Archivi del mese: aprile 2008

Primavera

Il sostantivo in uso per designare la stagione della rinascita della natura, in italiano, è un composto del latino che ha però subito un cosiddetto metaplasmo, vale a dire un passaggio da una categoria (di nomi, in questo caso) all’altra: in latino era infatti di genere neutro, ed era designato semplicemente da ver, veris, che da solo significava già “primavera”, e proveniva da una radice antichissima attestata anche dal sanscrito, nel primo membro del composto  VAS-ANTAS (in cui presumo ANTAS stia per “primo”).

Tale antichissima radice è ospitata anche dal nome della dea Vesta, divinità del focolare domestico, e alla quale era dedicato un tempio in cui veniva tenuto vivo dalle Vestali il fuoco sacro che doveva garantire l’incolumità della città di Roma, spento nel 391 da Teodosio quale ultima brace di paganesimo. Il significato della radice era “ardere, splendere” e il suo impiego sta qui ad indicare pertanto lo splendore della stagione in cui il sole torna ad allietare gli animi e nutrire la natura.

Evidentemente, la connessione con il concetto di “splendore” deve essersi persa piuttosto precocemente, e dall’uso frequente nella locuzione “primo vere” (cioè, letteralmente “all’inizio della primavera”, e anche titolo di una raccolta di poesie giovanili di D’Annunzio) è nata l’interpretazione di ver come “stagione”, e di conseguenza “prima stagione dell’anno”. Anche il francese antico aveva infatti primevoire, sostituito poi da printemps ( < PRIMUM TEMPUS) forse anche per evitare confusione con “voire” (vedere). Primovere ha potuto facilmente essere femminilizzato in primavera in virtù dell’idea di fertilità ad esso connessa.

D’altra parte il concetto di ardore si collega bene anche all’estate (lat. AESTATEM dalla stessa radice di AESTUS, “calore, ardore”), e coerentemente alcune lingue optano per tale corrispondenza: lo spagnolo ha verano (< TEMPUS VERANUM), il rumeno ha vară,  il napoletano antico vera, il provenzale e il valenziano ver.

E’ interessante anche notare come l’idea di “inizio” connessa alla primavera abbia portato in alcune lingue e dialetti ad usi perifrastici quali “primavera dell’inverno” per indicare l’autunno (napoletano: primavera ‘e’mmerne; catalano primavera del ivern).

Anche le lingue germaniche sottolineano diversamente l’idea di inizio: l’inglese ha spring, orignariamente springing-time (1387), spring-time (1495), spring of the year (1530), vale a dire il momento da cui le piante “saltano su” (spring up), crescono. Il tedesco opta per Frühling, cioè “cosa che arriva presto, per prima” (früh = presto), mentre il danese e l’olandese usano i composti voraar e voorjaar (fore-year, in cui fore = “anteriore”, cfr. forehead, “fronte”).

Ora che siete informati su queste questioni di lana caprina, non dubito che potrete godere più pienamente di questa stagione di rinascita. Anche se a me questo momento, più che l’inizio di una stagione splendida, pare l’inizio del buio più nero.

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Sitografia:

http://www.etymonline.com/index.php?term=spring

http://www.etimo.it/?term=primavera

Bibliografia:

W. Meyer-Lubke, “Romanisch etymologisches Wörterbuch”

Manlio Cortelazzo, Paolo Zolli, “DELI” (Dizionario Etimologico della Lingua Italiana)

 

 

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Giocarello

E vabbè. Aprire un blog vuol dire anche partecipare ai meme. Lo sapevo, ed il momento è giunto: sono forse così altezzosa da tirarmi indietro? Giammai.

Le regole:

– indicare il blog che vi ha nominato: quella toscanaccia di Twiga 

– Inserire le regole

– Scrivere sei cose che vi piace fare

-Nominare altre sei persone che proseguano il meme

-Lasciare un commento sul blog dei sei prescelti amici memati amici .

COSA MI PIACE FARE:

1. Dormire fino a tardi. Quando però sei disoccupata e diviene la norma, non è più tanto divertente. Ragion per cui negli ultimi giorni ho cominciato ad alzarmi presto. Così, per protesta.

2. Restare alzata la notte fino a tardi, pure se non ho nulla da fare. Sono una vampira e c’ho pure un pipistrello gonfiabile appeso al soffitto. Oltre a quelli veri che mi porta il gatto in casa.

