Archivi del mese: marzo 2009

Nostalgia

Nel rispondere a Niki, che in un commento ad un mio post lamenta nostalgia, ha preso mentalmente forma questo post, dedicato proprio alla malattia dell’emigrante.

Sebbene, infatti, avessi già notato che in tutte le lingue (e quando dico tutte le lingue penso solo a quelle che conosco io, che sono ben lontane dall’essere “tutte”) il termine è sempre composto da uno che significa “casa”, “ritorno” e uno che significa “dolore”, “malattia”, ho sempre pensato che fosse alquanto poetico, retorico, ricorrere alla nozione di malattia, come a dire che il desiderio di casa può essere così forte da rasentare il patologico.

Invece, guarda un po’, è esattamente al contrario che si sono svolte le cose: “nostalgia” è uno di quei termini che, nati nell’ambito medico, specialistico, si sono stemperati in un’accezione più generica e di uso comune. E’ quanto è accaduto anche a termini come “isterica” (che talvolta viene usato addirittura anche al maschile, nonostante venga dalla radice di “utero”), o “paranoico”, provenienti dall’ambito psichiatrico.

Altra cosa che forse non tutti sanno (anche per me è una scoperta) è che il termine è davvero giovane: risale a poco più di tre secoli fa. La storia vale la pena di essere raccontata: nel 1688 il futuro medico svizzero Johannes Hofer descrisse nella sua tesi di laurea una misconosciuta malattia dalla ben precisa sintomatologia psicofisica, e che sembrava cogliere i militari svizzeri lontani da casa. Hofer l’avrebbe chiamata volentieri Heimweh (che è tuttora uno dei termini in uso in tedesco per “nostalgia”), ma nella tesi, scritta in latino, aveva bisogno di un nome che suonasse più scientifico: così ricorse a un neologismo dal greco, lingua scientifica per eccellenza a causa della sua capacità compositiva,  e che infatti ha fornito alla lingua scientifica internazionale una quantità enorme di termini, tutti relativamente recenti. (Non si può parlare a rigore di “prestiti”, ma di vere e proprie composizioni date da montaggi di parole già esistenti in greco).

Nella tesi di laurea esitò fra nostomania (mania del ritorno), philopatridomania (mania dell’amore per la patria), e nostalgia (dolore del ritorno, da nostòs, “ritorno”, e algìa, “dolore”). Alla fine trionfò quest’ultimo, che comparve nel titolo della tesi. E meno male, ché non me la immagino, la Niki, a dire che sente un pochino di filopatridomania!

Le designazioni più popolari sono: in tedesco Heimweh (“mal di casa”); in francese mal du pays; in inglese homesickness. Ovviamente una lingua che spacca il capello in 4 come il tedesco non poteva accontentarsi, e ha coniato anche Sehnsucht (da Sucht “dipendenza”, “brama” e sehn contrazione di sehen, “vedere”: “voglia di rivedere”): forse che Heimweh sia spaziale e Sehnsucht temporale?

Tutte queste, ad ogni modo, sono inizialmente le varianti popolari del termine medico “nostalgia”, un po’ come – che so- Herpes Zoster si contrappone a fuoco di Sant’Antonio, per dire.

L’Aleardi, ancora nel 1856, nel Monte Circello la chiama “passione dei ritorni” (“e sol talora  – la passione di ritorni addoppia – col domestico suon la cornamusa “). Nel 1874 Carducci intitola “Nostalgia” un suo poemetto che parla dei ricordi della sua Maremma.

Con l’ondata migratoria di fine ‘800, insomma, il termine conosce un’ampia diffusione, ed esce dai trattati medici, nei quali viene rimpiazzata da Schweizer Krankheit, “malattia svizzera”.

Ma è solo con Baudelaire che il termine si libera dell’ancoramento e luoghi e tempi passati assume i contorni vaghi di “nostalgia di qualcosa di vago, sconosciuto”.

Tu connais cette maladie fiévreuse qui s’empare de nous dans les froides misères, cette nostalgie du pays qu’on ignore, cette angoisse de la curiosité?

(Conosci quella febbre malsana che ci assale nel freddo della miseria?, quella nostalgia di un paese mai visto, quell’angoscia della curiosità?)

Ovviamente il tedesco non poteva neanche in questo caso lasciarsi sfuggire l’occasione di creare una parola ad hoc: Fernweh (da fern “lontano” e Weh “dolore”): voglia di visitare paesi lontani, sconosciuti.

Nel frattempo la parola ha avuto in italiano un ulteriore sviluppo, inesorabilmente legato alla storia del nostro paese: nelle espressioni “manifestazioni nostalgiche”, “saluti nostalgici”, “inni nostalgici” è in gioco un particolare tipo di nostalgia, quella del passato regime. Secondo il Migliorini quest’uso è dovuto da una parte alla volontà di evitare l’uso del termine “fascista”, dall’altro per una sorta di compatimento di tali atteggiamenti, visti come legati in modo solo platonico e romantico a un passato che non potrà mai più ripresentarsi.

Buon per il Migliorini essere morto nel ’75 con questa mal riposta convinzione.

Interessante, e di segno opposto, è anche un neologismo tedesco (aridaje!) ottenuto dallo stravolgimento di Nostalgie: si tratta di Ostalgie, cioè la nostalgia dell’Osten, tedesco per “est”, della Repubblica Democratica Tedesca. Non ha molto a che vedere con l’ideologia politica, altrimenti non avrei detto “di segno opposto” solo perché “dall’altra parte”.

