Archivi del mese: settembre 2008

Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto

Sere fa, come al solito alla solita impossibile ora tarda, hanno passato questo film godibilissimo e amaro, con due mostri sacri in stato di grazia. Come al solito, mi son ficcata gli stuzzicadenti fra le palpebre, e ho resistito fino a notte tarda, per veder ancora una volta realizzarsi i fondati timori di Gennarino Carunchio.

Per chi non conoscesse il film, è la storia del sunnominato Gennarino, rozzo mozzo siciliano e comunista a servizio su uno yacht di lusso, e la signora Raffaella Pangetti, ricca industriale milanese e socialdemocratica. Durante un’uscita in gommone, il motore si rompe e costringe i due a uno sbarco di emergenza su un’isola deserta. Deserta soprattutto dalle barriere e convenzioni sociali.

Laddove il denaro non vale niente, è il lavoro puro, quello manuale, quello di sapersi procacciare il cibo a determinare le nuove gerarchie. E dove gli argini sociali vengono abbattuti, ecco che erompe la passione, pura e feroce, perfino sadomasochistica.

 Come Alice, vado a leggermi il Morandini che scrive che “l’incapacità di L. Wertmüller nel lavoro di lima e nel controllo della materia le impedisce ancora una volta di lasciare un segno duraturo.” Mi sembra un giudizio severo e davvero troppo poco argomentato. In me invece è rimasto il segno duraturo della trasfigurazione dei volti ad opera dell’amore,  dell’essere umano che esce pian piano dal bozzolo dei suoi clichées, del senso di rivalsa sociale negli schiaffoni di Gennarino a Raffaella, dell’amarezza della disillusione negli occhi di Gennarino.

Ed ecco che le barriere sociali si manifestano anche nel linguaggio, strumento privilegiato di discriminazione sociale:

– Oh amore…il primo, è vero sai: avresti dovuto essere tu il primo.
– Il primo? Si chiama “primo” uno che poi dopo ci sta il secondo eh!
– Il primo e l’unico…voglio dire che mi dispiace non esser vergine, perché dovevi essere tu ad aprirmi, a mettermi il tuo marchio…amore, ti prego…sodomizzami…sodomizzami…ti prego amore…sodomizzami!
– Mmmhh…nun lo so…nun me va!
– Sì ti prego amore, tu sei il mio primo vero uomo…sodomizzami!
– Senti un po’, brutta fitusa borghese carugnona: ma tu lo fai apposta per farmi sentire ignorante con ‘ste parole difficili! Ma questa cosa che porcheria è, che nun te capisco? ! Che caspita sarebbe?
– Scusa amore…
– Ma scusa ‘na cippa de minchia, che maniera de parlare! Sissignore, io sono ignorante e me ne vanto!
– Te lo giuro amore, te l’ho detto così perché è una cosa difficile da dire.
– Ma poi io ‘ste porcherie vostre non le conosco…che è ‘sta cosa: sotorizzami, sotorazzami…checchè è?!?!

(Qui finisce la citazione testuale trovata in rete, ora vado “a braccio”)

– E’ una cosa d’amore…. sodomizzami è… questo (si gira)

– Ahhh… questo è? Ma ti pare il modo di parlare a un uomo come me?

– Ma amore, te l’ho detto… è’ una cosa d’amore, ho detto così, per non essere volgare!

– La volgarità! Nell’amore non c’è volgarità. Ve la siete inventata voi ricchi, la volgarità.

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Gennarino conosce solo un modo di esprimersi: quello di chiamare le cose col loro nome. Se non è sconveniente la cosa in sé (e l’amore non lo è), non lo è neanche la parola. Non c’è soluzione di continuità fra le cose e i nomi che le designano. “Volgare” è propriamente il “parlare del popolo”: non può essere riconosciuto come tale da chi del popolo fa parte. Lo scollamento tra l’oggetto e il termine, che si fa metaforico e astratto, è frutto di quella stessa opera di astrazione e presa di distanza che spinge a dire ” di colore” o “diversamente abile”. E’ la trasposizione linguistica del gesto di prendere qualcosa con le pinze per disgusto, per non sporcarsi le mani. Le pinze sono appunto la metafora, il ricorso all’immagine di Sodoma.

p.s.

Cercando i video, ho scoperto che esiste un remake del film diretto da Guy Ritchie e interpretato nientepopodimenoche da Madonna e Adriano Giannini, figlio di Giancarlo Giannini. Ora io mi domando:  era qualcosa di cui il mondo sentiva il bisogno?

Comunque Adriano Giannini è bello quasi quanto il padre… però non ha il suo fuoco negli occhi…

 

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I cinque sensi e ciambelloni parlanti

 

Il mio amico Henning trovava molto comico il verbo sentire, poiché dopo averne fatto la prima conoscenza nel significato di “udire“, ha dovuto scoprire con suo sommo stupore e divertimento che si applicava anche alla sfera olfattiva (“senti che odore”), a quella tattile (“senti com’è liscio”), a quella gustativa (“senti che buono”).

