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Il numero cinque e un fritto misto di linguistica comparata

Giorni fa ho notato che sull’hp di Repubblica campeggiava in rosso fuoco un link IL LINGUISTA RISPONDE, speciale maturità. In teoria dettato dalle stesse intenzione del mio “Chiedilo a Ska”, ma assai più frequentato. Ho riflettuto sulla cosa e sono giunta a due conclusioni: la prima è che il titolo “linguista” ispira molta più fiducia di una Ska che non si sa neanche chi sia e se abbia un pezzo di carta a suffragare le sue parole, nonché una testata giornalistica online che la sponsorizza; secondo che nel mio spazio viene usato un termine per la domanda (Chiedilo), mentre in quello di Repubblica si assicura una risposta (risponde).

Sincera, senza dubbio, ma poco rassicurante. Come quando ho detto alla mia classe di italiano che non esiste un metodo sicuro e un manuale di casistica grammaticale per scegliere a colpo sicuro tra gli ausiliari essere e avere al passato prossimo, se non delle tendenze generali, e una sorta di “sentimento” per il tipo di azione, cosa che si sviluppa con la consuetudine dell’uso, per poi scoprire che il collega che il giorno prima mi aveva sostituita aveva fornito un lungo elenco di regole: transitivi con oggetto espresso, transitivi senza oggetto espresso, verbi di movimento, ecc. Il fatto che nessuno avesse un’idea di cosa fosse un transitivo appariva secondario: l’importante era l’impressione di autorevolezza e sicurezza che l’insegnante aveva suscitato nella classe, per di più una classe di nazionalità tedesca con bisogno di certezze e regole chiare e distinte. Non parlavano più perché gli ci volevano cinque minuti per scegliere l’ausiliare, ma il loro schema mentale era salvo. Jawohl.

Ma sto divagando. Torniamo agli interrogativi linguistici. Stavo giusto per lanciarmi in un piagnisteo sul fatto che nessuno mi chiede niente, quand’ecco che arriva dall’estremo est il nostro Enrico Bo, che tutto avrebbe da insegnarmi, che mi fa una domanda su una materia sua. Infatti, con mio enorme rammarico, di lingue slave non so nulla. Ho chiesto ad Enrico tempo per documentarmi, ma non ho tempo di recarmi in biblioteca, quindi devo arrangiarmi con ciò che trovo nelle mie scartoffie. Mi limito a rispondere con le conoscenze generali di etimologia e suddivisione di fonemi nelle varie famiglie linguistiche che ho appreso a mio tempo. Chiedo scusa preventivamente a Enrico e a un eventuale slavista che passasse di qui se dovessi improvvidamente produrmi in qualche cazzata, cosa che proverò ad evitare con tutte le mie forze. Ogni ragguaglio o cazziata che mi venisse esternata da qualcuno più esperto di me sarà ben accetta.

Veniamo alla domanda di Enrico:

ho un dubbio etimologico . La parola russa пять (piat’) = cinque, (come in altre lingue slave , polacco piency) ha a che vedere con il greco penta?
sei l’unica che può risolvere, anche se hai altro per la testa, co sto caldo poi….
un abbraccio.

Tralasciamo il “sei l’unica che può risolvere”, che è una falsità. Diciamo che Enrico non ha altro per le mani. E che io me ne approfitto.

Enrico ha dedotto un’analogia sulla base di una somiglianza fonetica, cosa che può andare bene ma che molto spesso può essere fuorviante. Uno degli assiomi della linguistica comparativa recita che la somiglianza fonetica non è probante. Nell’epoca classica, e ancora prima dell’800, quando cioè la linguistica non era ancora una disciplina a sé, i grammatici usavano trarre deduzioni etimologiche sulla base della somiglianza fonica delle parole, inventando storie e dir poco fantasiose per giustificare la relazione fra due termini: in epoca classica il sostantivo CURA (“preoccupazione”) veniva interpetato come una somma delle due unità COR (“cuore”) e URERE (“bruciare”): qualcosa che brucia nel cuore, insomma. Un’etimologia non fondata su argomentazioni di grammatica storica, ma solo immaginata, si chiama etimologia popolare o paretimologia.

