Archivi del mese: settembre 2015

*MagagnIe

In una delle sempre più rare e annoiate incursioni nel calderone di inutile chiacchiericcio di Facebook, mi si presenta sotto gli occhi questo:
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Non è il primo né il più grave degli sfondoni che mettono sotto attacco costante le elementari conoscenze ortografiche e che sotto un’eventuale esposizione prolungata potrebbero trasformare un Umberto Eco in un Luca Giurato, ma fa sempre una certa impressione trovare cose del genere in forme destinate a durare e rimanere impresse nella memoria e negli archivi fotografici di qualcuno, perfino sulla pelle, come il “finché morte non ci separa” dell’amico di mio fratello: chi ha bisogno di morfologia quando c’è l’amore?
Io sono una linguista, e, citando Jakobson, “linguista sum: linguistici nihil a me alieno puto”, quindi non mi scandalizzo di nulla ma analizzo ogni tipo di orrore, e questo mi risulta particolarmente odioso per le finalità dichiarate nel post (assimilabile, ma più infido, a quello delle mamme che il primo giorno di scuola di mio figlio si sono presentate con scorte di carta da culo, sapone, scottex ecc per tutto l’anno) e per la tipologia dell’errore, ovvero l’ipercorrettismo. L’ipercorrettismo è la mezza boccetta di deodorante spruzzata su ascelle non lavate. Incorre nell’ipercorrettismo chi sa di essere ignorantello ma confida che con un sapiente impiego di effetti speciali nessuno se ne accorga.
La gn, infatti, è un fonema costituito da un digramma, vale a dire un’unione di due grafemi (volgarmente “lettere”) che indicano un solo suono, chiamato nasale palatale. Nasce come incontro, appunto, di due fonemi, una consonante nasale e una semivocale palatale, come nel latino INGENIUM > it. Ingegno. In pratica la velocità di esecuzione orale porta naturalmente alla modificazione reciproca di due suoni distinti, e spesso alla fusione in un nuovo fonema con valore doppio, intenso. Il fonema in questione è indicato nell’IPA (International Phonetical Alphabet) con [ɲ] (equivalente alla n con cediglia nello spagnolo), e come dice il nome stesso, è una nasale palatale, cioè una sorta di n pronunciata spiaccicando la lingua sul palato. Questo perché, come si è accennato, nessuna realizzazione fonematica può essere indipendente da quanto segue o precede, e visto che la n si pronuncia sui denti (infatti è una nasale dentale), mentre il luogo dell’articolazione della i(foneticamente [j]) è il palato, la lingua dovrebbe compiere un movimento a ritroso e in certo qual modo “scindere” i due suoni, mentre la velocità di esecuzione fa sì che si pronunci la n direttamente nel luogo della i, e che questa vocale palatale venga appunto assorbita dalla nasale stessa, da cui il nome nasale palatale. Questo spiega per quale motivo la i non debba essere scritta nei   gruppi -gna, -gne, -gno, -gnu.  Esistono delle eccezioni, e sono di carattere analogico, tipo “bagniamo”, dove la i è conservata non per ragioni fonetiche bensì per ragioni analogiche (vedi), di continuità e parallelismo con altri verbi alla stessa prima persona plurale indicativo, -iamo. Il fatto è che il sistema delle particelle “vuote”, morfosintattiche, quali le desinenze verbali, è chiuso e molto più resistente alle innovazioni di quello lessicale, e vi prevale l’analogia.
Eppure, mentre mi diletto con la lettura di Saussurre, il papà della moderna linguistica, trovo questo:
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La buonanima di Ferdinand de Saussurre era uno svizzero francofono, quindi al limite la scelta sarebbe imputabile al traduttore, ma trattandosi di Tullio De Mauro, uno dei maggiori linguisti viventi, ex presidente della Crusca, nonché mio ex insegnante che mi diede 30 all’esame (il che non mi serve comunque a un cazzo come tutto ciò che ho studiato, ma fu una bella soddisfazione per qualche ora), non può che trattarsi di scelta stilistica, essendo tollerate entrambe le varianti, l’una per ragioni fonetiche, l’altra per le suddette ragioni analogiche. E però io continuo a preferire la forma -gniamo, un po’ perché mi piace la continuità colonnare e rassicurante delle liste delle terminazioni verbali scritte in rosso, un po’ perché anche De Mauro fa scelte discutibili, quale quella di non avermi messo la lode.

Concludo criticando la mamma leccaculo un po’ gne gne (non gnie gnie) e sognando la lasagna. E non importa cosa sognate, l’importante è che sogniate. E chi non la capisce ha diritto ad una fetta di torta della mamma di Martina come premio di consolazione.

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