9 Ottobre 2009

Di tutto un po’

Mi permetto un postarello informale informale.

Volevo darvi un segno di vita – e che vita! Doppia, addirittura! – e scusarmi della mia assenza prolungata. Mi mette un po’ a disagio non farmi trovare e non curare questa casa, ma devo anche ammettere che non so quando ciò potrà cambiare. Manca meno di un mese e c’è stato e c’è molto da fare per prepararci a quest’arrivo che ci sconvolgerà la vita per sempre, quindi è mancato il tempo, ma a dire il vero anche la testa. Mi sembra di non riuscire a pensare ad altro, e sono al settimo cielo. Mi domando cosa ne sarà della mia individualità e come e quando potrò recuperarne almeno una parte, ma per ora sono felice così, già innamorata.

Anche se la maggior parte di voi visitatori è di sesso maschile, provate a comprendermi a scusarmi in anticipo se dovessi latitare o rispondere poco prontamente a qualche interessante richiesta. Fra un mese sarà – temo – anche peggio.

Comunque in questi giorni mi sono un po’ scossa e alla fine ho risposto con un ritardo biblico al quesito di Gianca. Ma gli eventi di questi ultimi giorni mi riportano anche bruscamente alla realtà (in)civile in cui mio malgrado mi tocca vivere e mettere al mondo questo pargolo. Se ieri avrei voluto urlare di gioia che il paziente (la democrazia) forse ancora è vivo, ha mosso un dito, oggi già il morale è sceso e mi sento meno ottimista. Forse davvero era solo uno stimolo involontario, un riflesso nervoso.

Però è consolante che gli avvocati di Berlusconi  forniscano ogni volta che parlano dei potenziali spunti per questo blog. A volte mi domando chi gli scriva i testi: già il buon Ghedini si era distino per la geniale formula “utilizzatore finale”.  Ora ci si mette anche Pecorella, evidentemente invidioso di cotanto genio.

In passato nientepopodimenoché Alessandro Magno prima, e Ottaviano Augusto poi – che certo non passarono alla storia per la loro modestia – amarono definirsi primi inter pares, con amabile ossimoro, ovvero presa per il culo. Come a dire “io sono uguale e voi, ma per volere divino sono un po’ più uguale di voi”. Apprendiamo ora da Pecorella che Berlusconi sarebbe addirittura primus super pares, quindi praticamente non un uomo prescelto dalla divinità, ma la divinità stessa. Dev’essere per quello che se la legge è uguale per tutti, non lo è la sua applicazione, altra trovata interessante, ancora di Ghedini.

Diciamo che la consulta ha preso a calci in culo lui e questa strampalata tesi, ma diciamo anche che sono in cantiere altri mezzi per giungere alla stessa soddisfazione del requisito super pares, non ultimo quello sfuggito per lapsus al diretto interessato:

http://tv.repubblica.it/dossier/bocciato-lodo-alfano/lapsus-di-berlusconi-speso-200-mln-per-i-giudici/37835?video

17 Agosto 2009

Un barattolo di colla

Imperdonabilmente, ho finora trascurato di comunicare ai miei visitatori (che saranno pochi ma certamente di buon gusto ;) ) dov’è che alloggia ora l’amatissimo amico Coccoina.

Cliccate sulla colla e sarete trasferiti nei mondi a collage dell’amico Paolo. Chiunque bazzichi da queste parti anche solo di tanto in tanto sa quanto ne valga la pena. Paolo è uno che con le parole può fare quello che vuole: word painting, o meglio word collaging sì, ma di sostanza. E con il solo ausilio della  logica non logica che possiedono i sogni.

Buona lettura!

23 Luglio 2009

Neomelodici all’attacco della coerenza testuale

Nella scorsa lezione ho proposto ai miei studenti un esercizio sulla coerenza testuale, praticamente un testo in cui alcune frasi erano state “distrutte”, e andavano ricostruite, come in un puzzle. E’ un esercizio molto interessante, che permette di fare grammatica in modo meno noioso e tradizionale, e mostra come in un discorso ogni parte abbia relazione con il tutto. Al termine della lezione, abbiamo preso di petto quasi ogni parte del discorso, affrontando un testo in modo globale. Sono soddisfatta.

