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Infante ridondante

Ammémmipiace tanto questa mammetta

E con ciò dichiaro chiuso ogni ulteriore dibattito sulla liceità dell’ “a me mi”.

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Drille che scrivono parole petalose in un tripudio di profismo

Ci sono giorni in cui tutto, tristemente, torna e il cerco si chiude, come se l’universo stesse cercando di comunicarmi qualcosa o confermare determinate impressioni. Così, mentre dalla mia posizione defilata e ibrida di insegnante di sostegno, a disposizione di tutti ma senza vera voce in capitolo sulla didattica, mi trovo a dover lacrimare sangue su amenità come “Voce del vero DICERE” o “Lui e Lei non si usano MAI come soggetto” e a riflettere su come nella scuola ancora non si faccia educazione linguistica ma “grammatica”, e mentre allo stesso tempo vengo accolta da attacchi di nausea da social network, ecco che le due cose si sovrappongono, in una vicenda cominciata in modo speranzoso ma finita malissimo.
La storia è nota ai più, anche se nessuno ci ha capito un cazzo. Un bambino di terza elementare, alle prese con gli aggettivi, scrive che un fiore è petaloso. La maestra, rara avis, invece di sbraitare e fare segnacci, scrive che è un “errore bello”, e mentre a casa ci ripensa, decide che la parola le piace e la invia all’Accademia della Crusca, la quale si occupa di monitorare lo stato della lingua e fornire consulenze. L’Accademia, giustamente ammirata dall’apertura mentale della maestra che dà valore alla capacità dei bambini di “fare lingua”, risponde direttamente al bambino con una raccomandata, UNA VERA LETTERA, così rara al giorno d’oggi. Scrive al bambino che la sua parola è “bella e ben formata”: il bello può essere soggettivo (a me comunque piace), mentre il ben formato è un parere scientifico, fondato sul paragone con altri aggettivi terminanti col suffisso -oso, che forma aggettivi denominali, cioè a partire da nomi. Fa un paragone molto semplice con coraggioso e peloso, illustrando in tal modo il concetto di analogia. Infine spiega al bambino che il fatto che sia ben formata (e che – aggiungo io – vada a colmare un vuoto lessicale) non basta ad inserirla nel vocabolario, ma che tutti devono cominciare ad usarla, finché non diventerà così comune da assumere una sua dignità e una sua storia.

“Caro Matteo,
la parola che hai inventato è una parola ben formata e potrebbe essere usata in italiano così come sono usate parole formate nello stesso modo.
Tu hai messo insieme petalo + oso > petaloso = pieno di petali, con tanti petali
Allo stesso modo in italiano ci sono:
pelo + oso > peloso = pieno di peli, con tanti peli
coraggio + oso > coraggioso = pieno di coraggio, con tanto coraggio.
La tua parola è bella e chiara, ma sai come fa una parola a entrare nel vocabolario? Una parola nuova non entra nel vocabolario quando qualcuno la inventa, anche se è una parola “bella” e utile. Perché entri in un vocabolario, infatti, bisogna che la parola nuova non sia conosciuta e usata solo da chi l’ha inventata, ma che la usino tante persone e che tante persone la capiscano. Se riuscirai a diffondere la tua parola fra tante persone e tante persone in Italia cominceranno a dire e a scrivere “Com’è petaloso questo fiore!” o, come suggerisci tu, “le margherite sono fiori petalosi, mentre i papaveri non sono molto petalosi”, ecco, allora petaloso sarà diventata una parola dell’italiano, perché gli italiani la conoscono e la usano. A quel punto chi compila i dizionari inserirà la nuova parola fra le altre e ne spiegherà il significato.
È così che funziona: non sono gli studiosi, quelli che fanno i vocabolari, a decidere quali parole nuove sono belle o brutte, utili o inutili. Quando una parola nuova è sulla bocca di tutti (o di tanti), allora lo studioso capisce che quella parola è diventata una parola come le altre e la mette nel vocabolario.
Spero che questa risposta ti sia stata utile e ti suggerisco ancora una cosa: un bel libro, intitolato Drilla e scritto da Andrew Clemens. Leggilo, magari insieme ai tuoi compagni e alla maestra: racconta proprio una storia come la tua, la storia di un bambino che inventa una parola e cerca di farla entrare nel vocabolario.
Grazie per averci scritto.
Un caro saluto a te, ai tuo compagni e alla tua maestra.

Maria Cristina Torchia
Redazione della Consulenza Linguistica
Accademia della Crusca

Per la maestra:
– Il libro, con i suoi riferimenti completi, è: Andrew Clemens,Drilla, Milano, Rizzoli, 2009 [traduzione di Beatrice Masini, n.d.r].
– Approfitto dell’occasione per segnalarle che sul sitowww.accademiadellacrusca.it, l’Accademia mette a disposizione un servizio di consulenza linguistica. Per rivolgere domande al nostro servizio di consulenza si può usare il modulo presente all’indirizzohttp://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/poni-quesito.”

