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Chi va con lo Zopo ha un telefono cinese

Da un paio di mesi, la mia occupazione quotidiana, dalle 3 alle 4 e mezza circa, è l’assistenza al pargolo nella conquista scritta dell’idioma: è un momento che spesso genera mostri, per la mia inadeguatezza nel combinare le figure della madre e dell’insegnante e per la sua tendenza ad appoggiarsi pigramente e tirare ad indovinare pretendendo un feedback sì/no e incazzandosi se non l’ottiene, motivi per cui evito di sedermi accanto a lui e intervengo il minimo indispensabile, spesso fornendo stimoli alla riflessione e poi lasciandolo col dubbio, cosa che lo manda in bestia. Cerco anche di non precorrere mai i tempi e insegnargli cose in anticipo, ma capita che se sta facendo le sillabe sta-ste-sti-sto-stu si trovi a scrivere “stalla” nei quadretti, e non avendo ancora affrontato le doppie gli avanzi una casella. Al che gli dico: se leggo quello che hai scritto tu, io leggo “stala”… e lui “no, è STALLA!”, “ecco, questa L senti com’è forte? E’ così forte che ce ne vogliono due”. E lì è finita. Finché giorni fa, in macchina, mi dice “dobbiamo comprare una zucca… ZUCCA… ZUCCCCCA…. mamma! Zucca si scrive con due C, sennò sarebbe *ZUCA!”…. Yuppie! Mio figlio si è impadronito della bestia nera di ogni studente straniero di italiano: le doppie, o, per dirla con linguaggio tecnico, la lunghezza consonantica. O meglio, la padroneggiava già come competenza nativa, ma è stato in grado di fare una riflessione metalinguistica su di essa, ovvero usare la lingua per riflettere sulla lingua stessa. Ma perché mio figlio, a 6 anni, è in grado di sentire questa differenza, mentre con molti dei miei studenti ce ne posso mettere pure 10 di consonanti, senza che riescano a sentire alcunché? Perché in italiano la lunghezza consonantica ha carattere distintivo, ha valore fonematico.

Qui interviene la distinzione fra fono e fonema: il primo, di cui si occupa la fonologia, è semplicemente un suono “occasionale” di una lingua o di un dialetto, una realizzazione anche solo personale o locale, come ad esempio, rispettivamente, la cosiddetta “r moscia” o la gorgia toscana: non fanno parte della lingua come sistema, nessuno insegnerebbe a un bambino o a uno straniero quel suono, che esiste e dunque viene rappresentato e trascritto, ma non appartiene a quel serbatoio “funzionale” che fa sì che riusciamo a capirci l’un l’altro; il secondo, di cui si occupa la fonematica, è invece un suono “importante” per la nostra lingua, un suono di sistema, qualcosa che se venisse a mancare lascerebbe un buco nella reciproca comprensione, insomma, come si dice in gergo, ha carattere distintivo. “Distintivo” perché quel tratto, appunto, con la sua assenza o presenza può distinguere almeno una coppia di parole, che viene detta “coppia minima”, in cui due parole si distinguono solo per l’assenza o presenza di quel determinato tratto. E’ in teoria sufficiente che esista una sola coppia minima nel sistema-lingua, perché quel determinato tratto abbia carattere distintivo, ma in quel caso il tratto sarebbe poco produttivo e si estinguerebbe da sé, destino riservato ad esempio all’opposizione s sonora e sorda: “chiese” passato remoto di chiedere, da pronunciare con s sorda,  e “chiese” plurale di “chiesa”, da pronunciare come sonora… voi sentite differenza? Io sono romana e le pronuncio entrambe sorde, quindi faccio fatica.

Un grande rendimento funzionale ha invece il tratto sonorità nelle consonanti occlusive: p e b sono entrambe due consonanti occlusive labiali, e si distinguono soltanto per la presenza in b del tratto sonorità: bollo vs pollo, balle vs palle, ecc. Il che significa che anche laddove una parola con p non abbia il suo corrispondente con b per costituire una coppia minima, io riesco comunque a riconoscere quel suono e a classificarlo come p, perché il mio orecchio è stato allenato proprio dalle suddette coppie minime al riconoscimento di questa differenza di suono, con relativa attribuzione di un senso. Le coppie minime, ad ogni modo, sono un ottimo sistema per allenare l’orecchio nei non nativi, ricordo infatti di averne parlato qui.

