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Drille che scrivono parole petalose in un tripudio di profismo

Ci sono giorni in cui tutto, tristemente, torna e il cerco si chiude, come se l’universo stesse cercando di comunicarmi qualcosa o confermare determinate impressioni. Così, mentre dalla mia posizione defilata e ibrida di insegnante di sostegno, a disposizione di tutti ma senza vera voce in capitolo sulla didattica, mi trovo a dover lacrimare sangue su amenità come “Voce del vero DICERE” o “Lui e Lei non si usano MAI come soggetto” e a riflettere su come nella scuola ancora non si faccia educazione linguistica ma “grammatica”, e mentre allo stesso tempo vengo accolta da attacchi di nausea da social network, ecco che le due cose si sovrappongono, in una vicenda cominciata in modo speranzoso ma finita malissimo.
La storia è nota ai più, anche se nessuno ci ha capito un cazzo. Un bambino di terza elementare, alle prese con gli aggettivi, scrive che un fiore è petaloso. La maestra, rara avis, invece di sbraitare e fare segnacci, scrive che è un “errore bello”, e mentre a casa ci ripensa, decide che la parola le piace e la invia all’Accademia della Crusca, la quale si occupa di monitorare lo stato della lingua e fornire consulenze. L’Accademia, giustamente ammirata dall’apertura mentale della maestra che dà valore alla capacità dei bambini di “fare lingua”, risponde direttamente al bambino con una raccomandata, UNA VERA LETTERA, così rara al giorno d’oggi. Scrive al bambino che la sua parola è “bella e ben formata”: il bello può essere soggettivo (a me comunque piace), mentre il ben formato è un parere scientifico, fondato sul paragone con altri aggettivi terminanti col suffisso -oso, che forma aggettivi denominali, cioè a partire da nomi. Fa un paragone molto semplice con coraggioso e peloso, illustrando in tal modo il concetto di analogia. Infine spiega al bambino che il fatto che sia ben formata (e che – aggiungo io – vada a colmare un vuoto lessicale) non basta ad inserirla nel vocabolario, ma che tutti devono cominciare ad usarla, finché non diventerà così comune da assumere una sua dignità e una sua storia.

“Caro Matteo,
la parola che hai inventato è una parola ben formata e potrebbe essere usata in italiano così come sono usate parole formate nello stesso modo.
Tu hai messo insieme petalo + oso > petaloso = pieno di petali, con tanti petali
Allo stesso modo in italiano ci sono:
pelo + oso > peloso = pieno di peli, con tanti peli
coraggio + oso > coraggioso = pieno di coraggio, con tanto coraggio.
La tua parola è bella e chiara, ma sai come fa una parola a entrare nel vocabolario? Una parola nuova non entra nel vocabolario quando qualcuno la inventa, anche se è una parola “bella” e utile. Perché entri in un vocabolario, infatti, bisogna che la parola nuova non sia conosciuta e usata solo da chi l’ha inventata, ma che la usino tante persone e che tante persone la capiscano. Se riuscirai a diffondere la tua parola fra tante persone e tante persone in Italia cominceranno a dire e a scrivere “Com’è petaloso questo fiore!” o, come suggerisci tu, “le margherite sono fiori petalosi, mentre i papaveri non sono molto petalosi”, ecco, allora petaloso sarà diventata una parola dell’italiano, perché gli italiani la conoscono e la usano. A quel punto chi compila i dizionari inserirà la nuova parola fra le altre e ne spiegherà il significato.
È così che funziona: non sono gli studiosi, quelli che fanno i vocabolari, a decidere quali parole nuove sono belle o brutte, utili o inutili. Quando una parola nuova è sulla bocca di tutti (o di tanti), allora lo studioso capisce che quella parola è diventata una parola come le altre e la mette nel vocabolario.
Spero che questa risposta ti sia stata utile e ti suggerisco ancora una cosa: un bel libro, intitolato Drilla e scritto da Andrew Clemens. Leggilo, magari insieme ai tuoi compagni e alla maestra: racconta proprio una storia come la tua, la storia di un bambino che inventa una parola e cerca di farla entrare nel vocabolario.
Grazie per averci scritto.
Un caro saluto a te, ai tuo compagni e alla tua maestra.