Per una disadattata come me, questa è una storia quasi commovente, visto che ogni giorno mi trovo in una classe in cui l’italiano viene insegnato come un monolite da venerare, racchiuso nel sacro libro della grammatica, immutabile dalla notte dei tempi. Nessun accenno al concetto di variazione linguistica, ai meccanismi di formazione delle parole, al concetto di neologismo, di registro, ecc. Così mi dico: può essere davvero questo l’episodio scatenante capace di far cambiare approccio nelle scuole? E può essere questo il momento in cui alle varie boiate facebookkare da meme o da #escile, l’equivalente sociale di pacche sulle spalle in una gara di rutti e scorregge, si affianca un minimo di riflessione sulla lingua, che in rete si limita all’odioso fare le pulci (quasi sempre senza poterselo permettere) a chi tralascia un’acca? La risposta arriva già dalle prime ore, quando l’hashtag petaloso invade il web in un cazzeggio infinito in cui da una parte nessuno prova vergogna a mancare così tanto di originalità da ripetere per la milionesima volta “e allora inzupposo di Banderas perché no?” (tra le altre cose, perché non è ben formato, visto che viene da un verbo), dall’altra montano l’indignazione e le crisi millenaristiche sullo stato della nostra lingua, poiché la Crusca avrebbe ACCETTATO lo strafalcione di un bambino; tanto per non farci mancare niente, sorge perfino un fronte complottista che si chiede quali santi abbia in paradiso il bambino Matteo, di chi sia figlio per essere portato alla ribalta in questo modo (senza accorgersi che lo stanno portando alla ribalta proprio loro).
Il peggio del peggio: la paginetta chiara chiara della Crusca, così limpida da essere capita da un bambino di terza elementare, non viene letta da nessuno, nessuno capisce che la Crusca semplicemente NON HA il potere di accettare o rifiutare alcunché, perché sovrana è solo la comunità dei parlanti. La storia va avanti per giorni, e “petaloso”, da delizioso aneddoto su un breve, rarissimo momento di educazione linguistica in una scuola, diventa il peggiore dei tormentoni.
Provo a parlarne alla collega, la titolare della cattedra di italiano, e – come mi aspettavo, volevo in realtà solo la conferma – mi dice che è una cazzata mostruosa e che tutti i bambini inventano parole. Non era quello il punto, ovviamente, non ha fatto nulla di speciale, Matteo, ha solo “creato lingua” come fa qualunque apprendente che ne scopre i meccanismi di formazione ma ancora ovviamente non è stato esposto a così tanta quantità di lingua da sapere che quella parola non esiste, ha applicato un procedimento analogico come fa mio figlio quando dice “aprito” o “la scrivaTUA” (scrivania). Ma tant’è.
Torno ben presto a deprimermi, insomma, e a fare il mio lavoro da gregaria tra i banchi, finché un giorno, a una battuta dell’insegnante sui ragazzi che sarebbero più scemi delle ragazze, uno dei più scalcagnati della classe, la pecora nera, e – manco a dirlo – il mio prediletto, se ne esce con “ma questo è razzismo!”, al che lei replica: “caso mai sessismo!”; il suo compare, un altro di quelli invisibili, chiede “Ma che significano queste parole con -ismo?” e lei “lascia sta’”. Gli dico che appena posso glielo spiego io, e alla prima ora di buco in cui la classe resta a me, facciamo un elenco delle parole che finiscono con -ismo e le dividiamo in sottoinsiemi di “correnti letterarie o di pensiero e religioni”, “sport o professioni”, “atteggiamenti negativi e discriminatori”. Ne esce fuori una di quelle lezioni che mi rendono stupidamente euforica e mi fanno credere che io stia piantando qualche semino, poi passano i giorni in sordina fra espressioni con le frazioni e differenza fra hay/està in spagnolo.
Fino ad oggi, quando, durante una verifica, mi chiamano di qua e di là, e la professoressa dice “Ma chiedete pure a me! Che ci sono le preferenze verso i professori in questa classe?” e la mia pecorella risponde “Sì, c’è PROFISMO”. Mi illumino d’immenso, non per la preferenza accordata (che non avevo scoperto in quel momento) ma per la brillante intuizione, e gli faccio: “Vuoi leggere un libro? Si chiama Drilla, è la storia di un ragazzo che, dopo che l’insegnante cacacazzi e fissata con la grammatica come me gli dice che è lui a decidere quali parole entrano nel dizionario, decide di usare la parola drilla per la penna, e combatte per la sua parola contro l’autorità, impersonata dalla prof: fantasia contro potere… che ne dici?” “Grazie profe! Lo voglio legge, me lo porta domani?”.
Drilla è un libro semplicissimo, alla portata di ragazzi molto giovani, una breve storia che in poche battute esemplifica l’eterna lotta fra norma e devianza, fra conservazione e innovazione. Questi sono i momenti in cui mi ricordo perché faccio quello che faccio: non perché il più bravo della classe imbrocchi un pronome indefinito nell’analisi grammaticale, ma perché il “peggiore” scopra il funzionamento del sistema lingua e lo applichi, perché – più genericamente ma ancor più nobilmente – trovi “il suo posto” in quella classe, smetta di essere invisibile. Perché la scuola smetta di essere un luogo di reclusione.
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Tanto per dire

In questo blog disertato, uno degli ultimi segni di vita fu dedicato alla conquista del linguaggio da parte del mio primo figlio, lo stesso primo figlio che oggi lotta con le aste, le pance, i minuscoli corsivi e stampati. Avrà cominciato tardi a parlare, più tardi dei 2 anni, ma è veramente un professionista della parola, usa sfumature di significato, ha proprietà di linguaggio, maneggia periodi ipotetici con congiuntivi e condizionali da vero professionista, e da poco è alle prese con il sarcasmo e l’ironia.
L’altro giorno mi fa: “la maestra di matematica ci dà sempre 100 compiti… cioè, non proprio cento, eh? E’ per dire che sono tanti. E’ una cosa tanto per dire… si dice così, no? Quando non vuoi dire proprio quella cosa ma un’altra, si dice tanto per dire, no? Come ad esempio se uno dicesse “ammazza, quel bambino è proprio il più bravo della classe”, invece poi magari è un somaro. E’ tanto per dire, no? E’ ironico, no?”. Mio figlio ha scoperto l’iperbole e l’ironia.
Io lo guardo, ammirata e indecisa se lasciarmi andare allo sport nazionale di ogni mamma, il gridare al genio quando si parla del proprio figlio, per ciuccio che sia, oppure se prendere atto che magari – decisamente più probabile – è normale che a 6 anni si cominci scoprire la funzione poetica del linguaggio, ovvero quella che usa le parole per dire altro rispetto a quello che letteralmente significano, per dirla in termini saussuriani, insomma, quando si produce una frattura fra significante e significato, fra la parola, il segno materiale, scritto o orale che sia, e il significato a cui rimanda. La polisemia, il linguaggio figurato, le figure retoriche, sono tutti “errori”, “sabotaggi” di un codice, quello delle lingue naturali, non perfettamente biunivoco, come lo è invece un codice matematico o un linguaggio di programmazione; si basano sulla corrispondenza di assunti comuni, di esperienze del mondo, di conoscenze condivise persino sull’intonazione con cui vengono pronunciate le parole: tutte approssimazioni o paradossi che somigliano all’uomo e che incredibilmente riescono non solo a non inficiare la comunicazione, ma addirittura ad essere inimitabili e irriproducibili da parte di una macchina, almeno fino ad oggi.
Mentre mi perdo in queste fantasticherie, entra il figlio numero 2, 2 anni e mezzo e capacità linguistiche pari a quelle di un Minion, che esordisce con la sua prima frase di senso veramente compiuto della sua breve vita e perfettamente pronunciata: NON HO FATTO NIENTE. E anche qui, solo il bagaglio di umane esperienze stavolta proprio di una madre può permettere di interpretare questo enunciato non tanto come una figura retorica quanto piuttosto come una confessione. EXCUSATIO NON PETITA, ACCUSATIO MANIFESTA. Corollari di saggezza attraverso i millenni e i mutamenti linguistici.

