Pantasimi, Fantasime e fantasmi

Ed eccomi qui. Alla fine mi è toccato tornare in anticipo l’altro ieri sera, di corsa. E’ morta la nonna del mio compagno, una donna straordinaria che negli ultimi anni ha adottato anche me come nipote. La figura dei nonni per me è importantissima, sacra, direi, essendo io stata cresciuta per l’appunto da mia nonna. A questa predilezione, si aggiunge l’affetto sincero, spontaneo e tutto particolare che questa donna sapeva suscitare nei suoi confronti in chiunque abbia avuto la fortuna di conoscerla. E’ stata una donna fortunata: ha visto crescere figli, nipoti, e nascere pronipoti. Era amata e coccolata non solo dai parenti ma da tutto il paese, che ieri è accorso in massa ai funerali. Ha celebrato pochi giorni fa 65 anni di matrimonio con il grande amore della sua vita, che oggi carezzandola nell’ultimo saluto le diceva “quanto ho faticato per conquistarti, eri la più bella ed eri mia”. Non aveva debiti né rimpianti. E affrontava il passaggio serena, salda nella sua fede, e orgogliosa al pensiero della bella tomba che ha comprato già 10 anni fa, e che ospiterà anche suo marito e le sue figlie.

Per tutti questi motivi non avremmo dovuto piangere, ma siamo così egoisti che l’abbiamo fatto lo stesso. Ci mancherà immensamente, e questo post è per lei. L’avevo scritto, quasi profeticamente, direi, prima di partire, ma poi un po’ per la fretta, un po’ perché forse mi sembrava suonasse come un addio, non ho fatto in tempo a formattarlo per la pubblicazione. E ora non è che il mio insignificante saluto linguistico.

 

Parlando di nonne e dei loro preziosi fossili dialettali, da un po’ di giorni mi gira per la testa il “pantasimo” della meravigliosa nonna del mio compagno. La prima volta che l’ho sentito dalle sue labbra, sono morta dal ridere… quando si incavola, la piccola novantenne, col marito noventatreenne, lo minaccia col dito deformato dall’artrite, e lo apostrofa “pantasimo”. Il mio ragazzo è stato vago nelle spiegazioni, ma pare che il contesto semantico dell’uso fattone dalla nonna sia quella di “stupido, scemo”, sebbene su un forum “locale” si desse l’intepretazione di “brutto, contraffatto in volto”, e si concludesse rinviando per maggiori spiegazioni a qualcuno di Trevignano Romano. Direi che visto che a Trevignano i nomi delle vie portano il cognome dei nonni del mio compagno, possiamo con buona certezza fidarci dell’uso generico fattone dalla nonnina.

“Pantasimo” mi fa impazzire, perché mi fa immediatamente tornare alla memoria la “fantasima” di Boccaccio. Ecco la definizione datane da… “sikipedia”!

Lu fantàsima è n’èssiri suprannaturali, nu spettru, ca secunnu la cumuni cridenza pupulari appari speci di notti.

(http://scn.wikipedia.org/wiki/P%C3%A0ggina_principali)

Pantasimi e fantasimi sono delle semplici varianti popolari del noto “fantasma“, che però è un termine di derivazione dotta, cioè una traslitterazione diretta dal greco, mentre nel siciliano “lu fantasima” la i inserita nel nesso sm (procedimento chiamato epentesi) a scopi eufonici, ovvero per facilitare la pronuncia tradisce la “storpiatura” popolare.

La fantasima di Boccaccio ha un’origine ancora più popolare, evidente dalla correlazione con un articolo femminile, dovuto alla desinenza -a del termine. Ecco a voi la godibilissima novella del Boccaccio:

Decameron VII,1

Gianni Lotteringhi ode di notte toccar l’uscio suo; desta la moglie, ed ella gli fa accredere che egli è la fantasima; vanno ad incantare con una orazione, e il picchiar si rimane.

