Crusca lercia

Un piccolo ma gustoso assaggio di uno dei crossover meglio riusciti della storia.

Quando satira e linguistica si incontrano, e due entità diversissime si capiscono, nascono rari fiori di arguzia.

E tanto di cappello a Lercio in particolare per “L’accademia della Crusca si arrende: scrivete qual è con l’apostrofo e andatevene affanculo”.

Mai letta migliore e più icastica spiegazione di come un elemento possa passare da consuetudine a norma.

La scuola, l’inclusione, Don Milani

Questa è una riflessione scritta un paio di anni fa: adesso che è l’anno zero dell’istruzione (si può solo ricominciare o darle l’estrema unzione), queste riflessioni appaiono da un lato fuori luogo e fuori tempo, dall’altro un punto di ripartenza.

Un pensiero rimasto privato e che ora pubblico, dedicandolo ai miei due Gianni, che si sono persi per strada a marzo, non trovando senso in un monitor.

Ho letto “Lettera a una professoressa”, di Don Milani, e vorrei averlo fatto prima. L’ho letto in un modo “complesso”, perché io sono stata: da bambina, Gianni per estrazione sociale, Pierino per profitto; da adulta, l’odiata professoressa a cui Milani si rivolge, e la mamma di Pierino. Questa mia posizione variegata non mi permette di venerare o viceversa rigettare e demonizzare tutto, come vedo fare da più parti: da un lato, chi ne vuole fare un santino, dall’altra, chi gli butta la croce addosso per il fallimento della scuola e l’inesorabile declino. D’altra parte, Don Milani aveva il torto di essere un comunista, e di solito i suoi detrattori coincidono sospettosamente con quelli che tirano in ballo il Sessantotto anche quando piove. È il caso di cominciare proprio con una raccomandazione di Don Milani stesso a noi professoresse (e professori!): insegnate storia, dunque pensate storicamente (qualcosa del genere).

Ma ancora un attimo.

Appena cominciata a leggere, la lettera ha subito fatto presa sulla parte più istintiva di me, sul Gianni che potevo essere e che misteriosamente non sono stata. Ma la famiglia di Gianni era la mia, la provenienza era quella. Mi ricordo i vari Gianni che erano in classe mia, considerati spacciati già dal primo compito in classe (non si chiamavano ancora “verifiche”), e ho amato da subito questo difensore degli ultimi, così come si sta sempre, quando non si è coinvolti in prima persona, dalla parte dei perdenti guardando il film. Più tardi, col procedere della lettura, il giudizio si è fatto più critico, e anche i commenti che annotavo a lato, ma la bilancia ha continuato a pendere in suo favore.

Eppure, quando mi sono messa seduta per provare a districare la matassa di impressioni favorevoli o meno, mi sono resa conto che la lista dei “contro” era molto più cospicua di quella dei “pro”. Di più, i motivi di dissenso coincidevano in gran parte con le accuse che gli si muovono solitamente e di cui possiamo trovare un saggio QUI. Ma rispondere con la stessa acrimonia che Don Milani stesso ha sfoggiato, senza avere le sue giustificazioni e il suo amore per gli ultimi, i “miserabili”, è intellettualmente ingiusto, sarebbe una vendetta puerile. La lettera si chiude proprio col richiamo alla vendetta, anzi, la lettera È la vendetta per le umiliazioni ricevute, ma la lettera, sebbene “figlia” di Don Milani, è stata scritta dai ragazzi di Barbiana, che avevano qualcosa per cui vendicarsi: noi insegnanti siamo gli adulti, siamo quelli che le critiche se le devono prendere e ne devono fare tesoro, e così vorrei fare, riconoscendo il valore fondante ed eterno del pensiero attorno a cui si struttura il ragionamento di Don Milani, e contestualizzando storicamente il resto.

Ci siamo.