In tempi di villaggio globale e fervente scambio linguistico, invece, il mio amico Henning si lancia in una paretimologia… comparata. Henning è il mio amico tedesco di vecchia data, colui che è responsabile di tante svolte epocali della mia vita: per reciproca colpa, parliamo entrambi oltre alle nostre lingue madri anche la lingua dell’altro. Abbiamo in comune anche l’attesa quasi contemporanea dei nostri primi figli: il suo nascerà sei settimane prime del mio. Avendo posto termine ormai da tempo lui alla relazione con la mia amica, e io a quella col suo, siamo un po’ arrugginiti con le nostre seconde lingue, e i nostri dialoghi telefonici sarebbero qualcosa degno di registrazione. In una specie di “italesco”, facilitato dalla antica conosceza, riusciamo comunque a capirci. Parlando della futura genitorialità al telefono, giorni fa, ho pronunciato la parola “parto”.

Henning: come, come?

Simona: come cosa?

H: parto?

S: sì, parto.

H: come in tedesco, quasi.

S: no, non mi sembra… com’è che si dice in tedesco?

H: Entbindung. Bindung… lo sai, no?

S: Sì, è un legame. Binden è “legare”.

H: sì, infatti. Entbindung è come… tagliare qualcosa che è legato… slegare [ent– è un suffisso privativo]. E partire è tagliare un legame.

S: ma parto non è da partire, è da partorire.

H: e partorire viene da partire, no?

No, veramente no. “Parto” viene da PARTUM, participio passato di PARERE, “generare”, da cui anche PARENS, “genitore”. Però oltre ad avere senso è anche una delle paretimologie più belle che abbia mai sentito. Ma sul tema ovviamente mi sento un po’ sentimentale.

Ho per caso ridivagato? Era per dire che la somiglianza fonica è spessissimo accidentale, e in questo caso ha condotto Henning a vedere un rapporto inesistente fra “parto” e “partire”, aiutato da un collegamento semantico col termine in uso nella sua lingua.

Nel dubbio di Enrico la somiglianza invece non è accidentale, ma genetica, per così dire. I numeri cardinali sono uno degli elementi condivisi da tutte le lingue indoeuropee, ovvero la famiglia linguistica a cui appartengono pressoché tutte le lingue europee, quelle asiatiche settentrionali, parte delle asiatiche meridionali. La lingua indoeuropea affonda nella notte dei tempi, anteriore agli albori del padre del latino, l’italico, ed è ovviamente solo una lingua ricostruita. La ricostruzione avviene tramite il confronto fra le lingue indoeuropee più antiche attestate, quali il latino, il greco, il sanscrito, lo slavo, il germanico, il celtico, e così via.

Da ciò consegue che il termine russo per “cinque” ha sì a che vedere con il greco, ma non direttamente, bensì per comune derivazione dal termine (ricostruito) indoeuropeo per “cinque”. Diciamo, semplificando, che i termini russo e polacco si somigliano in quanto fratelli, figli del protoslavo, mentre quelli russo e greco si somigliano in quanto cugini di secondo grado. A loro volta il greco antico e il protoslavo sono diciamo fratelli, figli dell’indoeuropeo comune. Ma anche il latino. Ora a partire dalla domanda di Enrico ne potrebbe seguire un’altra, assai più ricca di spunti, che potrebbe suonare così:

La parola russa пять (piat’) = cinque, (come in altre lingue slave , polacco piency) ha a che vedere con… l’italiano “cinque”?

Perché in effetti il grado di parentela è più o meno il medesimo.

Dell’indoeuropeo, morto e sepolto, non possiamo conoscere per forza di cose nessuna parola effettiva, ma solo radici ricostruite. Come si ricostruiscono queste radici? Confrontando i fonemi di parole delle lingue attestate, ed osservando corrispondenze costanti nelle stesse posizioni.