Signor mio, a me sarebbe stato carissimo, quando stato fosse piacere a voi, che altra persona che io avesse a così bella materia, come è quella di che parlar dobbiamo, dato cominciamento; ma, poi che egli v’aggrada che io tutte l’altre assicuri, e io il farò volentieri. E ingegnerommi, carissime donne, di dir cosa che vi possa essere utile nell’avvenire, per ciò che, se così son l’altre come io, tutte siamo paurose, e massimamente della fantasima, la quale sallo Iddio che io non so che cosa si sia, né ancora alcuna trovai che ‘l sapesse, come che tutte ne temiamo igualmente. A quella cacciar via, quando da voi venisse, notando bene la mia novella, potrete una santa e buona orazione e molto a ciò valevole apparare.
Egli fu già in Firenze nella contrada di San Brancazio uno stamaiuolo, il qual fu chiamato Gianni Lotteringhi, uomo più avventurato nella sua arte che savio in altre cose, per ciò che, tenendo egli del semplice, era molto spesso fatto capitano de’laudesi di Santa Maria Novella, e aveva a ritenere la scuola loro, e altri così fatti uficietti aveva assai sovente, di che egli da molto più si teneva; e ciò gli avvenia per ciò che egli molto spesso, sì come agiato uomo, dava di buone pietanze a’ frati.
Li quali, per ciò che qual calze e qual cappa e quale scapolare ne traevano spesso, gli insegnavano di buone orazioni e davangli il paternostro in volgare e la canzone di santo Alesso e il lamento di san Bernardo e la lauda di donna Matelda e cotali altri ciancioni, li quali egli aveva molto cari, e tutti per la salute dell’anima sua se gli serbava molto diligentemente.
Ora aveva costui una bellissima donna e vaga per moglie, la quale ebbe nome monna Tessa e fu figliuola di Mannuccio dalla Cuculia, savia e avveduta molto. La quale, conoscendo la semplicità del marito, essendo innamorata di Federigo di Neri Pegolotti, il quale bello e fresco giovane era, ed egli di lei, ordinò con una sua fante che Federigo le venisse a parlare ad un luogo molto bello che il detto Gianni aveva in Camerata, al quale ella si stava tutta la state; e Gianni alcuna volta vi veniva la sera a cenare e ad albergo, e la mattina se ne tornava a bottega e talora a’ laudesi suoi.
Federigo, che ciò senza modo disiderava, preso tempo, un dì che imposto gli fu, in su ‘1 vespro se n’andò lassù, e non venendovi la sera Gianni, a grande agio e con molto piacere cenò e albergò con la donna; ed ella, standogli in braccio, la notte gl’insegnò da sei delle laude del suo marito.
Ma, non intendendo essa che questa fosse così l’ultima volta come stata era la prima, né Federigo altressì, acciò che ogni volta non convenisse che la fante avesse ad andar per lui, ordinarono insieme a questo modo: che egli ognindì, quando andasse o tornasse da un suo luogo che alquanto più su era, tenesse mente in una vigna la quale allato alla casa di lei era, ed egli vedrebbe un teschio d’asino in su un palo di quelli della vigna, il quale quando col muso volto vedesse verso Firenze, sicuramente e senza alcun fallo la sera di notte se ne venisse a lei, e se non trovasse l’uscio aperto, pianamente picchiasse tre volte, ed ella gli aprirebbe; e quando vedesse il muso del teschio volto verso Fiesole, non vi venisse, per ciò che Gianni vi sarebbe. E in questa maniera faccendo, molte volte insieme si ritrovarono.
Ma tra l’altre volte una avvenne che, dovendo Federigo cenar con monna Tessa, avendo ella fatti cuocere due grossi capponi, avvenne che Gianni, che venir non vi doveva, molto tardi vi venne; di che la donna fu molto dolente, ed egli ed ella cenarono un poco di carne salata che da parte aveva fatta lessare; e alla fante fece portare in una tovagliuola bianca i due capponi lessi e molte uova fresche e un fiasco di buon vino in un suo giardino, nel quale andar si potea senza andar per la casa, e dov’ella era usa di cenare con Federigo alcuna volta, e dissele che a piè d’un pesco, che era allato ad un pratello, quelle cose ponesse.
E tanto fu il cruccio che ella ebbe, che ella non si ricordò di dire alla fante che tanto aspettasse che Federigo venisse, e dicessegli che Gianni v’era e che egli quelle cose dell’orto prendesse. Per che, andatisi ella e Gianni al letto, e similmente la fante, non stette guari che Federigo venne e toccò una volta pianamente la porta, la quale sì vicina alla camera era che Gianni incontanente il sentì, e la donna altressì; ma, acciò che Gianni nulla suspicar potesse di lei, di dormire fece sembiante.