Domani è l’ultima lezione, e il capo si è raccomandato di proporre loro un’attività leggera, per concludere. Allora ho chiesto agli studenti i titoli di canzoni italiane che gli piacciono e di cui vorrebbero magari approfondire i testi. Inevitabilmente, sono saltati fuori i nomi degli odiati Tiziano Ferro e Giusy Ferreri. E’ uno sporco lavoro ma qualcuno deve pur farlo, quindi vado oltre le mie idiosincrasie e mi metto al lavoro. La canzone prescelta per Tiziano Ferro “Indietro”. Eccone il testo:

 Io voglio regalarti la mia vita.
Chiedo tu cambi tutta la mia vita, ora.
Ti do questa notizia in conclusione.
Notizia è l’anagramma del mio nome, vedi.
E so che serve tempo, non lo nego.
Anche se in fondo tempo non ce n’è, ma se…

[Rit]
Cerco lo vedo.
L’amore va veloce e tu stai indietro.
Se cerchi mi vedi.
Il bene più segreto sfugge all’uomo che non guarda avanti, mai.

Ricevo il tuo contrordine speciale.
Nemico della logica morale.
Opposto della fisica normale.
Geometria degli angoli nascosti, nostri.

E adesso!
Ripenso a quella foto insieme.
Decido che non ti avrei mai perduta,
mai perduta, perché ti volevo troppo.

Mancano i colpi al cuore.
Quel poco tanto di dolore.
Quell’attitudine di chi ricorda tutto, ma se…

[Rit]
Guardo, lo vedo.
Il mondo va veloce e tu vai indietro.
Se cerchi, mi vedi.
Il bene più segreto sfugge all’uomo che non guarda avanti, mai.

Dietro le lacrime che mi hai nascosto.
Negli spazi di un segreto opposto.
Resto fermo e ti aspetto.
Da qui non mi è possibile.
No non rivederti più.
Se lontana non sei stata mai.

[Rit]
Se cerco lo vedo.
L’amore va veloce e tu stai indietro.
Se cerchi mi vedi.
Il bene più segreto sfugge all’uomo che non guarda avanti, mai.

Per chi volesse gustarne anche la finissima melodia:

Mi vengono in mente anche esempi da un Sanremo passato. La Tatangelo che dedica questi poetici versi di incoraggiamento all’amico parrucchiere gay (che dite? E’ uno stereotipo? Criticoni!) che le ruba i rossetti, si infila nel suo letto e si lascia accarezzare come un gatto:

Se a chi ti dice che non sei normale

tu non piangere su quello che non sei

O dallo stesso Sanremo i Sonohra

 Guardo il cielo e non vedo altro colore
solo grigio piombo che mi spegne il sole,
l’unica certezza è gli occhi che io ho di te.,
sul mio letto il vento le fa volare,
la distanza che ci divide fa male anche a me.

Due fotografie è tutto ciò che rimane

Un vero e proprio colpo al cuore per la concordanza soggetto-verbo. Vale la pena godersi il commento musicale di quei geniacci di Elio e le storie tese:

Ma torniamo a Tiziano, il fine e indiscusso maestro del procedimento retorico barocco dell’accumulazione:

Sono un grande falso mentre fingo l’allegria,
sei il gran diffidente mentre fingi simpatia,
come un terremoto in un deserto che…
che crolla tutto ed io son morto e nessuno se n’è accorto.
Lo sanno tutti che in caso di pericolo si salva solo chi sa volare bene,
quindi se escludi gli aviatori, i falchi, nuvole, gli aerei, aquile e angeli, rimani te
ed io mi chiedo ora che farai,
che nessuno ti verrà a salvare,
complimenti per la vita da campione,
insulti per l’errore di un rigore.

Case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale
Che anche se non valgo niente perlomeno a te
Ti permetto di sognare

E ancora:

La voglia scalpitava, strillava,
tuonava..cantava..
Da notte fonda nel petto di..
Paola..oh..Paola..
La noia quella sera era troppa
E cercava, chiamava
200 principi e invece lei era la
dama del castello

Tiziano all’attacco del relativismo cromatico:

RIT:
Il tuo è un rosso relativo
Senza macchia d’amore ma adesso
Canterà dentro di te
Per la gran solitudine e..
Forza..amati per questa sera
Che domani torni in te ma
Non ti diverte perché
Vuoi qualcosa di più facile.

E’ iniziato tutto per un tuo capriccio
Io non mi fidavo.. era solo sesso
Ma il sesso è un’attitudine
Come l’arte in genere

Lo sapevate che il sesso e l’arte in genere sono attitudini (una della parole predilette del vate)? Sapevatelo!

