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La lingua di Tlön del divino Borges

Nella congetturale Ursprache di Tlön, da cui procedono le lingue e i dialetti “attuali”, non esistono sostantivi; esistono verbi impersonali, qualificati da suffissi (o prefissi) monosillabici con valore avverbiale. Per esempio: non c’è una parola che corrisponda alla nostra parola luna, ma c’è un verbo che sarebbe da noi luneggiare o allunare. Sorse la luna sul fiume si dice hlör u fang axaxaxas mlö, cioè, nell’ordine: verso su (upward) dietro semprefluire luneggiò. (Xul Solar traduce brevemente: hop, dietro perscorrere lunò, Upward, behind the onstreaming, it mooned).

L’anzidetto si riferisce agli idiomi dell’emisfero australe. In quelli dell’emisfero boreale (sulla cui Ursprache l'”undicesimo volume” dà pochissime indicazioni) la cellula primordiale non è il verbo, ma l’aggettivo monosillabico. Il sostantivo si forma per accumulazione di aggettivi. Non si dice luna: si dice aereo-chiaro sopra scuro-rotondo, o aranciato-tenue-dell’altoceleste, o qualsiasi altro aggregato. In questo caso particolare, la massa degli aggettivi corrisponde a un oggetto reale; ma si tratta, appunto, di un caso particolare. Nella letteratura di questo emisfero (come nell’universo sussistente di Meinong) abbondano gli oggetti ideali, convocati e disciolti in un istante secondo le necessità poetiche. Determina questi oggetti, a volte, la mera simultaneità; alcuni si compongono di due termini, uno di carattere visivo e uno di carattere uditivo: il colore del giorno nascente e il grido remoto di un uccello; altri di più termini: il sole e l’acqua contro il petto del nuotatore, il vago rosa tremulo che si vede con gli occhi chiusi, la sensazione di chi si lascia portare da un fiume e, nello stesso tempo, dal sogno. Questi oggetti di secondo grado possono combinarsi con altri; il processo, grazie a certe abbreviazioni, è praticamente infinito. Vi sono poemi famosi composti d’una sola enorme parola. Questa parola corrisponde a un solo oggetto, l’oggetto poetico creato dall’autore. Dal fatto che nessuno crede alla realtà dei sostantivi nasce, paradossalmente, che il numero di questi ultimi è interminabile. Gli idiomi dell’emisfero boreale di Tlön possiedono tutti i numeri delle lingue indoeuropee, e molti altri.

Da “Tlön, Uqbar, Orbis Tertius”, in”Finzioni” di Jorge Luis Borges, Einaudi, Torino 1955 e 1995

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A proposito di neologismi, licenze poetiche, e affini, mi è venuto in mente il “divino” Borges. Divino perché – come ebbe a dire l’amico Equo – creatore di mondi.

La raccolta di racconti intitolata “Finzioni” si apre col racconto su “Tlön, Uqbar, Orbis Tertius“, e del mondo immaginario di Tlön vengono descritte la concezione dell’universo, la religione, la filosofia, la geometria, l’archeologia, e ovviamente anche la lingua. Tutte in modo assolutamente e divinamente surreale.

E surreale, ancorché superbamente affascinante, è la lingua immaginata da Borges, che è impossibile. Va premesso che il racconto è una critica all’idealismo di Berkeley, che – secondo Kant – arrivava quasi a negare la realtà oggettiva. Per non dilatare eccessivamente l’argomento, vi rimando per le tematiche filosofiche alla relativa pagina di Wikipedia, mentre qui basterà “fare un po’ le pulci” al passo su riportato per coglierne l’assurdità (voluta).

Nella congetturale Ursprache di Tlön, da cui procedono le lingue e i dialetti “attuali”, non esistono sostantivi.

Già qui il linguista salta sulla sedia. E’ evidente che il sostantivo, forse la parte del discorso più “materiale”, è il nucleo di ogni sistema linguistico. Il bimbo stesso che impara a parlare denomina prima gli oggetti, poi impara le qualità degli stessi (aggettivi), infine comincia a “far muovere” gli oggetti denominati, a farli agire (verbi). Ma d’altra parte su Tlön gli oggetti non esistono, se non in quanto possano venire percepiti (Berkeley: esse est percepi, “essere è venir percepiti”).

 [N.B. Ursprache significa “lingua primordiale”, vale a dire la lingua madre da cui discenderebbero tutte le lingue oggi conosciute. Durante il Medioevo ci si è affannati a cercare tale lingua madre (spesso identificata con l’aramaico) e a ricollegarla a tematiche religiose, e al racconto della torre di Babele. 

 

L’esistenza di una lingua primordiale può solo essere congetturata, ma è scientificamente irrecuperabile. Dal confronto delle lingue oggi esistenti, e di quelle morte ma documentate, non si può che risalire ad un livello ultimo che nel nostro caso corrisponde all’indoeuropeo. Ma la scientificità dello studio vieta di confrontare – a scopo di ricostruzione – lingue già ricostruite, quali ad esempio l’indoeuropeo.]