E stando un poco, Federigo picchiò la seconda volta; di che Gianni maravigliandosi punzecchiò un poco la donna, e disse:
– Tessa, odi tu quel ch’io? E’ pare che l’uscio nostro sia tocco -.
La donna, che molto meglio di lui udito l’avea, fece vista di svegliarsi, e disse:
– Come di’? Eh? –
– Dico, – disse Gianni – ch’e’ pare che l’uscio nostro sia tocco -.
Disse la donna:
– Tocco? Ohimè, Gianni mio, or non sai tu quello ch’egli è? Egli è la fantasima, della quale io ho avuta a queste notti la maggior paura che mai s’avesse, tale che, come io sentita l’ho, ho messo il capo sotto né mai ho avuto ardir di trarlo fuori sì è stato dì chiaro -.
Disse allora Gianni:
– Va, donna, non aver paura, se ciò è, ché io dissi dianzi il “Te lucis” e la ” ‘ntemerata” e tante altre buone orazioni, quando al letto ci andammo, e anche segnai il letto di canto in canto al nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, che temere non ci bisogna, ché ella non ci può, per potere ch’ella abbia, nuocere -.
La donna, acciò che Federigo per avventura altro sospetto non prendesse e con lei si turbasse, diliberò del tutto di doversi levare e di fargli sentire che Gianni v’era, e disse al marito:
– Bene sta, tu di’tue parole tu, io per me non mi terrò mai salva né sicura, se noi non la ‘ncantiamo, poscia che tu ci se’-.
Disse Gianni:
– O come s’incanta ella? –
Disse la donna:
– Ben la so io incantare; ché l’altrieri, quando io andai a Fiesole alla perdonanza, una di quelle romite, che è, Gianni mio, pur la più santa cosa che Iddio tel dica per me, vedendomene così paurosa, m’insegnò una santa e buona orazione, e disse che provata l’avea più volte avanti che romita fosse, e sempre l’era giovato. Ma sallo Iddio che io non avrei mai avuto ardire d’andare sola a provarla; ma ora che tu ci se’, io vo’ che noi andiamo ad incantarla -.
Gianni disse che molto gli piacea; e levatisi, se ne vennero amenduni pianamente all’uscio, al quale ancor di fuori Federigo, già sospettando, aspettava. E giunti quivi, disse la donna a Gianni:
– Ora sputerai, quando io il ti dirò -.
Disse Gianni:
– Bene -.
E la donna cominciò l’orazione, e disse:
– Fantasima, fantasima che di notte vai, a coda ritta ci venisti, a coda ritta te n’andrai; va nell’orto a piè del pesco grosso, troverai unto bisunto e cento cacherelli della gallina mia; pon bocca al fiasco e vatti via, e non far male né a me né a Gianni mio -; e così detto, disse al marito:
– Sputa, Gianni -; e Gianni sputò.
E Federigo, che di fuori era e questo udiva, già di gelosia uscito, con tutta la malinconia, aveva si gran voglia di ridere che scoppiava; e pianamente, quando Gianni sputava, diceva:
– I denti -.
La donna, poi che in questa guisa ebbe tre volte la fantasima incantata, al letto se ne tornò col marito.
Federigo, che con lei di cenar s’aspettava, non avendo cenato e avendo bene le parole della orazione intese, se n’andò nell’orto e a piè del pesco grosso trovati i due capponi e ‘1 vino e l’uova, a casa se ne gli portò e cenò a grande agio. E poi dell’altre volte, ritrovandosi con la donna, molto di questa incantazione rise con essolei.
Vera cosa è che alcuni dicono che la donna aveva ben volto il teschio dello asino verso Fiesole, ma un lavoratore, per la vigna passando, v’aveva entro dato d’un bastone e fattol girare intorno intorno, ed era rimaso volto verso Firenze, e per ciò Federigo, credendo esser chiamato, v’era venuto; e che la donna aveva fatta l’orazione in questa guisa: – Fantasima, fantasima, vatti con Dio, che la testa dell’asino non vols’io, ma altri fu, che tristo il faccia Iddio, e io son qui con Gianni mio -; per che, andatosene, senza albergo e senza cena era la notte rimaso.
Ma una mia vicina, la quale è una donna molto vecchia, mi dice che l’una e l’altra fu vera, secondo che ella aveva, essendo fanciulla, saputo; ma che l’ultimo non a Gianni Lotteringhi era avvenuto, ma ad uno che si chiamò Gianni di Nello, che stava in porta San Piero, non meno sofficiente lavaceci che fosse Gianni Lotteringhi.
E per ciò, donne mie care, nella vostra elezione sta di torre qual più vi piace delle due, o volete amendune. Elle hanno grandissima virtù a così fatte cose, come per esperienzia avete udito; apparatele, e potravvi ancor giovare.