Tornando alle nostre vituperate doppie, occorre notare che l’italiano è l’unica tra le lingue romanze che abbia conservato il carattere distintivo della lunghezza consonantica, ereditato dal latino.

Il latino aveva come caratteristiche distintive tanto la lunghezza vocalica (POPULUS con o lunga “pioppo”, POPULUS con o breve “popolo”) che quella consonantica, articolate in 4 combinazioni :

  1. vocale breve + consonante breve
  2. vocale breve + consonante lunga
  3. vocale lunga + consonante breve
  4. vocale lunga + consonante lunga

Se volessimo attribuire una durata ipotetica 1 a consonante o vocale breve, e 2 a consonante o vocale lunga, troveremmo che le combinazioni 2. e 3. hanno durata 3, mentre la 1. e la 4. rispettivamente 2 e 4, una troppo breve, l’altra troppo lunga. Il travaglio che ha portato alla nascita del volgare dal latino medievale, con tutti gli stravolgimenti in ogni branca del sistema, in particolare con il prevalere dell’accento intensivo su quello melodico (ma qui si entra veramente troppo nel tecnico), ha fatto sì che si imponesse un criterio di isocronia sillabica, cioè di livellamento nella durata delle sillabe, che ha portato alla sopravvivenza dei soli tipi 2. e 3.e la scomparsa dei tipi 1. e 4. Allo stesso tempo, ha prevalso come carattere distintivo solo la lunghezza consonantica, mentre quella vocalica, fondamentale in latino, è rimasta come caratteristica accessoria di cui non abbiamo coscienza o consapevolezza: in sillaba chiusa, prima di una consonante lunga o doppia, o di un gruppo consonantico la vocale sarà breve, mentre in sillaba aperta (che termina cioè con una vocale), la vocale sarà sempre lunga: la sillaba ca- è lunga in “casa” e breve in “cassa”, ma quella che noi sentiamo è solo l’intensità della consonante, mentre quella vocalica è solo “di posizione”, una conseguenza accessoria, proprio perché non esistono, in italiano, coppie minime che si distinguano solo per la quantità vocalica. Restando in zona europea, l’unico ceppo che preveda la coesistenza della lunghezza tanto vocalica che consonantica è quello ugro-finnico (ungherese e finlandese), mentre, in area romanza, l’italiano è l’unica lingua che abbia conservato la lunghezza consonantica come carattere fonologico. Tutto questo cosa ci insegna? Che l’italiano è una lingua perversa e ostica per il resto del mondo, e impararlo decentemente comporta per lo straniero uno sforzo non indifferente che però verrà ripagato con lo sfoggio di bellissimi giochi di parole quale quello che ha dato il titolo al post, o “chi ha capelli non porta cappelli” (che però non è una vera coppia minima perché anche la “e” è diversa); che gli italiani sono buoni candidati per imparare il finlandese; che bisogna stare a debita distanza dai ragazzini alle prese con le prime doppie, perché nell’esercitarsi nella pronuncia sputano.

E qualcos’altro che dopo 3 giorni di scrittura random dell’ennesimo post tecnico inutile non ricordo più. Va’ a capire perché l’ho scritto.

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il travaglio del linguaggio: morfologia, fonetica e sintassi del flaviesco embrionale

premessa: questo post vuole rappresentare anche il trait d’union fra questo e il nuovo blog su gioie e dolori della maternità. Ho forti dubbi sulle mie capacità di scrivere addirittura su due blog quando per scrivere questo post ci ho mess ben due settimane di scampoli di tempo, ma non mettiamo limiti alla provvidenza.

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Io e mio (come definirlo? Ragazzo? Con un figlio sembra ridicolo! Compagno? Affettato!) marito non siamo mai stati quel tipo di genitori che “mio figlio a 7 mesi risolveva gli integrali impropri”.

Un po’ perché siamo dei tipini modesti, ma più che altro perché non ce lo possiamo permettere. Il nostro piccolo toporagno non si è mai prodotto in nessuna performance che a noi sembrasse particolarmente precoce perché potessimo vantarcene in giro, anche a rischio di ricevere uno di quei soliti sorrisi di circostanza dei tipi a) “ecco un altro genitore convinto di allevare la nuova Montalcini”; b) “il mio lo faceva a metà della sua età”; c) “che cosa preparo stasera per cena?.