E’ giunta l’ora di rivelare la mondo il metodo di Tiziano Ferro nello scrivere i testi. Vedete, Tiziano possiede svariati bussolotti, uno per ogni parte del discorso: sostantivi (con parecchi doppioni del termine “attitudine”), verbi, aggettivi, avverbi, pronomi, interiezioni (che comprende solo nananananana, e ohohohohoho), congiunzioni. Infila la mano in ognuno e ne estrae quello che capita. E così prendono forma le sue frasi. Qualcosa come la scrittura automatica: è uno spirito che guida la sua mano, e che ci sta lanciando messaggi subliminali.

Potrei andare oltre, o tirare in ballo anche Gigi D’Alessio, ma perdonatemi se le forze m’abbandonano.

Già domani m’aspetta una dura mattinata, ma mai dura come quella dei miei studenti, ai quali proporrò i testi che mi hanno richiesto censurati delle “parole chiave”. O almeno quelle che loro crederanno essere le parole chiave. Suderanno, si dispereranno, scalpiteranno, tuoneranno, canteranno, strilleranno (scusare, m’ha preso la mano pure a me: e che in mezzo a 20 verbi, uno che c’azzecca (copyright Di Pietro) ci dev’essere), alla ricerca della parola giusta che dia un senso a quel testo.

Senza sapere, poverini, che non c’è.

7 Luglio 2009

Il numero cinque e un fritto misto di linguistica comparata

Giorni fa ho notato che sull’hp di Repubblica campeggiava in rosso fuoco un link IL LINGUISTA RISPONDE, speciale maturità. In teoria dettato dalle stesse intenzione del mio “Chiedilo a Ska”, ma assai più frequentato. Ho riflettuto sulla cosa e sono giunta a due conclusioni: la prima è che il titolo “linguista” ispira molta più fiducia di una Ska che non si sa neanche chi sia e se abbia un pezzo di carta a suffragare le sue parole, nonché una testata giornalistica online che la sponsorizza; secondo che nel mio spazio viene usato un termine per la domanda (Chiedilo), mentre in quello di Repubblica si assicura una risposta (risponde).

Sincera, senza dubbio, ma poco rassicurante. Come quando ho detto alla mia classe di italiano che non esiste un metodo sicuro e un manuale di casistica grammaticale per scegliere a colpo sicuro tra gli ausiliari essere e avere al passato prossimo, se non delle tendenze generali, e una sorta di “sentimento” per il tipo di azione, cosa che si sviluppa con la consuetudine dell’uso, per poi scoprire che il collega che il giorno prima mi aveva sostituita aveva fornito un lungo elenco di regole: transitivi con oggetto espresso, transitivi senza oggetto espresso, verbi di movimento, ecc. Il fatto che nessuno avesse un’idea di cosa fosse un transitivo appariva secondario: l’importante era l’impressione di autorevolezza e sicurezza che l’insegnante aveva suscitato nella classe, per di più una classe di nazionalità tedesca con bisogno di certezze e regole chiare e distinte. Non parlavano più perché gli ci volevano cinque minuti per scegliere l’ausiliare, ma il loro schema mentale era salvo. Jawohl.

Ma sto divagando. Torniamo agli interrogativi linguistici. Stavo giusto per lanciarmi in un piagnisteo sul fatto che nessuno mi chiede niente, quand’ecco che arriva dall’estremo est il nostro Enrico Bo, che tutto avrebbe da insegnarmi, che mi fa una domanda su una materia sua. Infatti, con mio enorme rammarico, di lingue slave non so nulla. Ho chiesto ad Enrico tempo per documentarmi, ma non ho tempo di recarmi in biblioteca, quindi devo arrangiarmi con ciò che trovo nelle mie scartoffie. Mi limito a rispondere con le conoscenze generali di etimologia e suddivisione di fonemi nelle varie famiglie linguistiche che ho appreso a mio tempo. Chiedo scusa preventivamente a Enrico e a un eventuale slavista che passasse di qui se dovessi improvvidamente produrmi in qualche cazzata, cosa che proverò ad evitare con tutte le mie forze. Ogni ragguaglio o cazziata che mi venisse esternata da qualcuno più esperto di me sarà ben accetta.

Veniamo alla domanda di Enrico:

ho un dubbio etimologico . La parola russa пять (piat’) = cinque, (come in altre lingue slave , polacco piency) ha a che vedere con il greco penta?
sei l’unica che può risolvere, anche se hai altro per la testa, co sto caldo poi….
un abbraccio.

