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3 anni e 9 mesi

  • Il MappaTONDO è sulla scrivaTUA.
  • Ti sto ACCANTANDO [“ti sto vicino”]

Non vedo perché dovrei correggere una tale meraviglia.

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Drille che scrivono parole petalose in un tripudio di profismo

Ci sono giorni in cui tutto, tristemente, torna e il cerco si chiude, come se l’universo stesse cercando di comunicarmi qualcosa o confermare determinate impressioni. Così, mentre dalla mia posizione defilata e ibrida di insegnante di sostegno, a disposizione di tutti ma senza vera voce in capitolo sulla didattica, mi trovo a dover lacrimare sangue su amenità come “Voce del vero DICERE” o “Lui e Lei non si usano MAI come soggetto” e a riflettere su come nella scuola ancora non si faccia educazione linguistica ma “grammatica”, e mentre allo stesso tempo vengo accolta da attacchi di nausea da social network, ecco che le due cose si sovrappongono, in una vicenda cominciata in modo speranzoso ma finita malissimo.
La storia è nota ai più, anche se nessuno ci ha capito un cazzo. Un bambino di terza elementare, alle prese con gli aggettivi, scrive che un fiore è petaloso. La maestra, rara avis, invece di sbraitare e fare segnacci, scrive che è un “errore bello”, e mentre a casa ci ripensa, decide che la parola le piace e la invia all’Accademia della Crusca, la quale si occupa di monitorare lo stato della lingua e fornire consulenze. L’Accademia, giustamente ammirata dall’apertura mentale della maestra che dà valore alla capacità dei bambini di “fare lingua”, risponde direttamente al bambino con una raccomandata, UNA VERA LETTERA, così rara al giorno d’oggi. Scrive al bambino che la sua parola è “bella e ben formata”: il bello può essere soggettivo (a me comunque piace), mentre il ben formato è un parere scientifico, fondato sul paragone con altri aggettivi terminanti col suffisso -oso, che forma aggettivi denominali, cioè a partire da nomi. Fa un paragone molto semplice con coraggioso e peloso, illustrando in tal modo il concetto di analogia. Infine spiega al bambino che il fatto che sia ben formata (e che – aggiungo io – vada a colmare un vuoto lessicale) non basta ad inserirla nel vocabolario, ma che tutti devono cominciare ad usarla, finché non diventerà così comune da assumere una sua dignità e una sua storia.

“Caro Matteo,
la parola che hai inventato è una parola ben formata e potrebbe essere usata in italiano così come sono usate parole formate nello stesso modo.
Tu hai messo insieme petalo + oso > petaloso = pieno di petali, con tanti petali
Allo stesso modo in italiano ci sono:
pelo + oso > peloso = pieno di peli, con tanti peli
coraggio + oso > coraggioso = pieno di coraggio, con tanto coraggio.
La tua parola è bella e chiara, ma sai come fa una parola a entrare nel vocabolario? Una parola nuova non entra nel vocabolario quando qualcuno la inventa, anche se è una parola “bella” e utile. Perché entri in un vocabolario, infatti, bisogna che la parola nuova non sia conosciuta e usata solo da chi l’ha inventata, ma che la usino tante persone e che tante persone la capiscano. Se riuscirai a diffondere la tua parola fra tante persone e tante persone in Italia cominceranno a dire e a scrivere “Com’è petaloso questo fiore!” o, come suggerisci tu, “le margherite sono fiori petalosi, mentre i papaveri non sono molto petalosi”, ecco, allora petaloso sarà diventata una parola dell’italiano, perché gli italiani la conoscono e la usano. A quel punto chi compila i dizionari inserirà la nuova parola fra le altre e ne spiegherà il significato.
È così che funziona: non sono gli studiosi, quelli che fanno i vocabolari, a decidere quali parole nuove sono belle o brutte, utili o inutili. Quando una parola nuova è sulla bocca di tutti (o di tanti), allora lo studioso capisce che quella parola è diventata una parola come le altre e la mette nel vocabolario.
Spero che questa risposta ti sia stata utile e ti suggerisco ancora una cosa: un bel libro, intitolato Drilla e scritto da Andrew Clemens. Leggilo, magari insieme ai tuoi compagni e alla maestra: racconta proprio una storia come la tua, la storia di un bambino che inventa una parola e cerca di farla entrare nel vocabolario.
Grazie per averci scritto.
Un caro saluto a te, ai tuo compagni e alla tua maestra.

Maria Cristina Torchia
Redazione della Consulenza Linguistica
Accademia della Crusca

Per la maestra:
– Il libro, con i suoi riferimenti completi, è: Andrew Clemens,Drilla, Milano, Rizzoli, 2009 [traduzione di Beatrice Masini, n.d.r].
– Approfitto dell’occasione per segnalarle che sul sitowww.accademiadellacrusca.it, l’Accademia mette a disposizione un servizio di consulenza linguistica. Per rivolgere domande al nostro servizio di consulenza si può usare il modulo presente all’indirizzohttp://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/poni-quesito.”

