Archivi del mese: novembre 2010

pout-pourri

Queste righe sono per i pochi affezionati ed ostinati visitatori che ancora ripongono un po’ di fiducia nella mia capacità di gestire il mio tempo: vi annuncio che non avendo io letto l’apposito manuale “come riuscire a coltivare i propri interessi con un bimbo in età esplorativa in giro per casa”, non credo che questo post inaugurerà un nuovo periodo fertile di scrittura sul blog, ma mai mettere limiti alla provvidenza.
Flavio – e qui veniamo agli aggiornamenti familiari – ha compiuto da poco un anno, ancora non cammina ma gattona alla velocità dellla luce, su e giù per le scale, su e giù dal letto, su e giù dal camino, dietro ai gatti, si arrampica sul divano e in generale per arrivare dove i suoi 76 centimetri non gli consentono mette in atto strategie tipo spostare scatoloni occasionali in giro per casa e usarli come scalini. Ha una vera passione per le prese (ed in questo non è molto originale), cavi elettrici che ama staccare dall’elettrodomestico e mettersi in bocca quando sono ancora attaccati alla presa – il che conferisce alla sua lingua quel leggero friccichio che dà sapore alla giornata di un bambino – coltiva una misurata indifferenza nei confronti di tutto ciò che abbia le sembianze di un inoffensivo e rassicurante giocattolo per la sua età, ed in compenso si approprierebbe volentieri di quelli del padre o di coltelli e utensili da cucina. Capirete dunque che la mia occupazione principale, in questa fase del suo sviluppo, è far sì che arrivi vivo a sera, incorrendo in frequenti ed offesi pianti di frustrazione causati dai miei interventi deprivativi. Proprio in uno dei rari momenti in cui magari mi sto rilassando cinque minuti al computer mi suona nella testa un campanellino d’allarme che mi spinge a domandarmi per l’appunto come mai mi stia rilassando e non lo senta: allora lo cerco e lo trovo che sta mangiando i croccantini dei gatti (che gli vanno di traverso e gli fanno vomitare tutto il pranzo che io ho preparato con amore e lui ha mangiato controvoglia per farmi un favore), svuotando il vaso della pachira e spargendo la terra per tutto il salone, aggrappandosi al suddetto vaso molto pesante che venne rialzato al tempo in cui non ci arrivava e ora sarebbe forse tempo di rimettere giù se non voglio che lo seppellisca, eccetera, eccetera, eccetera.

Potrei continuare con l’elenco, ma anche se ogni bambino è speciale ed unico per sua madre, in realtà queste sono dinamiche che sono noiose per chiunque abbia figli perché le conosce fin troppo bene, e per chi non ne ha perché semplicemente non gli interessano.
Dirò solo che, anche se non voglio pasasre per la mamma patinata, rilassata, con la piega, truccata e depilata delle pubblicità (e che mi vedesse non avrebbe dubbi che non lo sono), mi sento molto a mio agio nel mio ruolo di madre, che ha sconvolto la mia vita infinitamente più di quanto avrei potuto immaginare: e questo sconvolgimenti me lo godo al 100%, anche nei momenti più difficili, che sono inevitabili. E’  che in fondo in fondo non è che mi convinca molto questa idea diffusa di poter fare tutto, lavorare e fare la mamma,  per cui non mi dispiace troppo che quella remota possibilità di insegnare in una nuova scuola di lingue (che avrebbe dovuto aprire a gennaio, ma che è esistita solo nella dimensione del condizionale passato) sia sfumata. Boh, lo so che non si campa di “soli” figli, però in una società in cui bimbi che ancora non stanno in piedi da soli vengano buttati giù dal letto all’alba, imbacuccati in pieno inverno, quando fuori ancora è buio, e parcheggiati in qualche nido, l’idea che mio figlio possa svegliarsi alle 10, vivere i propri ritmi naturali e trovare una mamma tranquilla (beh, oddio, questo dipende un po’ dai giorni… diciamo trovare una mamma, con tutti i suoi limiti e tanta buona volontà), che non sta scappando e magari è ancora in pigiama (come ora) e disposta a giocare sul tappeto con lui, insomma che non venga costretto anzi tempo a vivere i ritmi forsennati che sono estenuanti anche per noi adulti, mi sembra la cosa più sensata del mondo. Sento che sto… rallentando. Invecchiando, anzi, a rigor di logica ringiovanendo, perché sto andando indietro nel tempo:  un occhio mi guardo il marmocchio, e  l’altro ai biscotti che sto preparando, alla pasta all’uovo che sto impastando, al maglione che sto facendo, o alla macchina da cucire che ho appena comprato facendomi prendere per il culo da tutti i negozianti che nel dirmi che non hanno stoffe mi fanno notare che mi è venuto il ghiribizzo di mettermi a cucire quando non lo fa più nessuno. Insomma, i capelli bianchi già ci sono: basta smettere di tingerli e di farmi la ceretta, e la trasformazione in mia nonna sarà davvero completa. Mi sono messa persino a fare lo yoghurt fatto in casa. Ci sono momenti in cui penso che potrei davvero non andare a lavorare mai più (e perché sia chiaro, non sono tra coloro che ritengono che il lavoro nobiliti l’individuo a prescindere, e non me ne vergogno) e mettermi a cucire, sferruzzare e vendere qualche stupidaggine su ebay o al mercatino del paese. E magari piantare qualche pianta di  pomodori nei vasi, mettere un paio di galline in terrazzo e raggiungere così l’autarchia. Ho capito che nelle decrescita io ci sguazzo.