Tralasciamo il “sei l’unica che può risolvere”, che è una falsità. Diciamo che Enrico non ha altro per le mani. E che io me ne approfitto.

Enrico ha dedotto un’analogia sulla base di una somiglianza fonetica, cosa che può andare bene ma che molto spesso può essere fuorviante. Uno degli assiomi della linguistica comparativa recita che la somiglianza fonetica non è probante. Nell’epoca classica, e ancora prima dell’800, quando cioè la linguistica non era ancora una disciplina a sé, i grammatici usavano trarre deduzioni etimologiche sulla base della somiglianza fonica delle parole, inventando storie e dir poco fantasiose per giustificare la relazione fra due termini: in epoca classica il sostantivo CURA (“preoccupazione”) veniva interpetato come una somma delle due unità COR (“cuore”) e URERE (“bruciare”): qualcosa che brucia nel cuore, insomma. Un’etimologia non fondata su argomentazioni di grammatica storica, ma solo immaginata, si chiama etimologia popolare o paretimologia.

In tempi di villaggio globale e fervente scambio linguistico, invece, il mio amico Henning si lancia in una paretimologia… comparata. Henning è il mio amico tedesco di vecchia data, colui che è responsabile di tante svolte epocali della mia vita: per reciproca colpa, parliamo entrambi oltre alle nostre lingue madri anche la lingua dell’altro. Abbiamo in comune anche l’attesa quasi contemporanea dei nostri primi figli: il suo nascerà sei settimane prime del mio. Avendo posto termine ormai da tempo lui alla relazione con la mia amica, e io a quella col suo, siamo un po’ arrugginiti con le nostre seconde lingue, e i nostri dialoghi telefonici sarebbero qualcosa degno di registrazione. In una specie di “italesco”, facilitato dalla antica conosceza, riusciamo comunque a capirci. Parlando della futura genitorialità al telefono, giorni fa, ho pronunciato la parola “parto”.

Henning: come, come?

Simona: come cosa?

H: parto?

S: sì, parto.

H: come in tedesco, quasi.

S: no, non mi sembra… com’è che si dice in tedesco?

H: Entbindung. Bindung… lo sai, no?

S: Sì, è un legame. Binden è “legare”.

H: sì, infatti. Entbindung è come… tagliare qualcosa che è legato… slegare [ent- è un suffisso privativo]. E partire è tagliare un legame.

S: ma parto non è da partire, è da partorire.

H: e partorire viene da partire, no?

No, veramente no. “Parto” viene da PARTUM, participio passato di PARERE, “generare”, da cui anche PARENS, “genitore”. Però oltre ad avere senso è anche una delle paretimologie più belle che abbia mai sentito. Ma sul tema ovviamente mi sento un po’ sentimentale.

Ho per caso ridivagato? Era per dire che la somiglianza fonica è spessissimo accidentale, e in questo caso ha condotto Henning a vedere un rapporto inesistente fra “parto” e “partire”, aiutato da un collegamento semantico col termine in uso nella sua lingua.

Nel dubbio di Enrico la somiglianza invece non è accidentale, ma genetica, per così dire. I numeri cardinali sono uno degli elementi condivisi da tutte le lingue indoeuropee, ovvero la famiglia linguistica a cui appartengono pressoché tutte le lingue europee, quelle asiatiche settentrionali, parte delle asiatiche meridionali. La lingua indoeuropea affonda nella notte dei tempi, anteriore agli albori del padre del latino, l’italico, ed è ovviamente solo una lingua ricostruita. La ricostruzione avviene tramite il confronto fra le lingue indoeuropee più antiche attestate, quali il latino, il greco, il sanscrito, lo slavo, il germanico, il celtico, e così via.

Da ciò consegue che il termine russo per “cinque” ha sì a che vedere con il greco, ma non direttamente, bensì per comune derivazione dal termine (ricostruito) indoeuropeo per “cinque”. Diciamo, semplificando, che i termini russo e polacco si somigliano in quanto fratelli, figli del protoslavo, mentre quelli russo e greco si somigliano in quanto cugini di secondo grado. A loro volta il greco antico e il protoslavo sono diciamo fratelli, figli dell’indoeuropeo comune. Ma anche il latino. Ora a partire dalla domanda di Enrico ne potrebbe seguire un’altra, assai più ricca di spunti, che potrebbe suonare così:

La parola russa пять (piat’) = cinque, (come in altre lingue slave , polacco piency) ha a che vedere con… l’italiano “cinque”?