Mettiamo subito in chiaro che mio figlio non è che sia tardo, rimbambito o faccia tappezzeria…. ANZI!!! Diciamo che mi dà del filo da torcere è che è in moto perpetuo. E’ solo che per quanto riguarda quei traguardi che vengono considerati tappe nello sviluppo infantile e la cui tempistica è orgoglioso tema di discussione e confronto tra le mamme alle altalene, semplicemente non ha stabilito alcun record da guinness: ha gattonato a 9 mesi, camminato a 13, si è tirato su con un sostegno a 8. Certo, suscitava un po’ di stupore misto ora ad ammirazione ora a biasimo (verso di me) il fatto che abbia usato il vasino la prima volta a 5 mesi e mezzo, ma in effetti ero io a metterlo sul vasino quando vedevo che era il momento (per approfondire vedi EC): è andata avanti così fino ai 10 mesi, a volte senza nemmeno un pannolino sporco in una giornata, poi però non è più riuscito a stare fermo quei 2 minuti necessari all’espletamento. Ci sono poi campi in cui è decisamente come un neonato, quali quello dell’alimentazione: quando ero incinta mi ricordo che leggendo lo sviluppo del feto settimana per settimana mi fece una certa impressione pensare che in quel determinato periodo si stavano formando le unghie, e siccome ero molto stanca scherzando dicevo a mio marito che fare le unghie a un bambino, ben 20, non era mica cosa da nulla! Ecco, ora lui mi rimprovera dicendo che mi sono concentrata troppo sulle unghie e mi sono dimenticata qualcosa nel primo tratto dell’apparato digerente. In pratica Flavio non è molto abile nelle deglutizione/masticazione, e fino a più di un anno non era nemmeno in grado di sbocconcellare un biscotto senza vomitare. Sono stata costretta per molto tempo a frullargli anche la minestrina, e ancora adesso non andiamo molto più in là della dimensione dei grattini.

Ma insomma, qui volevo parlare di una conquista affascinante, misteriosa e… travagliata: quella del linguaggio.

Allora: la prima parola di mio figlio è stata BITTO. Aveva 4 mesi, poppava serenamente, quando ad un tratto si è interrotto, mi ha guardata seriamente e con molta convinzione ha detto: BITTO. Non abbiamo mai capito cosa volesse dire, e non si è ripetuto presto, ma la cosa strana è che ora questa parola è risaltata fuori dal nulla e tutt’ora non riesco a trovargli uan collocazione semantica: mi indica il muso di alcune mucche su un libro ( e solo su quello) e mi dice BITTO, BITTO, BITTO!!!! Scandendolo ogni volta come a dire “ma che sei de coccio?”.

La prima parola con un senso ben percepito ovviamente è stata MAMMA (e lo avevo minacciato di morte se avesse detto prima “papà”), però non è stato emozionante come me l’ero immaginato perché non è che di punto in bianco mi ha guardato negli occhi con amore scandendo “mamma”: è stato più un mammammammamma che si è evoluto pian piano. Non saprei dire quando ho avuto la consapevolezza che si rivolgesse proprio a me, anche perché per un sacco di tempo l’ha detto solo quando era proprio disperato, tipo urlo di dolore.

Chiaramente in seguito, parecchio dopo, è venuto PAPA’. E’ interessante che le parole per “mamma” e “papà” siano pressoché foneticamente universali perché interessano il luogo di articolazione labiale, il primo che, per ovvie ragioni di sopravvivenza, il bambino impara ad esercitare da subito.

