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Senni che filano via

Una delle prime cose che ho imparato al corso di tedesco, tanti anni, fa, da quel fricchettone del mio insegnante, Herr Senf, è che Spinner significava “il matto”: Ce lo spiegò nel suo solito modo originale da comune hippye anni ’70, facendoci ascoltare Der Spinner, di Nina Hagen. Aggiunse che die Spinne, al femminile, significava invece “il ragno”, e ricordo che mi interrogai a lungo sulla connessione tra le due cose: semplice omonimia accidentale? Perché un ragno dovrebbe essere folle? O un folle avere qualcosa di aracnide?

In casi come questi, è più utile cercare il tratto comune da cui entrambi i termini possano discendere, seguendo poi sviluppi semantici indipendenti: spinnen, spann, gesponnen, significa “filare”, “tessere”, cioè l’attività del ragno, ma primariamente significa “far ruotare, avvitare, girare”. Quindi spinnen , tessere, è far ruotare una spola, e per estensione il tessere del ragno. E’ interessante notare, a questo punto, che il gesto dei tedeschi per indicare la pazzia è diverso dal nsotro: laddove noi picchettiamo il dito indice sulla tempia, loro lo tengono alzato verso l’alto, sempre all’altezza della tempia, e con esso descrivono un movimento a spirale ascendente. SI tratta di un gesto del tutto simile a quello con cui noi indichiamo la dipartita di qualcuno, l’anima che si invola verso il cielo. Solo che in questo caso a volarsene via non è la vita, ma il senno. E se l’Orlando Furioso l’avesse scritto Goethe anziché Ariosto, Astolfo sarebbe andato a riprendere il senno di Orlando a cavallo di un ipporagno.

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In tedesco, il genere del nome “ragno” è femminile, così come era femminile il personaggio mitologico da cui il ragno prende nome, Aracne. Dante usa appunto il femminile “ragna”:

Dante Alighieri (Purgatorio, XII, 43-45):
O folle Aragne, sì vedea io te
Già mezza ragna, trista in su li stracci
De l’opera che mal per te si fé
.

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Aracne, straordinaria tessitrice della Lidia, mutata in insetto da Atena per la sua superbia di averla sfidata e vinta nell’arte della tessitura:

Ovidio, Metamorfosi, libro VI:

Ma la bionda dea guerriera si dolse del successo,

fece a brandelli la tela che illustrava i misfatti degli dei

e, con in mano la spola fatta col legno del monte Citoro,

più volte in fronte colpì Aracne, figlia di Idmone.

La sventurata non lo resse e fuor di senno corse a cingersi

il collo in un cappio: vedendola pendere n’ebbe pietà Pallade

e la sorresse dicendo: “Vivi, vivi, ma appesa come sei,

sfrontata, e perché tu non abbia miglior futuro, la stessa pena

sarà comminata alla tua stirpe e a tutti i tuoi discendenti”.

Poi, prima d’andarsene, l’asperge col succo d’erbe

infernali, e al contatto di quel malefico filtro

in un lampo le cadono i capelli e con questi il naso e le orecchie;

la testa si fa minuta e così tutto il corpo s’impicciolisce;

zampe sottili in luogo delle gambe spuntano dai fianchi;

il resto è ventre: ma da questo Aracne emette un filo

e ora, come ragno, torna a tessere la sua tela.

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Lacci e frattaglie

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Come NON fare etimologia, ovvero farla per piegare il significato delle parole a ciò che si vuol dire. In “coraggio”, e in tutte le altre parole con la stessa terminazione, il suffisso -aggio non ha alcuna parentela con AGERE (“agire”), bensì è un prestito linguistico dall’area franco-provenzale, quindi di origine poetica, partendo dal latino -AT(I)CU(M) > -prov. -atge (fr. -age).

Di fatto, però, la prima parte della parola è effettivamente composta da “cuore”, dal latino *CORE(M), forma polivalente dei casi obliqui, analogica sul nominativo che in questo caso ha rimpiazzato la forma classica COR, CORDIS, presente in altri derivati, quindi a tutti gli effetti il nostro fantasioso e romantico writer non ha tutti i torti: il coraggio è un’emanazione del cuore, dal che consegue che tutti gli atti che denotino audacia ma non tengano come riferimento il cuore andrebbero descritti con dei sinonimi parziali quali appunto “temerarietà”, “arditezza”, e in alcuni casi perfino crudeltà. Perché spesso alcuni atti temerari nascondono proprio l’assenza di cuore spacciandola come scelta coraggiosa.

La riflessione del tutto casuale su questo graffito visto per caso due sere fa mi ha portato a riflettere su questa radice antichissima (si pensi ad esempio al greco kàrdias) che designa il cuore, e alla sua sopravvivenza nel nostro linguaggio contemporaneo. La forma classica dei casi obliqui, *CORDE(M), è ben trasparente  in “cordiale”, di derivazione dotta come tutti gli aggettivi di relazione, meno in altri casi. Mi chiedevo se anche “corda” fosse etimologicamente legato, e in effetti  pare che la radice indoeuropea *k 0 r(d) sottostia ad entrambi i termini… ma quale può essere il tratto comune a una corda e al cuore? Questa radice nominale indica un piegamento, un avvolgimento, un attorcigliamento di qualcosa: il cuore è avvolto su se stesso, e la corda è composta di fibre avvoltolate le une alle altre. Ma c’è di più: la stessa radice è alla base anche del termine “cervello”, latino CEREBRUM (> *CER(E)BERUL(U)M > *CERBELLU(M) > cervello), da leggere KEREBRUM secondo la pronuncia classica.

Cuore e cervello hanno dunque così tanto in comune da originare dallo stesso antichissimo termine? Forse che la dicotomia fra ragione e sentimento, e il localizzarli in diversi organi, sia un’invenzione tutta moderna? Si tenga presente che il latino disponeva anche del sostantivo MENS, MENTIS, che non è del tutto sinonimo di CEREBRUM, in quanto quest’ultimo indica per l’appunto un organo interno, composto di fibre legate fra di loro, così come il cuore, mentre MENS indica la capacità di astrazione di cui è dotato l’essere umano: come ho detto già qui parlando della minchia, lat. MENTULA, la radice *men/*mon indica qualcosa che sporge, qualcosa di metaforicamente acuto, come la mente, o sporgente in modo fisico, come “monte”, o come la minchia, questo a dimostrazione – se mai ce ne fosse bisogno – di quanto spesso, in alcuni soggetti, mente e cazzo non siano distinguibili l’una dall’altro.

Dunque la mente è una capacità, dicevamo, mentre il cervello non è che una viscera, una frattaglia, così come il cuore… ah, la saggezza del dialetto romanesco di mia nonna, in cui “coratella” indica le viscere, gli organi interni tutti, le frattaglie, gli scarti… Già, gli scarti, quelle cose che non contano, che si buttano, le viscere. Eppure è lì che si annidano le sensazioni, nel cuore che batte, nello stomaco che fa male e si rivolta per alternanza troppo brusca di felicità, tensione, dolore, distacco, nel cervello che pulsa stretto nelle tempie per il troppo ricordare. “Ricordare” vale appunto “riportare nel cuore”, e “scordare”, viceversa, “togliere dal cuore”. Ma qualcosa che si annida nelle viscere è spesso difficile da estirpare, come una metastasi. Sto venendo meno alla mia già scarsa professionalità e imitando il writer fantasioso, mi sto inventando che “dimenticare”, “togliere dalla mente”, non sia un vero sinonimo di “scordare”, o che sia forse più semplice, chi lo sa.