3. Respirare a pieni polmoni l’odore della terra bagnata quando smette di piovere.

4. Mangiarmi il paninozzo con la salsiccia al chioschetto sulla spiaggia di Martignano, accompagnata dalla musica reggae. Vabbè, visto che non si può evitare, pure gli immancabili cani che vengono sotto la panca a elemosinarne un pezzetto, e ai quali ovviamente non do niente.

5. Prendere una lumaca, quando ne trovo una una, e metterla su una foglia bagnata per vederla far capoccella e allungare lentamente e cautamente le “corna”. Mi facevano pena quelle che trovavo nell’insalata quando abitavo in città e non sapevo dove liberarle. Così una volta ne ho messa una piccina sulla mia potus e ho pensato di allevarla lì. D’inverno l’ho lasciata dormire indisturbata su una foglia, e alla primavera successiva era… svanita. 😕

6. Ovviamente, uno dei sei punti non può che essere.. leggere. Sì, lo so, lo dicono tutti. Ma chiedete al mio ragazzo nonché convivente: i libri stanno praticamente pure nel frigo ormai. SOno una bibliofila, di quelle feticiste che aprono un vecchio libro e ne gustano pure l’odore della carta mezza ammuffita.

7. …

No, scherzo, mi fermo, anche se ci avevo quasi preso gusto. Il brutto ora è trovare 6 blog a cui scassare gli zebedei (sarà che ho fatto troppo telemarketing in passato, ma mi sembra sempre di disturbare). Oh, memeambasciator’ non porta pena! A chi tocca nun s’engrugna, ecc. ecc.

I fortunati vincitori sono: Lupo Sordo, Oreste, Coreyreggae, e… oh, sapete che vi dico? Io mi fermo qui, non ce n’ho altri tre (altri candidati a cui avevo pensato hanno già dato). E lo so, faccio un po’ come mi pare, ma vivo in un paese dove Berlusconi è presidente e rivendico anch’io il diritto di cambiare le regole come piacciono a me. Voi però non prendete esempio.

Concludendo: ma che diavolo vuol dire “meme”?

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Un po’ di pubblicità

E sì, dai, prima o poi riparto, co’ ‘sto blog. Magari a singhiozzo, ma riparto, sebbene nutra delle perplessità sulla sua stessa natura. Ma ci ho lavorato troppo poco per mollarlo subito.

In attesa che le trasmissioni riprendano, vi segnalo un blog che linguisticamente, e non solo, è una vera chicca. Fateci un salto, che ne vale la pena. Magnifici gli scambi lessicali: caloroso per caldo, ardimentoso per ardente, grossolona per grossa, e così via. L’area dialettale, ovviamente, è quella laziale-romana. Non di Roma città, che il suo dialetto storico l’ha perso in nome di una versione un po’ “coatta” (io lo posso dire perché sono romana io stessa 😉 ) dell’italiano standard. Per fare solo un esempio, l’articolo usato da Oreste è sempre lo, non er. In questo meraviglioso monumento al dialetto, la lingua è al servizio di un mondo perduto: quello dell’onesto contadino e delle piccole gioie della vita.

Non mi interessa sapere chi sia veramente il geniale Oreste: per me è comunque un “contadino onestissimo che lavora la tera sua” aiutato nelle difficoltà quotidiane dal fedele compagno di vita, il maialino Puzzotto.

Buona lettura e… viva la campagna!

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Pantasimi, Fantasime e fantasmi

Ed eccomi qui. Alla fine mi è toccato tornare in anticipo l’altro ieri sera, di corsa. E’ morta la nonna del mio compagno, una donna straordinaria che negli ultimi anni ha adottato anche me come nipote. La figura dei nonni per me è importantissima, sacra, direi, essendo io stata cresciuta per l’appunto da mia nonna. A questa predilezione, si aggiunge l’affetto sincero, spontaneo e tutto particolare che questa donna sapeva suscitare nei suoi confronti in chiunque abbia avuto la fortuna di conoscerla. E’ stata una donna fortunata: ha visto crescere figli, nipoti, e nascere pronipoti. Era amata e coccolata non solo dai parenti ma da tutto il paese, che ieri è accorso in massa ai funerali. Ha celebrato pochi giorni fa 65 anni di matrimonio con il grande amore della sua vita, che oggi carezzandola nell’ultimo saluto le diceva “quanto ho faticato per conquistarti, eri la più bella ed eri mia”. Non aveva debiti né rimpianti. E affrontava il passaggio serena, salda nella sua fede, e orgogliosa al pensiero della bella tomba che ha comprato già 10 anni fa, e che ospiterà anche suo marito e le sue figlie.