Perché in effetti il grado di parentela è più o meno il medesimo.

Dell’indoeuropeo, morto e sepolto, non possiamo conoscere per forza di cose nessuna parola effettiva, ma solo radici ricostruite. Come si ricostruiscono queste radici? Confrontando i fonemi di parole delle lingue attestate, ed osservando corrispondenze costanti nelle stesse posizioni.

Un esempio facile viene dalle lingue romanze: fr. huit, it. otto, sp. ocho, se confrontati con fr. nuit, it. notte, sp. noche, suggeriscono che alla base di queste corrispondenze ci sia un medesimo fonema originario che ha avuto sviluppi diversi ma costanti nelle  lingue romanze. Nel caso del latino siamo fortunati perché conosciamo le due parole di riferimento, OCTO E NOCTE(M), e da queste basi certe possiamo partire per l’eventuale ricostruzione di parole non documentate nel latino letterario, ma solo ipotizzate, a partire dalla medesima corrispondenza di fonemi osservata sopra: vale a dire che se troviamo una parola francese con il fonema indicato dalle lettere -it-, cui corrispondono una italiana con -tt- e una spagnola con -ch-, possiamo star quasi certi che la parola latina avrà avuto un -CT-. DAvanti alle parole ricostruite si usa un’asterisco per significare che si tratta di parola solo ipotizzata.

Quando manca la fonte, come nell’indoeuropeo, abbiamo solo delle radici con asterisco. Il confronto delle corrispondenze fonetiche fra le parole per “cinque” porta alla ricostruzione di una radice *penkwe. Quelli in neretto sono i due fonemi presi in considerazione (il secondo si chiama labiovelare sorda ed è il nostro <qu> di quadro): corrispondenze uguali fra le uguali lingue prese in esame mostrano tutte un p iniziale che lascia supporre un *p indoeuropeo, mentre la labiovelare ha avuto diversi esiti: si è conservata in latino (ad esempio QUATTUOR), si è mutata in p o t in greco (TESSARES in attico e PETTARES in eolico), mentre nelle lingue di una sottofamiglia dell’indoeuropeo è confluita in [k] (c “dura”). A quest’ultima sottofamiglia appartiene lo slavo: sviluppi di c “dura” in c cosiddetta “dolce” (come in cena) sono secondari (anche in latino la c era solo dura, anche davanti ad e ed i ed è divenuta dolce solo successivamente in queste posizioni: Cicerone si pronunciava KIKERO): il polacco piency rispecchierebbe questo modello (e qui il condizionale ci sta a pennello perché non mi permetto certezze in un cammpo non mio).

Per quel che riguarda il russo invece non saprei che dire, perché laddove il polacco presenta una c che cade a fagiolo nel mio ragionamento, il russo ha una dentale, sebbene “dolce”. Dovrei sapere che aspetto avesse precisamente la parola per cinque in proto-slavo, ed invece ciò che per uno slavista è l’abc per me è il buio più totale. Mi aspetterei la lettera ч che indica la nostra c di “cena”, come infatti in четыре (quattro). Ma la mia ignoranza in questo campo è tale che posso smettere di scervellarmi, perché bisognerebbe sapere oltre alla forma proto-slava (diciamo la forma madre di russo e polacco) anche un po’ di nozioni di grammatica storica del russo. I motivi per sviluppi “devianti” possono essere molti, ammesso che questo lo sia e che io non abbia toppato altrove in questa analisi.

Ma veniamo al nostro cinque italiano. I fonemi consonantici in *penkwe sono appunto /p/ e /kw/, che in questa successione in alcune lingue vanno incontro ad assimilazione, vale a dire che uno si muta nell’altro: nell’italo celtico il primo si è assimilato al secondo, come si può vedere nel latino QUINQUE e nell’irlandese moderno coic. Successivamente, nel passaggio dal latino classico a quello tardo, si è invece avuto il fenomeno inverso, cioè la dissimilazione di due fonemi uguali: il primo dei due da velare (duro) è divenuto palatale (dolce). Il fatto che questo sviluppo non sia uno sviluppo dell’italiano ma sia da attribuire ad un patrimonio romanzo ancora indifferenziato è dimostrato dal fatto che anche le altre lingue romanze presentano lo stesso fenomeno (fr. cinq, sp. cinco, ecc.)