Il “pantasimo” della nonna Checca è invece un uso aggettivale forse ancora più antico, visto che il ф (ph) veniva reso nei primi prestito dal greco in latino con una semplice p, successivamente con ph, e solo in tempo moderni con f.

Chissà che paura delle fantasime, nelle notti passate davanti al camino a raccontarsi storie l’un l’altro, prima dell’avvento della tv e dei suoi fantasmi splatter holliwoodiani!

Quanta malinconia nell’attesa di separarsi da certe voci capitate come per miracolo da un tempo che appare ormai quasi fiabesco. Non si è mai pronti a lasciar andare qualcuno che si ama, neanche quando ha 90 anni.

Abbiate pazienza: potrei non essere dell’umore adatto per scrivere per un po’.

Nel frattempo: buona vita a tutti!

 

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17 commenti

Archiviato in lingua e vita vera

17 risposte a “Pantasimi, Fantasime e fantasmi

  1. coccoina

    Al dolore che ti ha trovata, annodo il mio intero silenzio.

  2. twiga52

    Oh, skakkina! Fosse vero che c’è un luogo dove nonni e nonne si ritrovano… Ho mandato un post a nonna Ada, che si è trasferita già da un po’ alla bella età di novantasei anni. Se riesce a trovar nonna Checca, faranno combriccola. Lo stampo era quello.

  3. skakkina

    In tal caso, Twiga, ci sarebbe anche nonna Marcella, madre, padre e pilastro della mia vita, da cui mi sono separata già molti anni fa.
    Mi piace pensare che siano in un bel posto, anche se razionalmente non ci credo. Ma il cuore chiama all’irrazionalità. Così, anche se sono scettica, agnostica e chissà cos’altro, l’altro giorno in chiesa, ai suoi funerali, ho pregato, perché lei ci credeva. E perché sarebbe troppo triste credere che lo spirito vivo e battagliero di cui godevamo fino al giorno prima sia andato perso nel tempo… come lacrime nella pioggia.
    Grazie Twiga e Coccoina.

  4. twiga52

    Troppo scontato per farci un post skakkina. Unico regalo “stupidamente” linguistico per te, per il tuo compagno e , sopratutto, per il Suo compagno del quale riesco a mala pena ad immaginare la desolazione, qualche perla di nonna Ada.
    Nonna Ada diceva:
    A figlie e nipotine soprapparto (non mancava mai) – Pazienza nini, son dolori scordoni-

    Ai nipoti che le facevan le fusa per ottener qualcosa:
    -Chi più dell’adusato carezzar mi suole, o buggerato m’ha, o buggerar mi vuole – e subito rideva.