Don Milani era un prete e un comunista, il che significa che si muoveva culturalmente nella cornice della cosiddetta “teologia della liberazione”, e che a muoverlo è l’istanza di emancipazione dei poveri. Ed essendo un educatore, lo strumento di emancipazione non poteva che essere la scuola, una scuola al tempo profondamente classista e che mirava ad allargare la forbice fra borghesi e proletari in ogni modo possibile, assolvendo solo nominalmente l’obbligo di garantire il diritto allo studio per 8 anni ad ogni cittadino. È facile accusarlo di eccessivo astio verso la casta (sì, dice proprio così) degli insegnanti, di divisione sociale che finisce per essere un classismo verso il basso, di livelli di santificazione degli umili, degli ignoranti e dei poveri tali da rasentare l’odierno populismo della “ggente”: si pensi al richiamo ai genitori a “organizzarsi”, che sa quasi di spedizione punitiva, o al “siamo noi studenti che vi paghiamo lo stipendio”, che sa di rappresaglia e oggi fa pensare allo studente di Lucca che intima al professore di inginocchiarsi e di mettergli sei. Sarebbe facile anche dire che proprio simili episodi sono figli del sentimento di rivalsa propugnato da Don Milani, ma sarebbe ingiusto e semplificativo: quello di Don Milani era certo un estremismo, e gli estremismi sono necessari a riequilibrare sperequazioni evidenti, sono un grido di protesta. Oggi che il diritto allo studio è davvero garantito per tutti, e che la scuola, senza operare miracoli, è un ascensore sociale molto più che in passato, è il momento della misura, della riflessione, e dell’analisi di quanto del messaggio dei ragazzi di Barbiana sia attuale ancora oggi.

Certamente non lo è il centralismo del Vangelo (da preferire all’epica classica o a Dante), né il richiamo al celibato e alla dedizione totale, di stampo ecclesiastico, al sacrificio di sé in favore dell’insegnamento. Non credo ci sia bisogno di argomentare, su questo punto: solo un prete può pensarla così, e che la scuola sia laica, o debba esserlo, non lo dico io, ma la Costituzione, già in vigore da vent’anni al tempo della Lettera.

Altri principi su cui non mi sento di concordare sono comunque figli del suo tempo, e non si può fargliene una colpa: la non-necessità della laurea per insegnare, l’inutilità dello studio della poesia italiana più antica sono ben spiegabili pensando a un tempo in cui la scuola si poneva obiettivi davvero minimi, solo leggere, scrivere e far di conto, il tasso di analfabetismo era ancora altissimo, i laureati non erano molti; un’epoca in cui la scuola dell’obbligo era il viatico per il lavoro, in cui gli studi superiori li continuavano in pochi, e l’università una ristrettissima minoranza; un’epoca in cui il sapere utilitaristico era la sopravvivenza, e in cui in effetti studiare latino alle medie sembrava ai figli degli operai un inutile ed insopportabile lusso, o uno strumento di oppressione o di ribadimento delle differenze di classe.

Che cosa c’è ancora di condivisibile in un’etica non dipendente dalle variabili storiche? Il richiamo, forte e chiaro, al fatto che la scuola vada costruita sugli ultimi, a misura loro, che vada modellata sulle esigenze di Gianni, e non di Pierino, il figlio privilegiato della professoressa, che la scuola se la fa anche da sé, in casa, che viene continuamente stimolato e ha tutte le risorse culturali di cui ha bisogno anche al di fuori dell’orario scolastico. L’obiezione quasi automatica è “ma perché Pierino, che è geniale, dovrebbe rallentare a causa di Gianni?”, e la risposta dovrebbe essere scontata per chiunque abbia presenti i principi della Costituzione: perché lo Stato è di tutti, lo Stato siamo tutti, e nella scuola dell’obbligo Gianni e Pierino non vanno messi in competizione, al limite Pierino ha la possibilità di crescere ulteriormente aiutando anche Gianni, facendosi maestro egli stesso, come i ragazzi di Barbiana. Questo in particolare è un metodo didattico sorprendentemente moderno per il tempo, oggi nessun pedagogo potrebbe mai disconoscere l’importanza della correzione tra pari: ma nessun insegnante la pratica, e allora davvero è il caso di leggersela senza pregiudizi o pratiche difensive, questa benedetta lettera, e ricavarne anche indicazioni procedurali. Come ad esempio quella per l’insegnamento delle lingue in un modo più legato alle esigenze reali e anche alle tappe di apprendimento naturali, che vedono la comprensione orale venire prima della produzione, lo scritto venire dopo l’orale, e la grammatica normativa venire dopo l’apprendimento spontaneo della comunicazione seppur imperfetta. Ci si prende giustamente gioco della didattica delle eccezioni, di chi “sapeva solo chiedere gufi, ciottoli e ventagli sia al plurale che al singolare”: il criterio fondante per una lingua dovrebbe essere la frequenza, non la devianza, quella si apprende quando necessario.