Un esempio facile viene dalle lingue romanze: fr. huit, it. otto, sp. ocho, se confrontati con fr. nuit, it. notte, sp. noche, suggeriscono che alla base di queste corrispondenze ci sia un medesimo fonema originario che ha avuto sviluppi diversi ma costanti nelle  lingue romanze. Nel caso del latino siamo fortunati perché conosciamo le due parole di riferimento, OCTO E NOCTE(M), e da queste basi certe possiamo partire per l’eventuale ricostruzione di parole non documentate nel latino letterario, ma solo ipotizzate, a partire dalla medesima corrispondenza di fonemi osservata sopra: vale a dire che se troviamo una parola francese con il fonema indicato dalle lettere –it-, cui corrispondono una italiana con –tt– e una spagnola con –ch-, possiamo star quasi certi che la parola latina avrà avuto un –CT-. DAvanti alle parole ricostruite si usa un’asterisco per significare che si tratta di parola solo ipotizzata.

Quando manca la fonte, come nell’indoeuropeo, abbiamo solo delle radici con asterisco. Il confronto delle corrispondenze fonetiche fra le parole per “cinque” porta alla ricostruzione di una radice *penkwe. Quelli in neretto sono i due fonemi presi in considerazione (il secondo si chiama labiovelare sorda ed è il nostro <qu> di quadro): corrispondenze uguali fra le uguali lingue prese in esame mostrano tutte un p iniziale che lascia supporre un *p indoeuropeo, mentre la labiovelare ha avuto diversi esiti: si è conservata in latino (ad esempio QUATTUOR), si è mutata in p o t in greco (TESSARES in attico e PETTARES in eolico), mentre nelle lingue di una sottofamiglia dell’indoeuropeo è confluita in [k] (c “dura”). A quest’ultima sottofamiglia appartiene lo slavo: sviluppi di c “dura” in c cosiddetta “dolce” (come in cena) sono secondari (anche in latino la c era solo dura, anche davanti ad e ed i ed è divenuta dolce solo successivamente in queste posizioni: Cicerone si pronunciava KIKERO): il polacco piency rispecchierebbe questo modello (e qui il condizionale ci sta a pennello perché non mi permetto certezze in un cammpo non mio).

Per quel che riguarda il russo invece non saprei che dire, perché laddove il polacco presenta una c che cade a fagiolo nel mio ragionamento, il russo ha una dentale, sebbene “dolce”. Dovrei sapere che aspetto avesse precisamente la parola per cinque in proto-slavo, ed invece ciò che per uno slavista è l’abc per me è il buio più totale. Mi aspetterei la lettera ч che indica la nostra c di “cena”, come infatti in четыре (quattro). Ma la mia ignoranza in questo campo è tale che posso smettere di scervellarmi, perché bisognerebbe sapere oltre alla forma proto-slava (diciamo la forma madre di russo e polacco) anche un po’ di nozioni di grammatica storica del russo. I motivi per sviluppi “devianti” possono essere molti, ammesso che questo lo sia e che io non abbia toppato altrove in questa analisi.

Ma veniamo al nostro cinque italiano. I fonemi consonantici in *penkwe sono appunto /p/ e /kw/, che in questa successione in alcune lingue vanno incontro ad assimilazione, vale a dire che uno si muta nell’altro: nell’italo celtico il primo si è assimilato al secondo, come si può vedere nel latino QUINQUE e nell’irlandese moderno coic. Successivamente, nel passaggio dal latino classico a quello tardo, si è invece avuto il fenomeno inverso, cioè la dissimilazione di due fonemi uguali: il primo dei due da velare (duro) è divenuto palatale (dolce). Il fatto che questo sviluppo non sia uno sviluppo dell’italiano ma sia da attribuire ad un patrimonio romanzo ancora indifferenziato è dimostrato dal fatto che anche le altre lingue romanze presentano lo stesso fenomeno (fr. cinq, sp. cinco, ecc.)

Un tipo diverso di assimilazione si era prodotto invece nel ramo gotico: in questo caso è il secondo fonema ad assimilarsi al primo, dando come risultato *p… *p…, poi divenuto *f… *f… per ragioni ancora più tecniche che è impossibile affrontare qui (si tratta di uno sviluppo tutto personale del germanico chiamato rotazione consonantica). Il risultato fu un gotico fimf, rappresentato dal tedesco moderno fünf.