    Alle figlie che le portavano bei tagli di stoffa a pois bianco/nero o bianco/blu perchè ci si cucisse qualcosa: -Me lo metterò da vecchia- e aveva passato gli ottanta.

    Insegnando a lavarsi alla nidiata di nipoti: – Da giovani per piacere, da vecchi per non dispiacere-

    Non ha fatto mai una piega nonna Ada, incorrutibilmente dedita alla famiglia ed agli affetti, salvo spaccare la camera nuziale quando si accorse che, durante una sua breve assenza, il nonno aveva approfittato spudoratamente della casa libera.
    Ti abbraccio ska e “tacchinate” da vicino il supersstite, che ora è quello che dà più preoccupazione

  5. twiga52

    Troppo scontato per farci un post skakkina. Unico regalo “stupidamente” linguistico per te, per il tuo compagno e , sopratutto, per il Suo compagno del quale riesco a mala pena ad immaginare la desolazione, qualche perla di nonna Ada.
    Nonna Ada diceva:
    A figlie e nipotine soprapparto (non mancava mai) – Pazienza nini, son dolori scordoni-

    Ai nipoti che le facevan le fusa per ottener qualcosa:
    -Chi più dell’adusato carezzar mi suole, o buggerato m’ha, o buggerar mi vuole – e subito rideva.

    Alle figlie che le portavano bei tagli di stoffa a pois bianco/nero o bianco/blu perchè ci si cucisse qualcosa: -Me lo metterò da vecchia- e aveva passato gli ottanta.

    Insegnando a lavarsi alla nidiata di nipoti: – Da giovani per piacere, da vecchi per non dispiacere-

    Non ha fatto mai una piega nonna Ada, incorrutibilmente dedita alla famiglia ed agli affetti, salvo spaccare la camera nuziale quando si accorse che, durante una sua breve assenza, il nonno aveva approfittato spudoratamente della casa libera.
    Ti abbraccio ska e “tacchinate” da vicino il supersstite, che ora è quello che dà più preoccupazione

  6. coccoina

    Infarinato di Boccaccio e pronto d’anima ad esser fritto croccante, dopo aver sentita la tua esternazione di pieno e sano dolore, all’ombra di una figura di Morte così quieta, accettata e naturale – non di nero vestita, ma colorata di amata nonna; infarinato, dicevo, e contento d’esser fritto, ‘fuori sacco’ mi pizzica la voglia di raccontarti un episodio di vita ‘a orecchio’, capitatomi recentemente.
    Ero annegato e cullato dentro i profumi esotici di una macelleria di lingua egiziana (che non ho ancora capito come accidenti trattino la carne coloro che vengono dalle sponde meridionali del Mediterraneo, così accucciata com’è, alla ‘garibaldina’, in disciplinato disordine sul bancone), quando tra il giovane e ridente garzone ed un distinto signore dal bel viso, che poi ho saputo essere libanese, è intercorsa una ‘sciascicolata’ conversazione, che suonava pressappoco così: “Arabo arabo arabo arabo ‘un petto di pollo’ arabo arabo arabo arabo ‘un chilo di spezzatino’ arabo arabo arabo…”, e via guttaspirando.
    A parte l’ustare, sempre ‘a orecchio’, una Italia che si avvia trotterellando a un dopodomani pieno di ‘suoni e cultura novelli’, la curiosità musicale di questa specie di ‘cocktail’ linguistico’ mi ha talmente attimpanato che: “Mi perdoni, signore: quale ragione tiene il fatto che lei intercali parole italiane, così diverse dai guttureggi e vocali aspirate dell’arabo, da sembrar tra parentesi – quando parla al garzone?”.
    “Mi viene più facile!”, è stata la risposta.
    Son rimasto a mezzaluna!
    A te, magica fonoglottica, arricchire e adornare questa statica e nuda ‘figura’, se vuoi.
    Insciallà!