Maria Cristina Torchia
Redazione della Consulenza Linguistica
Accademia della Crusca

Per la maestra:
– Il libro, con i suoi riferimenti completi, è: Andrew Clemens,Drilla, Milano, Rizzoli, 2009 [traduzione di Beatrice Masini, n.d.r].
– Approfitto dell’occasione per segnalarle che sul sitowww.accademiadellacrusca.it, l’Accademia mette a disposizione un servizio di consulenza linguistica. Per rivolgere domande al nostro servizio di consulenza si può usare il modulo presente all’indirizzohttp://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/poni-quesito.”

Per una disadattata come me, questa è una storia quasi commovente, visto che ogni giorno mi trovo in una classe in cui l’italiano viene insegnato come un monolite da venerare, racchiuso nel sacro libro della grammatica, immutabile dalla notte dei tempi. Nessun accenno al concetto di variazione linguistica, ai meccanismi di formazione delle parole, al concetto di neologismo, di registro, ecc. Così mi dico: può essere davvero questo l’episodio scatenante capace di far cambiare approccio nelle scuole? E può essere questo il momento in cui alle varie boiate facebookkare da meme o da #escile, l’equivalente sociale di pacche sulle spalle in una gara di rutti e scorregge, si affianca un minimo di riflessione sulla lingua, che in rete si limita all’odioso fare le pulci (quasi sempre senza poterselo permettere) a chi tralascia un’acca? La risposta arriva già dalle prime ore, quando l’hashtag petaloso invade il web in un cazzeggio infinito in cui da una parte nessuno prova vergogna a mancare così tanto di originalità da ripetere per la milionesima volta “e allora inzupposo di Banderas perché no?” (tra le altre cose, perché non è ben formato, visto che viene da un verbo), dall’altra montano l’indignazione e le crisi millenaristiche sullo stato della nostra lingua, poiché la Crusca avrebbe ACCETTATO lo strafalcione di un bambino; tanto per non farci mancare niente, sorge perfino un fronte complottista che si chiede quali santi abbia in paradiso il bambino Matteo, di chi sia figlio per essere portato alla ribalta in questo modo (senza accorgersi che lo stanno portando alla ribalta proprio loro).
Il peggio del peggio: la paginetta chiara chiara della Crusca, così limpida da essere capita da un bambino di terza elementare, non viene letta da nessuno, nessuno capisce che la Crusca semplicemente NON HA il potere di accettare o rifiutare alcunché, perché sovrana è solo la comunità dei parlanti. La storia va avanti per giorni, e “petaloso”, da delizioso aneddoto su un breve, rarissimo momento di educazione linguistica in una scuola, diventa il peggiore dei tormentoni.
Provo a parlarne alla collega, la titolare della cattedra di italiano, e – come mi aspettavo, volevo in realtà solo la conferma – mi dice che è una cazzata mostruosa e che tutti i bambini inventano parole. Non era quello il punto, ovviamente, non ha fatto nulla di speciale, Matteo, ha solo “creato lingua” come fa qualunque apprendente che ne scopre i meccanismi di formazione ma ancora ovviamente non è stato esposto a così tanta quantità di lingua da sapere che quella parola non esiste, ha applicato un procedimento analogico come fa mio figlio quando dice “aprito” o “la scrivaTUA” (scrivania). Ma tant’è.
Torno ben presto a deprimermi, insomma, e a fare il mio lavoro da gregaria tra i banchi, finché un giorno, a una battuta dell’insegnante sui ragazzi che sarebbero più scemi delle ragazze, uno dei più scalcagnati della classe, la pecora nera, e – manco a dirlo – il mio prediletto, se ne esce con “ma questo è razzismo!”, al che lei replica: “caso mai sessismo!”; il suo compare, un altro di quelli invisibili, chiede “Ma che significano queste parole con -ismo?” e lei “lascia sta’”. Gli dico che appena posso glielo spiego io, e alla prima ora di buco in cui la classe resta a me, facciamo un elenco delle parole che finiscono con -ismo e le dividiamo in sottoinsiemi di “correnti letterarie o di pensiero e religioni”, “sport o professioni”, “atteggiamenti negativi e discriminatori”. Ne esce fuori una di quelle lezioni che mi rendono stupidamente euforica e mi fanno credere che io stia piantando qualche semino, poi passano i giorni in sordina fra espressioni con le frazioni e differenza fra hay/està in spagnolo.
Fino ad oggi, quando, durante una verifica, mi chiamano di qua e di là, e la professoressa dice “Ma chiedete pure a me! Che ci sono le preferenze verso i professori in questa classe?” e la mia pecorella risponde “Sì, c’è PROFISMO”. Mi illumino d’immenso, non per la preferenza accordata (che non avevo scoperto in quel momento) ma per la brillante intuizione, e gli faccio: “Vuoi leggere un libro? Si chiama Drilla, è la storia di un ragazzo che, dopo che l’insegnante cacacazzi e fissata con la grammatica come me gli dice che è lui a decidere quali parole entrano nel dizionario, decide di usare la parola drilla per la penna, e combatte per la sua parola contro l’autorità, impersonata dalla prof: fantasia contro potere… che ne dici?” “Grazie profe! Lo voglio legge, me lo porta domani?”.
Drilla è un libro semplicissimo, alla portata di ragazzi molto giovani, una breve storia che in poche battute esemplifica l’eterna lotta fra norma e devianza, fra conservazione e innovazione. Questi sono i momenti in cui mi ricordo perché faccio quello che faccio: non perché il più bravo della classe imbrocchi un pronome indefinito nell’analisi grammaticale, ma perché il “peggiore” scopra il funzionamento del sistema lingua e lo applichi, perché – più genericamente ma ancor più nobilmente – trovi “il suo posto” in quella classe, smetta di essere invisibile. Perché la scuola smetta di essere un luogo di reclusione.
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portulaca/porcacchia: un delirio botanico-linguistico… e non solo!