Di certo “andare d’accordo”, “accordarsi”, sono espressioni bellissime che sia passando per il tramite del cuore, sia per quello della corda, indicano legami, o essere in sintonia col cuore, o risuonare assieme. Solo che anche i forti legami vengono meno, perché le corde se troppo tirate si spezzano, allora non si risuona più, ci si scorda come una chitarra, e si scorda.

E lì sì che son cazzi, anzi, MENTULAE.

p.s. Si ringrazia l’ottimo articolo di http://www.bitculturali.it per la conferma al sospetto del legame fra cuore e corde.

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Cronache dalla maternità: lo svezzamento

Dice: “non scrivi più”.

Il fatto è che quando sei incinta tutti ti dicono che la tua vita cambierà, nessuno però si sogna di essere più preciso: ti viene espropriata. La mia vita è cambiata un milione di volte, ma sono sempre riuscita, con maggiore o minor successo o soddisfazione, a “far quadrare i conti”, a gestire il mio tempo, a infilare le mie passioni nei ritagli di tempo.

Ora invece,  il tempo è un conto alla rovescia di un quiz a premi: suonato il gong, i giochi sono finiti, e il premio in palio era una doccia (il bagno è un lontano ricordo). A volte anche mangiare pare un lusso. Pian piano l’organizzazione migliora, ma ciononostante gli imprevisti sono la regola. La cosa bella è che lo gnomo dorme tutta la notte dall’età di tre settimane, e quindi potrei approfittare delle ore notturne, da sempre a me le più congeniali, per dar fiamma al sacro fuoco dell’arte, delle lettere, dello studio. Se non fosse che mentre lo allatto spesso crollo prima di lui…

In parole povere: sono una madre, e non delle più organizzate. Ma almeno a leggicchiare mentre lo gnomo poppa riesco, a gironzolando per la rete ho scoperto che la rete pullula di mamme superfighe che riescono a crescere due o tre figlio, cucirgli vestitini a mano, bambole di pezza e fabbricare fasce portabebè,  praticare l’elimination communication, dipingere, e riuscire anche a trovare il tempo per raccontare tutto ciò, documentarlo con foto e condividerlo dunque col mondo. E badate bene che elencando tutto questo non sto subdolamente insinuando che non riescano davvero a farlo, o dare una sfumatura ironica al termine “superfighe”. Sono io che sono una pippa, mi sa. Tant’è vero che posso annunciare qui a metà post che per scriverlo mi ci sono volute diverse sessioni in diversi giorni nell’arco di una settimana.

Comunque con quanto scritto sopra non vorrei dare l’impressione di essere stanca, stressata, o peggio pentita. Stanca a volte lo sono ma solo fisicamente. (Oddio, ci sono anche giorni difficili in cui mi viene da annunciare che esco un attimo a comprare le sigarette, io che ho smesso di fumare già da tempo). Per il resto, avere Flavio è la cosa più sensata che ho fatto nella mia vita. Un tempo questa mi sarebbe sembrata una frase stucchevole da donna senza una propria individualità. Ora non è più così, e la mia individualità è per forza di cose condivisa. Diciamo che l’ “effetto pancione” non svanisce magicamente col parto, né qualche giorno dopo. A volte lo riproduco mettendo Flavio stretto stretto a me nella fascia, e lui se ne sta beato mentre faccio un dolce, stendo il bucato o faccio la fila alla posta. Altre volte il pancione è più estensibile, ma non sfora mai le pareti di casa. Non è così elastico da raggiungere qualche chilometro. E dire che ne avrei di braccia fidate a cui lasciarlo, ma sono io che non voglio. Ora che sono madre, non è che semplicemente ho un bimbo da accudire, cosa che può fare qualunque babysitter: è che una parte di me abita in lui, che pure è già una piccola persona col suo carattere, la sua personalità. Ragione per cui ancora non riesco ad immaginarmi di poter passare le ore a perdermi nei miei pensieri in libreria, o vagare per la città con un Ipod e senza una vera mèta come una volta.

Questa sensazione di simbiosi è, credo, rafforzata, cementata dall’allattamento.

Uomini, vi darò una notizia che vi sconvolgerà: davvero le tette non sono state  pensate per voi. Sono il proseguimento del cordone ombelicale. E’ evidente che mio figlio, pur avendo – come detto – già una sua evidente personalità, non ha ancora coscienza di sé, e si identifica con sua madre. Quando si attacca al seno, non sta solo soddisfacendo un bisogno fisiologico, ma anche e soprattutto emotivo: torna “a casa”. Un bimbo allattato al seno non lo cerca solo ogni tot ore per nutrirsi, ma anche quando ha mal di pancia, quando si sveglia di soprassalto per un rumore, quando gli prudono le gengive, quando si sente solo. E’ questo il motivo per cui personalmente non posso pensare di lasciarlo anche solo per un’oretta dopo averlo allattato. Siamo ancora in una fase in cui gli sono necessaria per ogni sua esigenza, che sia di tipo fisiologico o affettivo. Per questo quando mi si invita a lasciare un biberon del mio latte e allontanarmi un po’ mi prende un colpo: mi sentirei di prendere in giro mio figlio mettendogli in bocca una cosa di gomma spacciandogliela per il mio seno. Mamme che passate di qua: sia chiaro, questo è solo il mio punto di vista, non c’è giudizio di merito per chi non agisce come me, senza ipocrisia. Il tiralatte sembrava una moderna scappatoia per la mamma bisognosa di un’ora d’aria, e invece per me è stato solo lo strumento che più di una volta mi ha salvato la salute, visto che ho scoperto di essere una formidabile produttrice di latte (mio fratello dice che dovrei mettermi a fare la balia) e ho avuto una mastite con febbrone annesso.

Ma ecco che arriviamo al punto: lo svezzamento.

Appurato che l’allattamento esclusivo al seno è un periodo di simbiosi madre-figlio, lo svezzamento dovrebbe essere, anzi è a tutti gli effetti, l’inizio dell’indipendenza del bimbo, della presa di coscienza della propria individualità, innanzitutto nel nutrirsi. Infatti, da madre cozza quale ho dovuto constatare di essere, appena Flavio ha compiuto i sei mesi e gli ho offerto le prime cose alternative da mangiare, mi è presa per un paio di giorni una mezza crisi depressiva. Per dire quanto mi sono rincoglionita. Ma è passata, quindi anche noi passiamo oltre il racconto di quel momento, che davvero non mi fa onore (saranno gli ormoni, boh).

Ora: lo svezzamento così come proposto dalla maggior parte dei pediatri funziona con l’introduzione graduale di un alimento per volta, per monitorare eventuali allergie: in pratica il primo pasto che si offre al piccolo è una zozza brodaglia che via via si fa meno brodosa ma sempre zozza rimane, come quella zuppa che ci ripropinarono anni or sonoin campo scuola a Praga per una settimana, e che sembrava sospettosamente quella del giorno prima con qualcosa in più. In realtà diversi studi hanno mostrato che queste pratiche di svezzamento sono legate ad antiche consuetudini che prevedevano un abbandono dell’alimentazione lattea già a 2/3 mesi, con la conseguenza che l’ovvia immaturità dell’apparato digerente del piccolo esigeva cautela nell’introduzione degli alimenti. L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda di non cominciare mai lo svezzamento prima dei 6 mesi compiuti, poiché fino a quest’età il latte materno (o, quando non disponibile, il latte in formula) è l’alimento ottimale, in grado di soddisfare ogni esigenza del bambino. Più o meno intorno questa età, è il bambino stesso a darci chiari segnali di essere pronto: sa sedere da solo con sicurezza e senza stancarsi, ha una migliore manualità, dimostra vivo interesse per il cibo dei genitori, ruba loro il cibo dal piatto, prova a masticare e magari si fornisce pure di uno o due dentini. E’ evidente che c’è un motivo chiaro per cui la natura ha previsto che tali abilità si acquisissero attorno ai sei mesi, e non prima.