Per tutti questi motivi non avremmo dovuto piangere, ma siamo così egoisti che l’abbiamo fatto lo stesso. Ci mancherà immensamente, e questo post è per lei. L’avevo scritto, quasi profeticamente, direi, prima di partire, ma poi un po’ per la fretta, un po’ perché forse mi sembrava suonasse come un addio, non ho fatto in tempo a formattarlo per la pubblicazione. E ora non è che il mio insignificante saluto linguistico.

 

Parlando di nonne e dei loro preziosi fossili dialettali, da un po’ di giorni mi gira per la testa il “pantasimo” della meravigliosa nonna del mio compagno. La prima volta che l’ho sentito dalle sue labbra, sono morta dal ridere… quando si incavola, la piccola novantenne, col marito noventatreenne, lo minaccia col dito deformato dall’artrite, e lo apostrofa “pantasimo”. Il mio ragazzo è stato vago nelle spiegazioni, ma pare che il contesto semantico dell’uso fattone dalla nonna sia quella di “stupido, scemo”, sebbene su un forum “locale” si desse l’intepretazione di “brutto, contraffatto in volto”, e si concludesse rinviando per maggiori spiegazioni a qualcuno di Trevignano Romano. Direi che visto che a Trevignano i nomi delle vie portano il cognome dei nonni del mio compagno, possiamo con buona certezza fidarci dell’uso generico fattone dalla nonnina.

“Pantasimo” mi fa impazzire, perché mi fa immediatamente tornare alla memoria la “fantasima” di Boccaccio. Ecco la definizione datane da… “sikipedia”!

Lu fantàsima è n’èssiri suprannaturali, nu spettru, ca secunnu la cumuni cridenza pupulari appari speci di notti.

(http://scn.wikipedia.org/wiki/P%C3%A0ggina_principali)

Pantasimi e fantasimi sono delle semplici varianti popolari del noto “fantasma“, che però è un termine di derivazione dotta, cioè una traslitterazione diretta dal greco, mentre nel siciliano “lu fantasima” la i inserita nel nesso sm (procedimento chiamato epentesi) a scopi eufonici, ovvero per facilitare la pronuncia tradisce la “storpiatura” popolare.

La fantasima di Boccaccio ha un’origine ancora più popolare, evidente dalla correlazione con un articolo femminile, dovuto alla desinenza -a del termine. Ecco a voi la godibilissima novella del Boccaccio:

Decameron VII,1

Gianni Lotteringhi ode di notte toccar l’uscio suo; desta la moglie, ed ella gli fa accredere che egli è la fantasima; vanno ad incantare con una orazione, e il picchiar si rimane.