Per il secondo anno, senza invito, questa signora si affaccia nei miei vasi:

A bocca aperta, ancora stile Marcovaldo e la natura in città (ma ormai la città è solo nella mia testa), resto ammirata prima dalle foglie aghiformi tipo rosmarino, ma grasse, e poi dai primi germogli di fiori, e il mio stupore aumenta quando comincio a notare che la stessa pianta fa fiori di molti colori diversi. Chissà quanto tempo dovrà passare, quanta disintossicazione ci vuole, per smetterla di meravigliarsi di fronte alle iniziative della natura, del fatto che cresca qualcosa che tu, uomo – o meglio, Mensch – non hai piantato.

Incuriosita, chiedo ad un mio amico, che ha un vivaio, che tipo di pianta sia, e lui, dopo la mia descrizione, dice “potrebbe essere Portulaca….” poi ci ripensa e aggiunge “O forse porcacchia.” E Io “Come, porcacchia?” e lui “Sì, la varietà selvatica della portulaca!”.

Interessante! E dire che l’ho buttata dentro la mia tesi, la portulaca/porcacchia, senza sapere che già stava germogliando nei miei vasi. Fu infatti un’abitudine del latino tardo, protovolgare, quello di attribuire significati diversi a diverse varianti della stessa parola. Queste varianti si dicono, in linguistica, allotropi, ovvero “modi diversi”, parole dello stesso etimo ma di forma differente in considerazione della loro diversa trafila di derivazione, dotta o popolare. Alcune di loro sopravvivono fianco a fianco nello stesso repertorio linguistico, con diversi significati, senza che il parlante riesca a percepirne la parentela: desco e disco (DISCUM), vezzo e vizio (VITIUM). Gli ultimi due accostamenti hanno una particolarità interessante: i primi termini delle due coppie hanno avuto originariamente derivazione “popolare” (cosa che si evince dalle trasformazione fonetiche, tipiche della derivazione spontanea del parlato) e i secondi derivazione “dotta”, con una forma più vicina al latino. Ma con il passare dei secoli i gradi di familiarità d’uso si sono invertiti. Desco con il significato di tavolo, da popolare che era, suona ora affettato, arcaico e poetico, mentre disco è divenuto popolare a causa del “ripescamento” del termine per indicare i vecchi LP; anche vezzo è senz’altro meno usato di vizio, il quale è probabilmente divenuto piuttosto popolare per l’uso fattone negli scritti biblici.