Altri suggerimenti operativi sono quelli per la scrittura corale (pp. 20-21), tramite la quale è stata scritta questa lettere che a prima vista sembra scritta da un ragazzo solo, invece “gli autori siamo 8 ragazzi della scuola di Barbiana”; si fa luce sul paradosso che “l’arte della scrittura non si può insegnare”, però la si giudica, la si valuta. Delle due, l’una. Si irridono temi totalmente slegati dalla realtà, dal contesto, come “parlano le carrozze ferroviarie”: le linee guida per il nuovo tema d’esame delle medie, a cura, fra gli altri, di Serianni, e che insistono nella collocazione del tema fra i due assi del contesto comunicativo e del destinatario, sono uscite quest’anno, nel 2018. I ragazzi di Barbiana, che nella realtà ci vivevano già, l’avevamo capito già 50 anni fa, mentre i Pierini avevano imparato a “barare” e a scrivere come volevano i maestri. Lo stesso dicasi per le surreali astrazioni matematiche, stigmatizzate in un capitolo denominato “matematica e sadismo”, o per gli arcaismi del Monti, croce di generazioni di studenti presi a lottare contro una lingua che non era quella loro e neanche quella di Omero.

Di fronte a tutto ciò nessuna meraviglia che Don Milani si scagliasse contro il classismo della scuola che era stata aperta ai poveracci solo per poterli meglio respingere.

Respingere, bocciare. La prima parte della lettera è titolata “la scuola pubblica non può bocciare”, e sicuramente è questa la parte che ha attirato la maggior dose di odio a Milani, reo di aver propugnato la scuola dei somari, del sei politico. Istintivamente noi tutti aborriamo una simile pensiero, eppure ormai è dato per assodato alle elementari, e vorrei ben vedere: un bambino con un numero di anni a una cifra non ha gli strumenti per capire che “è per il suo bene”, si sente respinto, rifiutato da un contesto quasi familiare: bocciare è dividere anche umanamente. Ma poi perché dovrebbe essere per il suo bene? Le elementari dovrebbero essere un tempo ampio per fare e rifare, non una serie di obiettivi in crescendo, l’uno dei quali presuppone l’altro. Alle elementari c’è o dovrebbe esserci tutto il tempo per recuperare, anche con l’ausilio del doposcuola, del tempo pieno, per cui Milani si è battuto in prima linea. Il tempo pieno è una necessità per le famiglie più umili, che non hanno gli strumenti per poter aiutare i figli in difficoltà, ma soprattutto, dice Milani, è uno strumento riequilibrativo nei confronti dei Gianni, che dopo l’orario di scuola vengono altrimenti costretti a mungere le mucche, mentre i Pierini il doposcuola ce l’hanno in casa. Milani vede ampio, amplissimo, e prospetta una scuola aperta anche la domenica, l’estate, 365 giorni all’anno. È qualcosa a cui ho pensato spesso ultimamente: la scuola deve essere aperta tutto il giorno, magari potrebbero lavorarci insegnanti precari, tirocinanti, e i ragazzi più dotati potrebbero dare una mano, come a Barbiana. La scuola deve essere attraente, deve offrire luoghi di confronto, biblioteche aperte, attività sportive, possibilità di svolgere i compiti insieme (per non dover ricorrere alle ripetizioni, che Milani considera giustamente una truffa legalizzata: ti faccio pagare al pomeriggio quello che non ho saputo insegnarti al mattino); la scuola deve essere una migliore alternativa rispetto alla strada, e alle “mode”:

 

Un giorno, a proposito della televisione, Gianni ci disse: “Ce le danno queste cose. Se ci dessero la scuola s’andrebbe a scuola”.

Facile il confronto con gli smartphone.

Nessun ragazzo è innatamente “non tagliato per lo studio”, dice Don Milani, altrimenti dovremmo intendere che Dio (o il caso, o la genetica) abbia voluto concentrare la stupidità solo nei poveracci: a insegnare ai bravi son buoni tutti, il dovere di un insegnante è di trovare il modo di parlare a quelli che non ce la fanno, di non dimenticarli. E non solo nel loro interesse, ma anche nell’interesse di quelli bravi: forte il richiamo all’inclusione, allo scambio, al reciproco arricchimento nella coesistenza di diversi linguaggi:

La cultura vera, quella che ancora non ha posseduto nessun uomo, è fatta di due cose: appartenere alla massa e possedere la parola.