Signor mio, a me sarebbe stato carissimo, quando stato fosse piacere a voi, che altra persona che io avesse a così bella materia, come è quella di che parlar dobbiamo, dato cominciamento; ma, poi che egli v’aggrada che io tutte l’altre assicuri, e io il farò volentieri. E ingegnerommi, carissime donne, di dir cosa che vi possa essere utile nell’avvenire, per ciò che, se così son l’altre come io, tutte siamo paurose, e massimamente della fantasima, la quale sallo Iddio che io non so che cosa si sia, né ancora alcuna trovai che ‘l sapesse, come che tutte ne temiamo igualmente. A quella cacciar via, quando da voi venisse, notando bene la mia novella, potrete una santa e buona orazione e molto a ciò valevole apparare.
Egli fu già in Firenze nella contrada di San Brancazio uno stamaiuolo, il qual fu chiamato Gianni Lotteringhi, uomo più avventurato nella sua arte che savio in altre cose, per ciò che, tenendo egli del semplice, era molto spesso fatto capitano de’laudesi di Santa Maria Novella, e aveva a ritenere la scuola loro, e altri così fatti uficietti aveva assai sovente, di che egli da molto più si teneva; e ciò gli avvenia per ciò che egli molto spesso, sì come agiato uomo, dava di buone pietanze a’ frati.
Li quali, per ciò che qual calze e qual cappa e quale scapolare ne traevano spesso, gli insegnavano di buone orazioni e davangli il paternostro in volgare e la canzone di santo Alesso e il lamento di san Bernardo e la lauda di donna Matelda e cotali altri ciancioni, li quali egli aveva molto cari, e tutti per la salute dell’anima sua se gli serbava molto diligentemente.
Ora aveva costui una bellissima donna e vaga per moglie, la quale ebbe nome monna Tessa e fu figliuola di Mannuccio dalla Cuculia, savia e avveduta molto. La quale, conoscendo la semplicità del marito, essendo innamorata di Federigo di Neri Pegolotti, il quale bello e fresco giovane era, ed egli di lei, ordinò con una sua fante che Federigo le venisse a parlare ad un luogo molto bello che il detto Gianni aveva in Camerata, al quale ella si stava tutta la state; e Gianni alcuna volta vi veniva la sera a cenare e ad albergo, e la mattina se ne tornava a bottega e talora a’ laudesi suoi.
Federigo, che ciò senza modo disiderava, preso tempo, un dì che imposto gli fu, in su ‘1 vespro se n’andò lassù, e non venendovi la sera Gianni, a grande agio e con molto piacere cenò e albergò con la donna; ed ella, standogli in braccio, la notte gl’insegnò da sei delle laude del suo marito.
Ma, non intendendo essa che questa fosse così l’ultima volta come stata era la prima, né Federigo altressì, acciò che ogni volta non convenisse che la fante avesse ad andar per lui, ordinarono insieme a questo modo: che egli ognindì, quando andasse o tornasse da un suo luogo che alquanto più su era, tenesse mente in una vigna la quale allato alla casa di lei era, ed egli vedrebbe un teschio d’asino in su un palo di quelli della vigna, il quale quando col muso volto vedesse verso Firenze, sicuramente e senza alcun fallo la sera di notte se ne venisse a lei, e se non trovasse l’uscio aperto, pianamente picchiasse tre volte, ed ella gli aprirebbe; e quando vedesse il muso del teschio volto verso Fiesole, non vi venisse, per ciò che Gianni vi sarebbe. E in questa maniera faccendo, molte volte insieme si ritrovarono.
Ma tra l’altre volte una avvenne che, dovendo Federigo cenar con monna Tessa, avendo ella fatti cuocere due grossi capponi, avvenne che Gianni, che venir non vi doveva, molto tardi vi venne; di che la donna fu molto dolente, ed egli ed ella cenarono un poco di carne salata che da parte aveva fatta lessare; e alla fante fece portare in una tovagliuola bianca i due capponi lessi e molte uova fresche e un fiasco di buon vino in un suo giardino, nel quale andar si potea senza andar per la casa, e dov’ella era usa di cenare con Federigo alcuna volta, e dissele che a piè d’un pesco, che era allato ad un pratello, quelle cose ponesse.
E tanto fu il cruccio che ella ebbe, che ella non si ricordò di dire alla fante che tanto aspettasse che Federigo venisse, e dicessegli che Gianni v’era e che egli quelle cose dell’orto prendesse. Per che, andatisi ella e Gianni al letto, e similmente la fante, non stette guari che Federigo venne e toccò una volta pianamente la porta, la quale sì vicina alla camera era che Gianni incontanente il sentì, e la donna altressì; ma, acciò che Gianni nulla suspicar potesse di lei, di dormire fece sembiante.
E stando un poco, Federigo picchiò la seconda volta; di che Gianni maravigliandosi punzecchiò un poco la donna, e disse:
– Tessa, odi tu quel ch’io? E’ pare che l’uscio nostro sia tocco -.
La donna, che molto meglio di lui udito l’avea, fece vista di svegliarsi, e disse:
– Come di’? Eh? –
– Dico, – disse Gianni – ch’e’ pare che l’uscio nostro sia tocco -.
Disse la donna:
– Tocco? Ohimè, Gianni mio, or non sai tu quello ch’egli è? Egli è la fantasima, della quale io ho avuta a queste notti la maggior paura che mai s’avesse, tale che, come io sentita l’ho, ho messo il capo sotto né mai ho avuto ardir di trarlo fuori sì è stato dì chiaro -.
Disse allora Gianni:
– Va, donna, non aver paura, se ciò è, ché io dissi dianzi il “Te lucis” e la ” ‘ntemerata” e tante altre buone orazioni, quando al letto ci andammo, e anche segnai il letto di canto in canto al nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, che temere non ci bisogna, ché ella non ci può, per potere ch’ella abbia, nuocere -.
La donna, acciò che Federigo per avventura altro sospetto non prendesse e con lei si turbasse, diliberò del tutto di doversi levare e di fargli sentire che Gianni v’era, e disse al marito:
– Bene sta, tu di’tue parole tu, io per me non mi terrò mai salva né sicura, se noi non la ‘ncantiamo, poscia che tu ci se’-.
Disse Gianni:
– O come s’incanta ella? –
Disse la donna:
– Ben la so io incantare; ché l’altrieri, quando io andai a Fiesole alla perdonanza, una di quelle romite, che è, Gianni mio, pur la più santa cosa che Iddio tel dica per me, vedendomene così paurosa, m’insegnò una santa e buona orazione, e disse che provata l’avea più volte avanti che romita fosse, e sempre l’era giovato. Ma sallo Iddio che io non avrei mai avuto ardire d’andare sola a provarla; ma ora che tu ci se’, io vo’ che noi andiamo ad incantarla -.
Gianni disse che molto gli piacea; e levatisi, se ne vennero amenduni pianamente all’uscio, al quale ancor di fuori Federigo, già sospettando, aspettava. E giunti quivi, disse la donna a Gianni:
– Ora sputerai, quando io il ti dirò -.
Disse Gianni:
– Bene -.
E la donna cominciò l’orazione, e disse:
– Fantasima, fantasima che di notte vai, a coda ritta ci venisti, a coda ritta te n’andrai; va nell’orto a piè del pesco grosso, troverai unto bisunto e cento cacherelli della gallina mia; pon bocca al fiasco e vatti via, e non far male né a me né a Gianni mio -; e così detto, disse al marito:
– Sputa, Gianni -; e Gianni sputò.
E Federigo, che di fuori era e questo udiva, già di gelosia uscito, con tutta la malinconia, aveva si gran voglia di ridere che scoppiava; e pianamente, quando Gianni sputava, diceva:
– I denti -.
La donna, poi che in questa guisa ebbe tre volte la fantasima incantata, al letto se ne tornò col marito.
Federigo, che con lei di cenar s’aspettava, non avendo cenato e avendo bene le parole della orazione intese, se n’andò nell’orto e a piè del pesco grosso trovati i due capponi e ‘1 vino e l’uova, a casa se ne gli portò e cenò a grande agio. E poi dell’altre volte, ritrovandosi con la donna, molto di questa incantazione rise con essolei.
Vera cosa è che alcuni dicono che la donna aveva ben volto il teschio dello asino verso Fiesole, ma un lavoratore, per la vigna passando, v’aveva entro dato d’un bastone e fattol girare intorno intorno, ed era rimaso volto verso Firenze, e per ciò Federigo, credendo esser chiamato, v’era venuto; e che la donna aveva fatta l’orazione in questa guisa: – Fantasima, fantasima, vatti con Dio, che la testa dell’asino non vols’io, ma altri fu, che tristo il faccia Iddio, e io son qui con Gianni mio -; per che, andatosene, senza albergo e senza cena era la notte rimaso.
Ma una mia vicina, la quale è una donna molto vecchia, mi dice che l’una e l’altra fu vera, secondo che ella aveva, essendo fanciulla, saputo; ma che l’ultimo non a Gianni Lotteringhi era avvenuto, ma ad uno che si chiamò Gianni di Nello, che stava in porta San Piero, non meno sofficiente lavaceci che fosse Gianni Lotteringhi.
E per ciò, donne mie care, nella vostra elezione sta di torre qual più vi piace delle due, o volete amendune. Elle hanno grandissima virtù a così fatte cose, come per esperienzia avete udito; apparatele, e potravvi ancor giovare.