Ma torniamo alla nostra portulaca o porcacchia. Risulta vano ogni mio tentativo di scoprire, in rete, quale sia l’aspetto della portulaca selvatica rispetto a quella… ufficiale. In realtà google dà diversi risultati  per portulaca, uno dei quali è quello qui sopra. Alcuni siti si limitano ad osservare che essa viene indicata anche come porcacchia, probabilmente per via del fatto che è pianta molto amata anche dai porci (ma non solo: pare che sia  molto buona nell’insalata… devo provare!). Se a livello botanico non ne vengo a capo, provo almeno ad avanzare un’ipotesi linguistica:

Dal latino standard PORTULACA si è avuto PORTLACA

(con sincope, o caduta, della U breve in posizione atona),

e di qui PORCLACA

(con TL > CL, passaggio molto frequente nel latino arcaico, e che si riaffaccia nel latino volgare: è quel che è successo con POTULUM > POTLUM > POCLUM “tazza”; si noti infatti che la radice POT– di  POTARE “bere” è presente in “potabile”),

e di qui PORCACLA, per metatesi

(cioè “scambio”, come il “Ploretariato” di Coccoina per “Proletariato”),

da cui “porcacchia” (si confronti SPECULUM > SPECLUM > specchio).

Questo è quello che ho buttato in una nota della tesi. (Ricordo però che questa è solo una delle possibili ipotesi). Come è stato possibile giungere a una parola così diversa? Sono due le ragioni preponderanti:

  • In virtù di una predilezione latino-volgare per il suffisso -C(U)LUS, -C(U)LA, -C(U)LUM, che formava diminutivi. I diminutivi sono molto amati dallla lingua parlata, familiare, affettiva. E da essi discendono parole “ufficiali” della nostra lingua, che noi neanche sentiamo come diminutivi. Ad esempio MASC(U)LUS (maschietto) invece di MAS, da cui poi “maschio” (anche l’inglese “male”); VET(U)LUS invece di VETUS, da cui VETLUS > VECLUS > “vecchio”, e così via. Il processo era così diffuso e spontaneo, che il suffisso -CLUS (> -cchio) divenne produttivo, e le parole venivano “rimodellate” (stile pongo) per raggiungerlo.
  • Per un’associazione popolare, detta anche paretimologia, con il maiale, porco.

 

Le due cause sono congiunte: un processo fonetico possibile, viene agevolato da un collegamento psicologico spontaneo fra la pianta e il porco che la mangia.

D’altronde, scavando scavando, si vede che lo stesso è successo con un’altra parola che – udite, udite! – costituisce una terza variante del nome della pianta misteriosa: “porcellana“. Ebbene sì, la stessa parola in uso per la ceramica, designa anche la pianta, e sempre in virtù del collegamento con “porco”.

Così il DELI (Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, di Cortelazzo-Zolli):

  • porcellana (1): “o dalla forma di porcello della conchiglia, o dalla somiglianza della fessura della conchiglia colla natura della porcella. Le porcellane, ceramiche importate in principio dalla Cina, ebbero il nome dalle porcellane, conchiglie cui quelle rassomigliavano” (il DELI cita qui da un articolo di G. Alessio, “Polo volgare”). L’uso comincia con Marco Polo “Spendono per moneta porcellane bianche, che si truovano nel mare, e che se ne fanno le scodelle”.
  • porcellana (2): Lat. parl. *PORCILLANA(M), per il class. PORCILLACA(M), da avvicinare a PORTULACA.

