3 anni e 9 mesi

  • Il MappaTONDO è sulla scrivaTUA.
  • Ti sto ACCANTANDO [“ti sto vicino”]

Non vedo perché dovrei correggere una tale meraviglia.

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Annunciazió! Annunciazió!

Nuntio vobis gaudium magnum:
Habemus auctorem!

Dopo circa 8 anni (con lunghissime pause) di deliri autoreferenziali, Glottorellando acquisisce un controcanto esotico, nientepopodimenoché una corrispondente dal Giappone, che, quando avrà tempo e voglia, ci introdurrà a gioie e dolori del processo di apprendimento della lingua e cultura nipponica!

Mi casa es tu casa, Katia. 🙂

Laterali di centrale importanza, delizie palatali in salsa di ajo e ojo

L’insegnante più autorevole che io abbia mai avuto è Luca Serianni, ordinario di Storia della Lingua Italiana ed ex presidente dell’Accademia della Crusca.
Egli diceva che per quanto fosse tenuto ad essere un modello di lingua, la sua romanità veniva sempre tradita dalla sua c “strascinata”: per i tecnici che dovessero trovarsi a passare di qui, l’assibilazione dell’affricata palatale. In pratica la pronuncia di “cucina” come *”cuScina”, più o meno. Ogni suo tentativo di maggiore accuratezza suonava inevitabilmente affettato.
Ho lo stesso problema, ma la mia vera spina nel fianco è la laterale palatale, la “gli” di “figlio”, “voglia”, “meglio”, che, da romana verace, realizzo come “fijo”, “voja”, “mejo”, anche se mi ci metto di impegno. Non me ne sono mai data troppo peso fino all’esame di Storia della Lingua Italiana, che sostenni proprio con Sua Maestà Serianni.

– Ultima domanda: cos’è un trigramma?
– Un trigramma è un insieme di tre grafemi che concorrono a indicare graficamente un unico fonema.
– Molto bene. Un esempio?

A quel punto potevo dire “SCIame”, potevo dire “SCIopero”, e invece no. Dissi “aGLIo”, cioè, volevo dirlo, ma dissi “aJo”.

– “Ajo”? Ma come? Stava andando così bene… Ajo è un trittongo! [un insieme di tre fonemi vocalici, con quello centrale a fungere da semivocale, n.d.a.]
– No, no! Ajo! Ajjjjjo!
– …

Carta e penna mi salvarono l’esame, unitamente a una piccola dose di solidarietà fonetica capitolina.

Un secondo campanello d’allarme suonò quando cominciai a lavorare come insegnante di italiano per stranieri, e a gettarli nella confusione totale nel cercare di scrivere “maglione” pur sentendo “majone”.

Ora che mi trovo a cercare di erudire giovani menti, e che me ne trovo una in casa, ho deciso di sforzarmi, e complici 9 ore e mezzo di traffico di ritorno da un viaggio, ho raggiunto il traguardo, ho preso la BastiGLIa, proprio mentre il mio bambino più piccolo la spuntava sulla labiovelare, la Q, e riusciva a dire “acqua” invece che “appa”. Succede questo sul Grande Raccordo Anulare.

Se leggo, riesco a prepararmi per tempo e a pronunciare quasi perfettamente; se parlo e sono molto spontanea non c’è nulla da fare, ma se sono col mio figlio maggiore, che sarà un caso, ma scrive questo,

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torno sui miei passi e ripronuncio: “vestaja…anzi, vestaGLIa”, spesso caricando un po’ troppo e facendola suonare come una L un po’ arrotolata.

A complicare il tutto c’è il fatto che anche la L seguita da dittongo a Roma faccia un po’ la stessa fine (infatti tutte le GLI italiane sono sviluppi secondari dal latino LI + vocale, dal che si deduce che io in realtà parlo latino, non romanesco), e che quindi “olio” diventi “ojo”, e che uno dei più semplici e gustosi piatti romani siano gli spaghetti “ajo, ojo e peperoncino”.

– L’ojo è finito?
– Mamma, volevi dire “oGLIo”?
– Tranquillo, tesoro, mamma oltre all’apparecchio ti paga pure il corso di dizione.