Per una disadattata come me, questa è una storia quasi commovente, visto che ogni giorno mi trovo in una classe in cui l’italiano viene insegnato come un monolite da venerare, racchiuso nel sacro libro della grammatica, immutabile dalla notte dei tempi. Nessun accenno al concetto di variazione linguistica, ai meccanismi di formazione delle parole, al concetto di neologismo, di registro, ecc. Così mi dico: può essere davvero questo l’episodio scatenante capace di far cambiare approccio nelle scuole? E può essere questo il momento in cui alle varie boiate facebookkare da meme o da #escile, l’equivalente sociale di pacche sulle spalle in una gara di rutti e scorregge, si affianca un minimo di riflessione sulla lingua, che in rete si limita all’odioso fare le pulci (quasi sempre senza poterselo permettere) a chi tralascia un’acca? La risposta arriva già dalle prime ore, quando l’hashtag petaloso invade il web in un cazzeggio infinito in cui da una parte nessuno prova vergogna a mancare così tanto di originalità da ripetere per la milionesima volta “e allora inzupposo di Banderas perché no?” (tra le altre cose, perché non è ben formato, visto che viene da un verbo), dall’altra montano l’indignazione e le crisi millenaristiche sullo stato della nostra lingua, poiché la Crusca avrebbe ACCETTATO lo strafalcione di un bambino; tanto per non farci mancare niente, sorge perfino un fronte complottista che si chiede quali santi abbia in paradiso il bambino Matteo, di chi sia figlio per essere portato alla ribalta in questo modo (senza accorgersi che lo stanno portando alla ribalta proprio loro).
Il peggio del peggio: la paginetta chiara chiara della Crusca, così limpida da essere capita da un bambino di terza elementare, non viene letta da nessuno, nessuno capisce che la Crusca semplicemente NON HA il potere di accettare o rifiutare alcunché, perché sovrana è solo la comunità dei parlanti. La storia va avanti per giorni, e “petaloso”, da delizioso aneddoto su un breve, rarissimo momento di educazione linguistica in una scuola, diventa il peggiore dei tormentoni.
Provo a parlarne alla collega, la titolare della cattedra di italiano, e – come mi aspettavo, volevo in realtà solo la conferma – mi dice che è una cazzata mostruosa e che tutti i bambini inventano parole. Non era quello il punto, ovviamente, non ha fatto nulla di speciale, Matteo, ha solo “creato lingua” come fa qualunque apprendente che ne scopre i meccanismi di formazione ma ancora ovviamente non è stato esposto a così tanta quantità di lingua da sapere che quella parola non esiste, ha applicato un procedimento analogico come fa mio figlio quando dice “aprito” o “la scrivaTUA” (scrivania). Ma tant’è.
Torno ben presto a deprimermi, insomma, e a fare il mio lavoro da gregaria tra i banchi, finché un giorno, a una battuta dell’insegnante sui ragazzi che sarebbero più scemi delle ragazze, uno dei più scalcagnati della classe, la pecora nera, e – manco a dirlo – il mio prediletto, se ne esce con “ma questo è razzismo!”, al che lei replica: “caso mai sessismo!”; il suo compare, un altro di quelli invisibili, chiede “Ma che significano queste parole con -ismo?” e lei “lascia sta’”. Gli dico che appena posso glielo spiego io, e alla prima ora di buco in cui la classe resta a me, facciamo un elenco delle parole che finiscono con -ismo e le dividiamo in sottoinsiemi di “correnti letterarie o di pensiero e religioni”, “sport o professioni”, “atteggiamenti negativi e discriminatori”. Ne esce fuori una di quelle lezioni che mi rendono stupidamente euforica e mi fanno credere che io stia piantando qualche semino, poi passano i giorni in sordina fra espressioni con le frazioni e differenza fra hay/està in spagnolo.
Fino ad oggi, quando, durante una verifica, mi chiamano di qua e di là, e la professoressa dice “Ma chiedete pure a me! Che ci sono le preferenze verso i professori in questa classe?” e la mia pecorella risponde “Sì, c’è PROFISMO”. Mi illumino d’immenso, non per la preferenza accordata (che non avevo scoperto in quel momento) ma per la brillante intuizione, e gli faccio: “Vuoi leggere un libro? Si chiama Drilla, è la storia di un ragazzo che, dopo che l’insegnante cacacazzi e fissata con la grammatica come me gli dice che è lui a decidere quali parole entrano nel dizionario, decide di usare la parola drilla per la penna, e combatte per la sua parola contro l’autorità, impersonata dalla prof: fantasia contro potere… che ne dici?” “Grazie profe! Lo voglio legge, me lo porta domani?”.
Drilla è un libro semplicissimo, alla portata di ragazzi molto giovani, una breve storia che in poche battute esemplifica l’eterna lotta fra norma e devianza, fra conservazione e innovazione. Questi sono i momenti in cui mi ricordo perché faccio quello che faccio: non perché il più bravo della classe imbrocchi un pronome indefinito nell’analisi grammaticale, ma perché il “peggiore” scopra il funzionamento del sistema lingua e lo applichi, perché – più genericamente ma ancor più nobilmente – trovi “il suo posto” in quella classe, smetta di essere invisibile. Perché la scuola smetta di essere un luogo di reclusione.
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portulaca/porcacchia: un delirio botanico-linguistico… e non solo!

Per il secondo anno, senza invito, questa signora si affaccia nei miei vasi:

A bocca aperta, ancora stile Marcovaldo e la natura in città (ma ormai la città è solo nella mia testa), resto ammirata prima dalle foglie aghiformi tipo rosmarino, ma grasse, e poi dai primi germogli di fiori, e il mio stupore aumenta quando comincio a notare che la stessa pianta fa fiori di molti colori diversi. Chissà quanto tempo dovrà passare, quanta disintossicazione ci vuole, per smetterla di meravigliarsi di fronte alle iniziative della natura, del fatto che cresca qualcosa che tu, uomo – o meglio, Mensch – non hai piantato.