Una scuola che seleziona distrugge la cultura. Ai poveri toglie il mezzo d’espressione. Ai ricchi toglie la conoscenza delle cose.

Ma quindi non selezioniamo? Non bocciamo, nemmeno alle medie? Io che mi sono presa bei mal di pancia per l’eccessiva elasticità della promozione, mi sono trovata comunque a riflettere e lo sto facendo ancora: da una parte, mi pare che non bocciare tolga serietà alle scuola, dall’altra, è vero che perdiamo ⅔ delle ore a nostra disposizione per le ritualità della scuola finalizzate al diplomificio, tempo che potremmo usare proficuamente per unire, spiegare, rispiegare, insistere, ripassare. Perché scuola dell’obbligo significa sì che la famiglia è obbligata a mandarci il pupo, ma anche che lo Stato è obbligato a garantirti 8 anni (al tempo di Don Milani, oggi 10) di studio, sereni, seri, che non è giusto diventino 3 o 4 in più, nell’incattivimento del bocciato, umiliato, costretto a invecchiare fra ragazzini più giovani, destinato ad odiare la scuola per sempre e a non aprire più un libro. Mi si passi il paragone: la bocciatura direi di sì, non sarei radicale come Don Milani, ma mai come strumento punitivo, solo riabilitativo: in certi casi fa miracoli: basti dire che l’amore mio Alberto Angela è ripetente.

Che cosa resta ancora di Don Milani, oggi, per noi insegnanti? L’invito a dedicare la nostra vita all’insegnamento: lui la declinava in una forma cattolica, sacrificale di deprivazione del sé, come un regalarsi in tutto e per tutto alla causa. Io dico che è la ricchezza della nostra vita vissuta appieno, con lo studio a sostenerla, sempre, che dobbiamo regalare alla scuola e ai nostri studenti. Nessuno dovrebbe comunque mai insegnare come ripiego, si è insegnanti ventiquattr’ore al giorno, anche a casa girando il sugo e pensando a come fare con Gianni. E abbiamo una responsabilità non solo sociale, ma anche personale, perché possiamo creare nuovi insegnanti, con la stessa visione, che merita di essere idealista, perché

Io sono un ragazzo influenzato dal maestro e me ne vanto. Se ne vanta anche lui. Sennò la scuola in che consiste?

La scuola è l’unica differenza che c’è tra l’uomo e gli animali. Il maestro dà al ragazzo tutto quello che crede, ama, spera. Il ragazzo crescendo ci aggiunge qualche cosa e così l’umanità va avanti.

Gli animali non vanno a scuola. Nel Libero Sviluppo della loro Personalità le rondini fanno il nido eguale da millenni.

Siamo nani sulla spalle dei giganti, diceva Bernardo di Chartres. Anche di giganti piccoli e invisibili come un maestro o un professore (o professoressa!) della scuola dell’obbligo.

Annunciazió! Annunciazió!

Nuntio vobis gaudium magnum:
Habemus auctorem!

Dopo circa 8 anni (con lunghissime pause) di deliri autoreferenziali, Glottorellando acquisisce un controcanto esotico, nientepopodimenoché una corrispondente dal Giappone, che, quando avrà tempo e voglia, ci introdurrà a gioie e dolori del processo di apprendimento della lingua e cultura nipponica!

Mi casa es tu casa, Katia. 🙂

Laterali di centrale importanza, delizie palatali in salsa di ajo e ojo

L’insegnante più autorevole che io abbia mai avuto è Luca Serianni, ordinario di Storia della Lingua Italiana ed ex presidente dell’Accademia della Crusca.
Egli diceva che per quanto fosse tenuto ad essere un modello di lingua, la sua romanità veniva sempre tradita dalla sua c “strascinata”: per i tecnici che dovessero trovarsi a passare di qui, l’assibilazione dell’affricata palatale. In pratica la pronuncia di “cucina” come *”cuScina”, più o meno. Ogni suo tentativo di maggiore accuratezza suonava inevitabilmente affettato.
Ho lo stesso problema, ma la mia vera spina nel fianco è la laterale palatale, la “gli” di “figlio”, “voglia”, “meglio”, che, da romana verace, realizzo come “fijo”, “voja”, “mejo”, anche se mi ci metto di impegno. Non me ne sono mai data troppo peso fino all’esame di Storia della Lingua Italiana, che sostenni proprio con Sua Maestà Serianni.

