3 anni e 9 mesi

  • Il MappaTONDO è sulla scrivaTUA.
  • Ti sto ACCANTANDO [“ti sto vicino”]

Non vedo perché dovrei correggere una tale meraviglia.

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Annunciazió! Annunciazió!

Nuntio vobis gaudium magnum:
Habemus auctorem!

Dopo circa 8 anni (con lunghissime pause) di deliri autoreferenziali, Glottorellando acquisisce un controcanto esotico, nientepopodimenoché una corrispondente dal Giappone, che, quando avrà tempo e voglia, ci introdurrà a gioie e dolori del processo di apprendimento della lingua e cultura nipponica!

Mi casa es tu casa, Katia. 🙂

*MagagnIe

In una delle sempre più rare e annoiate incursioni nel calderone di inutile chiacchiericcio di Facebook, mi si presenta sotto gli occhi questo:
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Non è il primo né il più grave degli sfondoni che mettono sotto attacco costante le elementari conoscenze ortografiche e che sotto un’eventuale esposizione prolungata potrebbero trasformare un Umberto Eco in un Luca Giurato, ma fa sempre una certa impressione trovare cose del genere in forme destinate a durare e rimanere impresse nella memoria e negli archivi fotografici di qualcuno, perfino sulla pelle, come il “finché morte non ci separa” dell’amico di mio fratello: chi ha bisogno di morfologia quando c’è l’amore?
Io sono una linguista, e, citando Jakobson, “linguista sum: linguistici nihil a me alieno puto”, quindi non mi scandalizzo di nulla ma analizzo ogni tipo di orrore, e questo mi risulta particolarmente odioso per le finalità dichiarate nel post (assimilabile, ma più infido, a quello delle mamme che il primo giorno di scuola di mio figlio si sono presentate con scorte di carta da culo, sapone, scottex ecc per tutto l’anno) e per la tipologia dell’errore, ovvero l’ipercorrettismo. L’ipercorrettismo è la mezza boccetta di deodorante spruzzata su ascelle non lavate. Incorre nell’ipercorrettismo chi sa di essere ignorantello ma confida che con un sapiente impiego di effetti speciali nessuno se ne accorga.
La gn, infatti, è un fonema costituito da un digramma, vale a dire un’unione di due grafemi (volgarmente “lettere”) che indicano un solo suono, chiamato nasale palatale. Nasce come incontro, appunto, di due fonemi, una consonante nasale e una semivocale palatale, come nel latino INGENIUM > it. Ingegno. In pratica la velocità di esecuzione orale porta naturalmente alla modificazione reciproca di due suoni distinti, e spesso alla fusione in un nuovo fonema con valore doppio, intenso. Il fonema in questione è indicato nell’IPA (International Phonetical Alphabet) con [ɲ] (equivalente alla n con cediglia nello spagnolo), e come dice il nome stesso, è una nasale palatale, cioè una sorta di n pronunciata spiaccicando la lingua sul palato. Questo perché, come si è accennato, nessuna realizzazione fonematica può essere indipendente da quanto segue o precede, e visto che la n si pronuncia sui denti (infatti è una nasale dentale), mentre il luogo dell’articolazione della i(foneticamente [j]) è il palato, la lingua dovrebbe compiere un movimento a ritroso e in certo qual modo “scindere” i due suoni, mentre la velocità di esecuzione fa sì che si pronunci la n direttamente nel luogo della i, e che questa vocale palatale venga appunto assorbita dalla nasale stessa, da cui il nome nasale palatale. Questo spiega per quale motivo la i non debba essere scritta nei   gruppi -gna, -gne, -gno, -gnu.  Esistono delle eccezioni, e sono di carattere analogico, tipo “bagniamo”, dove la i è conservata non per ragioni fonetiche bensì per ragioni analogiche (vedi), di continuità e parallelismo con altri verbi alla stessa prima persona plurale indicativo, -iamo. Il fatto è che il sistema delle particelle “vuote”, morfosintattiche, quali le desinenze verbali, è chiuso e molto più resistente alle innovazioni di quello lessicale, e vi prevale l’analogia.
Eppure, mentre mi diletto con la lettura di Saussurre, il papà della moderna linguistica, trovo questo:
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La buonanima di Ferdinand de Saussurre era uno svizzero francofono, quindi al limite la scelta sarebbe imputabile al traduttore, ma trattandosi di Tullio De Mauro, uno dei maggiori linguisti viventi, ex presidente della Crusca, nonché mio ex insegnante che mi diede 30 all’esame (il che non mi serve comunque a un cazzo come tutto ciò che ho studiato, ma fu una bella soddisfazione per qualche ora), non può che trattarsi di scelta stilistica, essendo tollerate entrambe le varianti, l’una per ragioni fonetiche, l’altra per le suddette ragioni analogiche. E però io continuo a preferire la forma -gniamo, un po’ perché mi piace la continuità colonnare e rassicurante delle liste delle terminazioni verbali scritte in rosso, un po’ perché anche De Mauro fa scelte discutibili, quale quella di non avermi messo la lode.