Incuriosita, chiedo ad un mio amico, che ha un vivaio, che tipo di pianta sia, e lui, dopo la mia descrizione, dice “potrebbe essere Portulaca….” poi ci ripensa e aggiunge “O forse porcacchia.” E Io “Come, porcacchia?” e lui “Sì, la varietà selvatica della portulaca!”.

Interessante! E dire che l’ho buttata dentro la mia tesi, la portulaca/porcacchia, senza sapere che già stava germogliando nei miei vasi. Fu infatti un’abitudine del latino tardo, protovolgare, quello di attribuire significati diversi a diverse varianti della stessa parola. Queste varianti si dicono, in linguistica, allotropi, ovvero “modi diversi”, parole dello stesso etimo ma di forma differente in considerazione della loro diversa trafila di derivazione, dotta o popolare. Alcune di loro sopravvivono fianco a fianco nello stesso repertorio linguistico, con diversi significati, senza che il parlante riesca a percepirne la parentela: desco e disco (DISCUM), vezzo e vizio (VITIUM). Gli ultimi due accostamenti hanno una particolarità interessante: i primi termini delle due coppie hanno avuto originariamente derivazione “popolare” (cosa che si evince dalle trasformazione fonetiche, tipiche della derivazione spontanea del parlato) e i secondi derivazione “dotta”, con una forma più vicina al latino. Ma con il passare dei secoli i gradi di familiarità d’uso si sono invertiti. Desco con il significato di tavolo, da popolare che era, suona ora affettato, arcaico e poetico, mentre disco è divenuto popolare a causa del “ripescamento” del termine per indicare i vecchi LP; anche vezzo è senz’altro meno usato di vizio, il quale è probabilmente divenuto piuttosto popolare per l’uso fattone negli scritti biblici.

Ma torniamo alla nostra portulaca o porcacchia. Risulta vano ogni mio tentativo di scoprire, in rete, quale sia l’aspetto della portulaca selvatica rispetto a quella… ufficiale. In realtà google dà diversi risultati  per portulaca, uno dei quali è quello qui sopra. Alcuni siti si limitano ad osservare che essa viene indicata anche come porcacchia, probabilmente per via del fatto che è pianta molto amata anche dai porci (ma non solo: pare che sia  molto buona nell’insalata… devo provare!). Se a livello botanico non ne vengo a capo, provo almeno ad avanzare un’ipotesi linguistica:

Dal latino standard PORTULACA si è avuto PORTLACA

(con sincope, o caduta, della U breve in posizione atona),

e di qui PORCLACA

(con TL > CL, passaggio molto frequente nel latino arcaico, e che si riaffaccia nel latino volgare: è quel che è successo con POTULUM > POTLUM > POCLUM “tazza”; si noti infatti che la radice POT– di  POTARE “bere” è presente in “potabile”),

e di qui PORCACLA, per metatesi

(cioè “scambio”, come il “Ploretariato” di Coccoina per “Proletariato”),

da cui “porcacchia” (si confronti SPECULUM > SPECLUM > specchio).

Questo è quello che ho buttato in una nota della tesi. (Ricordo però che questa è solo una delle possibili ipotesi). Come è stato possibile giungere a una parola così diversa? Sono due le ragioni preponderanti:

  • In virtù di una predilezione latino-volgare per il suffisso -C(U)LUS, -C(U)LA, -C(U)LUM, che formava diminutivi. I diminutivi sono molto amati dallla lingua parlata, familiare, affettiva. E da essi discendono parole “ufficiali” della nostra lingua, che noi neanche sentiamo come diminutivi. Ad esempio MASC(U)LUS (maschietto) invece di MAS, da cui poi “maschio” (anche l’inglese “male”); VET(U)LUS invece di VETUS, da cui VETLUS > VECLUS > “vecchio”, e così via. Il processo era così diffuso e spontaneo, che il suffisso -CLUS (> -cchio) divenne produttivo, e le parole venivano “rimodellate” (stile pongo) per raggiungerlo.
  • Per un’associazione popolare, detta anche paretimologia, con il maiale, porco.

 

Le due cause sono congiunte: un processo fonetico possibile, viene agevolato da un collegamento psicologico spontaneo fra la pianta e il porco che la mangia.

D’altronde, scavando scavando, si vede che lo stesso è successo con un’altra parola che – udite, udite! – costituisce una terza variante del nome della pianta misteriosa: “porcellana“. Ebbene sì, la stessa parola in uso per la ceramica, designa anche la pianta, e sempre in virtù del collegamento con “porco”.

Così il DELI (Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, di Cortelazzo-Zolli):

  • porcellana (1): “o dalla forma di porcello della conchiglia, o dalla somiglianza della fessura della conchiglia colla natura della porcella. Le porcellane, ceramiche importate in principio dalla Cina, ebbero il nome dalle porcellane, conchiglie cui quelle rassomigliavano” (il DELI cita qui da un articolo di G. Alessio, “Polo volgare”). L’uso comincia con Marco Polo “Spendono per moneta porcellane bianche, che si truovano nel mare, e che se ne fanno le scodelle”.
  • porcellana (2): Lat. parl. *PORCILLANA(M), per il class. PORCILLACA(M), da avvicinare a PORTULACA.

Ed ecco a voi dei semi di Portulaca Oleracea (che non so se sia la mia):

A forma di conchiglia! 🙂 Scrive infatti il dizionario etimologico online che

questa voce venne usata nel Medioevo per designare una conchiglia tigrata o conchiglia di Venere “concha Veneris” così detta per una certa somiglianza di forma, da PORCUS o PORCA (mediante il diminutivo PORCELLA), la “vulva della troia”

[sic!]