Drille che scrivono parole petalose in un tripudio di profismo

Ci sono giorni in cui tutto, tristemente, torna e il cerco si chiude, come se l’universo stesse cercando di comunicarmi qualcosa o confermare determinate impressioni. Così, mentre dalla mia posizione defilata e ibrida di insegnante di sostegno, a disposizione di tutti ma senza vera voce in capitolo sulla didattica, mi trovo a dover lacrimare sangue su amenità come “Voce del vero DICERE” o “Lui e Lei non si usano MAI come soggetto” e a riflettere su come nella scuola ancora non si faccia educazione linguistica ma “grammatica”, e mentre allo stesso tempo vengo accolta da attacchi di nausea da social network, ecco che le due cose si sovrappongono, in una vicenda cominciata in modo speranzoso ma finita malissimo.
La storia è nota ai più, anche se nessuno ci ha capito un cazzo. Un bambino di terza elementare, alle prese con gli aggettivi, scrive che un fiore è petaloso. La maestra, rara avis, invece di sbraitare e fare segnacci, scrive che è un “errore bello”, e mentre a casa ci ripensa, decide che la parola le piace e la invia all’Accademia della Crusca, la quale si occupa di monitorare lo stato della lingua e fornire consulenze. L’Accademia, giustamente ammirata dall’apertura mentale della maestra che dà valore alla capacità dei bambini di “fare lingua”, risponde direttamente al bambino con una raccomandata, UNA VERA LETTERA, così rara al giorno d’oggi. Scrive al bambino che la sua parola è “bella e ben formata”: il bello può essere soggettivo (a me comunque piace), mentre il ben formato è un parere scientifico, fondato sul paragone con altri aggettivi terminanti col suffisso -oso, che forma aggettivi denominali, cioè a partire da nomi. Fa un paragone molto semplice con coraggioso e peloso, illustrando in tal modo il concetto di analogia. Infine spiega al bambino che il fatto che sia ben formata (e che – aggiungo io – vada a colmare un vuoto lessicale) non basta ad inserirla nel vocabolario, ma che tutti devono cominciare ad usarla, finché non diventerà così comune da assumere una sua dignità e una sua storia.

“Caro Matteo,
la parola che hai inventato è una parola ben formata e potrebbe essere usata in italiano così come sono usate parole formate nello stesso modo.
Tu hai messo insieme petalo + oso > petaloso = pieno di petali, con tanti petali
Allo stesso modo in italiano ci sono:
pelo + oso > peloso = pieno di peli, con tanti peli
coraggio + oso > coraggioso = pieno di coraggio, con tanto coraggio.
La tua parola è bella e chiara, ma sai come fa una parola a entrare nel vocabolario? Una parola nuova non entra nel vocabolario quando qualcuno la inventa, anche se è una parola “bella” e utile. Perché entri in un vocabolario, infatti, bisogna che la parola nuova non sia conosciuta e usata solo da chi l’ha inventata, ma che la usino tante persone e che tante persone la capiscano. Se riuscirai a diffondere la tua parola fra tante persone e tante persone in Italia cominceranno a dire e a scrivere “Com’è petaloso questo fiore!” o, come suggerisci tu, “le margherite sono fiori petalosi, mentre i papaveri non sono molto petalosi”, ecco, allora petaloso sarà diventata una parola dell’italiano, perché gli italiani la conoscono e la usano. A quel punto chi compila i dizionari inserirà la nuova parola fra le altre e ne spiegherà il significato.
È così che funziona: non sono gli studiosi, quelli che fanno i vocabolari, a decidere quali parole nuove sono belle o brutte, utili o inutili. Quando una parola nuova è sulla bocca di tutti (o di tanti), allora lo studioso capisce che quella parola è diventata una parola come le altre e la mette nel vocabolario.
Spero che questa risposta ti sia stata utile e ti suggerisco ancora una cosa: un bel libro, intitolato Drilla e scritto da Andrew Clemens. Leggilo, magari insieme ai tuoi compagni e alla maestra: racconta proprio una storia come la tua, la storia di un bambino che inventa una parola e cerca di farla entrare nel vocabolario.
Grazie per averci scritto.
Un caro saluto a te, ai tuo compagni e alla tua maestra.