Ed eccoci quindi giunti a un suggerimento tanto semplice quanto rivoluzionario, fin troppo moderno nella sua antichità: lasciare fare al bambino ed aver fiducia in lui. Fregarsene di ricette, ricettine e dosi, non cucinare a parte per il bambino, offrirgli quello verso cui mostra interesse, darglielo solo finché ne ha voglia, senza mai forzarlo. E se mangia pochissimo? Semplicemente, integrare con il latte: pian piano sarò il bimbo stesso a chiedere meno poppa e più pappa.

Ma ahimè, il mondo è bello perché è avariato, e in questa enorme piazza che è la rete e dove si trova di tutto, mi tocca leggere che alcune madri, discutendo di svezzamento su un forum, dicono “io le prime due volte dopo gli ho dato la tetta, ma mo’ basta: deve imparare che se ha fame c’è quello e stop”. Praticamente se è vero che da una parte io sono malata di mente e se non voglio che mio figlio faccia il suo pranzo di nozze al mio seno, giustamente è ora di insegnargli piano piano a mangiare, dall’altra parte c’è chi darebbe al pargolo un pacco di pasta e una padella in mano, oppure 5 euro per andarsi a comprare un panino.

Sempre l’OMS, poi, ci ricorda che anche con l’introduzione di alimenti complementari (che è, come vedremo, un modo più esatto di definire lo “svezzamento”), il latte rimane fino all’anno di vita la fonte principale di alimentazione del bambino, e che fino a due anni è consigliabile mantenere un paio di poppate al giorno, per esempio quella prima di dormire. In barba a tutte le considerazione sulla salute del bambino, la genuinità del latte materno, le implicazioni emotive che, contrariamente a ciò che si potrebbe pensare, vedono un bimbo allattato al seno anche a lungo come più sicuro di sé perché soddisfatto nel suo bisogno di essere rassicurato, mi tocca leggere questo (qui il link per leggere tutto)

Lo svezzamento, ovvero il momento in cui si educa il bambino a bere dal biberon e in seguito a prendere le prime pappe, segna un passaggio fondamentale della vita.

Per quanto amorevole e meravigliosa sia, ad un certo punto sia noi che il nostro bambino avremo bisogno di abbandonare la pratica dell’allattamento al seno!

Simbolicamente rappresenta il completamento di quella rottura avviata con il taglio del cordone ombelicale. Il bambino si emancipa totalmente dalla madre, diventando indipendente sulla nutrizione, fondamento primo della sua sopravvivenza.

Per le mamme che hanno latte si consiglia di procedere allo svezzamento solo dopo i sei mesi.

Il primo accorgimento da tenere presente è la gradualità con cui si dovranno svolgere tutte le operazioni.

Inizieremo con l’intervallare il biberon al seno, aumentando di giorno in giorno le poppate artificiali. Il bambino non si accorgerà della sostituzione delle poppate al seno e comincerà a percepire come naturale la tettarella.

Pian piano nostro figlio sarà completamente svezzato.

Il rosso è mio e serve ad evidenziare i punti secondo me più assurdi. Che un bambino di emancipi totalmente ed improvvisamente dalla madre è falso. Il biberon viene descritto come una tappa obbligata, mentre mi sa che mio figlio (e non solo il mio) non ci passerà mai, visto che il latte lo prende da me e l’acqua che comincia a bere la beve dal suo bicchiere a beccuccio o anche dai nostri come un vero professionista. Il latte artificiale è un pallido seppur in alcuni casi (meno di quanto generalmente si voglia far credere) necessario sostituto di quello materno, e non costituisce tappa dello svezzamento a meno che la madre per qualche ragione non ne possa più, e il trucchetto di alternare il seno al biberon mi sembra crudele e scorretto nella sua dichiarata intenzione di ingannare il piccolo, minando in tal modo già a monte il rapporto di fiducia fra mamma e piccolo.

Una tale visione ci porta dritti al nocciolo linguistico della questione (che devo trovare per forza per dare un senso a questo post in questo blog): la parola “svezzamento“. Quando la sentiamo, la colleghiamo tutti per l’appunto al passaggio graduale dal latte alle pappe. Eppure, in sé, è un termine molto generico: se l’avvezzamento è un abituarsi, lo svezzamento è un disabituarsi. Ci si può svezzare dunque anche dal fumo, dal farsi le canne o dal mettersi le dita nel naso al semaforo. La cosa interessante è che “vezzo” viene dalla stessa radice di “vizio”, il latino VITIUM. Si dice che “vezzo” e “vizio” sono due allotropi di VITIUM,  cioè sono due forme che hanno avuto una diversa derivazione (e quindi una diversa storia anche semantica) dallo stesso termine di partenza: l’una, “vizio”, dotta; l’altra, “vezzo” popolare.  Eppure per una di quelle incoerenze tipiche delle lingue vive, è “vezzo” a sembrare più ricercata. Ovvero se “vizio” ha una valenza negativa, di qualcosa che fa male alla salute, tipo fumare o farsi 5 pugnette al giorno (cosa che notoriamente fa diventare cechi), “vezzo” è sì più affettuoso, ma si ammanta di un senso di superfluità. Un gesto carino ma non necessario. Di qui i vari “Oh, ma lo allatti di nuovo? Ha appena finito!” “Ma sta sempre attaccato!”, di chi poi confessa candidamente di avere allattato a suo tempo non più di un mesetto, dopodiché il latte è finito, ignorando che ciò è impossibile se si offre il seno al bambino ogni volta che lo richiede, specie i primi tempi, perché è lui a stimolare la produzione dell’esatta quantità di latte di cui ha bisogno. Da notare che spesso a premere affinché si “svizi” il prima possibile il pargolo sono persone che fumano due pacchetti di sigarette al giorno o che non sopportano di non sentire il sottofondo della tv tutto il giorno.

Ma va bene: la maternità è una disciplina in cui ogni vostro vicino alle poste o al supermercato, uomini compresi, ha acquisito 3 o 4 lauree honoris causa, e ne sanno più di te sul tuo stesso figlio. Bisogna armarsi di santa pazienza e di un educato “hmhm” di assenso (in cui è specialista il mio compagno).