Ora: condividete almeno un pochettino del mio stupore divertito se vi dico che un insulto spagnolo piuttosto volgare è “la concha de tu hermana” (traduzione: a fregn’e soreta) ? 😀

Hai voglia a cercare la logica del linguaggio, a mettere etichette, regole ed argini… sta tutto nella nostra testa, insondabile ed irrazionale come i pensieri che vi si affollano. E gira che ti rigira torniamo sempre allo stupore del bambino che vede somiglianze con oggetti ed animali più comuni e familiari, e riesce a trovare la connessione fra una pianta, una ceramica, una conchiglia, un maiale e… una vulva!

Ok, magari quest’ultima è più presente nella mente del bambino adulto…

 

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sparagnare

Mia nonna diceva: “ho sparammiato”, “sparammio”. L’ho sempre trovato curioso.

Una rapida ricerca mostra che una variante “sparagnare” di “risparmiare” è presente in molti dialetti, da nord a sud… perché non è una  forma locale, ma un fossile!

Il dizionario etimologico cita un etimo antico alto-tedesco SPARONEN (ingl. to spare, ted. sparen), che attraverso la variante *SPARANJAN è entrata a fare parte del nostro sistema linguistico, dando luogo a sparagnare esattamente come RANEUM > RANJUM > ragno [NJU > gno]. In romanesco: *SPARANJAN > *SPARANNJAN > *SPARAMMIARE , eventualmente con la variante sparambiare.

La variante dialettale (o meglio: quella che semplicemente ha avuto meno successo della sua concorrente) è ben nota anche nelle lingue romanze: francese antico sparaigner, franc. mod. épargner, ladino spargnar.

Con il verbo standard è invece probabilmente accaduto questo: *SPAR(A)NJAN > *SPARNJAN [con caduta della vocale atona, molto frequente in quella posizione] > risparmiare, con prefisso rafforzativo.

Non si tratta quindi del troncamento del prefisso ri-: sono due trafile parallele.

Non è che mia nonna togliesse semplicemente il prefisso iniziale e storpiasse un po’ il resto. No, mia nonna, come nel caso delle “mela”, era depositaria di uno strato più antico della lingua, come mostra l’assenza del prefisso. Non avrebbe sentito il prefisso come superfluo al punto di troncarlo.

Discorso diverso per Henning.

Henning, il mio amico tedesco ed ex coinquilino, alle prese con il primo approccio all’italiano, quando è venuto ad abitare da me. Una volta, a pochi minuti dalla chiusura del supermercato, continuavo a crogiolarmi nella mia pigrizia rifiutandomi di uscire per fare la spesa.

S.: Lasciamo perdere. Non riusciremo mai ad arrivare in tempo!

H.: Ma se vogliamo riuscire, dobbiamo prima uscire!

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Analogia e anomalia

Ieri, durante l’introduzione alle tre coniugazioni, una delle bambine a cui sto dando lezioni di italiano, dopo aver scritto, a mo’ d’esempio, la coniugazione del presente indicativo di “comprare“, si concentra sulle prime due forme, compro e compri, e immediatamente applica quanto appreso durante la scorsa lezione. In pratica alza la mano ansiosa di mostrare la sua bravura e mi dice “Lo so io, lo so io!” ed io “Cosa?” e lei “Compro, compri… compra, compre“! 😀

M. (vi piace questo vezzo freudiano delle iniziali? 😀 ) ha talmente ben compreso la correlazione “maschile in -o, plurale in -i, femminile in –a, plurale in –e“, che immediatamente crea un ipotetico femminile non appena vede una successione -o, -i.

Certamente, il procedimento adottato è totalmente erroneo perché si sovrappongono le due diverse categorie di nome e verbo, la prima delle quali è contraddistinta da genere e numero, mentre la seconda da persona e numero, ma la povera bambina che affronta i verbi italiani per la prima volta  e fa riferimento all’inglese, che non conosce né genere (the man, the woman non sono distinti a livello morfologico) né coniugazione verbale per persona (tutte le forme sono identiche a differenza della terza persona, cui si aggiunge una –s), non è facilitata in questo. Temo di averle detto frettolosamente che un’azione rimane la stessa sia che a compierla sia una donna sia un uomo, cosa che mi toccherà contraddire nel giorno  in cui affronterò il passato prossimo (sono andata vs. sono andato)

Cosa ha fatto M.? Ha applicato un procedimento analogico: “bambino/bambini” sta a “bambina/bambine” come “compro/compri” sta a un fantomatico “compra/compre“.

E’ stato quasi un peccato stroncare questo volenteroso tentativo, ma ancora di più lo è stato quando dall’infinito “leggere” la bambina mi tira fuori una bella prima persona singolare “leggio“. Cavolo, se aveva ragione! Lei sa che deve togliere la desinenza dell’infinito e metterci -o, -i, -e, ecc… sente il suono “gi” in “leggere” e chiaramente lo riproduce in tutta la coniugazione, così come da “giocare” coniuga “gioco, giochi“, ecc… mantenendo la c dura (in termini tecnici “occlusiva velare sorda”) in tutta la coniugazione.

L’analogia è una reazione molto diffusa tra chi impara una nuova lingua, o in generale nei bambini, perché il parlante che si approccia ad un nuovo sistema linguistico ignora l’ “esperienza linguistica”, la consuetudine, e cerca di far ricadere i processi linguistici nella categora del “noto”, per facilitarsi la vita, insomma.