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Lacci e frattaglie

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Come NON fare etimologia, ovvero farla per piegare il significato delle parole a ciò che si vuol dire. In “coraggio”, e in tutte le altre parole con la stessa terminazione, il suffisso -aggio non ha alcuna parentela con AGERE (“agire”), bensì è un prestito linguistico dall’area franco-provenzale, quindi di origine poetica, partendo dal latino -AT(I)CU(M) > -prov. -atge (fr. -age).

Di fatto, però, la prima parte della parola è effettivamente composta da “cuore”, dal latino *CORE(M), forma polivalente dei casi obliqui, analogica sul nominativo che in questo caso ha rimpiazzato la forma classica COR, CORDIS, presente in altri derivati, quindi a tutti gli effetti il nostro fantasioso e romantico writer non ha tutti i torti: il coraggio è un’emanazione del cuore, dal che consegue che tutti gli atti che denotino audacia ma non tengano come riferimento il cuore andrebbero descritti con dei sinonimi parziali quali appunto “temerarietà”, “arditezza”, e in alcuni casi perfino crudeltà. Perché spesso alcuni atti temerari nascondono proprio l’assenza di cuore spacciandola come scelta coraggiosa.

La riflessione del tutto casuale su questo graffito visto per caso due sere fa mi ha portato a riflettere su questa radice antichissima (si pensi ad esempio al greco kàrdias) che designa il cuore, e alla sua sopravvivenza nel nostro linguaggio contemporaneo. La forma classica dei casi obliqui, *CORDE(M), è ben trasparente  in “cordiale”, di derivazione dotta come tutti gli aggettivi di relazione, meno in altri casi. Mi chiedevo se anche “corda” fosse etimologicamente legato, e in effetti  pare che la radice indoeuropea *k 0 r(d) sottostia ad entrambi i termini… ma quale può essere il tratto comune a una corda e al cuore? Questa radice nominale indica un piegamento, un avvolgimento, un attorcigliamento di qualcosa: il cuore è avvolto su se stesso, e la corda è composta di fibre avvoltolate le une alle altre. Ma c’è di più: la stessa radice è alla base anche del termine “cervello”, latino CEREBRUM (> *CER(E)BERUL(U)M > *CERBELLU(M) > cervello), da leggere KEREBRUM secondo la pronuncia classica.

Cuore e cervello hanno dunque così tanto in comune da originare dallo stesso antichissimo termine? Forse che la dicotomia fra ragione e sentimento, e il localizzarli in diversi organi, sia un’invenzione tutta moderna? Si tenga presente che il latino disponeva anche del sostantivo MENS, MENTIS, che non è del tutto sinonimo di CEREBRUM, in quanto quest’ultimo indica per l’appunto un organo interno, composto di fibre legate fra di loro, così come il cuore, mentre MENS indica la capacità di astrazione di cui è dotato l’essere umano: come ho detto già qui parlando della minchia, lat. MENTULA, la radice *men/*mon indica qualcosa che sporge, qualcosa di metaforicamente acuto, come la mente, o sporgente in modo fisico, come “monte”, o come la minchia, questo a dimostrazione – se mai ce ne fosse bisogno – di quanto spesso, in alcuni soggetti, mente e cazzo non siano distinguibili l’una dall’altro.

Dunque la mente è una capacità, dicevamo, mentre il cervello non è che una viscera, una frattaglia, così come il cuore… ah, la saggezza del dialetto romanesco di mia nonna, in cui “coratella” indica le viscere, gli organi interni tutti, le frattaglie, gli scarti… Già, gli scarti, quelle cose che non contano, che si buttano, le viscere. Eppure è lì che si annidano le sensazioni, nel cuore che batte, nello stomaco che fa male e si rivolta per alternanza troppo brusca di felicità, tensione, dolore, distacco, nel cervello che pulsa stretto nelle tempie per il troppo ricordare. “Ricordare” vale appunto “riportare nel cuore”, e “scordare”, viceversa, “togliere dal cuore”. Ma qualcosa che si annida nelle viscere è spesso difficile da estirpare, come una metastasi. Sto venendo meno alla mia già scarsa professionalità e imitando il writer fantasioso, mi sto inventando che “dimenticare”, “togliere dalla mente”, non sia un vero sinonimo di “scordare”, o che sia forse più semplice, chi lo sa.

Di certo “andare d’accordo”, “accordarsi”, sono espressioni bellissime che sia passando per il tramite del cuore, sia per quello della corda, indicano legami, o essere in sintonia col cuore, o risuonare assieme. Solo che anche i forti legami vengono meno, perché le corde se troppo tirate si spezzano, allora non si risuona più, ci si scorda come una chitarra, e si scorda.

E lì sì che son cazzi, anzi, MENTULAE.

p.s. Si ringrazia l’ottimo articolo di http://www.bitculturali.it per la conferma al sospetto del legame fra cuore e corde.

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il travaglio del linguaggio: morfologia, fonetica e sintassi del flaviesco embrionale

premessa: questo post vuole rappresentare anche il trait d’union fra questo e il nuovo blog su gioie e dolori della maternità. Ho forti dubbi sulle mie capacità di scrivere addirittura su due blog quando per scrivere questo post ci ho mess ben due settimane di scampoli di tempo, ma non mettiamo limiti alla provvidenza.

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Io e mio (come definirlo? Ragazzo? Con un figlio sembra ridicolo! Compagno? Affettato!) marito non siamo mai stati quel tipo di genitori che “mio figlio a 7 mesi risolveva gli integrali impropri”.

Un po’ perché siamo dei tipini modesti, ma più che altro perché non ce lo possiamo permettere. Il nostro piccolo toporagno non si è mai prodotto in nessuna performance che a noi sembrasse particolarmente precoce perché potessimo vantarcene in giro, anche a rischio di ricevere uno di quei soliti sorrisi di circostanza dei tipi a) “ecco un altro genitore convinto di allevare la nuova Montalcini”; b) “il mio lo faceva a metà della sua età”; c) “che cosa preparo stasera per cena?.