Un tipo diverso di assimilazione si era prodotto invece nel ramo gotico: in questo caso è il secondo fonema ad assimilarsi al primo, dando come risultato *p… *p…, poi divenuto *f… *f… per ragioni ancora più tecniche che è impossibile affrontare qui (si tratta di uno sviluppo tutto personale del germanico chiamato rotazione consonantica). Il risultato fu un gotico fimf, rappresentato dal tedesco moderno fünf.

E così scopriamo che penta, cinquefünf sono… la stessa parola. Oh, meraviglia della linguistica comparata! Figli degeneri con scarse somiglianze con il proprio avo ma lo stesso patrimonio genetico.

Sempre meno sorprendente che scoprire che l’armeno erku è lo stesso di “due”.

Per rispondere alla domanda di Enrico sarebbe bastato un “sì”, magari aggiungendo la semplice considerazione che non viene dal greco ma si tratta della stessa famiglia linguistica. Però sarebbe stato meno divertente, no?

Ah, le risposte a “il linguista risponde” sono brevi e coincise. Decisamente devo aggiungere un terzo motivo alla mia riflessione sullo scarso successo della mia rubrica.

25 Giugno 2009

“Escort” e “end-users”

Ma come ci piace l’inglese! Dà una certa dignità a qualunque cosa, no? Ricordo ancora lo scambio di mail fra il mio compagno e una dei suoi capi-progetto, in cui si parlava della loro mission e della loro vision. Mi ci feci un sacco di risate.

Solo due parole di sfuggita, quasi una pallida abat-jour accesa su una deduzione già di suo fin troppo evidente: quelle per le strade sono puttane, zoccole, mignotte, più educatamente prostitute, metaforicamente lucciole. Quelle che frequentano palazzo Grazioli e i “lettoni grandi” sono escort, accompagnatrici. Ma io direi anche ministri.

I clienti che di notte, con la visiera del cappellino calata sugli occhi vanno a caricarsele per via, rischierebbero dai 2 ai 6 anni di reclusione se venisse approvato il DDL Carfagna, in quanto correo di uno schifoso fenomeno di sfruttamento, mentre i vecchi primi ministri che giocano alle mille e una notte, e fanno i paparini novelli Humbert Humbert non con una ma con decine di Lolite e qualche accompagnatrice più stagionata ma dalla comprovata esperienza non sono che “utilizzatori finali”.

Utilizzatore finale è un calco semantico di end-user, un’espressione presa in prestito dal linguaggio informatico per designare un’astrazione, ovvero sia l’utente finale di un software, passato per le mani di programmatori: quello che non conta nulla e nulla può, e a cui tocca pure subirsi zozzate come Windows Vista senza aver possibilità di scegliere (come è toccato a me).

Insomma, pare che l’utilizzatore sia talmente altra cosa dal cliente, che a Palazzo Chigi si stanno stracciando le vesti per trovare emendamenti bizantini che salvino il culo a Papi. Approvazione compitino Carfagna rimandato a settembre, e festa per tutti, utilizzatori e clienti.

Da mo’ che lo vado ripetendo che questo paese sta andando a puttane.

Però che cavolo, manco le metafore son più quelle di una volta!

13 Maggio 2009

Una spazzatina

Il marketing non è mai stato il mio forte.

Scivolata in un’inattività blogghettara un po’ forzata ma in cui mi sono presto crogiolata, l’unico contributo di consulenza linguistica specifica in cui mi sono prodotta è stato ad uso e consumo di un altro blog, infinitamente più bazzicato del mio: si tratta di quello del buon Dario Bressanini, uno fra i maggiori responsabili dell’esistenza di questo sito. Dario mi chiedeva delucidazioni sul fenomeno che porta l’Amatriciana a diventare Matriciana, e un estratto dei nostri scambi elettronici/epistolari è stato pubblicato sul suo resoconto gastronomico di un viaggio a Roma. Ciò mi ha portato un numero di visite che il contatore di questo blogghetto di periferia non aveva mai registrato.

Miiiii, che figura! Tutta ’sta bella gente viene e trovarmi e trova la serranda chiusa. E io me ne accorgo solo oggi, portata di forza per entrambe le recchie: una fra le dita di Enrico Bo, l’altra fra quelle di Unodicinque.

E vabbè, è così: mi piace star nascosta dietro le quinte.