A parte queste due parole, il periodo del silenzio è stato molto, molto lungo. A dire il vero non si trattava di vero e proprio silenzio, anzi era un chiacchiericcio continuo, ma che alle nostre orecchie aveva poco o nessun senso. Verso i 18 mesi si sono aggiunti dei monosillabi a cui abbiamo potuto attribuire un significato preciso: STA significava “stella”, e la presenza del concomitante LA per “luna” purtroppo mi impediva di vantarmi del fatto che mio figlio in realtà parlasse inglese. Anche se non amo i confronti, e sono convinta che la tempistica di queste tappe non abbia nulla a che vedere con l’intelligenza o il futuro successo del pargolo, voglio qui ricordare l’incontro di Flavio con una sua coetanea con delle doti linguistiche veramente sviluppate, che a 18 mesi parlava meglio di tanta gente adulta che conosco. Stavano seduti vicini sul divano e mentre lei gli mostrava il suo libro presentandogli tutti i componenti della famiglia Barbapapà per nome e lui ascoltava compito, finché alla vista del disegno di una stellina si è animato tutto ed ha cominciato a puntare il dito sulla pagina e a ripetere ad alta voce “STA, STA, STAAA!!!”, impedendo all’amichetta di girare pagina. Della serie “questa la so e la devo dire!”.

Per amore di completezza devo specificare che da ieri LA è diventato finalmente LUNA, ma questo tipo di contrazioni è ancora molto in uso nel flaviesco. Ad esempio “comignolo” è CHIGNOLO, ma molto più interessante è CANNO, che vale tanto per “cavallo” che per “cappello”: con l’omissione  della sillaba centrale e la doppia L realizzata come NN le due parole diventano identiche. La laterale intensa (la doppia L) subisce modifiche anche in “palla” e “farfalla”, diventando ancora una volta una nasale, la M: PAMMA, FAFFAMMA. C’è perfino un caso di anagramma; “luce” è CIUE o più spesso CIU.

La fonetica del flaviesco è proprio articolata e interessante come quella di una qualsiasi lingua o dialetto naturale: evidentemente c’è la percezione della differenza fra le fonemi consonantici normali o intensi, che però vengono trattati in modo diverso. Abbiamo visto che la doppia L diventa una nasale, mentre la L singola per lo più non viene pronunciata (CAE “cane” o PAE “pane”). Sulla rotante (R) (FEO TTIO “ferro da stiro”) non mi soffermo nemmeno: posso dire tranquillamente che è uno dei fonemi che si imparano a pronunciare più tardi.

Concludo questa sezione fonetica con una serie di affricate palatali (cioè il suono C di “cena”) che sono l’esito di gruppi consonantici “complessi” come “S + consonante” o l’altra affricata dentale Z (che poi si può considerare come un gruppo consonantico complesso TS): CIOCCO (“biscotto”), BOCCIO (“mostro”),A COCCIO (“a posto”), CIOCCIO (“zozzo”, “sporco”) BUCCIA (“mosca”), BUCCIOLA (“puzzola”), e… CIACCHI (“scarpe”). Da notare come tanto M quanto P diventano semplicemente B: viene “azzeccato” il luogo di articolazione labiale e per semplificarsi la vita viene scelta la B come realizzazione di tutte le altre labiali (la P pure occlusiva ma sorda, e la M bilabiale nasale).

La morfologia nominale è ancora molto in via di sviluppo: ogni parola viene pronunciata sempre al singolare o al plurale a seconda di come è stata percepita quando l’ha imparata la prima volta: CIACCHI è sempre plurale, anche se viene indicata una sola scarpa. Anche BIBBI “bimbi”, nato da frasi come “andiamo al parco dai bimbi”, all’inizio valeva anche per un solo bambino, poi pian piano si è aggiunto un plurale maschile, BOBBO, con un’assimilazione vocalica regressiva dall’ultima sillaba a quella precedente (praticamente un classico della fonetica: in molti dialetti del centro-sud, così come in alcune lingue germaniche, la vocale precedente subisce una serie di “turbamenti” ad opera della vocale che segue), così come “Pippo” era POPPO. Per un bel po’ di tempo BOBBO valeva sia per maschi che per femmine, poi conseguentemente è stato coniato BABBA per le femminucce. Da qualche settimana però le assimilazioni sono sparite e vengono pronunciati correttamente BIMBI,BIMBO, BIMBA, PIPPO.