Mettiamo subito in chiaro che mio figlio non è che sia tardo, rimbambito o faccia tappezzeria…. ANZI!!! Diciamo che mi dà del filo da torcere è che è in moto perpetuo. E’ solo che per quanto riguarda quei traguardi che vengono considerati tappe nello sviluppo infantile e la cui tempistica è orgoglioso tema di discussione e confronto tra le mamme alle altalene, semplicemente non ha stabilito alcun record da guinness: ha gattonato a 9 mesi, camminato a 13, si è tirato su con un sostegno a 8. Certo, suscitava un po’ di stupore misto ora ad ammirazione ora a biasimo (verso di me) il fatto che abbia usato il vasino la prima volta a 5 mesi e mezzo, ma in effetti ero io a metterlo sul vasino quando vedevo che era il momento (per approfondire vedi EC): è andata avanti così fino ai 10 mesi, a volte senza nemmeno un pannolino sporco in una giornata, poi però non è più riuscito a stare fermo quei 2 minuti necessari all’espletamento. Ci sono poi campi in cui è decisamente come un neonato, quali quello dell’alimentazione: quando ero incinta mi ricordo che leggendo lo sviluppo del feto settimana per settimana mi fece una certa impressione pensare che in quel determinato periodo si stavano formando le unghie, e siccome ero molto stanca scherzando dicevo a mio marito che fare le unghie a un bambino, ben 20, non era mica cosa da nulla! Ecco, ora lui mi rimprovera dicendo che mi sono concentrata troppo sulle unghie e mi sono dimenticata qualcosa nel primo tratto dell’apparato digerente. In pratica Flavio non è molto abile nelle deglutizione/masticazione, e fino a più di un anno non era nemmeno in grado di sbocconcellare un biscotto senza vomitare. Sono stata costretta per molto tempo a frullargli anche la minestrina, e ancora adesso non andiamo molto più in là della dimensione dei grattini.

Ma insomma, qui volevo parlare di una conquista affascinante, misteriosa e… travagliata: quella del linguaggio.

Allora: la prima parola di mio figlio è stata BITTO. Aveva 4 mesi, poppava serenamente, quando ad un tratto si è interrotto, mi ha guardata seriamente e con molta convinzione ha detto: BITTO. Non abbiamo mai capito cosa volesse dire, e non si è ripetuto presto, ma la cosa strana è che ora questa parola è risaltata fuori dal nulla e tutt’ora non riesco a trovargli uan collocazione semantica: mi indica il muso di alcune mucche su un libro ( e solo su quello) e mi dice BITTO, BITTO, BITTO!!!! Scandendolo ogni volta come a dire “ma che sei de coccio?”.

La prima parola con un senso ben percepito ovviamente è stata MAMMA (e lo avevo minacciato di morte se avesse detto prima “papà”), però non è stato emozionante come me l’ero immaginato perché non è che di punto in bianco mi ha guardato negli occhi con amore scandendo “mamma”: è stato più un mammammammamma che si è evoluto pian piano. Non saprei dire quando ho avuto la consapevolezza che si rivolgesse proprio a me, anche perché per un sacco di tempo l’ha detto solo quando era proprio disperato, tipo urlo di dolore.

Chiaramente in seguito, parecchio dopo, è venuto PAPA’. E’ interessante che le parole per “mamma” e “papà” siano pressoché foneticamente universali perché interessano il luogo di articolazione labiale, il primo che, per ovvie ragioni di sopravvivenza, il bambino impara ad esercitare da subito.

A parte queste due parole, il periodo del silenzio è stato molto, molto lungo. A dire il vero non si trattava di vero e proprio silenzio, anzi era un chiacchiericcio continuo, ma che alle nostre orecchie aveva poco o nessun senso. Verso i 18 mesi si sono aggiunti dei monosillabi a cui abbiamo potuto attribuire un significato preciso: STA significava “stella”, e la presenza del concomitante LA per “luna” purtroppo mi impediva di vantarmi del fatto che mio figlio in realtà parlasse inglese. Anche se non amo i confronti, e sono convinta che la tempistica di queste tappe non abbia nulla a che vedere con l’intelligenza o il futuro successo del pargolo, voglio qui ricordare l’incontro di Flavio con una sua coetanea con delle doti linguistiche veramente sviluppate, che a 18 mesi parlava meglio di tanta gente adulta che conosco. Stavano seduti vicini sul divano e mentre lei gli mostrava il suo libro presentandogli tutti i componenti della famiglia Barbapapà per nome e lui ascoltava compito, finché alla vista del disegno di una stellina si è animato tutto ed ha cominciato a puntare il dito sulla pagina e a ripetere ad alta voce “STA, STA, STAAA!!!”, impedendo all’amichetta di girare pagina. Della serie “questa la so e la devo dire!”.

Per amore di completezza devo specificare che da ieri LA è diventato finalmente LUNA, ma questo tipo di contrazioni è ancora molto in uso nel flaviesco. Ad esempio “comignolo” è CHIGNOLO, ma molto più interessante è CANNO, che vale tanto per “cavallo” che per “cappello”: con l’omissione  della sillaba centrale e la doppia L realizzata come NN le due parole diventano identiche. La laterale intensa (la doppia L) subisce modifiche anche in “palla” e “farfalla”, diventando ancora una volta una nasale, la M: PAMMA, FAFFAMMA. C’è perfino un caso di anagramma; “luce” è CIUE o più spesso CIU.

La fonetica del flaviesco è proprio articolata e interessante come quella di una qualsiasi lingua o dialetto naturale: evidentemente c’è la percezione della differenza fra le fonemi consonantici normali o intensi, che però vengono trattati in modo diverso. Abbiamo visto che la doppia L diventa una nasale, mentre la L singola per lo più non viene pronunciata (CAE “cane” o PAE “pane”). Sulla rotante (R) (FEO TTIO “ferro da stiro”) non mi soffermo nemmeno: posso dire tranquillamente che è uno dei fonemi che si imparano a pronunciare più tardi.

Concludo questa sezione fonetica con una serie di affricate palatali (cioè il suono C di “cena”) che sono l’esito di gruppi consonantici “complessi” come “S + consonante” o l’altra affricata dentale Z (che poi si può considerare come un gruppo consonantico complesso TS): CIOCCO (“biscotto”), BOCCIO (“mostro”),A COCCIO (“a posto”), CIOCCIO (“zozzo”, “sporco”) BUCCIA (“mosca”), BUCCIOLA (“puzzola”), e… CIACCHI (“scarpe”). Da notare come tanto M quanto P diventano semplicemente B: viene “azzeccato” il luogo di articolazione labiale e per semplificarsi la vita viene scelta la B come realizzazione di tutte le altre labiali (la P pure occlusiva ma sorda, e la M bilabiale nasale).