Maria Cristina Torchia
Redazione della Consulenza Linguistica
Accademia della Crusca

Per la maestra:
– Il libro, con i suoi riferimenti completi, è: Andrew Clemens,Drilla, Milano, Rizzoli, 2009 [traduzione di Beatrice Masini, n.d.r].
– Approfitto dell’occasione per segnalarle che sul sitowww.accademiadellacrusca.it, l’Accademia mette a disposizione un servizio di consulenza linguistica. Per rivolgere domande al nostro servizio di consulenza si può usare il modulo presente all’indirizzohttp://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/poni-quesito.”

Per una disadattata come me, questa è una storia quasi commovente, visto che ogni giorno mi trovo in una classe in cui l’italiano viene insegnato come un monolite da venerare, racchiuso nel sacro libro della grammatica, immutabile dalla notte dei tempi. Nessun accenno al concetto di variazione linguistica, ai meccanismi di formazione delle parole, al concetto di neologismo, di registro, ecc. Così mi dico: può essere davvero questo l’episodio scatenante capace di far cambiare approccio nelle scuole? E può essere questo il momento in cui alle varie boiate facebookkare da meme o da #escile, l’equivalente sociale di pacche sulle spalle in una gara di rutti e scorregge, si affianca un minimo di riflessione sulla lingua, che in rete si limita all’odioso fare le pulci (quasi sempre senza poterselo permettere) a chi tralascia un’acca? La risposta arriva già dalle prime ore, quando l’hashtag petaloso invade il web in un cazzeggio infinito in cui da una parte nessuno prova vergogna a mancare così tanto di originalità da ripetere per la milionesima volta “e allora inzupposo di Banderas perché no?” (tra le altre cose, perché non è ben formato, visto che viene da un verbo), dall’altra montano l’indignazione e le crisi millenaristiche sullo stato della nostra lingua, poiché la Crusca avrebbe ACCETTATO lo strafalcione di un bambino; tanto per non farci mancare niente, sorge perfino un fronte complottista che si chiede quali santi abbia in paradiso il bambino Matteo, di chi sia figlio per essere portato alla ribalta in questo modo (senza accorgersi che lo stanno portando alla ribalta proprio loro).
Il peggio del peggio: la paginetta chiara chiara della Crusca, così limpida da essere capita da un bambino di terza elementare, non viene letta da nessuno, nessuno capisce che la Crusca semplicemente NON HA il potere di accettare o rifiutare alcunché, perché sovrana è solo la comunità dei parlanti. La storia va avanti per giorni, e “petaloso”, da delizioso aneddoto su un breve, rarissimo momento di educazione linguistica in una scuola, diventa il peggiore dei tormentoni.
Provo a parlarne alla collega, la titolare della cattedra di italiano, e – come mi aspettavo, volevo in realtà solo la conferma – mi dice che è una cazzata mostruosa e che tutti i bambini inventano parole. Non era quello il punto, ovviamente, non ha fatto nulla di speciale, Matteo, ha solo “creato lingua” come fa qualunque apprendente che ne scopre i meccanismi di formazione ma ancora ovviamente non è stato esposto a così tanta quantità di lingua da sapere che quella parola non esiste, ha applicato un procedimento analogico come fa mio figlio quando dice “aprito” o “la scrivaTUA” (scrivania). Ma tant’è.
Torno ben presto a deprimermi, insomma, e a fare il mio lavoro da gregaria tra i banchi, finché un giorno, a una battuta dell’insegnante sui ragazzi che sarebbero più scemi delle ragazze, uno dei più scalcagnati della classe, la pecora nera, e – manco a dirlo – il mio prediletto, se ne esce con “ma questo è razzismo!”, al che lei replica: “caso mai sessismo!”; il suo compare, un altro di quelli invisibili, chiede “Ma che significano queste parole con -ismo?” e lei “lascia sta’”. Gli dico che appena posso glielo spiego io, e alla prima ora di buco in cui la classe resta a me, facciamo un elenco delle parole che finiscono con -ismo e le dividiamo in sottoinsiemi di “correnti letterarie o di pensiero e religioni”, “sport o professioni”, “atteggiamenti negativi e discriminatori”. Ne esce fuori una di quelle lezioni che mi rendono stupidamente euforica e mi fanno credere che io stia piantando qualche semino, poi passano i giorni in sordina fra espressioni con le frazioni e differenza fra hay/està in spagnolo.
Fino ad oggi, quando, durante una verifica, mi chiamano di qua e di là, e la professoressa dice “Ma chiedete pure a me! Che ci sono le preferenze verso i professori in questa classe?” e la mia pecorella risponde “Sì, c’è PROFISMO”. Mi illumino d’immenso, non per la preferenza accordata (che non avevo scoperto in quel momento) ma per la brillante intuizione, e gli faccio: “Vuoi leggere un libro? Si chiama Drilla, è la storia di un ragazzo che, dopo che l’insegnante cacacazzi e fissata con la grammatica come me gli dice che è lui a decidere quali parole entrano nel dizionario, decide di usare la parola drilla per la penna, e combatte per la sua parola contro l’autorità, impersonata dalla prof: fantasia contro potere… che ne dici?” “Grazie profe! Lo voglio legge, me lo porta domani?”.
Drilla è un libro semplicissimo, alla portata di ragazzi molto giovani, una breve storia che in poche battute esemplifica l’eterna lotta fra norma e devianza, fra conservazione e innovazione. Questi sono i momenti in cui mi ricordo perché faccio quello che faccio: non perché il più bravo della classe imbrocchi un pronome indefinito nell’analisi grammaticale, ma perché il “peggiore” scopra il funzionamento del sistema lingua e lo applichi, perché – più genericamente ma ancor più nobilmente – trovi “il suo posto” in quella classe, smetta di essere invisibile. Perché la scuola smetta di essere un luogo di reclusione.
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Chi va con lo Zopo ha un telefono cinese