Tornando allo svezzamento: per le ragioni esposte, Lucio Piermarini (e non solo lui), l’autore di “Io mi svezzo da solo” (anche qui), che è il libro da cui ho tratto le mie informazioni sullo svezzamento “naturale”, preferisce l’espressione “alimentazione complementare a richiesta”, che se è priva dell’incisività di un unico termine, è però più esatta e fa il paio con “allattamento a richiesta”, di cui è la naturale conseguenza e integrazione. Si può chiamare questo metodo (che poi in realtà è un anti-metodo) autosvezzamento. C’è da dire che l’autosvezzamento così come proposto da Piermarini è una versione un po’ più soft di quello che negli Stati Uniti viene definito Baby Led Weaning: Piermarini dice di sminuzzare più o meno, in relazione all’abilità e al numero di denti del piccolo, il boccone verso cui questi mostra interesse, mentre il BLW prevede che si lasci mangiare il bambino con le mani, senza sminuzzargli i bocconi, per permettergli di sperimentare fin da subito forme e consistenza dei cibi, lasciandogli piena autonomia nella gestione del suo proprio cammino alla scoperta dell’alimentazione adulta. Suonava così bene che ho voluto provare anch’io: ho messo Flavio nel suo seggiolino attaccato al tavolo, gli ho messo davanti il suo piatto con davanti un pezzo del cavolfiore che stavo mangiando anch’io, e ho aspettato. Il suo sguardo si è illuminato, ha allungato la manina, ghermito il fiore dal gambo, e se l’è portato alla bocca spiaccicandoselo in faccia…. irresistibile, da mangiarselo! Sono corsa subito qualche metro più in là a prendere la macchina fotografica per immortalare quel momento storico, senonché al mio ritorno la foto era l’ultimo dei miei pensieri, visto che mio figlio se ne stava a bocca spalancata senza respirare e con gli occhi sgranati. Attenzione, non ha avuto un conato, che ha già sperimentato diverse volte senza problemi e senza panico mio: aveva proprio un boccone incastrato. Al che ho scoperto due cose: la prima è che almeno con mio figlio l’istinto materno ha la meglio sulla mia proverbiale paralisi in una situazione di pericolo, così da farmi richiamare vividamente dai recessi della memoria un servizio sulle tecniche di salvataggio dei neonati visto distrattamente chissà quando, cosa che mi ha permesso in pochi attimi di slegare lo gnomo, metterlo a pancia in sotto leggermente inclinato, ed assestargli un paio di colpi decisi in mezzo alla schiena, dal basso verso l’alto, facendo uscire l’infame cimetta di cavolfiore tutta intera, che sia stramaledetta; la seconda è che ‘ste americanate non fanno per me, o almeno se ne riparlerà quando avrà uno o due denti o masticherà almeno con le gengive. Fino a quel momento, Flavio mangerà quello che vuole purché frullato, e il cavolfiore ‘o damo ar gatto.

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Il numero cinque e un fritto misto di linguistica comparata

Giorni fa ho notato che sull’hp di Repubblica campeggiava in rosso fuoco un link IL LINGUISTA RISPONDE, speciale maturità. In teoria dettato dalle stesse intenzione del mio “Chiedilo a Ska”, ma assai più frequentato. Ho riflettuto sulla cosa e sono giunta a due conclusioni: la prima è che il titolo “linguista” ispira molta più fiducia di una Ska che non si sa neanche chi sia e se abbia un pezzo di carta a suffragare le sue parole, nonché una testata giornalistica online che la sponsorizza; secondo che nel mio spazio viene usato un termine per la domanda (Chiedilo), mentre in quello di Repubblica si assicura una risposta (risponde).

Sincera, senza dubbio, ma poco rassicurante. Come quando ho detto alla mia classe di italiano che non esiste un metodo sicuro e un manuale di casistica grammaticale per scegliere a colpo sicuro tra gli ausiliari essere e avere al passato prossimo, se non delle tendenze generali, e una sorta di “sentimento” per il tipo di azione, cosa che si sviluppa con la consuetudine dell’uso, per poi scoprire che il collega che il giorno prima mi aveva sostituita aveva fornito un lungo elenco di regole: transitivi con oggetto espresso, transitivi senza oggetto espresso, verbi di movimento, ecc. Il fatto che nessuno avesse un’idea di cosa fosse un transitivo appariva secondario: l’importante era l’impressione di autorevolezza e sicurezza che l’insegnante aveva suscitato nella classe, per di più una classe di nazionalità tedesca con bisogno di certezze e regole chiare e distinte. Non parlavano più perché gli ci volevano cinque minuti per scegliere l’ausiliare, ma il loro schema mentale era salvo. Jawohl.

Ma sto divagando. Torniamo agli interrogativi linguistici. Stavo giusto per lanciarmi in un piagnisteo sul fatto che nessuno mi chiede niente, quand’ecco che arriva dall’estremo est il nostro Enrico Bo, che tutto avrebbe da insegnarmi, che mi fa una domanda su una materia sua. Infatti, con mio enorme rammarico, di lingue slave non so nulla. Ho chiesto ad Enrico tempo per documentarmi, ma non ho tempo di recarmi in biblioteca, quindi devo arrangiarmi con ciò che trovo nelle mie scartoffie. Mi limito a rispondere con le conoscenze generali di etimologia e suddivisione di fonemi nelle varie famiglie linguistiche che ho appreso a mio tempo. Chiedo scusa preventivamente a Enrico e a un eventuale slavista che passasse di qui se dovessi improvvidamente produrmi in qualche cazzata, cosa che proverò ad evitare con tutte le mie forze. Ogni ragguaglio o cazziata che mi venisse esternata da qualcuno più esperto di me sarà ben accetta.

Veniamo alla domanda di Enrico:

ho un dubbio etimologico . La parola russa пять (piat’) = cinque, (come in altre lingue slave , polacco piency) ha a che vedere con il greco penta?
sei l’unica che può risolvere, anche se hai altro per la testa, co sto caldo poi….
un abbraccio.

Tralasciamo il “sei l’unica che può risolvere”, che è una falsità. Diciamo che Enrico non ha altro per le mani. E che io me ne approfitto.

Enrico ha dedotto un’analogia sulla base di una somiglianza fonetica, cosa che può andare bene ma che molto spesso può essere fuorviante. Uno degli assiomi della linguistica comparativa recita che la somiglianza fonetica non è probante. Nell’epoca classica, e ancora prima dell’800, quando cioè la linguistica non era ancora una disciplina a sé, i grammatici usavano trarre deduzioni etimologiche sulla base della somiglianza fonica delle parole, inventando storie e dir poco fantasiose per giustificare la relazione fra due termini: in epoca classica il sostantivo CURA (“preoccupazione”) veniva interpetato come una somma delle due unità COR (“cuore”) e URERE (“bruciare”): qualcosa che brucia nel cuore, insomma. Un’etimologia non fondata su argomentazioni di grammatica storica, ma solo immaginata, si chiama etimologia popolare o paretimologia.

In tempi di villaggio globale e fervente scambio linguistico, invece, il mio amico Henning si lancia in una paretimologia… comparata. Henning è il mio amico tedesco di vecchia data, colui che è responsabile di tante svolte epocali della mia vita: per reciproca colpa, parliamo entrambi oltre alle nostre lingue madri anche la lingua dell’altro. Abbiamo in comune anche l’attesa quasi contemporanea dei nostri primi figli: il suo nascerà sei settimane prime del mio. Avendo posto termine ormai da tempo lui alla relazione con la mia amica, e io a quella col suo, siamo un po’ arrugginiti con le nostre seconde lingue, e i nostri dialoghi telefonici sarebbero qualcosa degno di registrazione. In una specie di “italesco”, facilitato dalla antica conosceza, riusciamo comunque a capirci. Parlando della futura genitorialità al telefono, giorni fa, ho pronunciato la parola “parto”.

Henning: come, come?

Simona: come cosa?

H: parto?

S: sì, parto.

H: come in tedesco, quasi.