Nelle persone anziane o nei semicolti troviamo invece spesso il procedimento opposto, ovvero il mantenimento di alcune irregolarità che noi oggi percepiamo come tali, ma che in realtà non sono che la sopravvivenza di caratteristiche arcaiche già livellate dall’analogia: mia nonna, che era anche analfabeta, diceva “le mela” e “le pera“, e anche “le mano” e “i pomidoro” (anzi: i pummidoro). Da piccola mi faceva ridere e l’attribuivo all’ignoranza. Ignorante lo era di sicuro, mia nonna, e non per colpa sua, ma in questi casi era il suo dialetto che conservava dei tratti arcaici: il plurale le mela, infatti, è un plurale neutro, dal latino MALUM (sing.) MALA (plur.), che nel latino tardo, a causa del declino del neutro, cominciò ad essere interpretato come un femminile singolare, così come è accaduto per FOLIA (neutro plurale) che si è mutato in “foglia” (femminile singolare), da cui poi il plurale “foglie“. Lo stesso dicasi per “pera” (lat. PIRUM sing., PIRA plur.). D’altra parte non è affatto differente dai plurali del tipo le lenzuola, le uova, le braccia, le ginocchia, ecc.

Le mano” anche è più che coerente: la quarta declinazione latina era in -US, comprendeva pochi nomi femminili, quindi era destinata a sparire (come poi è stato) perché poco funzionale e perché -US, che in romanzo si trasforma in –o, che viene sentito come maschile, e tendeva dunque a sovrapporsi alla seconda declinazione, che aveva –o (< -US) al singolare, e –i (< -I) al plurale. Così da “mano” si è sviluppato un plurale analogico “mani” (pur essendosi conservato il genere femminile nel nome), ma è “le mano” la forma più antica. Con “pomidoro“, poi, l’analisi è trasparente: pomo d’oro > pomi d’oro. Poiché il sintagma (cioè un’unione “sclerotizzata” di due parole, che sempre si usano assieme) indica un oggetto particolare, viene pronunciato e scritto tutto attaccato, finché si perde la percezione del composto originario, e viene declinata solo la terminazione: pomodoro sta a pomodori come carciofo sta a carciofi.

Quello che non avevo capito è che l’ignorante in realtà ero io, e pure saccente, che a 6/7 anni mi permettevo di correggerla, ferendo il suo orgoglio.

L’anomalia, il cosiddetto “errore”, altro non è se non la sopravvivenza “carsica” di fenomeni che erano regolari e analogici a propria volta in un lontano passato, ma che dopo l’azione livellatrice di altri fenomeni analogici diviene “irregolare”.

Analogia e anomalia sono insomma relative: ciò che un tempo era analogico e regolare, sopravvive oggi come fossile, relitto, anomalia. L’analogia tende alla semplificazione, l’anomalia alla conservazione. Nell’antica Roma, i grammatici si dividevano addirittura nelle due scuole degli anomalisti (es. Cicerone) e degli analogisti (es. Cesare), con il consueto rigore che sempre due scuole di pensiero scientifico mettono nell’affrontarsi l’un altra. In realtà, non è possibile privilegiare l’un aspetto a scapito dell’altro. Perché se  da una parte l’analogia protegge il sistema da forme esageratamente irrazionali e la cui ragion d’essere non viene più compresa (salvaguardando pertanto la reciproca comprensione), dall’altra l’anomalia rivela il “codice genetico” della lingua, è un po’ come i cerchi nel tronco di un albero. Gli “strafalcioni” di mia nonna avevano radici illustri, antiche, ben piantate e dirette che mai avrei immginato. I dialetti, per nulla compromessi con le questioni di lana caprina dei grammatici, possono permettersi il lusso di tramandare nei secoli questi piccoli gioielli, questi fossili linguistici.

Mentre l’analogia passa sulle particolarità come una pialla sul legno, riducendole e categorizzandole, l’anomalia è quel nodo duro che continua ostinato a resistere e grida “Ehi! Ricordiamoci da dove veniamo!”

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Eine Flasche leer!

Qualche anno fa, il dott. Senf (anche detto er senape,  dal significato del suo nome in tedesco) ebbe la brillante idea di inaugurare il suo corso di lingua tedesca con questo video stranoto del discorso/sfogo di Trapattoni durante una conferenza stampa, al tempo in cui era allenatore del Bayern Monaco.

Scelta singolare, no? Ma perfettamente in linea con ciò che Herr Senf voleva capissimo fin dalla prima lezione. I bambini imparano prima a comunicare, a gesti, con frasi sconnesse, sintatticamente errate. Prima di tutto cercano di farsi capire. La grammatica, il buono stile, la coerenza testuale vengono dopo.Noi da adulti tendiamo a dimenticare questa verità elementare, e quando impariamo le lingue straniere pretendiamo di metterle in pratica solo se e quando siamo assolutamente sicuri della correttezza con cui padroneggiamo il nuovo idioma.

Niente di più sbagliato. Si dice prima “bumba”, poi “posso avere un bicchiere d’acqua, per favore?”. Non si può evitare il primo passo. Se “bumba” non è chiaro, il bambino indica il rubinetto, sbatte il biberon sul tavolo. Si fa capire.

Innanzitutto godiamoci la scena in sé, anche se non capiamo niente (la situazione in cui mi trovavo io al tempo della famosa prima lezione):

Poi, per facilitarvi la comprensione degli strafalcioni del Trap, riporto la trascrizione e la traduzione “ragionata” del suo discorso. Fortunatamente, l’ho trovata in rete molto ben fatta, così mi sono risparmiata una fatica (ho già detto quanto sono pigra?). La traduzione la frappongo paragrafo per paragrafo. per maggiore chiarezza:

Es gibt im Moment in diese Mannschaft, oh, einige Spieler vergessen ihren Profi was sie sind. Ich lese nicht sehr viele Zeitungen, aber ich habe gehört viele Situationen. Ci sono in questo momento in questo squadra, oh, alcuni giocatori dimenticano il loro professionista cosa sono. Non leggo molti giornali, ma molte situazioni ho sentito.