Concludo criticando la mamma leccaculo un po’ gne gne (non gnie gnie) e sognando la lasagna. E non importa cosa sognate, l’importante è che sogniate. E chi non la capisce ha diritto ad una fetta di torta della mamma di Martina come premio di consolazione.

Infingardi lacciuoli

S’io fui del primo dubbio disvestito
per le sorrise parolette brevi,
dentro ad un nuovo più fu’ inretito

(Dante, Par. Canto I)

 Fiamm. lib. 4. 157. Ne gli è a cura di compor le fittizie, le quali lacci sono ad irretíre gli huomini di pura fede.

(Boccaccio)

Inretire > irretire

voce dotta, primariamente attestata nel XIV sec., in Dante e Boccaccio.

Si tratta di una formazione denominale da “rete”, la rete di un pescatore, o la rete di un ragno. Non ci si lasci IRRETIRE dalla sfumatura di significato tutto sommato positiva che il verbo ha assunto nel linguaggio corrente, ovvero “sedurre,” “attrarre col proprio fascino”, si tenga invece sempre presente  il significato primario, ben trasparente, dell’inganno costituito dalla rete. Irretire vale “intrappolare con l’inganno”, che è ben altro da avvicinare qualcuno a sé solo con l’attrazione, rispettandone quindi l’individualità e il libero arbitrio. La rete è infida perché invisibile, e letale perché se ne esce solo fritti in fricassea o mummificati dal veleno del ragno.

ragnatela

Mulini a vento

Mi sto muovendo un po’ in tutte le direzioni.

Domani pomeriggio ho un colloquio che so già essere una sòla (per i non romani: truffa); forse qualcosa di buono uscirà dopo che avrò inviato a una scuola internazionale  – in cui insegna anche un mio amico – il mio CV in inglese, che è in fase di terminazione. Pare lì stiano cercando.

Fra un esca e l’altra che butto in mare, sono passata alla Caritas del mio paese, finalmente. Ho fatto la mia proposta e il direttore si è mostrato interessato ma mi ha detto chiaramente che non possono permettersi di pagarmi, cosa che non mi aspettavo, non da loro. Confidavo in un contributo del Comune, non un vero e proprio stipendio, ma un irrisorio rimborso spese. Probabilmente non ci sarà neanche quello, ché il Comune è in fase di commissariamento, quasi in bancarotta. Io e il direttore ci siamo salutati con l’impegno di restare in contatto, e da parte mia la disponibilità al corso per immigrati anche solo volontario, senza rimborso alcuno.

Poi torno a casa, e leggo che si vogliono invitare i medici alla delazione degli immigrati irregolari. E mi sento una Don Chisciotta ancora più ridicola, a pensare che qualcuno che non può curarsi l’influenza possa aver bisogno di lezioni di morfologia e sintassi.

Ultimo giorno di scuola

Ahimé, per me è stata come una vacanza ma è già finita. Spero l’ultimo non sia davvero l’ultimo.

Come una vera maestrina, ho avuto l’onore e la gioia di ricevere dei regali dalle mie ex studentesse, 3 ragazze irlandesi che hanno seguito solo l’ultima settimana ma davvero entusiasticamente, e credo abbiano fatto dei grandi progressi. Tutte insieme, mi hanno regalato questo bel ciondolo a forma di cuore, mentre una di loro ha voluto omaggiarmi di questo piccolo capolavoro di penna nato proprio durante l’ultima lezione. Ne farò un quadretto perché oltre che stupendo, per me ha un’enorme importanza. Il ciondolo spero invece di indossarlo con la mia futura classe, e che mi sia di buon auspicio.

L’importanza di una lettera

E’ di pochi giorni fa la notizia di come il voler, meglio il dover risparmiare, possa essere spesso causa di figure barbine, nonché per nulla economico, visto che un intero stock di divise made in Poland della, polizzia va gettato via.

Molto più simpatico è l’aneddoto raccontatomi da una delle studentesse, Gabriella, a partire da una semplice domanda:

G: Simona, come si dice “I’m hungry”?

S: “Ho fame”

G: Aaahhh! Capito: “fame“!

S: Sì, perché?

G: Sai, ieri sera abbiamo parlato tantissimo in italiano con dei ragazzi che abbiamo conosciuto…

S: Ah, bene!

G: …sì, e a un certo punto io avevo fame e sono entrata nel bar dove erano loro gridando “ofamoooo!!!” Loro hanno riso tantissimo: ma perché?!

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😀

Chissà se il lapsus ha avuto conseguenze interessanti…

OCCHIO AI FONEMI!