S: no, non mi sembra… com’è che si dice in tedesco?

H: Entbindung. Bindung… lo sai, no?

S: Sì, è un legame. Binden è “legare”.

H: sì, infatti. Entbindung è come… tagliare qualcosa che è legato… slegare [ent– è un suffisso privativo]. E partire è tagliare un legame.

S: ma parto non è da partire, è da partorire.

H: e partorire viene da partire, no?

No, veramente no. “Parto” viene da PARTUM, participio passato di PARERE, “generare”, da cui anche PARENS, “genitore”. Però oltre ad avere senso è anche una delle paretimologie più belle che abbia mai sentito. Ma sul tema ovviamente mi sento un po’ sentimentale.

Ho per caso ridivagato? Era per dire che la somiglianza fonica è spessissimo accidentale, e in questo caso ha condotto Henning a vedere un rapporto inesistente fra “parto” e “partire”, aiutato da un collegamento semantico col termine in uso nella sua lingua.

Nel dubbio di Enrico la somiglianza invece non è accidentale, ma genetica, per così dire. I numeri cardinali sono uno degli elementi condivisi da tutte le lingue indoeuropee, ovvero la famiglia linguistica a cui appartengono pressoché tutte le lingue europee, quelle asiatiche settentrionali, parte delle asiatiche meridionali. La lingua indoeuropea affonda nella notte dei tempi, anteriore agli albori del padre del latino, l’italico, ed è ovviamente solo una lingua ricostruita. La ricostruzione avviene tramite il confronto fra le lingue indoeuropee più antiche attestate, quali il latino, il greco, il sanscrito, lo slavo, il germanico, il celtico, e così via.

Da ciò consegue che il termine russo per “cinque” ha sì a che vedere con il greco, ma non direttamente, bensì per comune derivazione dal termine (ricostruito) indoeuropeo per “cinque”. Diciamo, semplificando, che i termini russo e polacco si somigliano in quanto fratelli, figli del protoslavo, mentre quelli russo e greco si somigliano in quanto cugini di secondo grado. A loro volta il greco antico e il protoslavo sono diciamo fratelli, figli dell’indoeuropeo comune. Ma anche il latino. Ora a partire dalla domanda di Enrico ne potrebbe seguire un’altra, assai più ricca di spunti, che potrebbe suonare così:

La parola russa пять (piat’) = cinque, (come in altre lingue slave , polacco piency) ha a che vedere con… l’italiano “cinque”?

Perché in effetti il grado di parentela è più o meno il medesimo.

Dell’indoeuropeo, morto e sepolto, non possiamo conoscere per forza di cose nessuna parola effettiva, ma solo radici ricostruite. Come si ricostruiscono queste radici? Confrontando i fonemi di parole delle lingue attestate, ed osservando corrispondenze costanti nelle stesse posizioni.

Un esempio facile viene dalle lingue romanze: fr. huit, it. otto, sp. ocho, se confrontati con fr. nuit, it. notte, sp. noche, suggeriscono che alla base di queste corrispondenze ci sia un medesimo fonema originario che ha avuto sviluppi diversi ma costanti nelle  lingue romanze. Nel caso del latino siamo fortunati perché conosciamo le due parole di riferimento, OCTO E NOCTE(M), e da queste basi certe possiamo partire per l’eventuale ricostruzione di parole non documentate nel latino letterario, ma solo ipotizzate, a partire dalla medesima corrispondenza di fonemi osservata sopra: vale a dire che se troviamo una parola francese con il fonema indicato dalle lettere –it-, cui corrispondono una italiana con –tt– e una spagnola con –ch-, possiamo star quasi certi che la parola latina avrà avuto un –CT-. DAvanti alle parole ricostruite si usa un’asterisco per significare che si tratta di parola solo ipotizzata.

Quando manca la fonte, come nell’indoeuropeo, abbiamo solo delle radici con asterisco. Il confronto delle corrispondenze fonetiche fra le parole per “cinque” porta alla ricostruzione di una radice *penkwe. Quelli in neretto sono i due fonemi presi in considerazione (il secondo si chiama labiovelare sorda ed è il nostro <qu> di quadro): corrispondenze uguali fra le uguali lingue prese in esame mostrano tutte un p iniziale che lascia supporre un *p indoeuropeo, mentre la labiovelare ha avuto diversi esiti: si è conservata in latino (ad esempio QUATTUOR), si è mutata in p o t in greco (TESSARES in attico e PETTARES in eolico), mentre nelle lingue di una sottofamiglia dell’indoeuropeo è confluita in [k] (c “dura”). A quest’ultima sottofamiglia appartiene lo slavo: sviluppi di c “dura” in c cosiddetta “dolce” (come in cena) sono secondari (anche in latino la c era solo dura, anche davanti ad e ed i ed è divenuta dolce solo successivamente in queste posizioni: Cicerone si pronunciava KIKERO): il polacco piency rispecchierebbe questo modello (e qui il condizionale ci sta a pennello perché non mi permetto certezze in un cammpo non mio).

Per quel che riguarda il russo invece non saprei che dire, perché laddove il polacco presenta una c che cade a fagiolo nel mio ragionamento, il russo ha una dentale, sebbene “dolce”. Dovrei sapere che aspetto avesse precisamente la parola per cinque in proto-slavo, ed invece ciò che per uno slavista è l’abc per me è il buio più totale. Mi aspetterei la lettera ч che indica la nostra c di “cena”, come infatti in четыре (quattro). Ma la mia ignoranza in questo campo è tale che posso smettere di scervellarmi, perché bisognerebbe sapere oltre alla forma proto-slava (diciamo la forma madre di russo e polacco) anche un po’ di nozioni di grammatica storica del russo. I motivi per sviluppi “devianti” possono essere molti, ammesso che questo lo sia e che io non abbia toppato altrove in questa analisi.

Ma veniamo al nostro cinque italiano. I fonemi consonantici in *penkwe sono appunto /p/ e /kw/, che in questa successione in alcune lingue vanno incontro ad assimilazione, vale a dire che uno si muta nell’altro: nell’italo celtico il primo si è assimilato al secondo, come si può vedere nel latino QUINQUE e nell’irlandese moderno coic. Successivamente, nel passaggio dal latino classico a quello tardo, si è invece avuto il fenomeno inverso, cioè la dissimilazione di due fonemi uguali: il primo dei due da velare (duro) è divenuto palatale (dolce). Il fatto che questo sviluppo non sia uno sviluppo dell’italiano ma sia da attribuire ad un patrimonio romanzo ancora indifferenziato è dimostrato dal fatto che anche le altre lingue romanze presentano lo stesso fenomeno (fr. cinq, sp. cinco, ecc.)

Un tipo diverso di assimilazione si era prodotto invece nel ramo gotico: in questo caso è il secondo fonema ad assimilarsi al primo, dando come risultato *p… *p…, poi divenuto *f… *f… per ragioni ancora più tecniche che è impossibile affrontare qui (si tratta di uno sviluppo tutto personale del germanico chiamato rotazione consonantica). Il risultato fu un gotico fimf, rappresentato dal tedesco moderno fünf.

E così scopriamo che penta, cinquefünf sono… la stessa parola. Oh, meraviglia della linguistica comparata! Figli degeneri con scarse somiglianze con il proprio avo ma lo stesso patrimonio genetico.

Sempre meno sorprendente che scoprire che l’armeno erku è lo stesso di “due”.