– Ultima domanda: cos’è un trigramma?
– Un trigramma è un insieme di tre grafemi che concorrono a indicare graficamente un unico fonema.
– Molto bene. Un esempio?

A quel punto potevo dire “SCIame”, potevo dire “SCIopero”, e invece no. Dissi “aGLIo”, cioè, volevo dirlo, ma dissi “aJo”.

– “Ajo”? Ma come? Stava andando così bene… Ajo è un trittongo! [un insieme di tre fonemi vocalici, con quello centrale a fungere da semivocale, n.d.a.]
– No, no! Ajo! Ajjjjjo!
– …

Carta e penna mi salvarono l’esame, unitamente a una piccola dose di solidarietà fonetica capitolina.

Un secondo campanello d’allarme suonò quando cominciai a lavorare come insegnante di italiano per stranieri, e a gettarli nella confusione totale nel cercare di scrivere “maglione” pur sentendo “majone”.

Ora che mi trovo a cercare di erudire giovani menti, e che me ne trovo una in casa, ho deciso di sforzarmi, e complici 9 ore e mezzo di traffico di ritorno da un viaggio, ho raggiunto il traguardo, ho preso la BastiGLIa, proprio mentre il mio bambino più piccolo la spuntava sulla labiovelare, la Q, e riusciva a dire “acqua” invece che “appa”. Succede questo sul Grande Raccordo Anulare.

Se leggo, riesco a prepararmi per tempo e a pronunciare quasi perfettamente; se parlo e sono molto spontanea non c’è nulla da fare, ma se sono col mio figlio maggiore, che sarà un caso, ma scrive questo,

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torno sui miei passi e ripronuncio: “vestaja…anzi, vestaGLIa”, spesso caricando un po’ troppo e facendola suonare come una L un po’ arrotolata.

A complicare il tutto c’è il fatto che anche la L seguita da dittongo a Roma faccia un po’ la stessa fine (infatti tutte le GLI italiane sono sviluppi secondari dal latino LI + vocale, dal che si deduce che io in realtà parlo latino, non romanesco), e che quindi “olio” diventi “ojo”, e che uno dei più semplici e gustosi piatti romani siano gli spaghetti “ajo, ojo e peperoncino”.

– L’ojo è finito?
– Mamma, volevi dire “oGLIo”?
– Tranquillo, tesoro, mamma oltre all’apparecchio ti paga pure il corso di dizione.

Drille che scrivono parole petalose in un tripudio di profismo

Ci sono giorni in cui tutto, tristemente, torna e il cerco si chiude, come se l’universo stesse cercando di comunicarmi qualcosa o confermare determinate impressioni. Così, mentre dalla mia posizione defilata e ibrida di insegnante di sostegno, a disposizione di tutti ma senza vera voce in capitolo sulla didattica, mi trovo a dover lacrimare sangue su amenità come “Voce del vero DICERE” o “Lui e Lei non si usano MAI come soggetto” e a riflettere su come nella scuola ancora non si faccia educazione linguistica ma “grammatica”, e mentre allo stesso tempo vengo accolta da attacchi di nausea da social network, ecco che le due cose si sovrappongono, in una vicenda cominciata in modo speranzoso ma finita malissimo.
La storia è nota ai più, anche se nessuno ci ha capito un cazzo. Un bambino di terza elementare, alle prese con gli aggettivi, scrive che un fiore è petaloso. La maestra, rara avis, invece di sbraitare e fare segnacci, scrive che è un “errore bello”, e mentre a casa ci ripensa, decide che la parola le piace e la invia all’Accademia della Crusca, la quale si occupa di monitorare lo stato della lingua e fornire consulenze. L’Accademia, giustamente ammirata dall’apertura mentale della maestra che dà valore alla capacità dei bambini di “fare lingua”, risponde direttamente al bambino con una raccomandata, UNA VERA LETTERA, così rara al giorno d’oggi. Scrive al bambino che la sua parola è “bella e ben formata”: il bello può essere soggettivo (a me comunque piace), mentre il ben formato è un parere scientifico, fondato sul paragone con altri aggettivi terminanti col suffisso -oso, che forma aggettivi denominali, cioè a partire da nomi. Fa un paragone molto semplice con coraggioso e peloso, illustrando in tal modo il concetto di analogia. Infine spiega al bambino che il fatto che sia ben formata (e che – aggiungo io – vada a colmare un vuoto lessicale) non basta ad inserirla nel vocabolario, ma che tutti devono cominciare ad usarla, finché non diventerà così comune da assumere una sua dignità e una sua storia.