Da un paio di mesi, la mia occupazione quotidiana, dalle 3 alle 4 e mezza circa, è l’assistenza al pargolo nella conquista scritta dell’idioma: è un momento che spesso genera mostri, per la mia inadeguatezza nel combinare le figure della madre e dell’insegnante e per la sua tendenza ad appoggiarsi pigramente e tirare ad indovinare pretendendo un feedback sì/no e incazzandosi se non l’ottiene, motivi per cui evito di sedermi accanto a lui e intervengo il minimo indispensabile, spesso fornendo stimoli alla riflessione e poi lasciandolo col dubbio, cosa che lo manda in bestia. Cerco anche di non precorrere mai i tempi e insegnargli cose in anticipo, ma capita che se sta facendo le sillabe sta-ste-sti-sto-stu si trovi a scrivere “stalla” nei quadretti, e non avendo ancora affrontato le doppie gli avanzi una casella. Al che gli dico: se leggo quello che hai scritto tu, io leggo “stala”… e lui “no, è STALLA!”, “ecco, questa L senti com’è forte? E’ così forte che ce ne vogliono due”. E lì è finita. Finché giorni fa, in macchina, mi dice “dobbiamo comprare una zucca… ZUCCA… ZUCCCCCA…. mamma! Zucca si scrive con due C, sennò sarebbe *ZUCA!”…. Yuppie! Mio figlio si è impadronito della bestia nera di ogni studente straniero di italiano: le doppie, o, per dirla con linguaggio tecnico, la lunghezza consonantica. O meglio, la padroneggiava già come competenza nativa, ma è stato in grado di fare una riflessione metalinguistica su di essa, ovvero usare la lingua per riflettere sulla lingua stessa. Ma perché mio figlio, a 6 anni, è in grado di sentire questa differenza, mentre con molti dei miei studenti ce ne posso mettere pure 10 di consonanti, senza che riescano a sentire alcunché? Perché in italiano la lunghezza consonantica ha carattere distintivo, ha valore fonematico.