Per rispondere alla domanda di Enrico sarebbe bastato un “sì”, magari aggiungendo la semplice considerazione che non viene dal greco ma si tratta della stessa famiglia linguistica. Però sarebbe stato meno divertente, no?

Ah, le risposte a “il linguista risponde” sono brevi e coincise. Decisamente devo aggiungere un terzo motivo alla mia riflessione sullo scarso successo della mia rubrica.

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Nostalgia

Nel rispondere a Niki, che in un commento ad un mio post lamenta nostalgia, ha preso mentalmente forma questo post, dedicato proprio alla malattia dell’emigrante.

Sebbene, infatti, avessi già notato che in tutte le lingue (e quando dico tutte le lingue penso solo a quelle che conosco io, che sono ben lontane dall’essere “tutte”) il termine è sempre composto da uno che significa “casa”, “ritorno” e uno che significa “dolore”, “malattia”, ho sempre pensato che fosse alquanto poetico, retorico, ricorrere alla nozione di malattia, come a dire che il desiderio di casa può essere così forte da rasentare il patologico.

Invece, guarda un po’, è esattamente al contrario che si sono svolte le cose: “nostalgia” è uno di quei termini che, nati nell’ambito medico, specialistico, si sono stemperati in un’accezione più generica e di uso comune. E’ quanto è accaduto anche a termini come “isterica” (che talvolta viene usato addirittura anche al maschile, nonostante venga dalla radice di “utero”), o “paranoico”, provenienti dall’ambito psichiatrico.

Altra cosa che forse non tutti sanno (anche per me è una scoperta) è che il termine è davvero giovane: risale a poco più di tre secoli fa. La storia vale la pena di essere raccontata: nel 1688 il futuro medico svizzero Johannes Hofer descrisse nella sua tesi di laurea una misconosciuta malattia dalla ben precisa sintomatologia psicofisica, e che sembrava cogliere i militari svizzeri lontani da casa. Hofer l’avrebbe chiamata volentieri Heimweh (che è tuttora uno dei termini in uso in tedesco per “nostalgia”), ma nella tesi, scritta in latino, aveva bisogno di un nome che suonasse più scientifico: così ricorse a un neologismo dal greco, lingua scientifica per eccellenza a causa della sua capacità compositiva,  e che infatti ha fornito alla lingua scientifica internazionale una quantità enorme di termini, tutti relativamente recenti. (Non si può parlare a rigore di “prestiti”, ma di vere e proprie composizioni date da montaggi di parole già esistenti in greco).

Nella tesi di laurea esitò fra nostomania (mania del ritorno), philopatridomania (mania dell’amore per la patria), e nostalgia (dolore del ritorno, da nostòs, “ritorno”, e algìa, “dolore”). Alla fine trionfò quest’ultimo, che comparve nel titolo della tesi. E meno male, ché non me la immagino, la Niki, a dire che sente un pochino di filopatridomania!

Le designazioni più popolari sono: in tedesco Heimweh (“mal di casa”); in francese mal du pays; in inglese homesickness. Ovviamente una lingua che spacca il capello in 4 come il tedesco non poteva accontentarsi, e ha coniato anche Sehnsucht (da Sucht “dipendenza”, “brama” e sehn contrazione di sehen, “vedere”: “voglia di rivedere”): forse che Heimweh sia spaziale e Sehnsucht temporale?

Tutte queste, ad ogni modo, sono inizialmente le varianti popolari del termine medico “nostalgia”, un po’ come – che so- Herpes Zoster si contrappone a fuoco di Sant’Antonio, per dire.

L’Aleardi, ancora nel 1856, nel Monte Circello la chiama “passione dei ritorni” (“e sol talora  – la passione di ritorni addoppia – col domestico suon la cornamusa “). Nel 1874 Carducci intitola “Nostalgia” un suo poemetto che parla dei ricordi della sua Maremma.

Con l’ondata migratoria di fine ‘800, insomma, il termine conosce un’ampia diffusione, ed esce dai trattati medici, nei quali viene rimpiazzata da Schweizer Krankheit, “malattia svizzera”.

Ma è solo con Baudelaire che il termine si libera dell’ancoramento e luoghi e tempi passati assume i contorni vaghi di “nostalgia di qualcosa di vago, sconosciuto”.

Tu connais cette maladie fiévreuse qui s’empare de nous dans les froides misères, cette nostalgie du pays qu’on ignore, cette angoisse de la curiosité?

(Conosci quella febbre malsana che ci assale nel freddo della miseria?, quella nostalgia di un paese mai visto, quell’angoscia della curiosità?)

Ovviamente il tedesco non poteva neanche in questo caso lasciarsi sfuggire l’occasione di creare una parola ad hoc: Fernweh (da fern “lontano” e Weh “dolore”): voglia di visitare paesi lontani, sconosciuti.

Nel frattempo la parola ha avuto in italiano un ulteriore sviluppo, inesorabilmente legato alla storia del nostro paese: nelle espressioni “manifestazioni nostalgiche”, “saluti nostalgici”, “inni nostalgici” è in gioco un particolare tipo di nostalgia, quella del passato regime. Secondo il Migliorini quest’uso è dovuto da una parte alla volontà di evitare l’uso del termine “fascista”, dall’altro per una sorta di compatimento di tali atteggiamenti, visti come legati in modo solo platonico e romantico a un passato che non potrà mai più ripresentarsi.

Buon per il Migliorini essere morto nel ’75 con questa mal riposta convinzione.

Interessante, e di segno opposto, è anche un neologismo tedesco (aridaje!) ottenuto dallo stravolgimento di Nostalgie: si tratta di Ostalgie, cioè la nostalgia dell’Osten, tedesco per “est”, della Repubblica Democratica Tedesca. Non ha molto a che vedere con l’ideologia politica, altrimenti non avrei detto “di segno opposto” solo perché “dall’altra parte”.

Dopo la caduta del muro e la diffusione del capitalismo occidentale, nella Germania dell’est lo stile di vita cambiò forse troppo repentinamente: per molti fu scioccante. Un film davvero meraviglioso che aiuta a comprendere il senso e le conseguenze di un così grande salto è Goodbye Lenin, la storia di una piccola repubblica democratica tedesca ricostruita in un appartamento di 79 mq, ad uso e consumo di una madre caduta in coma prima della caduta del muro e risvegliatasi dopo. Viste le sue delicate condizioni di salute i figli, per non provocarle uno shock, rivoltano i vecchi depositi cittadini per trovare oggetti tipici della DDR con cui rassicurare la madre che nulla è cambiato. A un certo punto sono i figli stessi che si fanno prendere la mano, sono forse loro per primi ad avere bisogno di ricostruire quel mondo definitivamente perduto.

L’Ostalgia è la nostalgia non di un regime, ma di un tempo in cui i bambini attendevano il Sandmaennchen, l’omino della sabbia, trasmesso alle 19.00 in tv, dopodiché tutti a letto. L’ “omino della sabbia” era un’animazione molto ingenua e buonista che insegnava ai bambini alcuni semplici valori della vita. Alla fine di ogni episodio arrivava l’omino con la barbetta a spargere la sua speciale sabbia sugli occhi dei bambini per farli addormentare: per questo i bambini si stropiccerebbero gli occhi quando hanno sonno. 

Il pupazzo Sandmaennchen è divenuto il simbolo della Ostalgie, e ricopre questo ruolo chiave anche nel film, specie in una memorabile scena finale.