La morfologia nominale è ancora molto in via di sviluppo: ogni parola viene pronunciata sempre al singolare o al plurale a seconda di come è stata percepita quando l’ha imparata la prima volta: CIACCHI è sempre plurale, anche se viene indicata una sola scarpa. Anche BIBBI “bimbi”, nato da frasi come “andiamo al parco dai bimbi”, all’inizio valeva anche per un solo bambino, poi pian piano si è aggiunto un plurale maschile, BOBBO, con un’assimilazione vocalica regressiva dall’ultima sillaba a quella precedente (praticamente un classico della fonetica: in molti dialetti del centro-sud, così come in alcune lingue germaniche, la vocale precedente subisce una serie di “turbamenti” ad opera della vocale che segue), così come “Pippo” era POPPO. Per un bel po’ di tempo BOBBO valeva sia per maschi che per femmine, poi conseguentemente è stato coniato BABBA per le femminucce. Da qualche settimana però le assimilazioni sono sparite e vengono pronunciati correttamente BIMBI,BIMBO, BIMBA, PIPPO.

Nel flaviesco vanno per la maggiore le onomatopee: oggetti che fanno un rumore particolare non meritano altra denominazione. Tutto ciò che gira o frulla è VOOO (ventilatore, condizionatore, asciugacapelli, frullatore), tutto quello che ha ruote o viene trascinato è BRUM BRUM, tranne la macchina che è MEEE MEEEE, tutto quello che spruzza è TSCH TSCH. Ci sono anche “azioni onomatopeiche”: PUM (è caduto qualcosa), BUM (ha sbattuto una parte del corpo e si è fatto male), TUN (una porta o una finestra ha sbattuto). Il treno è CIU CIU, mentre il poppare è quasi uguale ma pronunciato tutto attaccato CIUCCIU’: entrambi da non confondere con “luce”, che è un CIU singolo. “Mamma oca” è diventato una volta “QUA QUA MAMMA”, e da allora tutte le oche, indipendentemente dalla presenza o meno di QUA QUA BIMBI, sono madri.

Rimanendo nell’ambito delle figure retoriche, troviamo una metonimia: CRANNI (“grande”) per “elefante” (oggetto designato per una sua qualità).

Ci sono poi dei nomi che abbiamo decifrato perché legati chiaramente a un oggetto che lui ci indica senza ombra di dubbio, ma la cui trafila fonetica è del tutto oscura: STA (“aspirapolvere”), CI (“parmigiano”), TI (“occhiali”). Poi c’è ACCU che è “gatto”, e di cui non mi spiego la persistente difficoltà nella doppia TT, che altrove è pronunciata correttamente.

Particolarmente notevole per una linguista è la sintassi verbale: di verbi ce ne sono ancora pochi e in principio fu solo ATTACCA, seguito immediatamente da STACCA. La coppia verbale valeva per tutta una serie di cose che fanno “clack” o per “mettere/togliere” (in generale o di abiti), “accendere/spegnere”, e tanti altri ambiti d0uso che ora non mi vengono in mente. Pian piano vi si stanno affiancando verbi più specifici ma ancora senza un contrario, come , API (“apri”), o CCENNE (“accendere”), che risulta uguale a CCENNE “scendere”, affiancato da SAI (“salire”). La cosa interessante è che tutta questa prima serie di verbi è all’imperativo singolare, che è il primo modo verbale imparato e impiegato nel primo stadio dell’interlingua, vale a dire il sistema linguistico in continua evoluzione di chi impara una lingua straniera. Molti ed accurati studi hanno dimostrato che uno straniero impiega per primo proprio l’imperativo, che è la forma che sente più spesso e dunque si imprime per prima nella memoria, e figuriamoci se ciò non è tanto più vero per un bambino, cui ahimé ci si rivolge per il 99 % proprio con l’imperativo. Altra forma del primo stadio dell’interlingua è la seconda persona singolare dell’indicativo, il che si spiega facilmente con le domande dirette che si rivolgono allo straniero: “vai via?”, risposta: “sì, io vai a casa adesso”). Da ieri Flavio per dire che voleva qualcosa si è espresso con “VOI, VOI, VOIIII!!!”: ovvio, dal momento che si sente sempre ripetere “Flavio, vuoi un biscotto, vuoi un po’ d’acqua, vuoi la pizza?”.

Ciò mi riporta alla mente il mio storico amico ed ex coinquilino tedesco, Henning, che alle prese con le prime interazioni in italiano, si esprimeva spesso alla seconda persona singolare anziché alla prima, e mentre cucinavamo una volta mi disse “hai messo il sale nell’acqua” e io “no” e lui “sì, hai messo il sale nell’acqua!”  e io “no, non l’ho messo!”. Chiarito l’equivoco, lui stesso giorni dopo mi raccontò, quasi “a sua discolpa”, un aneddoto simpatico di cui era stato spettatore: un bambino piccolo diceva alla mamma “Vuoi un gelato! Vuoi un gelato!” e la mamma “VOGLIO un gelato!”, e il bambino “Anch’io! Anch’io! Anch’io VUOI un gelato!”.

Ultimamente ha fatto la sua comparsa anche il participio passato: APETTO/CUCIO (“aperto/chiuso”), ACCESO, FATTO. Manco a dirlo, gli studi sull’interlingua dimostrano come il quadro verbale si arricchisca del participio passato in un secondo momento, quando il primo stadio (la forma più frequente, quella dell’imperativo, come semplice nomenclatore di azioni) è acquisito e subentra la necessita di esprimere l’aspetto di “azione compiuta”. Più di uno studioso dell’interlingua si è spinto in un forse eccessivo e forzato parallelismo tra sequenze di apprendimento della lingua materna e della lingua seconda: è evidente che già le capacità cognitive totalmente diverse degli uni e degli altri individui interessati, la presenza o meno di una lingua altra di riferimento, e tanti altri aspetti che non è il caso di approfondire qui sconsigliano di calcare troppo la mano su questo punto, però è innegabile che alcune similitudini ci sono.