Ma forse è solo l’effetto del caffè che ho appena preso e che è l’unica droga che oramai mi concedo.

Ora del tutto gratuitamente aggiungerò qui di seguito alcune riflessioni senza alcuna connessione con quanto scritto sopra, decontestualizzate e del tutto avulse le une dalle altre. Perdonatemi, ma ho già provato a farmi invitare da Fazio e Saviano o a chiamare Ballarò, ma pare che per sparare cazzate sulla Rai in prima serata occorra un ruolo istituzionale, quindi mi tocca accontentarmi del mio piccolo pulpito.

Ecco il mio elenco di cose che volevo dire. Cominciamo.

Non ne posso più dei vecchi pescecani che mettono su trasmissioni per grandi con bambini che scimmiottano i grandi, cantano Michael Jackson con la mano sul pacco, o gorgheggiano di capelli imbiancati in “perdere l’amore”, o pongono domande impertinenti, fintamente ingenue e in realtà piene di adulta malizia a disgustosi personaggi dello showbiz.Poco fa in uno stacco pubblicitario ho visto la Gregoraci e Briatore pericolosamente vicini ad un gruppetto di bambini, io che gli toglierei pure il loro. Ma non ci vedete una vena pedopornografica in questo? Ma perché dei bambini devono recitare i bambini che recitano i grandi in tv? Ma non si usa più mettersi le scarpe e le collane della mamam davanti allo specchio dell’ingresso?

Ora che Il Giornale ha cominciato a demolire la Carfagna a colpi di poster del tempo in cui era più nota da dietro, mi pento di aver fatto altrettanto (per quanto, lo confesso, la maggior parte delle visite al mio blog vengono dalla chiave di ricerca “culo Carfagna”, cosa che non mi fa onore). Non è che ora lei sia diventata la mia eroina, è solo che avevano ragione i greci nel cogliere il valore catartico della rappresentazione dei vizi sul palco: quando vedi i tuoi errori da una certa distanza, ne cogli meglio la portata, e l’operazione ha un sapore vagamente masculo-squadrista, ed è davvero brutto che un’altra donna vi si associ. Ad ogni modo, tornando al gossip, come lo chiama il presidente telefonatore, lo so bene che dietro ai principii ci sarà senz’altro un’altra grossa fetta di torta da sbafarsi, ma devo ammettere che mi lascia abbastanza di sasso che ad alzare la testa sia stata proprio la pupilla, che si sia ribellata al suo pigmalione politico proprio colei che gli doveva tutto: dopo la Gelmini è davvero l’ultima da cui me lo sarei aspettato. Si vede proprio che quando la nave affonda le tope i topi si mettono in salvo. Ora manca solo che lo abbandoni anche Bondi ed è davvero finita.

Partito della libertà, Sinistra, ecologia e libertà, Futuro e libertà… c’è un’epidemia di libertà nei nomi di partiti: mi pare un’insistenza un po’ sospetta su un concetto che dovrebbe essere scontato. Un po’ come chiamare un partito “democratico”.

Detesto il termine “indignato” (ancora di più “speciale”) e chi si indigna. Ci si indigna a destra e a manca, è indegno.

Detesto anche tutto questo shock, spesso chiamato anche choc (che amo solo in forma di quadratini fondenti). Scioccarsi per ogni cosa è sciocco, oltre che linguisticamente di cattivo gusto.

Infine, veniamo alla nota linguistica di alibi per scrivere su questo blog.  E’ ora di urlarlo a chiare lettere al mondo intero: “piuttosto che” non è sinonimo di “o”, non è una congiunzione disgiuntiva, introduce il secondo termine di paragone negativo, eccheccazzo! Se stasera mangio la carne piuttosto che il pesce, decido di mangiare carne, non uno o l’altro indifferentemente! Tra l’altro il suo valore comparativo è trasparente già nella forma “più tosto”, “preferibilmente”. Qualcuno potrà obiettare che questo blog si proponeva di non essere prescrittivo o sanzionatorio, ma questo non è un errore in buona fede, una di quelle deviazioni che la lingua prende come un corso d’acqua che segua la conformazione del terreno e si scavi da sé il suo letto, no, no! Questa è una di quella odiose dighe artificiali che servono per darsi un tono, un antipatico latinorum, un po’ come l’abusatissima e pleonasticissima locuzione “quelli che sono” per amplificare il nome che segue, anzi per dilatare inutilmente la frase: si è discusso di quelle che sono le problematiche. E lo stesso dicasi per l’appunto del termine “problematica” in luogo del semplice “problemi”. Già è difficile risolvere i problemi, poi qua i problemi sono spariti, ci sono solo le problematiche, che sono gruppi, anzi SISTEMI di problemi. Non ne usciremo vivi.

Bene, ora posso tornare a tacere per i prossimi 6 mesi.

E voi come state? 🙂

Annunci

27 commenti

Archiviato in lingua e attualità, strafalcioni