L’Ostalgie è il rimpianto di un tempo in cui quando nasceva un bambino la famiglia cominciava a risparmiare per potergli regalare, al compimento dei 18 anni, la ben poco mitica Trabant, che non a caso il TIME ha catalogato fra le 50 peggiori macchine della storia.

[a sinistra: graffito dal muro di Berlino: una Trabant irrompe nella Berlino Ovest

 

 

Ecco, credo che la Ostalgie non abbia nulla a che vedere col comunismo o con un vago francescanesimo, ma più che altro con la voglia di avere lo spazio, il tempo, per poter meglio finalizzare i propri sogni e bisogni. Sapere qual è quel poco davvero necessario per vivere, per essere anziché avere.

Ma a parte tutta la disquisizione storico-etimologica, cos’è che significa più intimamente “nostalgia”? Per alcuni è un sentimento, per altri direi uno stato naturale. Io appartengo alla seconda categoria, di quelli per i quali ogni momento passato si tinge di seppia e assume un fascino insospettabile al tempo in cui esso è stato realmente vissuto. Le mattine delle vigilie di Natale della mia infanzia, ad esempio, quando venivo svegliata dalla puzza di broccoli fritti di mia nonna alle 6 di mattina, mai avrei immaginato che ciò sarebbe divenuto un giorno motivo di nostalgia.

Io vivo in luoghi, sapori, odori, rumori, luci che non ci sono più. Se chiudo gli occhi, posso rivedere perfettamente i coni di polvere nella luce pomeridiana della mia stanza, nella mia casa d’infanzia, mentre sono sdraiata per terra. Non so se sia effettivamente così, ma mi pare di esser rimasta in quella posizione per ore e ore.

Se la nostalgia è una malattia, io ci sono talmente abituata che non conosco lo stato di salute. Per me è un dolce dolore, che mi accompagna ogni istante della mia vita. Può però sfiorare il patologico quando presenta l’effetto collaterale della paura del futuro e dei cambiamenti. Quando il passato diventa una nicchia rassicurante in cui crogiolarsi. E’ utile allora riconoscere che è di se stessi, in realtà, che si ha nostalgia, di quei se stessi che si era: perché le lingue sono ingannevoli anche in questo: essere se stessi non vuol dire essere uguali.

Questa la raccomandazione a me stessa, appunto, e a tutti coloro che soffrano di nostalgia endemica.

Per chi , come Niki, invece ha tutte le ragioni di sentire l’effettiva mancanza di casa, al fine di scongiurare il peggioramento dello stato di salute nelle forme (forse esagerate) descritte da Hofer, posso solo consigliare a scopo preventivo una razione quotidiana di 10 minuti di tg4: di più è fortemente sconsigliato, onde evitare un fastidioso effetto rebound.

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Un post del c….

Si licet… una cosa che avevo messo da parte da un po’.

Minchia

Nel dialetto palermitano, inizialmente, il termine “minchia” indica l’organo sessuale maschile (che, con mirabile ed inquietante inversione, è una parola femminile, mentre l’organo sessuale femminile – lo sticchio – è una parola di genere maschile. Significa qualcosa? Boh, non sono un significatore, e non è che poi me ne fotta più di tanto). Ad una più attenta analisi si scopre però come il termine “minchia” non sia soltanto un termine, ma un vero e proprio ritmo del pensiero, una melodia di suoni che traducono con immediatezza una urgenza del sentimento. “Minchia” risulta essere quindi il suono che nel dialetto palermitano precede emotivamente (come ogni suono fa) il significato da esprimere, al punto che “minchia” riesce ad esprimere: dolore, paura, stupefazione, amore, odio, rabbia, gioia, estasi. Davanti a una femmina splendida che ti guarda eppoi si umetta le labbra indicandoti, “minchia” sarà l’unica parola pronunciabile. Rinnànzi l’aurora boreale, l’unico suono spendibile sarà sempre e solo “minchia”. E davanti al capolavoro di un golle all’incrocio dei pali, per rafforzare il valore di quanto accaduto si dirà: “minchia golle!”… E “minchia” fu l’unica cosa che le mie labbra riuscirono ad emettere quando appresi che la mafia si era asciucàta, dopo Giovanni Falcone, puru a Borsellino, Accussì è: di fronte all’indicibile dell’esistente, il palermitano questa oltranza impronunciabile la battezza con una parola contenitore: minchia.

Da Corriere Magazine del 4.09.08,  “Le parole che amo – tra ricordi, slang e dialetto” Davide Enia.

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Cenni storici

“Minchia” ha radici antichissime: risale al latino mentula (> mentla > mencla > minchia, fenomeno già spiegato qui), che sta per una versione un po’ volgare di “membro virile”, e come nomignolo irriverente è affibbiato da Catullo – sì, sì, quello di odi et amo, ma non solo – a un tale Mamurra, di cui nel carme 115 del libro si dice:

MENTVLA habet instar triginta iugera prati,

quadraginta arui: cetera sunt maria.

Cur non diuitiis Croesum superare potis sit,

uno qui in saltu tot bona possideat,

prata arua ingentes siluas saltusque paludesque

usque ad Hyperboreos et mare ad Oceanum?

Omnia magna haec sunt, tamen ipsest maximus ultro,

non homo, sed uero mentula magna minax.

 

(traduzione)

Minchia ha a un dipresso trenta iugeri a prato,

quaranta a campo; tutto il resto è maremma.

Perché non potrebbe superare Creso in ricchezza,

quando in una tenuta sola possiede tante ricchezze,

in prati, campi, in foreste immense, in pascoli e in paludi

fino agli Iperborei e all’Oceano?

Tutto ciò è grande, ma egli è ancora più grande;

non è un uomo, ma una minchia colossale e minacciosa.

 

 

Oh meravigliosa saggezza degli antichi!

Su wikipedia leggo che l’origine del termine è oscura, ma alcuni ricollegano la parola a mens, mentis (“mente”), di cui mentula sarebbe un diminutivo…. va bene che molti uomini con la mentula ci pensano, ma non mi spingerei così oltre. Più probabile la spiegazione alternativa, quella di Tucker, che lo ricollega al verbo eminere, “sporgere” sicché tanto mens quanto mentula risultano sì imparentati, ma come dilatazioni di significato più o meno figurate di “qualcosa che sporge, che spicca”. Alla stessa etimologia risalgono anche “monte” (mons) e “mento” (mentum). Alla base di tutte queste sporgenze, dunque, addirittura la radice indo-europea *men.

Tutto ciò un po’ a titolo di curiosità (stile rubrica “forse non tutti sanno che”), un po’ per par condicio con l’altro post riguardante alcuni nomignoli dell’apparato riproduttivo femminile. Ma soprattutto perché mi piace da pazzi la schiettezza cristallina di alcune parole ritenute volgari. E se avete obiezioni o rimostranze in tal senso, esprimetele pure senza problemi, che vi faccio rispondere da altri tre carmi di Catullo e da una lettera di Cicerone. 🙂 Anzi, mi sa che lo farò comunque.

Poi una domanda: secondo voi, non è un po’ incompleta una scuola che ci presenta solo un languido Catullo innamorato della sua donna crudele? O un Boccaccio che scrive solo di fanciulle rapite dai pirati e disperse per il Mediterraneo? Che disconosce l’Aretino, il Trilussa e il Belli? Che senso ha questo malriposto senso del pudore, sventolato da coloro che poi ci propinano donnine discinte e stupidamente sorridenti ad ogni cosiddetto format per la famiglia?