Per finire – per il momento: l’avventura della lingua è appena cominciata – è degno di menzione l’uso di ECCOLO/ECCOLA non solo per gli oggetti ma anche per azioni, per il coronamento di uno sforzo: “CCENNE, CCENNE! – mentre cerca di scendere da qualcosa – ECCOLO CCENNE!”; “API, API, API… ECCOLO API!”.

Insomma, il toporagno ha ancora una lunga strada davanti a sé, e finora la frase più complessa e completa in cui si è prodotto è “API LA POTTA!” di poco fa. Tempo fa un’amica mi disse con molta convinzione di aver letto nonché sentito confermare da un’esperta pedagoga che i bambini che imparano a parlare troppo presto e troppo correttamente mostrano un’associazione precoce e biunivoca tra oggetto e nome che è spia di una mente razionale, mentre quelli che imparano a parlare sul serio più tardi si danno alla sperimentazione linguistica  in ciò mostrando una maggiore flessibilità mentale e maggiore fantasia, un temperamento più “artistico”. Non ho le basi per valutare la fondatezza di queste teorie, se rispondano a verità o se siano il classico, come si dice a Roma, “consolamose co l’ajetto” di chi magari ha avuto un figlio che ha parlato tardissimo. Posso solo dire che ovviamente nel caso di Flavio, non perché è mio figlio, ma è proprio così.

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Cronache dalla maternità: lo svezzamento

Dice: “non scrivi più”.

Il fatto è che quando sei incinta tutti ti dicono che la tua vita cambierà, nessuno però si sogna di essere più preciso: ti viene espropriata. La mia vita è cambiata un milione di volte, ma sono sempre riuscita, con maggiore o minor successo o soddisfazione, a “far quadrare i conti”, a gestire il mio tempo, a infilare le mie passioni nei ritagli di tempo.

Ora invece,  il tempo è un conto alla rovescia di un quiz a premi: suonato il gong, i giochi sono finiti, e il premio in palio era una doccia (il bagno è un lontano ricordo). A volte anche mangiare pare un lusso. Pian piano l’organizzazione migliora, ma ciononostante gli imprevisti sono la regola. La cosa bella è che lo gnomo dorme tutta la notte dall’età di tre settimane, e quindi potrei approfittare delle ore notturne, da sempre a me le più congeniali, per dar fiamma al sacro fuoco dell’arte, delle lettere, dello studio. Se non fosse che mentre lo allatto spesso crollo prima di lui…

In parole povere: sono una madre, e non delle più organizzate. Ma almeno a leggicchiare mentre lo gnomo poppa riesco, a gironzolando per la rete ho scoperto che la rete pullula di mamme superfighe che riescono a crescere due o tre figlio, cucirgli vestitini a mano, bambole di pezza e fabbricare fasce portabebè,  praticare l’elimination communication, dipingere, e riuscire anche a trovare il tempo per raccontare tutto ciò, documentarlo con foto e condividerlo dunque col mondo. E badate bene che elencando tutto questo non sto subdolamente insinuando che non riescano davvero a farlo, o dare una sfumatura ironica al termine “superfighe”. Sono io che sono una pippa, mi sa. Tant’è vero che posso annunciare qui a metà post che per scriverlo mi ci sono volute diverse sessioni in diversi giorni nell’arco di una settimana.

Comunque con quanto scritto sopra non vorrei dare l’impressione di essere stanca, stressata, o peggio pentita. Stanca a volte lo sono ma solo fisicamente. (Oddio, ci sono anche giorni difficili in cui mi viene da annunciare che esco un attimo a comprare le sigarette, io che ho smesso di fumare già da tempo). Per il resto, avere Flavio è la cosa più sensata che ho fatto nella mia vita. Un tempo questa mi sarebbe sembrata una frase stucchevole da donna senza una propria individualità. Ora non è più così, e la mia individualità è per forza di cose condivisa. Diciamo che l’ “effetto pancione” non svanisce magicamente col parto, né qualche giorno dopo. A volte lo riproduco mettendo Flavio stretto stretto a me nella fascia, e lui se ne sta beato mentre faccio un dolce, stendo il bucato o faccio la fila alla posta. Altre volte il pancione è più estensibile, ma non sfora mai le pareti di casa. Non è così elastico da raggiungere qualche chilometro. E dire che ne avrei di braccia fidate a cui lasciarlo, ma sono io che non voglio. Ora che sono madre, non è che semplicemente ho un bimbo da accudire, cosa che può fare qualunque babysitter: è che una parte di me abita in lui, che pure è già una piccola persona col suo carattere, la sua personalità. Ragione per cui ancora non riesco ad immaginarmi di poter passare le ore a perdermi nei miei pensieri in libreria, o vagare per la città con un Ipod e senza una vera mèta come una volta.

Questa sensazione di simbiosi è, credo, rafforzata, cementata dall’allattamento.

Uomini, vi darò una notizia che vi sconvolgerà: davvero le tette non sono state  pensate per voi. Sono il proseguimento del cordone ombelicale. E’ evidente che mio figlio, pur avendo – come detto – già una sua evidente personalità, non ha ancora coscienza di sé, e si identifica con sua madre. Quando si attacca al seno, non sta solo soddisfacendo un bisogno fisiologico, ma anche e soprattutto emotivo: torna “a casa”. Un bimbo allattato al seno non lo cerca solo ogni tot ore per nutrirsi, ma anche quando ha mal di pancia, quando si sveglia di soprassalto per un rumore, quando gli prudono le gengive, quando si sente solo. E’ questo il motivo per cui personalmente non posso pensare di lasciarlo anche solo per un’oretta dopo averlo allattato. Siamo ancora in una fase in cui gli sono necessaria per ogni sua esigenza, che sia di tipo fisiologico o affettivo. Per questo quando mi si invita a lasciare un biberon del mio latte e allontanarmi un po’ mi prende un colpo: mi sentirei di prendere in giro mio figlio mettendogli in bocca una cosa di gomma spacciandogliela per il mio seno. Mamme che passate di qua: sia chiaro, questo è solo il mio punto di vista, non c’è giudizio di merito per chi non agisce come me, senza ipocrisia. Il tiralatte sembrava una moderna scappatoia per la mamma bisognosa di un’ora d’aria, e invece per me è stato solo lo strumento che più di una volta mi ha salvato la salute, visto che ho scoperto di essere una formidabile produttrice di latte (mio fratello dice che dovrei mettermi a fare la balia) e ho avuto una mastite con febbrone annesso.