[il tedesco divide il verbo composto da ausiliare a participio ponendolo “ad occhiale” nella frase: soggetto, ausiliare, complemento oggetto e altri complementi, participio. Esempio traslitterato in italiano: “(io) ho molte situazioni sentito“; Il Trap se ne infischia e unisce ausiliare e participio come in italiano]

Wir haben nicht offensiv gespielt. Es gibt keine deutsche Mannschaft spielt offensiv und die Namen offensiv wie Bayern. Letzte Spiel hatten wir in Platz drei Spitzen: Elber, Jancker und dann Zickler. Wir mussen nicht vergessen Zickler. Zickler ist eine Spitzen mehr, Mehmet mehr Basler.

Non abbiamo giocato in modo offensivo. Non c’è nessuna squadra tedesca gioca offensivo e i nomi offensivo come Bayern. Ultimo partita avevamo tre punte nella campo: Elber, Jancker e poi Zickler. Non dobbiamo Zickler dimenticare. Zickler è una punte in più, Mehmet più Basler.

[i pronomi relativi: questi sconosciuti! Concordanza di genere: no, grazie!  “eine” = “una”, “Spitze” = “punta”. Ma Spitzen (plurale) suona più tedesco, no? 😉 Troppo Sturmtruppen, Trap!]

Ist klar diese Wörter, ist möglich verstehen, was ich hab’ gesagt? Danke.

È chiaro queste parole? È possibile di capire, cosa io ho detto? Grazie.

[sì, sì, chiarissimo! Notare la richiesta di feedback del Trap, prego!]

Offensiv, offensiv ist wie machen in Platz.

Offensivo, offensivo è come fare nella campo.

[??????????? Non ho idea di cosa voglia dire, ma mi piace! :D]

Ich habe erklärt mit diese zwei Spieler: Nach Dortmund brauchen vielleicht Halbzeit Pause. Ich habe auch andere Mannschaften gesehen in Europa nach diese Mittwoch. Ich habe gesehen auch zwei Tage die Training.

Io ho dichiarato con queste due giocatori: dopo Dortmund hanno bisogno forse pausa un tempo. Ho visto in Europa anche altre squadre dopo questa mercoledì. Ho visto anche gli allenamento due giorni.

[qui, come in moltissimi altri casi, il Trap non rispetta la concordanza di genere: diese (F.) Mittwoch (M.). Ma mi sorge il sospetto che in realtà stia facendo il furbo con le declinazioni: nach ( = dopo) richiede il dativo, dunque diesem, ma visto che le declinazioni in effetti sono difficili per noi italiani (figuriamoci per il Trap!), e in sede finale potremmo avere –er, –es, –em, –en, –e) si risolve in un indistinto diese(…?), con e finale. Come dire: il minimo comun desinenziale! Per non sbagliare. Paraculo, il Trap! ;)]

Ein Trainer ist nicht ein Idiot! Ein Trainer ist da … sehen was passieren in Platz. In diese Spiel es waren zwei, drei oder vier Spieler, die waren schwach wie eine Flasche leer!

Un allenatore non è nessun idiota! Un allenatore è lì … vedere cosa succedere in campo. In questo partita esistevano due, tre o quattro giocatori, loro erano deboli come una vuoto bottiglia!

[Il tedesco usa il pronome indefinito negativo per dire “non è un”, quindi, letteralmente, “è nessun idiota”. Vabbè, dai, errore veniale e comprensibile!]

Haben Sie gesehen Mittwoch, welche Mannschaft hat gespielt Mittwoch? Hat gespielt Mehmet, oder gespielet Basler, oder gespielt Trapattoni? Diese Spieler beklagen mehr als spiel!

Avete mercoledì visto, quale squadra giocato ha mercoledì? Mehmet ha giocato, o giocuato Basler, o giocato Trapattoni? Questi giocatori lagnano più che gioco!

[:D]

Wissen Sie, warum die Italien-Mannschaften kaufen nicht diese Spieler? Weil wir haben gesehen viele Male sulch Spiel. Haben gesagt, sind nicht Spieler für die italienen, eh…, Meisters.

Sapete, perché le squadre Italia comprano non questi giocatori? Perché noi visto abbiamo molta volte tali partita. Hanno detto, giocatori non sono per italianen, eh…, campionis.

[Oh, non ha azzeccato un plurale neanche per sbaglio! Quanto all’ordine delle parole, quello che leggete in italiano è per rendere lo strazio che ha fatto dell’ordine originario in tedesco, che è molto rigido in quanto alla collocazione degli elementi nel periodo]

Struuunz! Strunz ist zwei Jahre hier, hat gespielt zehn Spiel, ist immer verletzt. Was erlaube Strunz?! Letzte Jahre Meister geworden mit Hamann, eh…, Nerlinger. Diese Spieler waren Spieler und waren Meister geworden. Ist immer verletzt! Hat gespielet 25 Spiele in diese Mannschaft, in diese Verein. Muss rispektieren die andere Kollega!

Struuunz! Strunz è qui da due anni, dieci partita ha giocato, è sempre ferito. Cosa permetten Strunz?! Anni scorsi diventato campione con Hamann, eh…, Nerlinger. Questi giocatori erano giocatori ed erano diventati campioni. È sempre ferito! Ha giocuato 25 partite in questo squadra, in questa club. Respectare deve gli altri collegen!