Qui interviene la distinzione fra fono e fonema: il primo, di cui si occupa la fonologia, è semplicemente un suono “occasionale” di una lingua o di un dialetto, una realizzazione anche solo personale o locale, come ad esempio, rispettivamente, la cosiddetta “r moscia” o la gorgia toscana: non fanno parte della lingua come sistema, nessuno insegnerebbe a un bambino o a uno straniero quel suono, che esiste e dunque viene rappresentato e trascritto, ma non appartiene a quel serbatoio “funzionale” che fa sì che riusciamo a capirci l’un l’altro; il secondo, di cui si occupa la fonematica, è invece un suono “importante” per la nostra lingua, un suono di sistema, qualcosa che se venisse a mancare lascerebbe un buco nella reciproca comprensione, insomma, come si dice in gergo, ha carattere distintivo. “Distintivo” perché quel tratto, appunto, con la sua assenza o presenza può distinguere almeno una coppia di parole, che viene detta “coppia minima”, in cui due parole si distinguono solo per l’assenza o presenza di quel determinato tratto. E’ in teoria sufficiente che esista una sola coppia minima nel sistema-lingua, perché quel determinato tratto abbia carattere distintivo, ma in quel caso il tratto sarebbe poco produttivo e si estinguerebbe da sé, destino riservato ad esempio all’opposizione s sonora e sorda: “chiese” passato remoto di chiedere, da pronunciare con s sorda,  e “chiese” plurale di “chiesa”, da pronunciare come sonora… voi sentite differenza? Io sono romana e le pronuncio entrambe sorde, quindi faccio fatica.

Un grande rendimento funzionale ha invece il tratto sonorità nelle consonanti occlusive: p e b sono entrambe due consonanti occlusive labiali, e si distinguono soltanto per la presenza in b del tratto sonorità: bollo vs pollo, balle vs palle, ecc. Il che significa che anche laddove una parola con p non abbia il suo corrispondente con b per costituire una coppia minima, io riesco comunque a riconoscere quel suono e a classificarlo come p, perché il mio orecchio è stato allenato proprio dalle suddette coppie minime al riconoscimento di questa differenza di suono, con relativa attribuzione di un senso. Le coppie minime, ad ogni modo, sono un ottimo sistema per allenare l’orecchio nei non nativi, ricordo infatti di averne parlato qui.

Tornando alle nostre vituperate doppie, occorre notare che l’italiano è l’unica tra le lingue romanze che abbia conservato il carattere distintivo della lunghezza consonantica, ereditato dal latino.

Il latino aveva come caratteristiche distintive tanto la lunghezza vocalica (POPULUS con o lunga “pioppo”, POPULUS con o breve “popolo”) che quella consonantica, articolate in 4 combinazioni :

  1. vocale breve + consonante breve
  2. vocale breve + consonante lunga
  3. vocale lunga + consonante breve
  4. vocale lunga + consonante lunga

Se volessimo attribuire una durata ipotetica 1 a consonante o vocale breve, e 2 a consonante o vocale lunga, troveremmo che le combinazioni 2. e 3. hanno durata 3, mentre la 1. e la 4. rispettivamente 2 e 4, una troppo breve, l’altra troppo lunga. Il travaglio che ha portato alla nascita del volgare dal latino medievale, con tutti gli stravolgimenti in ogni branca del sistema, in particolare con il prevalere dell’accento intensivo su quello melodico (ma qui si entra veramente troppo nel tecnico), ha fatto sì che si imponesse un criterio di isocronia sillabica, cioè di livellamento nella durata delle sillabe, che ha portato alla sopravvivenza dei soli tipi 2. e 3.e la scomparsa dei tipi 1. e 4. Allo stesso tempo, ha prevalso come carattere distintivo solo la lunghezza consonantica, mentre quella vocalica, fondamentale in latino, è rimasta come caratteristica accessoria di cui non abbiamo coscienza o consapevolezza: in sillaba chiusa, prima di una consonante lunga o doppia, o di un gruppo consonantico la vocale sarà breve, mentre in sillaba aperta (che termina cioè con una vocale), la vocale sarà sempre lunga: la sillaba ca- è lunga in “casa” e breve in “cassa”, ma quella che noi sentiamo è solo l’intensità della consonante, mentre quella vocalica è solo “di posizione”, una conseguenza accessoria, proprio perché non esistono, in italiano, coppie minime che si distinguano solo per la quantità vocalica. Restando in zona europea, l’unico ceppo che preveda la coesistenza della lunghezza tanto vocalica che consonantica è quello ugro-finnico (ungherese e finlandese), mentre, in area romanza, l’italiano è l’unica lingua che abbia conservato la lunghezza consonantica come carattere fonologico. Tutto questo cosa ci insegna? Che l’italiano è una lingua perversa e ostica per il resto del mondo, e impararlo decentemente comporta per lo straniero uno sforzo non indifferente che però verrà ripagato con lo sfoggio di bellissimi giochi di parole quale quello che ha dato il titolo al post, o “chi ha capelli non porta cappelli” (che però non è una vera coppia minima perché anche la “e” è diversa); che gli italiani sono buoni candidati per imparare il finlandese; che bisogna stare a debita distanza dai ragazzini alle prese con le prime doppie, perché nell’esercitarsi nella pronuncia sputano.

