Archivi del mese: maggio 2009

Una spazzatina

Il marketing non è mai stato il mio forte.

Scivolata in un’inattività blogghettara un po’ forzata ma in cui mi sono presto crogiolata, l’unico contributo di consulenza linguistica specifica in cui mi sono prodotta è stato ad uso e consumo di un altro blog, infinitamente più bazzicato del mio: si tratta di quello del buon Dario Bressanini, uno fra i maggiori responsabili dell’esistenza di questo sito. Dario mi chiedeva delucidazioni sul fenomeno che porta l’Amatriciana a diventare Matriciana, e un estratto dei nostri scambi elettronici/epistolari è stato pubblicato sul suo resoconto gastronomico di un viaggio a Roma. Ciò mi ha portato un numero di visite che il contatore di questo blogghetto di periferia non aveva mai registrato.

Miiiii, che figura! Tutta ‘sta bella gente viene e trovarmi e trova la serranda chiusa. E io me ne accorgo solo oggi, portata di forza per entrambe le recchie: una fra le dita di Enrico Bo, l’altra fra quelle di Unodicinque.

E vabbè, è così: mi piace star nascosta dietro le quinte.

Dice: “dai un segno di vita”. Ecchilo qua. E che vita! Ve ne ho mandati, di cenni, vi ho pensato, allungata sulla sdraio in terrazzo, a godermi i fiori appena piantati, a sonnecchiare e a leggere. Solo che era un pigro e lento ciao ciao con l’occhio socchiuso e la manina rasoterra, e concentrati sullo schermo come eravate, non m’avete visto.

Ma questa è solo cronaca degli ultimissimi giorni. In realtà a mia discolpa posso dire che prima sono stata impegnatissima, fra visite, prelievi, ecografie, le solite lezioni private, un po’ di burocrazie, un po’ di rognette da risolvere, e impegni saltuari ma praticamente imprevedibili e dell’ultimo minuto di una scuola in cui sono diventata il jolly, non ho fatto che correre…. e dormire per il tempo restante.

Ebbene sì, una scuola di lingue m’ha chiamato. Ma non c’è da entusiasmarsi, queste scuole di oggi sono per i rapporti occasionali. Sono un’insegnante oggetto. Mi chiamano oggi per domani, e l’orario è sempre un mistero destinato a risolversi nelle ultime 12 ore precedenti la lezione. Spesso non si sa quale sarà la classe, e quasi mai viene definito a quale livello del programma la intercetterò. Del resto il programma stesso è vago e quasi inesistente, e non c’è un libro di testo. Si vede l’improvvisazione come un valore, identificandola con un non meglio specificato “andare incontro alle esigenze dello studente”.

Ci siamo incontrati una sera di fine aprile, io e il direttore, ovviamente per una lezione da tenere la mattina successiva. Non mi dilungherò sul verboso scambio intercorso fra noi. Basti dire che le nostre idee sulla glottodidattica sono agli antipodi, ma per cieca fiducia o stringente necessità la relazione ebbe comunque inizio. Fra le nostre divergenze maggiori, la preferenza per i testi invece che per le frasi e l’uso di testi “autentici”. Come ho già specificato qui, io – in continuità con le mie ultime esperienze formative – lo ritengo uno dei punti più importanti da cui partire per l’apprendimento. Lui, invece, sostiene che allo studente alle prese con una lingua straniera va sottoposta come modello una lingua quanto più “neutra” possibile. Allora chiedo cosa intenda per “neutra”, e lui mi spiega che non deve essere marcata né in senso dialettale, né ironico, né giornalistico, ecc. Per quanto mi riguarda: un’utopia. Una lingua così non esiste. La lingua è sempre marcata perché ha sempre uno scopo comunicativo a cui rispondere. Ed è utile illuminare lo studente sul perché della scelta di una forma anziché di un’altra in relazione allo scopo comunicativo in esame.

Un giorno in classe trovo sulla cattedra del materiale autoprodotto rimasto lì dalla lezione precedente, delle frasi da completare. Si vuole esercitare il condizionale. Una delle frasi si presenta così

Il prossimo Papa (potrebbe) essere un negro.

Alla faccia della neutralità!

Ma d’altronde il valore di “neutro” dipende dal contesto di riferimento, e ognuno c’ha i neutri e i ministri dell’Interno che si merita. Però a questo punto io rifiuto la frasetta sospesa nel nulla, e la voglio mettere in bocca a qualcuno che vada ripetendo che l’Italia NON DEVE (puntando i piedini per terra), allora sì la posso presentare allo studente come rappresentativa. D’altronde si studia sempre “lingua e cultura”, no?

Non faccio il nome della scuola per ovvie ragioni. Ad ogni modo non sarà l’amore della mia vita professionale, ma si cresce anche attraverso esperienze come queste. Anche perché mentre scrivo mi comunicano un impegno più continuativo per le prossime due settimane.

Per il resto, tutto meravigliosamente bene. Si affaccia l’estate e il bikini non mi starà bene come l’anno passato, ma mi aspettano ben altre gioie.

Ho pure ricominciato il corso di pittura e mi sa che non me la cavo troppo male. Devo darci sotto con l’olio almeno finché posso permettermi di tenere fuori la trementina senza che una micromanina ci si tuffi dentro. Poi si passerà all’acrilico, all’acquerello, o molto più plausibilmente si tornerà… ai pastelli a cera!

Questa era solo una spazzatina per rendere il locale più presentabile. Lascio la serranda a mezz’altezza, così chi vuole entra e dà un’occhiata. La titolare sta nel retrobottega a leggersi “La storia” della Morante, stupita della sua ancora cocente attulità, ma se sente scampanellare magari riaccende pure le luci e ricomincia a trafficare. Un po’ di pazienza, però: si muove un po’ più pesantemente di prima.

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