[Passo arcinoto: più per lo “strunz” che per altro…:)]

Haben viel nette Kollegan. Stellen diese Kollegan die Frage! Haben keine Mut an Worten, aber ich weiß, was denken über diese Spieler. Mussen zeigen jetzt, ich will, Samstag, diese Spieler mussen zeigen mich, …, seine Fans, mussen alleine die Spiel gewinnen. Muß allein die Spiel gewinnen!

Hanno molto simpatici collegen. Ponga a questo collegen la domanda! Non hanno nessuna coraggio di parole, ma io so, cosa pensaren su questo giocatori. Devono mostrare ora, io voglio, sabato (in Germania si gioca di sabato), questi giocatori devono mostrare me, …, i suoi tiffosi, devono vincere la partita da soli. Deve da soli vincere la partita!

[La n per costruire il plurale di “collega” (ted. sing. Kollege, plur. Kollegen) è GENIALE! Qualcosa come filmi plurale di film]

Ich bin müde jetzt Vater dies Spieler, eh.., verteidige immer diese Spiele. Ich habe immer die Schulden, über diese Spieler. Einer ist Mario, einer, ein anderer ist Mehmet. Strunz ist dagegen nicht, hat nur gespielt 25 Prozent diese Spiel!

Io sono ora stanco padre di queste giocatore, eh.., difendo sempre questi giocatoren. Io ho sempre i debiti (Trappattono confonde le parole tedesche per “debito” e “colpa”), su questi giocatori. Uno è Mario, uno, un altro è Mehmet. Strunz invece non è, ha solo giocato il 25 per cento questi partita!

[Chiusura magistrale: per rendere il pathos del “padre della squadra” responsabile degli errori dei propri figli, Trap arriva persino ad azzardare un genitivo, dies(es) …. (toppandolo alla grande, che c’entra, ma neanche i tedeschi lo usano più, ormai!)]
 

Ich habe fertig!

Io sono finito

[In tedesco “ho finito” si traduce letteralmente “sono finito”: ai tedeschi  “ho finito” fa lo stesso effetto che le parole “sono finito” farebbero su di noi]

—————————-

La fatica di trascrizione e traduzione mi è stata risparmiata da: http://www.viaggio-in-germania.de/trap.html, che suggerisce saggiamente di non imparare il tedesco da Trapattoni. 🙂

Magari il tedesco no, ma la potenza comunicativa sì. Alcuni passaggi del discorso possono aver lasciato i tedeschi un po’ perplessi, ma la sostanza era chiara: i giocatori erano deboli come… “una bottiglia vuota!” “Ora:” dice il Senape  “si può immaginare qualcosa di più inutile per un tedesco di una bottiglia vuota”?

Trapattoni è riuscito a penetrare nel modo di tradurre il pensiero in immagini proprio del popolo tedesco: non ha detto “mezza calzetta“, ha detto “una bottiglia vuota“. Di più: ha invertito l’ordine obbligatorio delle parole nella frase: in italiano l’aggettivo può essere posto prima o dopo il nome cui si riferisce, con possibilità di differenziazione di senso;  in tedesco, dove questa possibilità non esiste, quel leer (“vuoto”) indeclinato (cioè non concordato con il nome) e dunque quasi iconico, posto alla fine della frase, è entrato nell’immaginario linguistico dei tedeschi, che hanno immediatamente adottato il “vuoto bottiglia“, declinandolo in mille e più metafore. Googlare per credere. 😉

 

Flasche leer, traurig sehr! (Vuoto bottiglia, tristi molto!)

p.s.

Durante la partita del Bayern successiva alla conferenza stampa di Trapattoni, i tifosi hanno contestato la squadra sventolando enormi sagome di bottiglia che recavano la scritta “Eine Flasche leer!”. Purtroppo non ho trovato le immagini in rete, né su You Tube. 😦

 

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Errore e norma, oggetti della linguistica

André Martinet: “La linguistica, disciplina non prescrittiva

“La linguistica è lo studio scientifico del linguaggio umano. Uno studio si dice scientifico quando si basa sull’osservazione dei fatti e si astiene dal proporre una scelta fra i fatti in nome di certi principi estetici o morali. “Scientifico” si oppone dunque a”prescrittivo”. Nel caso della linguistica è particolarmente importante insistere sul carattere scientifico e non prescrittivo dello studio: poiché l’oggetto di questa scienza è un’attività umana si sente spesso la tentazione di abbandonare il dominio dell’osservazione imparziale per raccomandare un certo comportamento, di non notare più ciò che si dice in realtà, ma di prescrivere ciò che bisogna dire. La difficoltà che si trova nel separare la linguistica scientifica dalla grammatica normativa richiama quella che si incontra nella separazione di una vera scienza dei costumi dalla morale. La storia ci mostra che fino ad un certo periodo molto recente, la maggior parte di coloro che si sono occupati del linguaggio o delle lingue l’hanno fatto con scopi prescrittivi, esplicitamente proclamati o comunque evidenti. Oggi ancora il pubblico italiano, ad esempio, anche colto, ignora quasi l’esistenza di una scienza del linguaggio distinta dalla grammatica scolastica e dall’attività normativa di chi scrive trafiletti linguistici sui giornali. Ma il linguista contemporaneo di fronte a espressioni come ai miei amici (o alla mia amica) gli (o ci) ho detto, la cosa che ti ho parlato, spero che viene, non prova né la virtuosa indignazione del purista né l’esultanza dell’iconoclasta. Il linguista vede soltanto dei fatti che vanno notati e spiegati nel quadro degli usi in cui compaiono; il linguista non andrà al di là delle sue funzioni se prenderà nota delle proteste e della derisione di certi uditori e dell’indifferenza di altri; ma, da parte sua, egli non si schiererà da una parte o dall’altra.”