Dice: “dai un segno di vita”. Ecchilo qua. E che vita! Ve ne ho mandati, di cenni, vi ho pensato, allungata sulla sdraio in terrazzo, a godermi i fiori appena piantati, a sonnecchiare e a leggere. Solo che era un pigro e lento ciao ciao con l’occhio socchiuso e la manina rasoterra, e concentrati sullo schermo come eravate, non m’avete visto.

Ma questa è solo cronaca degli ultimissimi giorni. In realtà a mia discolpa posso dire che prima sono stata impegnatissima, fra visite, prelievi, ecografie, le solite lezioni private, un po’ di burocrazie, un po’ di rognette da risolvere, e impegni saltuari ma praticamente imprevedibili e dell’ultimo minuto di una scuola in cui sono diventata il jolly, non ho fatto che correre…. e dormire per il tempo restante.

Ebbene sì, una scuola di lingue m’ha chiamato. Ma non c’è da entusiasmarsi, queste scuole di oggi sono per i rapporti occasionali. Sono un’insegnante oggetto. Mi chiamano oggi per domani, e l’orario è sempre un mistero destinato a risolversi nelle ultime 12 ore precedenti la lezione. Spesso non si sa quale sarà la classe, e quasi mai viene definito a quale livello del programma la intercetterò. Del resto il programma stesso è vago e quasi inesistente, e non c’è un libro di testo. Si vede l’improvvisazione come un valore, identificandola con un non meglio specificato “andare incontro alle esigenze dello studente”.

Ci siamo incontrati una sera di fine aprile, io e il direttore, ovviamente per una lezione da tenere la mattina successiva. Non mi dilungherò sul verboso scambio intercorso fra noi. Basti dire che le nostre idee sulla glottodidattica sono agli antipodi, ma per cieca fiducia o stringente necessità la relazione ebbe comunque inizio. Fra le nostre divergenze maggiori, la preferenza per i testi invece che per le frasi e l’uso di testi “autentici”. Come ho già specificato qui, io – in continuità con le mie ultime esperienze formative – lo ritengo uno dei punti più importanti da cui partire per l’apprendimento. Lui, invece, sostiene che allo studente alle prese con una lingua straniera va sottoposta come modello una lingua quanto più “neutra” possibile. Allora chiedo cosa intenda per “neutra”, e lui mi spiega che non deve essere marcata né in senso dialettale, né ironico, né giornalistico, ecc. Per quanto mi riguarda: un’utopia. Una lingua così non esiste. La lingua è sempre marcata perché ha sempre uno scopo comunicativo a cui rispondere. Ed è utile illuminare lo studente sul perché della scelta di una forma anziché di un’altra in relazione allo scopo comunicativo in esame.

Un giorno in classe trovo sulla cattedra del materiale autoprodotto rimasto lì dalla lezione precedente, delle frasi da completare. Si vuole esercitare il condizionale. Una delle frasi si presenta così

Il prossimo Papa (potrebbe) essere un negro.

Alla faccia della neutralità!

Ma d’altronde il valore di “neutro” dipende dal contesto di riferimento, e ognuno c’ha i neutri e i ministri dell’Interno che si merita. Però a questo punto io rifiuto la frasetta sospesa nel nulla, e la voglio mettere in bocca a qualcuno che vada ripetendo che l’Italia NON DEVE (puntando i piedini per terra), allora sì la posso presentare allo studente come rappresentativa. D’altronde si studia sempre “lingua e cultura”, no?

Non faccio il nome della scuola per ovvie ragioni. Ad ogni modo non sarà l’amore della mia vita professionale, ma si cresce anche attraverso esperienze come queste. Anche perché mentre scrivo mi comunicano un impegno più continuativo per le prossime due settimane.

Per il resto, tutto meravigliosamente bene. Si affaccia l’estate e il bikini non mi starà bene come l’anno passato, ma mi aspettano ben altre gioie.

Ho pure ricominciato il corso di pittura e mi sa che non me la cavo troppo male. Devo darci sotto con l’olio almeno finché posso permettermi di tenere fuori la trementina senza che una micromanina ci si tuffi dentro. Poi si passerà all’acrilico, all’acquerello, o molto più plausibilmente si tornerà… ai pastelli a cera!

Questa era solo una spazzatina per rendere il locale più presentabile. Lascio la serranda a mezz’altezza, così chi vuole entra e dà un’occhiata. La titolare sta nel retrobottega a leggersi “La storia” della Morante, stupita della sua ancora cocente attulità, ma se sente scampanellare magari riaccende pure le luci e ricomincia a trafficare. Un po’ di pazienza, però: si muove un po’ più pesantemente di prima.

