Una storia di pudore all’italiana e di emancipazione mancata

Tutti noi internettiani credo leggiamo repubblica.it. Tutti noi avremo notato che la colonna di destra è quella che sfoggia servizi fotografici “leggeri”, cazzate, curiosità o disimpegno in genere.

Il direttore di repubblica.it Vittorio Zucconi, che ritengo uomo intelligente e ottimo giornalista, teneva una rubrica di lettere al Direttore, in cui più di una volta si è trovato a rispondere alle critiche di chi gli rimproverava di far sfoggio, nella suddetta colonna, di tette, culi, e calendari di ogni sorta. Zucconi il più delle volte ha dichiarato che emancipazione è anche la possibilità per una donna di scegliere liberamente e in piena coscienza di mostrare le sue proprie chiappe. E devo dire che fin qui mi trovo tutto sommato d’accordo. Anzi, per me vale anche per la prostituzione “in proprio”: ognuna è liberissima di fare ciò che crede del proprio corpo. Fermo restando che ho il mio personale giudizio su chi sceglie questa strada. Certo, non si può dire che emancipazione e libertinismo coincidano perfettamente: lo dimostra il fatto che anche o forse soprattutto ai tempi in cui la condizione della donna era del tutto subalterna a quella dell’uomo, quando insomma a mogli, madri, sorelle, figlie si richiedeva la santità, la pornografia esisteva di già.

Poi è arrivato il femminismo.

E poi se n’è andato.

E le donne hanno continuato a mostrare tette e culi. E gli uomini si sono fregati le mani: evvai, abbiamo sdoganato il capezzolo esposto! Ora manco devi andartele a cercare nei sobborghi di disperazione, vengono loro a pregarti di dar loro una telecamera cui mostrare le proprie grazie! Anzi, te le portano direttamente le mamme! Quelle che si commuovono mentre le figlie sculettano sul palco di “Veline”, e danno di gomito per dire che è opera loro, tanto ben di Dio.

Accadde così che le puttane senza telecamere potevano venir arrestate, mentre quelle che operavano  nei luoghi del potere, a fianco di politici e uomini famosi, venivano erette a reginette della domenica televisiva, e addirittura sposavano magnati della formula 1, per poi venir fotografate mentre distribuivano biscottini ai bambini keniani come noccioline alle scimmiette alle zoo.

gregoraci

Insomma, ci si vuole convincere che emancipazione sia Buona Domenica, i servizi sui calendari al tiggì, le veline, le tettone che girano le cartelle alla Ruota della Fortuna, ecc. Secoli di lotte, per arrivare alla tetta che fa vendere, alla valletta nuda e muta, al Bagaglino, alle donne stuprate un giorno sì e uno no per strada, e tutti i giorni in casa, al premier magnaccia che dice che è che le donne italiane son troppo belle, agli amici del violentatore che a Fiumicino espongono striscioni solidali che degradano lo stupro a marachella (“Chi è che in una festa in discoteca non beve un goccetto?“). E alla Carfagna alle pari opportunità.

Ore le donne sono dappertutto: in tv, sui giornali, in Parlamento. Ma in una gabbia. Ci hanno dato quello spazio ristretto e vogliono convincerci che quella è emancipazione, che è pari opportunità. A patto di non uscirne.

Poi su Repubblica.it il direttore giustamente condanna le battutacce di Berlusconi, però lascia che venga etichettato come “Capello al Chiambretti show” questo servizio:

http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/calcio/capello-chiambretti/1.html

E non vede il trait d’union.

Quando cerco di farglielo notare, nella sua rubrica che ora è diventato un blog, il messaggio non passa. Provo per 4 volte: niente. Poi mi domando: saranno mica le parole “tette” e “culo”? Metto i pudici asterischi e… voilà! Come per magia il commento viene pubblicato!

Oggi ho capito una cosa: sbattere un culo in prima pagina di fronte a un allenatore con la bava alla bocca ok, ma nominarlo, MAI! Ci vuole almeno un asterisco o un biiip.

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12 commenti

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12 risposte a “Una storia di pudore all’italiana e di emancipazione mancata

  1. Fortunatamente, su repubblica si può leggere anche questo:
    http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/cronaca/violenza-roma-2/paura-stupro/paura-stupro.html

    Ma urge un impegno da parte di tutti (anche dei redattori di repubblica!), ognuno nel proprio piccolo, nel raggiungimento del rispetto per la donna come individuo e non come bambola gonfiabile. Chiediamoci con che modelli son cresciuti questi stupratori non ancora ventenni! E con ciò lungi da me il toglier loro mezzo grammo di colpa, che siano maledetti!