Nel flaviesco vanno per la maggiore le onomatopee: oggetti che fanno un rumore particolare non meritano altra denominazione. Tutto ciò che gira o frulla è VOOO (ventilatore, condizionatore, asciugacapelli, frullatore), tutto quello che ha ruote o viene trascinato è BRUM BRUM, tranne la macchina che è MEEE MEEEE, tutto quello che spruzza è TSCH TSCH. Ci sono anche “azioni onomatopeiche”: PUM (è caduto qualcosa), BUM (ha sbattuto una parte del corpo e si è fatto male), TUN (una porta o una finestra ha sbattuto). Il treno è CIU CIU, mentre il poppare è quasi uguale ma pronunciato tutto attaccato CIUCCIU’: entrambi da non confondere con “luce”, che è un CIU singolo. “Mamma oca” è diventato una volta “QUA QUA MAMMA”, e da allora tutte le oche, indipendentemente dalla presenza o meno di QUA QUA BIMBI, sono madri.

Rimanendo nell’ambito delle figure retoriche, troviamo una metonimia: CRANNI (“grande”) per “elefante” (oggetto designato per una sua qualità).

Ci sono poi dei nomi che abbiamo decifrato perché legati chiaramente a un oggetto che lui ci indica senza ombra di dubbio, ma la cui trafila fonetica è del tutto oscura: STA (“aspirapolvere”), CI (“parmigiano”), TI (“occhiali”). Poi c’è ACCU che è “gatto”, e di cui non mi spiego la persistente difficoltà nella doppia TT, che altrove è pronunciata correttamente.

Particolarmente notevole per una linguista è la sintassi verbale: di verbi ce ne sono ancora pochi e in principio fu solo ATTACCA, seguito immediatamente da STACCA. La coppia verbale valeva per tutta una serie di cose che fanno “clack” o per “mettere/togliere” (in generale o di abiti), “accendere/spegnere”, e tanti altri ambiti d0uso che ora non mi vengono in mente. Pian piano vi si stanno affiancando verbi più specifici ma ancora senza un contrario, come , API (“apri”), o CCENNE (“accendere”), che risulta uguale a CCENNE “scendere”, affiancato da SAI (“salire”). La cosa interessante è che tutta questa prima serie di verbi è all’imperativo singolare, che è il primo modo verbale imparato e impiegato nel primo stadio dell’interlingua, vale a dire il sistema linguistico in continua evoluzione di chi impara una lingua straniera. Molti ed accurati studi hanno dimostrato che uno straniero impiega per primo proprio l’imperativo, che è la forma che sente più spesso e dunque si imprime per prima nella memoria, e figuriamoci se ciò non è tanto più vero per un bambino, cui ahimé ci si rivolge per il 99 % proprio con l’imperativo. Altra forma del primo stadio dell’interlingua è la seconda persona singolare dell’indicativo, il che si spiega facilmente con le domande dirette che si rivolgono allo straniero: “vai via?”, risposta: “sì, io vai a casa adesso”). Da ieri Flavio per dire che voleva qualcosa si è espresso con “VOI, VOI, VOIIII!!!”: ovvio, dal momento che si sente sempre ripetere “Flavio, vuoi un biscotto, vuoi un po’ d’acqua, vuoi la pizza?”.

Ciò mi riporta alla mente il mio storico amico ed ex coinquilino tedesco, Henning, che alle prese con le prime interazioni in italiano, si esprimeva spesso alla seconda persona singolare anziché alla prima, e mentre cucinavamo una volta mi disse “hai messo il sale nell’acqua” e io “no” e lui “sì, hai messo il sale nell’acqua!”  e io “no, non l’ho messo!”. Chiarito l’equivoco, lui stesso giorni dopo mi raccontò, quasi “a sua discolpa”, un aneddoto simpatico di cui era stato spettatore: un bambino piccolo diceva alla mamma “Vuoi un gelato! Vuoi un gelato!” e la mamma “VOGLIO un gelato!”, e il bambino “Anch’io! Anch’io! Anch’io VUOI un gelato!”.

Ultimamente ha fatto la sua comparsa anche il participio passato: APETTO/CUCIO (“aperto/chiuso”), ACCESO, FATTO. Manco a dirlo, gli studi sull’interlingua dimostrano come il quadro verbale si arricchisca del participio passato in un secondo momento, quando il primo stadio (la forma più frequente, quella dell’imperativo, come semplice nomenclatore di azioni) è acquisito e subentra la necessita di esprimere l’aspetto di “azione compiuta”. Più di uno studioso dell’interlingua si è spinto in un forse eccessivo e forzato parallelismo tra sequenze di apprendimento della lingua materna e della lingua seconda: è evidente che già le capacità cognitive totalmente diverse degli uni e degli altri individui interessati, la presenza o meno di una lingua altra di riferimento, e tanti altri aspetti che non è il caso di approfondire qui sconsigliano di calcare troppo la mano su questo punto, però è innegabile che alcune similitudini ci sono.