Per esempio: non c’è una parola che corrisponda alla nostra parola luna, ma c’è un verbo che sarebbe da noi luneggiare o allunare.

Luneggiare e allunare sono verbi denominali, che si formano cioè a partire da un nome: in questo caso, luna.

Sorse la luna sul fiume si dice hlör u fang axaxaxas mlö,

Un traduttore di Borges osserva che la frase in tlönese suona quasi come una risata alla faccia di Berkeley. Laddove noi, per rendere il suono del riso, scriviamo ahaha, gli ispano-ablanti usano invce jajaja, e la x è omofona di j, da leggersi un po’ come – chiedo venia – uno scatarro.

In quelli dell’emisfero boreale […] il sostantivo si forma per accumulazione di aggettivi. Non si dice luna: si dice aereo-chiaro sopra scuro-rotondo, o aranciato-tenue-dell’altoceleste, o qualsiasi altro aggregato.

Tre considerazioni:

  • L’aggettivo è necessariamente qualcosa che completa, specifica il nome. L’etimologia stessa del termine è trasparente, a tal proposito: ADIECTIVUS da ADIICERE, cioè “aggiungere”;
  • E’ vero che un aggettivo può essere sostantivato, divenire nome, come si dice, per antonomasia: la stessa parola “luna” viene da una antica radice indo-europea da cui discende anche luce: *luk-na, vale a dire “la luminosa”. Ma quando il processo è completato, la funzione aggettivale non viene più percepita, e la parola diviene sostantivo a tutti gli effetti, il “cartellino identificativo” dell’oggetto.
  • Nell’esempio stesso che viene riportato, abbiamo almeno tre aggettivi che non possono prescindere dal nome da cui provengono: aereo (dal greco aer, “aria”), aranciato (da arancia, ovviamente), e celeste (da cielo, il quale a sua volta, nella notte dei tempi, fu sostantivizzazione di una radice aggettivale dal significato di “cavo, concavo”).

L’ultima considerazione è di carattere funzionale: riuscite ad immaginare una lingua in cui ogni oggetto, in sé irripetibile, sia contrasseganto da una serie ugualmente irripetibile di aggettivi? Una sedia è una sedia? No, ogni sedia è un oggetto a sé, ed in quanto tale verrebbe designata da una serie di aggettivi sempre diversi. Invero, ogni lingua naturale è necessariamente un’astrazione e richiede semplificazione di pensiero, come ha voluto mostrare in modo esemplare Magritte, portando il ragionamento alle estreme conclusioni:

La parole è necessariamente un simbolo, la rappresentazione di un oggetto “ideale” che noi, in questo esempio, chiamiamo “sedia”, comprendendo immediatamente di cosa si parla a prescindere dalle diverse qualità che ogni sedia può avere. Il quadro di Magritte è un sunto pittorico della teoria dell’arbitrarietà del segno di Saussurre: così come il soggetto del dipinto “non è una pipa” perché non si può riempire di tabacco e fumare, allo stesso modo la parola “pipa” evoca in noi l’immagine di questo oggetto atto a fumare il tabacco, sebbene in un’altra lingua possa chiamarsi in tutt’altra maniera.

La lingua è una convenzione, il cui scopo primario è di permettere la comunicazione.

Da ciò consegue che la serie aggettivale non potrebbe mai sostituire un sostantivo, anche perché il numero degli aggettivi sarebbe talmente grande da tradire la “funzione economica” del linguaggio, vale a dire, in soldoni, la capacità di capirsi l’un l’altro combinando un numero relativamente limitato di elementi. Si prenda il caso di “aereo“, che è di per sé un’abbreviaizone di aereomobile (così come auto lo è di automobile): si tratta della semplificazione di un aggettivo sostantivato composto: una volta concluso il processo, aereo può dare origine ad altri composti quali aereostazione, aeroporto, ecc.

E d’altronde, anche l’aggettivo è in sé irripetibile e convenzionale: cosa vuol dire “celeste”? Del colore del cielo, sì. Ma al tramonto? All’alba? D’estate? D’inverno? Al polo o all’Equatore? ecc… Se il linguaggio non fosse convenzionale, avremmo infiniti modi di dire anche “celeste”.

La conseguenza di un tale assurdo linguaggio è esemplata da Borges con il tocco da maestro che chiude il passo:

Dal fatto che nessuno crede alla realtà dei sostantivi nasce, paradossalmente, che il numero di questi ultimi è interminabile.

Il cerchio si è chiuso.

Borges ha avuto ragione del suo avversario: accogliendo per un attimo le idee di Berkeley, le ha smontate alla radice, pezzo per pezzo, fino al paradosso finale. E però, mentre si faceva un viaggetto nell’idealismo di Berkeley, anche lui ha sognato – e noi con lui – un mondo fatto di pura poesia, in cui il vago rosa tremulo che si vede con gli occhi chiusi ha una sola espressione. Che è diversa ogni volta che si chiudono gli occhi.

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Che Borges, dal suo aldilà di mondi possibili, mi perdoni per aver massacrato il suo capolavoro!

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