegno di un bambino di Ponticelli

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Foto: disegni di bambini di Ponticelli.

p.s. Rileggendo un pezzo di Coccoina di cui avevo avuto un’anteprima per e-mail, mi accorgo che la stesura del mio ne è stata influenzata. Siccome Coccoina è Coccoina, con le sue immagini nitide e spietate che mettono a nudo la natura umana, così che potreste non piacervi più voi stessi, vi invito vivamente a leggerlo e a riflettere.

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Volonté ed i suoi privilegi semantici

Impazzano le polemiche per il rifiuto della Carfagna di… come dite? No, non di stare a cosce chiuse, ma di patrocinare il gay pride.

…Ma certo che la Carfagna è ministro per le pari opportunità, credetemi! L’hanno scelta dal paginone di Giugno di Max, dopo uno snervante testa a testa con la Chiabotto, cui è toccato accontentarsi della conduzione di real tv.

[fonte foto a fianco]

Si diceva, insomma, che ognuno vuole dire la sua sulla questione, che è scottante non tanto per il rifiuto in sé (ci fu un bel braccio di ferro anche col centrosinistra papalino), quanto per le esternazioni della Carfagna, secondo la quale “non è necessario”, e questo perché, in base ad una statistica fondata su delle chiacchiere scambiate con un paio di amici suoi (Dolce e Gabbana?) e accompagnate da svariati Martini on the rocks, è convinta che i gay non siano affatto discriminati.

Anzi! – rincara la dose Luca Volonté dell’UDC (N.b.: l’espressione idiota non è stata ottenuta con Photoshop)

(sì, l’UDC, quel partito per la famiglia cui appartiene tutt’ora il deputato Mele che quasi uccise a cocaina una delle due mignotte pagate coi nostri soldi in un albergo romano, e sempre quel partito cui appartiene anche l’onorevole Cesa, che parlò a tal riguardo della necessità di un “ricongiungimento familiare” per i deputati)

 

“anzi, è la la sinistra gay che chiama diritti i propri privilegi discriminatori verso le famiglie e gli eterosessuali”.

 

La “sinistra gay”! 😀 Già sugli orientamenti sessuali di un (fu) partito ci sarebbe molto da ridire. Ma è come rubare le caramelle ad un bambino. Passiamo oltre.

Gli faccio un po’ le pulci come piace a me, ma sempre con l’aiuto dei miei amici dizionari, eh?

privilegio: voce dotta, lat. PRIVILEGIU(M) “legge eccezionale”, cioè che riguarda una singola persona [o categoria, nota di ska], comp. di PRIVUS “singolo”, “isolato”, e un derivato di lex, legis (legge).

Quindi il privilegio è l’eccezione che conferma la legge, che evidentemente non è uguale per tutti. Esempi di privilegi:

  • immunità parlamentare
  • pensione dopo 3 anni
  • biglietti pagati al cinema, allo stadio, al teatro, ecc.
  • viaggi pagati per sé e famiglia
  • possibilità per un privato di tenere tre tv nonostante esista una sentenza della Corte Costituzionale che gli imponga di cedere una delle frequenze ad Europa 7
  • blablabla… (scusate, non lo so se lo spazio su WP è illimitato…)

Attenzione, però: sono privilegi anche questi:

  • pensione di reversibilità dopo la morte del coniuge
  • possibilità di visitare il proprio coniuge sul letto di morte
  • possibilità di subentrare al coniuge deceduto in un contratto d’affitto

Quindi, fatte salve le libertà individuali, quale quella di amare chi si vuole pur se dello stesso sesso, lo Stato non riconosce agli omosessuali, cittadini che pagano le tasse come gli altri, il diritto di unirsi civilmente in matrimonio come gli eterosessuali. Si dice che ai diritti corrispondano i doveri e viceversa, ma in questo caso, ad uguali doveri da parte dei gay, non corrispondono uguali diritti.

Potremmo definire discriminazione e privilegio come le realtà che si delineano laddove l’equilibrio di diritti e doveri viene spostato rispettivamente nel senso del dovere o del diritto. Sono dunque discriminati coloro che hanno più doveri che diritti, e viceversa privilegiati coloro che hanno più diritti che doveri.

Torniamo a Topo Gigio Volonté (lo stesso – proseguono i ricordi – che voleva istituire il reato di “apologia di comunismo”, al grido di “li staneremo tutti!”): leggo e rileggo la sua perla di saggezza, ma la semantica non mi viene in aiuto, nonostante tutto il sudore buttato su libri e dizionari: appurato che i privilegi, discriminanti di per sé, perché differenziano (lat. DISCRIMEN da DISCERNERE) dalla media, e che sono in tutto e per tutto diritti “speciali” sanciti dalla legge (in caso contrario si chiamerebbero abusi)… quali saranno i privilegi degli omosessuali, che discrimenerebbero le famiglie e le coppie etero?

Penso a famiglie rette, madre e padre con denti sanissimi, bimbi biondi ariani, perplesse di fronte alla scelta fra 5 film di Almodovar in un cinema multisala; penso a coppie etero cacciate dai concerti di Mina; penso al numero identificativo della tessera ARCIGAY da inserire per accedere ai video dei Village People; penso a giovani sposini costretti a ballare YMCA nel chiuso dei loro appartamenti insonorizzati e con le tapparelle chiuse.

Mah… l’unico privilegio che mi viene in mente è l’assenza dei preti al gay pride piuttosto che al family day.

W l’amore e la gioia di vivere e di mostrarlo al mondo! E viva la voglia di festeggiare, che non è “esibizionismo”!

 

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