Ed ecco a voi dei semi di Portulaca Oleracea (che non so se sia la mia):

A forma di conchiglia! 🙂 Scrive infatti il dizionario etimologico online che

questa voce venne usata nel Medioevo per designare una conchiglia tigrata o conchiglia di Venere “concha Veneris” così detta per una certa somiglianza di forma, da PORCUS o PORCA (mediante il diminutivo PORCELLA), la “vulva della troia”

[sic!]

Ora: condividete almeno un pochettino del mio stupore divertito se vi dico che un insulto spagnolo piuttosto volgare è “la concha de tu hermana” (traduzione: a fregn’e soreta) ? 😀

Hai voglia a cercare la logica del linguaggio, a mettere etichette, regole ed argini… sta tutto nella nostra testa, insondabile ed irrazionale come i pensieri che vi si affollano. E gira che ti rigira torniamo sempre allo stupore del bambino che vede somiglianze con oggetti ed animali più comuni e familiari, e riesce a trovare la connessione fra una pianta, una ceramica, una conchiglia, un maiale e… una vulva!

Ok, magari quest’ultima è più presente nella mente del bambino adulto…

 

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Analogia e anomalia

Ieri, durante l’introduzione alle tre coniugazioni, una delle bambine a cui sto dando lezioni di italiano, dopo aver scritto, a mo’ d’esempio, la coniugazione del presente indicativo di “comprare“, si concentra sulle prime due forme, compro e compri, e immediatamente applica quanto appreso durante la scorsa lezione. In pratica alza la mano ansiosa di mostrare la sua bravura e mi dice “Lo so io, lo so io!” ed io “Cosa?” e lei “Compro, compri… compra, compre“! 😀

M. (vi piace questo vezzo freudiano delle iniziali? 😀 ) ha talmente ben compreso la correlazione “maschile in -o, plurale in -i, femminile in –a, plurale in –e“, che immediatamente crea un ipotetico femminile non appena vede una successione -o, -i.

Certamente, il procedimento adottato è totalmente erroneo perché si sovrappongono le due diverse categorie di nome e verbo, la prima delle quali è contraddistinta da genere e numero, mentre la seconda da persona e numero, ma la povera bambina che affronta i verbi italiani per la prima volta  e fa riferimento all’inglese, che non conosce né genere (the man, the woman non sono distinti a livello morfologico) né coniugazione verbale per persona (tutte le forme sono identiche a differenza della terza persona, cui si aggiunge una –s), non è facilitata in questo. Temo di averle detto frettolosamente che un’azione rimane la stessa sia che a compierla sia una donna sia un uomo, cosa che mi toccherà contraddire nel giorno  in cui affronterò il passato prossimo (sono andata vs. sono andato)

Cosa ha fatto M.? Ha applicato un procedimento analogico: “bambino/bambini” sta a “bambina/bambine” come “compro/compri” sta a un fantomatico “compra/compre“.

E’ stato quasi un peccato stroncare questo volenteroso tentativo, ma ancora di più lo è stato quando dall’infinito “leggere” la bambina mi tira fuori una bella prima persona singolare “leggio“. Cavolo, se aveva ragione! Lei sa che deve togliere la desinenza dell’infinito e metterci -o, -i, -e, ecc… sente il suono “gi” in “leggere” e chiaramente lo riproduce in tutta la coniugazione, così come da “giocare” coniuga “gioco, giochi“, ecc… mantenendo la c dura (in termini tecnici “occlusiva velare sorda”) in tutta la coniugazione.

L’analogia è una reazione molto diffusa tra chi impara una nuova lingua, o in generale nei bambini, perché il parlante che si approccia ad un nuovo sistema linguistico ignora l’ “esperienza linguistica”, la consuetudine, e cerca di far ricadere i processi linguistici nella categora del “noto”, per facilitarsi la vita, insomma.