Per finire – per il momento: l’avventura della lingua è appena cominciata – è degno di menzione l’uso di ECCOLO/ECCOLA non solo per gli oggetti ma anche per azioni, per il coronamento di uno sforzo: “CCENNE, CCENNE! – mentre cerca di scendere da qualcosa – ECCOLO CCENNE!”; “API, API, API… ECCOLO API!”.

Insomma, il toporagno ha ancora una lunga strada davanti a sé, e finora la frase più complessa e completa in cui si è prodotto è “API LA POTTA!” di poco fa. Tempo fa un’amica mi disse con molta convinzione di aver letto nonché sentito confermare da un’esperta pedagoga che i bambini che imparano a parlare troppo presto e troppo correttamente mostrano un’associazione precoce e biunivoca tra oggetto e nome che è spia di una mente razionale, mentre quelli che imparano a parlare sul serio più tardi si danno alla sperimentazione linguistica  in ciò mostrando una maggiore flessibilità mentale e maggiore fantasia, un temperamento più “artistico”. Non ho le basi per valutare la fondatezza di queste teorie, se rispondano a verità o se siano il classico, come si dice a Roma, “consolamose co l’ajetto” di chi magari ha avuto un figlio che ha parlato tardissimo. Posso solo dire che ovviamente nel caso di Flavio, non perché è mio figlio, ma è proprio così.

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Quante palle?

Un gustoso aneddoto dal blog di Twiga fornisce un interessante spunto di riflessione sui problemi di carattere fonologico che può incontrare chi si trova a dover imparare una lingua straniera. Copio direttamente, visto che per commentare da twiga bisogna essere registrati:

 Alfabetizzazioni

Ordunque, una delle attività concesse dalla mia situazione familiare è quello di dare una mano a studenti in difficoltà su certe materie. Non solo i nostri italiani, ma anche gli extracomunitari che non spiccicano una parola neanche a volere e che a settembre prossimo si troveranno in una scuola. Quelli che una scuola già frequentano con criteri di ammissione diciamo estrosi e che delle lezioni nulla capiscono; dell’uso della lingua men che meno. Ragazzi di 15 anni che si trovano a dar per scontata la storia romana quando dei romani nessuno ha loro mai parlato.

Per i piccolini metto in campo tutto il patrimonio audiovisivo, conversativo che so. Tutti entro la prima setttimana sanno dire nome, cognome, indirizzo, recapito telefonico. Per lo scrivere ricorro ai vecchi sistemi…abbeccedario o quasi. Racconto della religione (io scettica) perchè se raccontata nel modo giusto, è un aggancio culturale (valuteranno poi) e dà delle storie che, senza esser favole, sono abbastanza primitive e dirette da esser facilmente compresi.

Ai bambini spiego che p+a suona “pa”. Cerco disperatamente di far sentire le doppie.

Dicembre scorso. Cercavo di raccontare  Pavlo (5 anni) quello che ci si stava preparando a festeggiare. E giù, con la fuga in Egitto, ciuchi, buoi, magi. Ho richiesto un pensierino. Pavlo, incredibilmente dotato per le lingue, si è chinato serio serio sul suo quaderno ed ha incominciato a scrivere. Una sola domanda mi ha fatto: “Enrica, san Giuseppe con due palle o una palla sola?”

http://twiga52.blog.kataweb.it/2008/03/15/alfabetizzazioni/

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Pavlo, insomma, dalla pronuncia non riesce a distinguere il numero di palle in San Giuseppe,  😀 sebbene sicuramente Enrica ci abbia messo tutta l’occlusione labiale possibile. Per quale motivo Pavlo “sente diversamente” dai bambini italiani?