Ma ecco che arriviamo al punto: lo svezzamento.

Appurato che l’allattamento esclusivo al seno è un periodo di simbiosi madre-figlio, lo svezzamento dovrebbe essere, anzi è a tutti gli effetti, l’inizio dell’indipendenza del bimbo, della presa di coscienza della propria individualità, innanzitutto nel nutrirsi. Infatti, da madre cozza quale ho dovuto constatare di essere, appena Flavio ha compiuto i sei mesi e gli ho offerto le prime cose alternative da mangiare, mi è presa per un paio di giorni una mezza crisi depressiva. Per dire quanto mi sono rincoglionita. Ma è passata, quindi anche noi passiamo oltre il racconto di quel momento, che davvero non mi fa onore (saranno gli ormoni, boh).

Ora: lo svezzamento così come proposto dalla maggior parte dei pediatri funziona con l’introduzione graduale di un alimento per volta, per monitorare eventuali allergie: in pratica il primo pasto che si offre al piccolo è una zozza brodaglia che via via si fa meno brodosa ma sempre zozza rimane, come quella zuppa che ci ripropinarono anni or sonoin campo scuola a Praga per una settimana, e che sembrava sospettosamente quella del giorno prima con qualcosa in più. In realtà diversi studi hanno mostrato che queste pratiche di svezzamento sono legate ad antiche consuetudini che prevedevano un abbandono dell’alimentazione lattea già a 2/3 mesi, con la conseguenza che l’ovvia immaturità dell’apparato digerente del piccolo esigeva cautela nell’introduzione degli alimenti. L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda di non cominciare mai lo svezzamento prima dei 6 mesi compiuti, poiché fino a quest’età il latte materno (o, quando non disponibile, il latte in formula) è l’alimento ottimale, in grado di soddisfare ogni esigenza del bambino. Più o meno intorno questa età, è il bambino stesso a darci chiari segnali di essere pronto: sa sedere da solo con sicurezza e senza stancarsi, ha una migliore manualità, dimostra vivo interesse per il cibo dei genitori, ruba loro il cibo dal piatto, prova a masticare e magari si fornisce pure di uno o due dentini. E’ evidente che c’è un motivo chiaro per cui la natura ha previsto che tali abilità si acquisissero attorno ai sei mesi, e non prima.

Ed eccoci quindi giunti a un suggerimento tanto semplice quanto rivoluzionario, fin troppo moderno nella sua antichità: lasciare fare al bambino ed aver fiducia in lui. Fregarsene di ricette, ricettine e dosi, non cucinare a parte per il bambino, offrirgli quello verso cui mostra interesse, darglielo solo finché ne ha voglia, senza mai forzarlo. E se mangia pochissimo? Semplicemente, integrare con il latte: pian piano sarò il bimbo stesso a chiedere meno poppa e più pappa.

Ma ahimè, il mondo è bello perché è avariato, e in questa enorme piazza che è la rete e dove si trova di tutto, mi tocca leggere che alcune madri, discutendo di svezzamento su un forum, dicono “io le prime due volte dopo gli ho dato la tetta, ma mo’ basta: deve imparare che se ha fame c’è quello e stop”. Praticamente se è vero che da una parte io sono malata di mente e se non voglio che mio figlio faccia il suo pranzo di nozze al mio seno, giustamente è ora di insegnargli piano piano a mangiare, dall’altra parte c’è chi darebbe al pargolo un pacco di pasta e una padella in mano, oppure 5 euro per andarsi a comprare un panino.

Sempre l’OMS, poi, ci ricorda che anche con l’introduzione di alimenti complementari (che è, come vedremo, un modo più esatto di definire lo “svezzamento”), il latte rimane fino all’anno di vita la fonte principale di alimentazione del bambino, e che fino a due anni è consigliabile mantenere un paio di poppate al giorno, per esempio quella prima di dormire. In barba a tutte le considerazione sulla salute del bambino, la genuinità del latte materno, le implicazioni emotive che, contrariamente a ciò che si potrebbe pensare, vedono un bimbo allattato al seno anche a lungo come più sicuro di sé perché soddisfatto nel suo bisogno di essere rassicurato, mi tocca leggere questo (qui il link per leggere tutto)

Lo svezzamento, ovvero il momento in cui si educa il bambino a bere dal biberon e in seguito a prendere le prime pappe, segna un passaggio fondamentale della vita.

Per quanto amorevole e meravigliosa sia, ad un certo punto sia noi che il nostro bambino avremo bisogno di abbandonare la pratica dell’allattamento al seno!

Simbolicamente rappresenta il completamento di quella rottura avviata con il taglio del cordone ombelicale. Il bambino si emancipa totalmente dalla madre, diventando indipendente sulla nutrizione, fondamento primo della sua sopravvivenza.

Per le mamme che hanno latte si consiglia di procedere allo svezzamento solo dopo i sei mesi.

Il primo accorgimento da tenere presente è la gradualità con cui si dovranno svolgere tutte le operazioni.

Inizieremo con l’intervallare il biberon al seno, aumentando di giorno in giorno le poppate artificiali. Il bambino non si accorgerà della sostituzione delle poppate al seno e comincerà a percepire come naturale la tettarella.

Pian piano nostro figlio sarà completamente svezzato.

Il rosso è mio e serve ad evidenziare i punti secondo me più assurdi. Che un bambino di emancipi totalmente ed improvvisamente dalla madre è falso. Il biberon viene descritto come una tappa obbligata, mentre mi sa che mio figlio (e non solo il mio) non ci passerà mai, visto che il latte lo prende da me e l’acqua che comincia a bere la beve dal suo bicchiere a beccuccio o anche dai nostri come un vero professionista. Il latte artificiale è un pallido seppur in alcuni casi (meno di quanto generalmente si voglia far credere) necessario sostituto di quello materno, e non costituisce tappa dello svezzamento a meno che la madre per qualche ragione non ne possa più, e il trucchetto di alternare il seno al biberon mi sembra crudele e scorretto nella sua dichiarata intenzione di ingannare il piccolo, minando in tal modo già a monte il rapporto di fiducia fra mamma e piccolo.