  2. Il servizio – sequenza fotografica su Capello a Chiambretti show non l’ho capito: ci si aspettava di fotografare una … ehm, … diciamo una sorta di “vistosa approvazione” (*molto* vistosa) da parte dell’allenatore nei confronti di quanto stava ammirando? Siamo ridotti al guardonismo più pornografico che ci sia?!

  3. Che ti devo dire, Paola? Il servizio ha campeggiato per 3 giorni in hp, e la foto di rappresentanza era quella col culo della soubrette che copriva mezza faccia di Capello, e compariva sotto la voce “Capello da Chiambretti: in gol ci va la soubrette” (o qualcosa di simile). Entrando nella galleria era invece “Capello da Chiambretti: battute e balli”. Di balli, se così possono definirsi, solo quelli della signorina, mentre le battute in foto non si vedevano.
    Ci si aspettava di fotografare… un culo, semplicemente un culo. Con dietro un’altra faccia da culo.

  4. Io lo definirei adescamento…

  5. orsopio

    so’ scosso. lo dico quasi di nascosto qua. me riposo cinque minuti, poi me ne rivado.

  6. Caro nuovo amico mio, stai quanto vuoi.

  7. Non meravigliamoci se l’Europa ci prende costantemente per il culo e se siamo uno degli ultimi paese statisticamente ad avere donne in politica.

  8. Come mi sento lontana quando leggo questi post. Cerco di ricordarmi com’era quando vivevo in Italia… ma è troppo lontano. Adesso vivo in Nepal/India e qui i problemi delle donne sono così violenti e drammatici che le dispute di casa mi sembrano così irrisorie. Qui le donne le bruciano se i genitori non versano l’intero ammontare della dote pattuita, abortiscono i feti femmine, in India usa ancora il sati (per fortuna non tantissimo) nelle campagne… è un mondo violento, in cui le donne sono ancora impure, senza diritti, senza volto.
    Niki dal Nepal

  9. Beh, cara Niki: SEI lontana!
    Quello che dici mi è noto, so anche quello che accade in Cina, so delle pratiche dell’infibulaizone che ancora sopravvivono in alcune parti del mondo. So, ma immagino che sia tutt’altra cosa vederlo con i propri occhi tutti i giorni. Tuttavia io vivo in Italia, e ognuno (ognuna, in questo caso) di noi ha il dovere di migliorare questo mondo attorno a sé, perché a pensare a chi sta peggio ci si livella verso il basso, non verso l’alto. Si corre il rischio di accontentarsi. Io non mi accontento di non venir picchiata, bruciata, infibulata. Io voglio poter essere madre e poter lavorare. Voglio essere amata e coccolata, ma anche ascoltata con attenzione come tutti gli altri in una riunione di lavoro.
    So che nella maggior parte del mondo si muore di fame, ma io voglio poter mangiare e anche andare al cinema o a mangiare una pizza.
    Voglio il pane, ma anche le rose. E spero lo stesso per tutte le donne del mondo.
    Grazie della visita.

  10. Mi fa piacere che tu sia così combattiva, la guerra non è ancora vinta! E sono felice che le donne non rinuncino alla loro porzione di felicità, fosse anche solo il diritto di avere l’asilo nido per i bambini e la pizza del sabato sera!!!! La mia non era una critica, se vuoi era nostalgia. A volte mi sembra di essere scivolata via dal mio mondo e ho paura di non saper più ritrovare la strada.
    Ciao Niki

  11. Niki, in effetti avevo letto dell’amarezza nel tuo messaggio e pensando fosse un predicozzo mi sono messa sulla difensiva 😉
    Invece era “solo” nostalgia: sentirla, questa nostalgia, leggerla nelle parole e nelle foto del tuo blog, mi rende solidale. Sai, nel mio piccolo, piccolissimo, ma davvero piccolissimo, credo di essermi sentita in modo simile, un tempo. Con le dovute distanze, perché non era né così a lungo (un po’ meno di un anno), né così culturalmente e geograficamente lontano (Germania). Eppure lo vissi come un espatrio, cercai di tedeschizzarmi per sentirmi più a mio agio. Ma niente: quel dolore era sempre in fondo al cuore. E forse l’agognato ritorno è stato anche peggio: tutto mi sembrava diverso, quello che un tempo tolleravo con un po’ di infastidita condiscendenza, poi mi è risultato insopportabile. A lungo non ho saputo più dove fosse casa mia, mi sono sentita scissa. Il vero “ritorno” ha richiesto molto tempo e pazienza, ma voi siete in due.
    Mi ha fatto piacere passare da te e ho letto moltissimo, anche se non ho lasciato traccia, perché non avevo nulla da dire su un argomento in particolare, volevo solo farmi un’idea. Visto da fuori: che devo dirti? E’ affascinante, anche nelle sue ombre.
    Torno a trovarti, ciao Niki.

  12. Grazie per la solidarietà la gentilezza e la comprensione!
    Niki

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