E qualcos’altro che dopo 3 giorni di scrittura random dell’ennesimo post tecnico inutile non ricordo più. Va’ a capire perché l’ho scritto.

Tanto per dire

In questo blog disertato, uno degli ultimi segni di vita fu dedicato alla conquista del linguaggio da parte del mio primo figlio, lo stesso primo figlio che oggi lotta con le aste, le pance, i minuscoli corsivi e stampati. Avrà cominciato tardi a parlare, più tardi dei 2 anni, ma è veramente un professionista della parola, usa sfumature di significato, ha proprietà di linguaggio, maneggia periodi ipotetici con congiuntivi e condizionali da vero professionista, e da poco è alle prese con il sarcasmo e l’ironia.
L’altro giorno mi fa: “la maestra di matematica ci dà sempre 100 compiti… cioè, non proprio cento, eh? E’ per dire che sono tanti. E’ una cosa tanto per dire… si dice così, no? Quando non vuoi dire proprio quella cosa ma un’altra, si dice tanto per dire, no? Come ad esempio se uno dicesse “ammazza, quel bambino è proprio il più bravo della classe”, invece poi magari è un somaro. E’ tanto per dire, no? E’ ironico, no?”. Mio figlio ha scoperto l’iperbole e l’ironia.
Io lo guardo, ammirata e indecisa se lasciarmi andare allo sport nazionale di ogni mamma, il gridare al genio quando si parla del proprio figlio, per ciuccio che sia, oppure se prendere atto che magari – decisamente più probabile – è normale che a 6 anni si cominci scoprire la funzione poetica del linguaggio, ovvero quella che usa le parole per dire altro rispetto a quello che letteralmente significano, per dirla in termini saussuriani, insomma, quando si produce una frattura fra significante e significato, fra la parola, il segno materiale, scritto o orale che sia, e il significato a cui rimanda. La polisemia, il linguaggio figurato, le figure retoriche, sono tutti “errori”, “sabotaggi” di un codice, quello delle lingue naturali, non perfettamente biunivoco, come lo è invece un codice matematico o un linguaggio di programmazione; si basano sulla corrispondenza di assunti comuni, di esperienze del mondo, di conoscenze condivise persino sull’intonazione con cui vengono pronunciate le parole: tutte approssimazioni o paradossi che somigliano all’uomo e che incredibilmente riescono non solo a non inficiare la comunicazione, ma addirittura ad essere inimitabili e irriproducibili da parte di una macchina, almeno fino ad oggi.
Mentre mi perdo in queste fantasticherie, entra il figlio numero 2, 2 anni e mezzo e capacità linguistiche pari a quelle di un Minion, che esordisce con la sua prima frase di senso veramente compiuto della sua breve vita e perfettamente pronunciata: NON HO FATTO NIENTE. E anche qui, solo il bagaglio di umane esperienze stavolta proprio di una madre può permettere di interpretare questo enunciato non tanto come una figura retorica quanto piuttosto come una confessione. EXCUSATIO NON PETITA, ACCUSATIO MANIFESTA. Corollari di saggezza attraverso i millenni e i mutamenti linguistici.