Nelle persone anziane o nei semicolti troviamo invece spesso il procedimento opposto, ovvero il mantenimento di alcune irregolarità che noi oggi percepiamo come tali, ma che in realtà non sono che la sopravvivenza di caratteristiche arcaiche già livellate dall’analogia: mia nonna, che era anche analfabeta, diceva “le mela” e “le pera“, e anche “le mano” e “i pomidoro” (anzi: i pummidoro). Da piccola mi faceva ridere e l’attribuivo all’ignoranza. Ignorante lo era di sicuro, mia nonna, e non per colpa sua, ma in questi casi era il suo dialetto che conservava dei tratti arcaici: il plurale le mela, infatti, è un plurale neutro, dal latino MALUM (sing.) MALA (plur.), che nel latino tardo, a causa del declino del neutro, cominciò ad essere interpretato come un femminile singolare, così come è accaduto per FOLIA (neutro plurale) che si è mutato in “foglia” (femminile singolare), da cui poi il plurale “foglie“. Lo stesso dicasi per “pera” (lat. PIRUM sing., PIRA plur.). D’altra parte non è affatto differente dai plurali del tipo le lenzuola, le uova, le braccia, le ginocchia, ecc.

Le mano” anche è più che coerente: la quarta declinazione latina era in -US, comprendeva pochi nomi femminili, quindi era destinata a sparire (come poi è stato) perché poco funzionale e perché -US, che in romanzo si trasforma in –o, che viene sentito come maschile, e tendeva dunque a sovrapporsi alla seconda declinazione, che aveva –o (< -US) al singolare, e –i (< -I) al plurale. Così da “mano” si è sviluppato un plurale analogico “mani” (pur essendosi conservato il genere femminile nel nome), ma è “le mano” la forma più antica. Con “pomidoro“, poi, l’analisi è trasparente: pomo d’oro > pomi d’oro. Poiché il sintagma (cioè un’unione “sclerotizzata” di due parole, che sempre si usano assieme) indica un oggetto particolare, viene pronunciato e scritto tutto attaccato, finché si perde la percezione del composto originario, e viene declinata solo la terminazione: pomodoro sta a pomodori come carciofo sta a carciofi.

Quello che non avevo capito è che l’ignorante in realtà ero io, e pure saccente, che a 6/7 anni mi permettevo di correggerla, ferendo il suo orgoglio.

L’anomalia, il cosiddetto “errore”, altro non è se non la sopravvivenza “carsica” di fenomeni che erano regolari e analogici a propria volta in un lontano passato, ma che dopo l’azione livellatrice di altri fenomeni analogici diviene “irregolare”.

Analogia e anomalia sono insomma relative: ciò che un tempo era analogico e regolare, sopravvive oggi come fossile, relitto, anomalia. L’analogia tende alla semplificazione, l’anomalia alla conservazione. Nell’antica Roma, i grammatici si dividevano addirittura nelle due scuole degli anomalisti (es. Cicerone) e degli analogisti (es. Cesare), con il consueto rigore che sempre due scuole di pensiero scientifico mettono nell’affrontarsi l’un altra. In realtà, non è possibile privilegiare l’un aspetto a scapito dell’altro. Perché se  da una parte l’analogia protegge il sistema da forme esageratamente irrazionali e la cui ragion d’essere non viene più compresa (salvaguardando pertanto la reciproca comprensione), dall’altra l’anomalia rivela il “codice genetico” della lingua, è un po’ come i cerchi nel tronco di un albero. Gli “strafalcioni” di mia nonna avevano radici illustri, antiche, ben piantate e dirette che mai avrei immginato. I dialetti, per nulla compromessi con le questioni di lana caprina dei grammatici, possono permettersi il lusso di tramandare nei secoli questi piccoli gioielli, questi fossili linguistici.

Mentre l’analogia passa sulle particolarità come una pialla sul legno, riducendole e categorizzandole, l’anomalia è quel nodo duro che continua ostinato a resistere e grida “Ehi! Ricordiamoci da dove veniamo!”

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