Infine una richiesta: visto che il “minchia” di Davide Enia è parte di un articolo intitolato “Le parole che amo – tra ricordi, slang e dialetto” perchè non mi regalate una parola del vostro dialetto che sia un “ritmo del pensiero”?

 

 

 

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portulaca/porcacchia: un delirio botanico-linguistico… e non solo!

Per il secondo anno, senza invito, questa signora si affaccia nei miei vasi:

A bocca aperta, ancora stile Marcovaldo e la natura in città (ma ormai la città è solo nella mia testa), resto ammirata prima dalle foglie aghiformi tipo rosmarino, ma grasse, e poi dai primi germogli di fiori, e il mio stupore aumenta quando comincio a notare che la stessa pianta fa fiori di molti colori diversi. Chissà quanto tempo dovrà passare, quanta disintossicazione ci vuole, per smetterla di meravigliarsi di fronte alle iniziative della natura, del fatto che cresca qualcosa che tu, uomo – o meglio, Mensch – non hai piantato.

Incuriosita, chiedo ad un mio amico, che ha un vivaio, che tipo di pianta sia, e lui, dopo la mia descrizione, dice “potrebbe essere Portulaca….” poi ci ripensa e aggiunge “O forse porcacchia.” E Io “Come, porcacchia?” e lui “Sì, la varietà selvatica della portulaca!”.

Interessante! E dire che l’ho buttata dentro la mia tesi, la portulaca/porcacchia, senza sapere che già stava germogliando nei miei vasi. Fu infatti un’abitudine del latino tardo, protovolgare, quello di attribuire significati diversi a diverse varianti della stessa parola. Queste varianti si dicono, in linguistica, allotropi, ovvero “modi diversi”, parole dello stesso etimo ma di forma differente in considerazione della loro diversa trafila di derivazione, dotta o popolare. Alcune di loro sopravvivono fianco a fianco nello stesso repertorio linguistico, con diversi significati, senza che il parlante riesca a percepirne la parentela: desco e disco (DISCUM), vezzo e vizio (VITIUM). Gli ultimi due accostamenti hanno una particolarità interessante: i primi termini delle due coppie hanno avuto originariamente derivazione “popolare” (cosa che si evince dalle trasformazione fonetiche, tipiche della derivazione spontanea del parlato) e i secondi derivazione “dotta”, con una forma più vicina al latino. Ma con il passare dei secoli i gradi di familiarità d’uso si sono invertiti. Desco con il significato di tavolo, da popolare che era, suona ora affettato, arcaico e poetico, mentre disco è divenuto popolare a causa del “ripescamento” del termine per indicare i vecchi LP; anche vezzo è senz’altro meno usato di vizio, il quale è probabilmente divenuto piuttosto popolare per l’uso fattone negli scritti biblici.

Ma torniamo alla nostra portulaca o porcacchia. Risulta vano ogni mio tentativo di scoprire, in rete, quale sia l’aspetto della portulaca selvatica rispetto a quella… ufficiale. In realtà google dà diversi risultati  per portulaca, uno dei quali è quello qui sopra. Alcuni siti si limitano ad osservare che essa viene indicata anche come porcacchia, probabilmente per via del fatto che è pianta molto amata anche dai porci (ma non solo: pare che sia  molto buona nell’insalata… devo provare!). Se a livello botanico non ne vengo a capo, provo almeno ad avanzare un’ipotesi linguistica:

Dal latino standard PORTULACA si è avuto PORTLACA

(con sincope, o caduta, della U breve in posizione atona),

e di qui PORCLACA

(con TL > CL, passaggio molto frequente nel latino arcaico, e che si riaffaccia nel latino volgare: è quel che è successo con POTULUM > POTLUM > POCLUM “tazza”; si noti infatti che la radice POT– di  POTARE “bere” è presente in “potabile”),

e di qui PORCACLA, per metatesi

(cioè “scambio”, come il “Ploretariato” di Coccoina per “Proletariato”),

da cui “porcacchia” (si confronti SPECULUM > SPECLUM > specchio).

Questo è quello che ho buttato in una nota della tesi. (Ricordo però che questa è solo una delle possibili ipotesi). Come è stato possibile giungere a una parola così diversa? Sono due le ragioni preponderanti:

  • In virtù di una predilezione latino-volgare per il suffisso -C(U)LUS, -C(U)LA, -C(U)LUM, che formava diminutivi. I diminutivi sono molto amati dallla lingua parlata, familiare, affettiva. E da essi discendono parole “ufficiali” della nostra lingua, che noi neanche sentiamo come diminutivi. Ad esempio MASC(U)LUS (maschietto) invece di MAS, da cui poi “maschio” (anche l’inglese “male”); VET(U)LUS invece di VETUS, da cui VETLUS > VECLUS > “vecchio”, e così via. Il processo era così diffuso e spontaneo, che il suffisso -CLUS (> -cchio) divenne produttivo, e le parole venivano “rimodellate” (stile pongo) per raggiungerlo.
  • Per un’associazione popolare, detta anche paretimologia, con il maiale, porco.

 

Le due cause sono congiunte: un processo fonetico possibile, viene agevolato da un collegamento psicologico spontaneo fra la pianta e il porco che la mangia.

D’altronde, scavando scavando, si vede che lo stesso è successo con un’altra parola che – udite, udite! – costituisce una terza variante del nome della pianta misteriosa: “porcellana“. Ebbene sì, la stessa parola in uso per la ceramica, designa anche la pianta, e sempre in virtù del collegamento con “porco”.

Così il DELI (Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, di Cortelazzo-Zolli):

  • porcellana (1): “o dalla forma di porcello della conchiglia, o dalla somiglianza della fessura della conchiglia colla natura della porcella. Le porcellane, ceramiche importate in principio dalla Cina, ebbero il nome dalle porcellane, conchiglie cui quelle rassomigliavano” (il DELI cita qui da un articolo di G. Alessio, “Polo volgare”). L’uso comincia con Marco Polo “Spendono per moneta porcellane bianche, che si truovano nel mare, e che se ne fanno le scodelle”.
  • porcellana (2): Lat. parl. *PORCILLANA(M), per il class. PORCILLACA(M), da avvicinare a PORTULACA.

Ed ecco a voi dei semi di Portulaca Oleracea (che non so se sia la mia):

A forma di conchiglia! 🙂 Scrive infatti il dizionario etimologico online che

questa voce venne usata nel Medioevo per designare una conchiglia tigrata o conchiglia di Venere “concha Veneris” così detta per una certa somiglianza di forma, da PORCUS o PORCA (mediante il diminutivo PORCELLA), la “vulva della troia”

[sic!]

Ora: condividete almeno un pochettino del mio stupore divertito se vi dico che un insulto spagnolo piuttosto volgare è “la concha de tu hermana” (traduzione: a fregn’e soreta) ? 😀

Hai voglia a cercare la logica del linguaggio, a mettere etichette, regole ed argini… sta tutto nella nostra testa, insondabile ed irrazionale come i pensieri che vi si affollano. E gira che ti rigira torniamo sempre allo stupore del bambino che vede somiglianze con oggetti ed animali più comuni e familiari, e riesce a trovare la connessione fra una pianta, una ceramica, una conchiglia, un maiale e… una vulva!

Ok, magari quest’ultima è più presente nella mente del bambino adulto…

 

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