  7. twiga52

    inshallah… coccoina…. Piero ha rabbrividito

  8. skakkina

    Meravigliosi amici che sempre sapete regalare un sorriso! 🙂
    Anche con questa tristezza di reflusso e – per non farmi amncare niente – pure l’influenza che mi costringe a letto coi miei pensieri!
    Bello il ricordo di nonna Ada, Twiga 🙂 In questi giorni mi sto domandando perché dobbiamo separarci da aclune persone proprio quando queste diventano… preziose, pregiate, come un buon vino, anzi, come un buon libro con tante pagine di storie che mai potremmo immaginare.
    Il superstite è inconsolabile, ma almeno non coltiva il desiderio di raggiungerla, per ora: ama vivere, si incazza che non sia più con lei, e si tormanta pensando e ripensando se possa mai averla offesa in qualcosa. L’altro giorno me lo sono coccolato ben bene e mi sono lasciata raccontare per la milionesima volta la storia del loro amore. Ascoltare è importante, e io voglio ricordarmi di questa storia per sempre. Giustamente nella camera ardente, mentre il nonno si disperava accanto alla sua sposa e tra le lacrime diceva “in tanti anni non ti ho mai toccata con un dito per farti male: solo amore!”, la mamma del mio ragazzo apostrofava i suoi figli e le noi compagne, esortandoci a prendere esempio, a non dimenticare come si costruisce un amore di più di 70 anni.

    Coccoina, impareggiabile Coccoina, mi hai fatto ridere: un po’ per il tuo essere restato “a mezzaluna”, un po’ per avermi riportato alla emtne un analogo episodio cui ho assistito molti anni orsono sull’autobus: due arabi che litigavano ferocemente, insultandosi fra aspirazioni varie per diverse fermate, finché uno dei due scende ma anche da terra, pruiam che l’autobus riparta, non molla l’attacco verbale, e gesticolando furiosamente conclude così “arabo arabo arabo arabo arabo arabo LI MORTACCI TUA!!!!!”
    Boato del bus tutto! 😀

  9. twiga52

    ahi ska! Quando arrovesci i tasti delle tastiera mi allarmo… tu così precisa! Son qui

  10. twiga52

    Sai ska, forte delle sei, giuro sei, parole di arabo che piero mi ha trasmesso, saluto ogni mattina Zaccaraia, garzone del banco di frutta e verdura con un cordiale “Saeda ibn el sharmuta!” E tu sapessi quanto ride

  11. skakkina

    Ah sì? E a ‘sto punto voglio sapere che vuol dire!
    Mica sei così azzardata da ripetere qualcosa di cui non sai il significato!?

  12. twiga52

    detto e fatto: ” Buon giorno (saeda) ibn (figlio) el (di) sharmuta (troia)”.
    Se fosse fmminana basterebbe dire “ent el sharmuta” 🙂

  13. skakkina

    😀
    Dal che si vede come gli arabi siano meno suscettibili di noi riguardo alle madri!

  14. skakkina

    Oh, Twiga, buona notizia: la mia posta (i commenti mi arrivano pure sull’e-mail) ha smesso di spammarti. Mi toccava sempre andare a ripescarti dalla cartella anti-spam, fare una carezzina alla mail ringhiosa, e ripeterle dolcemente :”TWIGA: AMIGA!”. Ce ne ha messo del tempo ma ha imparato a fidarsi di te! 😀

  15. max78

    In realtà le nonne “sono” e restano, si vede nei ricordi di Ska, Twiga… E quello che resta è sempre qualcosa di gioioso, di vivo.

    Nelle pieghe dei ricordi legati ai nonni si scoprono mille cose che non sono la Storia ma che fanno la storia! C’è tutta la sapienza – reale! – frutto di un’intera vita che ormai, giustamente (diciamo la verità) si conclude.

    Mi torna in mente mio nonno che, nelle parole di mia nonna, “era andato in Africa a pettinare i serpenti ed è tornato con la testa piena di pidocchi”: quale descrizione migliore per descrivere l’inutilità di quel tentativo di espansione colonialista? 😀

  16. skakkina

    Che meraviglia! :O Ma noi quando saremo vecchi ce l’avremo certe perle? O saremo rincojoniti da decenni di tv e di Berlusconi (perché ovviamente lui non morirà mai)?

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