Dopo la caduta del muro e la diffusione del capitalismo occidentale, nella Germania dell’est lo stile di vita cambiò forse troppo repentinamente: per molti fu scioccante. Un film davvero meraviglioso che aiuta a comprendere il senso e le conseguenze di un così grande salto è Goodbye Lenin, la storia di una piccola repubblica democratica tedesca ricostruita in un appartamento di 79 mq, ad uso e consumo di una madre caduta in coma prima della caduta del muro e risvegliatasi dopo. Viste le sue delicate condizioni di salute i figli, per non provocarle uno shock, rivoltano i vecchi depositi cittadini per trovare oggetti tipici della DDR con cui rassicurare la madre che nulla è cambiato. A un certo punto sono i figli stessi che si fanno prendere la mano, sono forse loro per primi ad avere bisogno di ricostruire quel mondo definitivamente perduto.

L’Ostalgia è la nostalgia non di un regime, ma di un tempo in cui i bambini attendevano il Sandmaennchen, l’omino della sabbia, trasmesso alle 19.00 in tv, dopodiché tutti a letto. L’ “omino della sabbia” era un’animazione molto ingenua e buonista che insegnava ai bambini alcuni semplici valori della vita. Alla fine di ogni episodio arrivava l’omino con la barbetta a spargere la sua speciale sabbia sugli occhi dei bambini per farli addormentare: per questo i bambini si stropiccerebbero gli occhi quando hanno sonno. 

Il pupazzo Sandmaennchen è divenuto il simbolo della Ostalgie, e ricopre questo ruolo chiave anche nel film, specie in una memorabile scena finale.

L’Ostalgie è il rimpianto di un tempo in cui quando nasceva un bambino la famiglia cominciava a risparmiare per potergli regalare, al compimento dei 18 anni, la ben poco mitica Trabant, che non a caso il TIME ha catalogato fra le 50 peggiori macchine della storia.

[a sinistra: graffito dal muro di Berlino: una Trabant irrompe nella Berlino Ovest

 

 

Ecco, credo che la Ostalgie non abbia nulla a che vedere col comunismo o con un vago francescanesimo, ma più che altro con la voglia di avere lo spazio, il tempo, per poter meglio finalizzare i propri sogni e bisogni. Sapere qual è quel poco davvero necessario per vivere, per essere anziché avere.

Ma a parte tutta la disquisizione storico-etimologica, cos’è che significa più intimamente “nostalgia”? Per alcuni è un sentimento, per altri direi uno stato naturale. Io appartengo alla seconda categoria, di quelli per i quali ogni momento passato si tinge di seppia e assume un fascino insospettabile al tempo in cui esso è stato realmente vissuto. Le mattine delle vigilie di Natale della mia infanzia, ad esempio, quando venivo svegliata dalla puzza di broccoli fritti di mia nonna alle 6 di mattina, mai avrei immaginato che ciò sarebbe divenuto un giorno motivo di nostalgia.

Io vivo in luoghi, sapori, odori, rumori, luci che non ci sono più. Se chiudo gli occhi, posso rivedere perfettamente i coni di polvere nella luce pomeridiana della mia stanza, nella mia casa d’infanzia, mentre sono sdraiata per terra. Non so se sia effettivamente così, ma mi pare di esser rimasta in quella posizione per ore e ore.

Se la nostalgia è una malattia, io ci sono talmente abituata che non conosco lo stato di salute. Per me è un dolce dolore, che mi accompagna ogni istante della mia vita. Può però sfiorare il patologico quando presenta l’effetto collaterale della paura del futuro e dei cambiamenti. Quando il passato diventa una nicchia rassicurante in cui crogiolarsi. E’ utile allora riconoscere che è di se stessi, in realtà, che si ha nostalgia, di quei se stessi che si era: perché le lingue sono ingannevoli anche in questo: essere se stessi non vuol dire essere uguali.

Questa la raccomandazione a me stessa, appunto, e a tutti coloro che soffrano di nostalgia endemica.

Per chi , come Niki, invece ha tutte le ragioni di sentire l’effettiva mancanza di casa, al fine di scongiurare il peggioramento dello stato di salute nelle forme (forse esagerate) descritte da Hofer, posso solo consigliare a scopo preventivo una razione quotidiana di 10 minuti di tg4: di più è fortemente sconsigliato, onde evitare un fastidioso effetto rebound.

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Il modo di chi non può

A Coccoina

Caro amico mio, credo che Gianni Rodari abbia spiegato in modo esemplare con questa filastrocca le ragioni che ti fanno odiare il condizionale. Sono sicura che lui era (non sarebbe stato) d’accordo con te. Un piccolo omaggio a te e a tutti coloro che non amano sospirare educatamente seduti in poltrona, ma piuttosto alzano volentieri la voce, a costo di esser definiti “sguaiati”.

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Sospiri

Vorrei, direi, farei…
Che maniere raffinate ha il modo condizionale,
mai che usi parole sguaiate,
non alza la voce per niente
e seduto in poltrona, sospira gentilmente:
Vorrei andarmene nell’Arizona, ohh
meglio, potrei fermarmi a Lisbona!
Volerei sulla Luna in cerca di fortuna…
E voi ci verreste?
Sarebbe carino, dondolarsi sulla falce
facendo uno spuntino!
Vorrei suonare!
Che ne dite?
…il pianoforte a coda…
Dite che è giù di moda?
Pazienza, ne farò senza, del resto non
so suonare…
Parlerei se volessi
Volerei se potessi
Mangerei dei pasticcini se ne avessi!
C’è sempre un SE chissà perchè,
questa sciocca congiunzione c’è l’ha tanto
con me!

Gianni Rodari, “Filastrocche in cielo ed in terra”

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