Il “pantasimo” della nonna Checca è invece un uso aggettivale forse ancora più antico, visto che il ф (ph) veniva reso nei primi prestito dal greco in latino con una semplice p, successivamente con ph, e solo in tempo moderni con f.

Chissà che paura delle fantasime, nelle notti passate davanti al camino a raccontarsi storie l’un l’altro, prima dell’avvento della tv e dei suoi fantasmi splatter holliwoodiani!

Quanta malinconia nell’attesa di separarsi da certe voci capitate come per miracolo da un tempo che appare ormai quasi fiabesco. Non si è mai pronti a lasciar andare qualcuno che si ama, neanche quando ha 90 anni.

Abbiate pazienza: potrei non essere dell’umore adatto per scrivere per un po’.

Nel frattempo: buona vita a tutti!

 

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Comunicazione di servizio

Salve a tutti! Scusate, ma mi è scappato di scappare a Parigi con l’amica di una vita! 🙂

Il blog non verrà aggiornato per una settimana. Nel frattempo fate come foste a casa vostra: mettete i peidi sul tavolo, spegnete le cicche per terra e via dicendo.

Anzi: se avete qualche spunto da fornire fatelo pure nei commenti di questo post.

Un abbraccio a tutti, e buona settimana preelettorale!

Ska

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