André Martinet

“Elementi di linguistica generale”, trad. it. Laterza, Bari, 1987 

Cari visitatori, l’idea di aprire questo blog mi ha stuzzicato ma preoccupato al tempo stesso. Ma è un mio problema, perché resto sempre bloccata nel timore di non riuscire a far bene ciò che mi propongo. In questo senso aprire questo blog potrebbe essere quasi terapeutico. 

In questo blog parliamo di lingua, in tutte le sue accezioni, specie nelle sue devianze dalla cosiddetta regola. Di lingua, dunque, non di grammatica.

I concetti di “norma” ed “errore” (o meglio “innovazione”) sono fondamentali in linguistica, sono rispettivamente il freno e il motore dell’organismo lingua. Sono entrambi necessari, poiché essendo la lingua – come vedremo – uno strumento flessibile all’uso dei parlanti, dunque per forza di cose relativo, l’innovazione/errore di un singolo parlante può configurare un uso linguistico più appropriato rispetto ai mezzi a disposizione fino a quel momento riconosciuti come appartenenti al livello standard della lingua.

Non c’è da scandalizzarsi, a questo punto. Chiaramente, un insegnante correggerà l’errore, la devianza, perché la riterrà personalistica, e se ognuno di noi cominciasse a “cambiare le regole” della lingua in modo arbitrario e personalistico, verrebbe presto meno la funzione primaria della lingua, che è quella della comunicazione. Ma se l’errore  si dimostra più funzionale alla comunicazione del messaggio, viene presto “adottato” dagli altri parlanti, finché entra a buon diritto nello status ufficiale della lingua. Ecco che il cosiddetto errore è dunque divenuto norma. La norma, la regola, è l’argine, il freno alla perdità di funzionalità comunicativa. La lingua oscilla in modo sempre equilibrato, anche nei periodi considerati linguisticamente più bui, fra errore e norma.

Ma il grande deficit della nostra percezione della lingua è dovuto al fatto che a scuola impariamo SOLO la norma., che è oggetto di studio della grammatica, non della linguistica. E cadiamo dunque nell’equivoco di considerare la nostra lingua odierna come qualcosa di acquisito e perfetto in sé (nonostante le molte irregolarità, le cosiddette eccezioni, siano istruttive in senso contrario), da non “contaminare con germi malati“, come ho letto in un commento sul blog di Lavinia. In realtà non si tratta di germi… ma di fermenti!

In questo blog faremo dunque continuo riferimento alla norma, poiché da essa non si può prescindere, ma esalteremo le differenze linguistiche, le varietà (ci sono molti tipi di varietà, come vedremo), le contaminazioni e interferenze linguistiche. La lingua viva, insomma. La lingua in movimento. Perché già oggi parliamo una lingua differente da quella di ieri. 

Vi faccio solo due raccomandazioni: la prima è di tenere a mente che la linguistica non è matematica, ma osservazione e interpretazione di un fenomeno irrazionale, e quindi di non pretendere il verbo, ma un parere, che sta a voi giudicare quanto qualificato; la seconda è di considerare che questo blog potrebbe subire paralisi improvvise. Finché esisterà, lo controllerò sempre, ma potrei non postare a lungo perché presa da un improvviso revival di interesse per gli organismi unicellulari, la tettonica delle placche, le più inverosimili (inverosimile non è sinonimo di impossibile) teorie di cospirazione internazionale, o per per qualche assurdo dibattito etico che non porta a nulla. Oppure perché impegnata a guardare fuori da una finestra. :)Sono la persona più pigra e discontinua del mondo, ma provo a prendere questo blog come una sfida.

Ho cominciato a riscartabellare i miei testi universitari nell’immane tentativo di “acchittare” una specie di minicorso… poi mi son detta: “se non ti va di aprire il blog dillo e basta, non c’è bisogno di torturare i tuoi visitatori già da prima di cominciare!” 😉

 Programmare non mi sembra una buona idea, salire in cattedra. Meglio “insegnare” che “segnare”, magari con la penna rossa, bleah!. E quando dico “insegnare” quasi arrossisco perché si tratta di mestiere nobilissimo che in molti fanno ma pochi sanno davvero fare. E non è detto che io sia tra questi. Per questo dico: meglio che questo blog si sviluppi spontaneamente, in fieri, improvvisando a partire dalle vostre curiosità. Se poi ci sarà spazio e voglia per gli approfondimenti, ben vengano.

Comunque scartabellando mi sono imbattuta in quello che io definirei il “manifesto del linguista”, ovvero l’introduzione del grande linguista André Martinet al suo “Elementi di linguistica generale”. L’ultima volta che l’ho letta è stata almeno 6 anni fa, e mi sono stupita di quanto sia in linea con la posizione che ho assunto sul blog di Lavinia a proposito del rafforzativo “a me mi”: si vede che ho studiato bene! 😉

Ma una domanda a questo punto si starà spontaneamente articolando sulle vostre labbra: “che c**** di nome è glottorellando?”Chiamarlo neologismo mi pare un po’ ardito (dubito che figurerà sulla prossima edizione dello Zingarelli :D), magari nonsense. Una formazione assurda, illogica, apparentemente priva di significato. Ma allora perché glottorellando e non supercazzola? Ditemelo voi: cosa vi suggerisce questo termine fresco fresco di conio?

Oh, benvenuti, eh? 😉

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