“Caro Matteo,
la parola che hai inventato è una parola ben formata e potrebbe essere usata in italiano così come sono usate parole formate nello stesso modo.
Tu hai messo insieme petalo + oso > petaloso = pieno di petali, con tanti petali
Allo stesso modo in italiano ci sono:
pelo + oso > peloso = pieno di peli, con tanti peli
coraggio + oso > coraggioso = pieno di coraggio, con tanto coraggio.
La tua parola è bella e chiara, ma sai come fa una parola a entrare nel vocabolario? Una parola nuova non entra nel vocabolario quando qualcuno la inventa, anche se è una parola “bella” e utile. Perché entri in un vocabolario, infatti, bisogna che la parola nuova non sia conosciuta e usata solo da chi l’ha inventata, ma che la usino tante persone e che tante persone la capiscano. Se riuscirai a diffondere la tua parola fra tante persone e tante persone in Italia cominceranno a dire e a scrivere “Com’è petaloso questo fiore!” o, come suggerisci tu, “le margherite sono fiori petalosi, mentre i papaveri non sono molto petalosi”, ecco, allora petaloso sarà diventata una parola dell’italiano, perché gli italiani la conoscono e la usano. A quel punto chi compila i dizionari inserirà la nuova parola fra le altre e ne spiegherà il significato.
È così che funziona: non sono gli studiosi, quelli che fanno i vocabolari, a decidere quali parole nuove sono belle o brutte, utili o inutili. Quando una parola nuova è sulla bocca di tutti (o di tanti), allora lo studioso capisce che quella parola è diventata una parola come le altre e la mette nel vocabolario.
Spero che questa risposta ti sia stata utile e ti suggerisco ancora una cosa: un bel libro, intitolato Drilla e scritto da Andrew Clemens. Leggilo, magari insieme ai tuoi compagni e alla maestra: racconta proprio una storia come la tua, la storia di un bambino che inventa una parola e cerca di farla entrare nel vocabolario.
Grazie per averci scritto.
Un caro saluto a te, ai tuo compagni e alla tua maestra.

Maria Cristina Torchia
Redazione della Consulenza Linguistica
Accademia della Crusca

Per la maestra:
– Il libro, con i suoi riferimenti completi, è: Andrew Clemens,Drilla, Milano, Rizzoli, 2009 [traduzione di Beatrice Masini, n.d.r].
– Approfitto dell’occasione per segnalarle che sul sitowww.accademiadellacrusca.it, l’Accademia mette a disposizione un servizio di consulenza linguistica. Per rivolgere domande al nostro servizio di consulenza si può usare il modulo presente all’indirizzohttp://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/poni-quesito.”