Nessuna meraviglia dello stupore di Henning, quandi si pensi che il tedesco ha un verbo diverso per ogni percezione sensoriale: “hoeren” per quella uditiva, “riechen” per quella olfattiva, “fuehlen” per quella tattile, e “schmecken” per quella gustativa. Il tedesco è una lingua molto distintiva, molto più dell’italiano, nel quale solo il senso della vista ha un suo verbo specifico, e a tutti gli altri è assegnato un generale “percepire coi sensi”. In italiano il verbo “sentire” non si riferisce solo ai cinque sensi, ma anche… “al sesto”, vale a dire “percepire con la mente, giudicare”; in tedesco, dove i Sinne sono per l’appunto i cinque sensi, il verbo “sinnen” ha solo quest’ultimo significato di “percepire con la mente, giudicare, soppesare”.

Questo esempio è una delle possibili dimostrazioni del fatto che la lingua non è un repertorio di parole traducibili 1:1, e che i traduttori elettronici (neppure il Babelfish!) non saranno mai in grado di sostituire interpreti, e che ci sarà – volesse il Cielo – sempre bisogno di insegnanti di lingue in carne ed ossa, imperfetti ed irrazionali come le lingue che parlano.

Ma torniamo al nostro “sentire”: si è visto come il primo e più importante significato appreso da Henning sia stato quella di “udire”, e per questo abbia trovato divertente le altre applicazioni, ma d’altra parte, riflettendoci, chiunque di noi, interrogato sul significato di “sentire”, darebbe come prima questa definizione senza pensarci su. Si direbbe che in italiano esista un rapporto privilegiato fra l’udire e il comprendere, come se l’udito fosse il più importante dei cinque sensi, tant’è vero che “sentire” vale anche per il tedesco “sinnen”, comprendere con l’intelletto.

L’altra sera, a cena a casa delle famiglia del mio compagno, il nonno, vedendo che prendevo una seconda fetta di ciambellone, mi ha chiesto  “hai inteso quant’è bono?” !!!! Intendere,  un altro verbo che vale per “comprendere” e funziona anche per “udire”, qua addirittura assume tanta importanza che si estende secondariamente anche alla sfera gustativa! Ho avvicinato l’orecchio alla fetta e ho detto “no, non sento niente”; lui ha fatto lo stesso e ha detto “neanche io”, e giù a ridere. Anche perché il nonno è quasi sordo.

L’udito dunque come canale privilegiato per comprendere…. curioso! Specie dal momento che ogni giorno che passa mi rendo conto che la gente non sa ascoltare. Davvero, è una specie di malattia contagiosa che mina il nostro vivere sociale: la gente parla, parla, parla, e quando arriva il momento di ascoltare…. se ne va. Cambia discorso. Ti interrompe continuando il proprio sproloquio ignorandoti. Ogni volta sono colta dalla tentazione di uscirmene con quella vecchia provocazione: “sai perché abbiamo due orecchie e una sola bocca?”. Ma poi me ne resto lì ad annuire sconsolata, sperando che il cattivo interlocutore si tolga presto dai piedi.

Ah, un’ultima cosa: quando parliamo, il nonno corruga la fronte e si sporge verso di noi cercando di cogliere ben bene i movimenti labiali.

Lui lo sa quant’è importante ascoltare.

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Omaggio alla Sicilia

 

Non ho tempo: mi sto perdendo fra gli scatoloni e nei ricordi di una vita che riemerge dai cassetti, nel tantativo (vano) di vagliare ciò di cui dovrei liberarmi, e ciò con cui vale la pena istituire una linea di continuità. In due parole: sto traslocando. E mi sto arrendendo all’evidenza: le “cose” sono più forti di me. DIttatrici, mi possiedono, mi ricordano chi ero e chi sono, e mi minacciano con il fascino dei ricordi color seppia del passato. Allora le prendo, le incarto semplicemente, e le butto così come sono negli scatoloni, che li traghetteranno verso un nuovo caos, prima che trovino il loro posticino dove venir dimenticate per i prossimi 10 anni. Decisamente la mia non sarà mai una casa minimalista.

Salutandovi dunque non so per quanto tempo, vi lascio con un piccolo omaggio musicale alla Sicilia, da cui sono da poco tornata, nelle voci di due dei miei cantanti preferiti. Buon ascolto!

Stranizza d’amuri – (Franco Battiato)

Strade Parallele (Aria siciliana) – (Giuni Russo – Franco Battiato)

Testo di “Strade Parallele”

Duminica jurnata di sciroccu
Fora nan si pò stari
Pi ffari un pocu ‘i friscu
Mettu ‘a finestra a vanedduzza
E mi vaju a ripusari
Ah! Ah! ‘A stissa aria ca so putenza strogghi ‘u mo pinzeri
Ah! Ah! ‘U cori vola s’all’umbra pigghi forma e ti prisenti
nan pozzu ripusari.
‘U suli ora trasi dintr’o mari
e fannu l’amuri
‘un c’è cosa cchiù granni
tu si la vera surgenti
chi sazia i sentimenti
Ah! Ah! ‘A stissa aria ca so calura crisci e mi turmenta
Ah! Ah! ‘U cori vola sintennu sbrizzi d’acqua di funtana
‘ndo mo’ jardineddu mi piaci stari sula.
Ah! Ah! ‘A stissa aria ca so calura crisci e mi tormenta
Ah! Ah! ‘U cori vola sintennu sbrizzi d’acqua di funtana
‘ndo mo jardineddu mi piaci stari sulu
mi piaci stari sula

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