E così scopriamo che penta, cinquefünf sono… la stessa parola. Oh, meraviglia della linguistica comparata! Figli degeneri con scarse somiglianze con il proprio avo ma lo stesso patrimonio genetico.

Sempre meno sorprendente che scoprire che l’armeno erku è lo stesso di “due”.

Per rispondere alla domanda di Enrico sarebbe bastato un “sì”, magari aggiungendo la semplice considerazione che non viene dal greco ma si tratta della stessa famiglia linguistica. Però sarebbe stato meno divertente, no?

Ah, le risposte a “il linguista risponde” sono brevi e coincise. Decisamente devo aggiungere un terzo motivo alla mia riflessione sullo scarso successo della mia rubrica.

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Primavera

Il sostantivo in uso per designare la stagione della rinascita della natura, in italiano, è un composto del latino che ha però subito un cosiddetto metaplasmo, vale a dire un passaggio da una categoria (di nomi, in questo caso) all’altra: in latino era infatti di genere neutro, ed era designato semplicemente da ver, veris, che da solo significava già “primavera”, e proveniva da una radice antichissima attestata anche dal sanscrito, nel primo membro del composto  VAS-ANTAS (in cui presumo ANTAS stia per “primo”).

Tale antichissima radice è ospitata anche dal nome della dea Vesta, divinità del focolare domestico, e alla quale era dedicato un tempio in cui veniva tenuto vivo dalle Vestali il fuoco sacro che doveva garantire l’incolumità della città di Roma, spento nel 391 da Teodosio quale ultima brace di paganesimo. Il significato della radice era “ardere, splendere” e il suo impiego sta qui ad indicare pertanto lo splendore della stagione in cui il sole torna ad allietare gli animi e nutrire la natura.

Evidentemente, la connessione con il concetto di “splendore” deve essersi persa piuttosto precocemente, e dall’uso frequente nella locuzione “primo vere” (cioè, letteralmente “all’inizio della primavera”, e anche titolo di una raccolta di poesie giovanili di D’Annunzio) è nata l’interpretazione di ver come “stagione”, e di conseguenza “prima stagione dell’anno”. Anche il francese antico aveva infatti primevoire, sostituito poi da printemps ( < PRIMUM TEMPUS) forse anche per evitare confusione con “voire” (vedere). Primovere ha potuto facilmente essere femminilizzato in primavera in virtù dell’idea di fertilità ad esso connessa.

D’altra parte il concetto di ardore si collega bene anche all’estate (lat. AESTATEM dalla stessa radice di AESTUS, “calore, ardore”), e coerentemente alcune lingue optano per tale corrispondenza: lo spagnolo ha verano (< TEMPUS VERANUM), il rumeno ha vară,  il napoletano antico vera, il provenzale e il valenziano ver.

E’ interessante anche notare come l’idea di “inizio” connessa alla primavera abbia portato in alcune lingue e dialetti ad usi perifrastici quali “primavera dell’inverno” per indicare l’autunno (napoletano: primavera ‘e’mmerne; catalano primavera del ivern).

Anche le lingue germaniche sottolineano diversamente l’idea di inizio: l’inglese ha spring, orignariamente springing-time (1387), spring-time (1495), spring of the year (1530), vale a dire il momento da cui le piante “saltano su” (spring up), crescono. Il tedesco opta per Frühling, cioè “cosa che arriva presto, per prima” (früh = presto), mentre il danese e l’olandese usano i composti voraar e voorjaar (fore-year, in cui fore = “anteriore”, cfr. forehead, “fronte”).

Ora che siete informati su queste questioni di lana caprina, non dubito che potrete godere più pienamente di questa stagione di rinascita. Anche se a me questo momento, più che l’inizio di una stagione splendida, pare l’inizio del buio più nero.

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Sitografia:

http://www.etymonline.com/index.php?term=spring

http://www.etimo.it/?term=primavera

Bibliografia:

W. Meyer-Lubke, “Romanisch etymologisches Wörterbuch”

Manlio Cortelazzo, Paolo Zolli, “DELI” (Dizionario Etimologico della Lingua Italiana)

 

 

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