Per una disadattata come me, questa è una storia quasi commovente, visto che ogni giorno mi trovo in una classe in cui l’italiano viene insegnato come un monolite da venerare, racchiuso nel sacro libro della grammatica, immutabile dalla notte dei tempi. Nessun accenno al concetto di variazione linguistica, ai meccanismi di formazione delle parole, al concetto di neologismo, di registro, ecc. Così mi dico: può essere davvero questo l’episodio scatenante capace di far cambiare approccio nelle scuole? E può essere questo il momento in cui alle varie boiate facebookkare da meme o da #escile, l’equivalente sociale di pacche sulle spalle in una gara di rutti e scorregge, si affianca un minimo di riflessione sulla lingua, che in rete si limita all’odioso fare le pulci (quasi sempre senza poterselo permettere) a chi tralascia un’acca? La risposta arriva già dalle prime ore, quando l’hashtag petaloso invade il web in un cazzeggio infinito in cui da una parte nessuno prova vergogna a mancare così tanto di originalità da ripetere per la milionesima volta “e allora inzupposo di Banderas perché no?” (tra le altre cose, perché non è ben formato, visto che viene da un verbo), dall’altra montano l’indignazione e le crisi millenaristiche sullo stato della nostra lingua, poiché la Crusca avrebbe ACCETTATO lo strafalcione di un bambino; tanto per non farci mancare niente, sorge perfino un fronte complottista che si chiede quali santi abbia in paradiso il bambino Matteo, di chi sia figlio per essere portato alla ribalta in questo modo (senza accorgersi che lo stanno portando alla ribalta proprio loro).
Il peggio del peggio: la paginetta chiara chiara della Crusca, così limpida da essere capita da un bambino di terza elementare, non viene letta da nessuno, nessuno capisce che la Crusca semplicemente NON HA il potere di accettare o rifiutare alcunché, perché sovrana è solo la comunità dei parlanti. La storia va avanti per giorni, e “petaloso”, da delizioso aneddoto su un breve, rarissimo momento di educazione linguistica in una scuola, diventa il peggiore dei tormentoni.
Provo a parlarne alla collega, la titolare della cattedra di italiano, e – come mi aspettavo, volevo in realtà solo la conferma – mi dice che è una cazzata mostruosa e che tutti i bambini inventano parole. Non era quello il punto, ovviamente, non ha fatto nulla di speciale, Matteo, ha solo “creato lingua” come fa qualunque apprendente che ne scopre i meccanismi di formazione ma ancora ovviamente non è stato esposto a così tanta quantità di lingua da sapere che quella parola non esiste, ha applicato un procedimento analogico come fa mio figlio quando dice “aprito” o “la scrivaTUA” (scrivania). Ma tant’è.
Torno ben presto a deprimermi, insomma, e a fare il mio lavoro da gregaria tra i banchi, finché un giorno, a una battuta dell’insegnante sui ragazzi che sarebbero più scemi delle ragazze, uno dei più scalcagnati della classe, la pecora nera, e – manco a dirlo – il mio prediletto, se ne esce con “ma questo è razzismo!”, al che lei replica: “caso mai sessismo!”; il suo compare, un altro di quelli invisibili, chiede “Ma che significano queste parole con -ismo?” e lei “lascia sta’”. Gli dico che appena posso glielo spiego io, e alla prima ora di buco in cui la classe resta a me, facciamo un elenco delle parole che finiscono con -ismo e le dividiamo in sottoinsiemi di “correnti letterarie o di pensiero e religioni”, “sport o professioni”, “atteggiamenti negativi e discriminatori”. Ne esce fuori una di quelle lezioni che mi rendono stupidamente euforica e mi fanno credere che io stia piantando qualche semino, poi passano i giorni in sordina fra espressioni con le frazioni e differenza fra hay/està in spagnolo.
Fino ad oggi, quando, durante una verifica, mi chiamano di qua e di là, e la professoressa dice “Ma chiedete pure a me! Che ci sono le preferenze verso i professori in questa classe?” e la mia pecorella risponde “Sì, c’è PROFISMO”. Mi illumino d’immenso, non per la preferenza accordata (che non avevo scoperto in quel momento) ma per la brillante intuizione, e gli faccio: “Vuoi leggere un libro? Si chiama Drilla, è la storia di un ragazzo che, dopo che l’insegnante cacacazzi e fissata con la grammatica come me gli dice che è lui a decidere quali parole entrano nel dizionario, decide di usare la parola drilla per la penna, e combatte per la sua parola contro l’autorità, impersonata dalla prof: fantasia contro potere… che ne dici?” “Grazie profe! Lo voglio legge, me lo porta domani?”.
Drilla è un libro semplicissimo, alla portata di ragazzi molto giovani, una breve storia che in poche battute esemplifica l’eterna lotta fra norma e devianza, fra conservazione e innovazione. Questi sono i momenti in cui mi ricordo perché faccio quello che faccio: non perché il più bravo della classe imbrocchi un pronome indefinito nell’analisi grammaticale, ma perché il “peggiore” scopra il funzionamento del sistema lingua e lo applichi, perché – più genericamente ma ancor più nobilmente – trovi “il suo posto” in quella classe, smetta di essere invisibile. Perché la scuola smetta di essere un luogo di reclusione.
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