Una tale visione ci porta dritti al nocciolo linguistico della questione (che devo trovare per forza per dare un senso a questo post in questo blog): la parola “svezzamento“. Quando la sentiamo, la colleghiamo tutti per l’appunto al passaggio graduale dal latte alle pappe. Eppure, in sé, è un termine molto generico: se l’avvezzamento è un abituarsi, lo svezzamento è un disabituarsi. Ci si può svezzare dunque anche dal fumo, dal farsi le canne o dal mettersi le dita nel naso al semaforo. La cosa interessante è che “vezzo” viene dalla stessa radice di “vizio”, il latino VITIUM. Si dice che “vezzo” e “vizio” sono due allotropi di VITIUM,  cioè sono due forme che hanno avuto una diversa derivazione (e quindi una diversa storia anche semantica) dallo stesso termine di partenza: l’una, “vizio”, dotta; l’altra, “vezzo” popolare.  Eppure per una di quelle incoerenze tipiche delle lingue vive, è “vezzo” a sembrare più ricercata. Ovvero se “vizio” ha una valenza negativa, di qualcosa che fa male alla salute, tipo fumare o farsi 5 pugnette al giorno (cosa che notoriamente fa diventare cechi), “vezzo” è sì più affettuoso, ma si ammanta di un senso di superfluità. Un gesto carino ma non necessario. Di qui i vari “Oh, ma lo allatti di nuovo? Ha appena finito!” “Ma sta sempre attaccato!”, di chi poi confessa candidamente di avere allattato a suo tempo non più di un mesetto, dopodiché il latte è finito, ignorando che ciò è impossibile se si offre il seno al bambino ogni volta che lo richiede, specie i primi tempi, perché è lui a stimolare la produzione dell’esatta quantità di latte di cui ha bisogno. Da notare che spesso a premere affinché si “svizi” il prima possibile il pargolo sono persone che fumano due pacchetti di sigarette al giorno o che non sopportano di non sentire il sottofondo della tv tutto il giorno.

Ma va bene: la maternità è una disciplina in cui ogni vostro vicino alle poste o al supermercato, uomini compresi, ha acquisito 3 o 4 lauree honoris causa, e ne sanno più di te sul tuo stesso figlio. Bisogna armarsi di santa pazienza e di un educato “hmhm” di assenso (in cui è specialista il mio compagno).

Tornando allo svezzamento: per le ragioni esposte, Lucio Piermarini (e non solo lui), l’autore di “Io mi svezzo da solo” (anche qui), che è il libro da cui ho tratto le mie informazioni sullo svezzamento “naturale”, preferisce l’espressione “alimentazione complementare a richiesta”, che se è priva dell’incisività di un unico termine, è però più esatta e fa il paio con “allattamento a richiesta”, di cui è la naturale conseguenza e integrazione. Si può chiamare questo metodo (che poi in realtà è un anti-metodo) autosvezzamento. C’è da dire che l’autosvezzamento così come proposto da Piermarini è una versione un po’ più soft di quello che negli Stati Uniti viene definito Baby Led Weaning: Piermarini dice di sminuzzare più o meno, in relazione all’abilità e al numero di denti del piccolo, il boccone verso cui questi mostra interesse, mentre il BLW prevede che si lasci mangiare il bambino con le mani, senza sminuzzargli i bocconi, per permettergli di sperimentare fin da subito forme e consistenza dei cibi, lasciandogli piena autonomia nella gestione del suo proprio cammino alla scoperta dell’alimentazione adulta. Suonava così bene che ho voluto provare anch’io: ho messo Flavio nel suo seggiolino attaccato al tavolo, gli ho messo davanti il suo piatto con davanti un pezzo del cavolfiore che stavo mangiando anch’io, e ho aspettato. Il suo sguardo si è illuminato, ha allungato la manina, ghermito il fiore dal gambo, e se l’è portato alla bocca spiaccicandoselo in faccia…. irresistibile, da mangiarselo! Sono corsa subito qualche metro più in là a prendere la macchina fotografica per immortalare quel momento storico, senonché al mio ritorno la foto era l’ultimo dei miei pensieri, visto che mio figlio se ne stava a bocca spalancata senza respirare e con gli occhi sgranati. Attenzione, non ha avuto un conato, che ha già sperimentato diverse volte senza problemi e senza panico mio: aveva proprio un boccone incastrato. Al che ho scoperto due cose: la prima è che almeno con mio figlio l’istinto materno ha la meglio sulla mia proverbiale paralisi in una situazione di pericolo, così da farmi richiamare vividamente dai recessi della memoria un servizio sulle tecniche di salvataggio dei neonati visto distrattamente chissà quando, cosa che mi ha permesso in pochi attimi di slegare lo gnomo, metterlo a pancia in sotto leggermente inclinato, ed assestargli un paio di colpi decisi in mezzo alla schiena, dal basso verso l’alto, facendo uscire l’infame cimetta di cavolfiore tutta intera, che sia stramaledetta; la seconda è che ‘ste americanate non fanno per me, o almeno se ne riparlerà quando avrà uno o due denti o masticherà almeno con le gengive. Fino a quel momento, Flavio mangerà quello che vuole purché frullato, e il cavolfiore ‘o damo ar gatto.

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Il modo di chi non può

A Coccoina

Caro amico mio, credo che Gianni Rodari abbia spiegato in modo esemplare con questa filastrocca le ragioni che ti fanno odiare il condizionale. Sono sicura che lui era (non sarebbe stato) d’accordo con te. Un piccolo omaggio a te e a tutti coloro che non amano sospirare educatamente seduti in poltrona, ma piuttosto alzano volentieri la voce, a costo di esser definiti “sguaiati”.

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Sospiri

Vorrei, direi, farei…
Che maniere raffinate ha il modo condizionale,
mai che usi parole sguaiate,
non alza la voce per niente
e seduto in poltrona, sospira gentilmente:
Vorrei andarmene nell’Arizona, ohh
meglio, potrei fermarmi a Lisbona!
Volerei sulla Luna in cerca di fortuna…
E voi ci verreste?
Sarebbe carino, dondolarsi sulla falce
facendo uno spuntino!
Vorrei suonare!
Che ne dite?
…il pianoforte a coda…
Dite che è giù di moda?
Pazienza, ne farò senza, del resto non
so suonare…
Parlerei se volessi
Volerei se potessi
Mangerei dei pasticcini se ne avessi!
C’è sempre un SE chissà perchè,
questa sciocca congiunzione c’è l’ha tanto
con me!

Gianni Rodari, “Filastrocche in cielo ed in terra”

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