Perché non riesce a far ricadere il fonema “pp” in una categoria nota della sua lingua, quindi deve cercare quella più simile possibile. Il fonema [p:] (che è il modo dell’ alfabeto fonetico internazionale per indicare <pp>) ha le seguenti caratteristiche: occlusivo, labiale, sordo, intenso. Nella lingua di Pavlo il fonema più vicino è quello che ha tutte queste caratteristiche, tranne intenso, cioè [p]. Ciò significa, in termini linguistici, che la caratteristica dell’intensità non è distintiva, nalla sua lingua, solo accessoria. Una variante certamente esistente, ma come realizzazione personale. Un po’ come la nostra gorgia toscana (per la quale il discorso è però forse leggermente diverso), la r moscia, o la s sibilante (o come si chiama… qui dalle mie parti la chiamiamo “zeppola”), e anche la r uvulare parigina già tirata in ballo altrove da Twiga: percepiamo una differenza di pronuncia quando sentiamo queste particolarità, ma la comprensione non ne viene compromessa. Mentre, al contrario, per noi fa differenza l’intensità con cui viene pronunciata la p in pappa o papa, la s in casa o cassa, la t in moto o motto.

Le branche della linguistica cui pertengono queste particolarità sono la fonetica per le r moscia, la fonologia per l’intensità consonantica. La prima descrive le particolarità di pronuncia, tutte, e che possono essere infinite; mentre la seconda si occupa solo di quel numero LIMITATO, CHIUSO, di fonemi che costituiscono la struttura stessa della lingua come sistema al di fuori del quale non ci si comprende più.

Come si capisce quali caratteristiche siano distintive o meno per la struttura del sistema linguistico? Semplicissimo: basta trovare, come ho fatto sopra, delle cosiddette “coppie minime“, ovvero coppie di parole in cui la presenza o assenza di quella determinata caratteristica ci porta a comprendere una cosa anziché un’altra. Basta trovarne anche soltanto una, perché quella caratteristica sia distintiva per il sistema.

Probabilmente Pavlo percepisce l’intensità, altrimenti non avrebbe avuto il dubbio sul numero di palle, ma la ritiene superflua. Purtroppo non esiste una parola che possa formare una coppia minima con Giuseppe, cioè un ipotetico “giusepe”, ma forse per insegnare a Pavlo, e anche alle mie due piccole allieve di italiano, a sentire le doppie, potrebbe essere un buon sistema creare della “frasi trabocchetto”, tipo, che so: “in casa c’è una cassa, nella cassa c’è una rosa, la rosa è rossa” o roba del genere, e poi altre alternate in cui ciascuna delle parole sia inserita in un contesto riconoscibile: “vado a casa” o “la cassa dei giocattoli“. [L’ultimo esempio è un po’ debole… trovatene uno migliore voi! ;)]

Chiaramente, ciò può bastare solo per introdurre il problema, per allenare l’orecchio a questa differenza. Il vero lavoro è costituito dalla pazienza e dall’esercizio.

Io stessa, che ho sproloquiato fin qui, quando tentai anni fa di imparare il russo, scoprii con orrore che c’era differenza fra uno “sh” normale (Ш) e uno pronunciato in un modo più palatalizzato (Щ). Sebbene abitassi al tempo con una ragazza russa, che mi forniva saggi di sh più o meno avanzati, io proprio non sentivo alcuna differenza.

Infine un aneddoto che ben dimostra l’importanza delle caratteristiche distintive per la reciproca comprensione. Bisogna anzitutto premettere che sono “romana de Roma”, e che una delle caratteristiche del mio dialetto è quella di non riuscire ad articolare il fonema laterale palatale, ovvero “gli” in maglia, che io pronuncio maja. Per quanto mi sforzi, non ci riesco, la lingua mi si incarta. Mi manca un fonema. Un minuto di raccoglimento, prego. 😥

Insomma, ero alla domanda finale di un brillante esame di Storia della Lingua Italiana, e l’ammirato professor Serianni mi chiede:

– Cos’è un trigramma?

– Un trigramma è una convenzione grafica di tre lettere alfabetiche per descrivere un unico suono [es. <sci> in “sciame”, ndr]

– Molto bene. Ora mi faccia l’esempio di una parola contenente un trigramma.

– …

– Signorina?

– Sì, ad esempio… “ajo” [“aglio”]

– Signorina, ho detto un trigramma… non un trittongo.

😀

Per fortuna la comune origine romana, la sua comprensione delle particolarità fonetiche e il suo senso dell’umorismo mi hanno salvato l’esame. Cosa può fare un fonema toppato…

Link: sistema fonologico dell’italiano

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