10 Aprile 2009

Ci scusiamo per l’interruzione…

Gli ostinati che continuano a passare di qui se ne saranno già accorti: non scrivo più.

…………………(censured)

Avevo scritto una seria di motivazioni sul perché e sul percome, ma a rileggerle mi sembrano proclami, mi fanno prendere più sul serio di quanto faccia io stessa, e hanno un sapore di definitività che non mi appartiene.

Il tutto si può sintetizzare in queste parole: le mie attenzioni ora sono focalizzate da altro.

Non vuol dire che il blog chiude, che va in una pausa a tempo determinato, o altro: è la constatazione di una mia tendenza di questo periodo. Se verrò colta dall’ispirazione scriverò, magari a singhiozzo.

E poi sto ancora decidendo se mettermi “in proprio”. Aprendo la bacheca di WordPress guardate che proposte che trovo:

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Son cose…

16 Marzo 2009

Nostalgia

Nel rispondere a Niki, che in un commento ad un mio post lamenta nostalgia, ha preso mentalmente forma questo post, dedicato proprio alla malattia dell’emigrante.

Sebbene, infatti, avessi già notato che in tutte le lingue (e quando dico tutte le lingue penso solo a quelle che conosco io, che sono ben lontane dall’essere “tutte”) il termine è sempre composto da uno che significa “casa”, “ritorno” e uno che significa “dolore”, “malattia”, ho sempre pensato che fosse alquanto poetico, retorico, ricorrere alla nozione di malattia, come a dire che il desiderio di casa può essere così forte da rasentare il patologico.

Invece, guarda un po’, è esattamente al contrario che si sono svolte le cose: “nostalgia” è uno di quei termini che, nati nell’ambito medico, specialistico, si sono stemperati in un’accezione più generica e di uso comune. E’ quanto è accaduto anche a termini come “isterica” (che talvolta viene usato addirittura anche al maschile, nonostante venga dalla radice di “utero”), o “paranoico”, provenienti dall’ambito psichiatrico.

Altra cosa che forse non tutti sanno (anche per me è una scoperta) è che il termine è davvero giovane: risale a poco più di tre secoli fa. La storia vale la pena di essere raccontata: nel 1688 il futuro medico svizzero Johannes Hofer descrisse nella sua tesi di laurea una misconosciuta malattia dalla ben precisa sintomatologia psicofisica, e che sembrava cogliere i militari svizzeri lontani da casa. Hofer l’avrebbe chiamata volentieri Heimweh (che è tuttora uno dei termini in uso in tedesco per “nostalgia”), ma nella tesi, scritta in latino, aveva bisogno di un nome che suonasse più scientifico: così ricorse a un neologismo dal greco, lingua scientifica per eccellenza a causa della sua capacità compositiva,  e che infatti ha fornito alla lingua scientifica internazionale una quantità enorme di termini, tutti relativamente recenti. (Non si può parlare a rigore di “prestiti”, ma di vere e proprie composizioni date da montaggi di parole già esistenti in greco).

Nella tesi di laurea esitò fra nostomania (mania del ritorno), philopatridomania (mania dell’amore per la patria), e nostalgia (dolore del ritorno, da nostòs, “ritorno”, e algìa, “dolore”). Alla fine trionfò quest’ultimo, che comparve nel titolo della tesi. E meno male, ché non me la immagino, la Niki, a dire che sente un pochino di filopatridomania!

Le designazioni più popolari sono: in tedesco Heimweh (“mal di casa”); in francese mal du pays; in inglese homesickness. Ovviamente una lingua che spacca il capello in 4 come il tedesco non poteva accontentarsi, e ha coniato anche Sehnsucht (da Sucht ”dipendenza”, “brama” e sehn contrazione di sehen, “vedere”: “voglia di rivedere”): forse che Heimweh sia spaziale e Sehnsucht temporale?

Tutte queste, ad ogni modo, sono inizialmente le varianti popolari del termine medico “nostalgia”, un po’ come – che so- Herpes Zoster si contrappone a fuoco di Sant’Antonio, per dire.

L’Aleardi, ancora nel 1856, nel Monte Circello la chiama “passione dei ritorni” (“e sol talora  – la passione di ritorni addoppia – col domestico suon la cornamusa “). Nel 1874 Carducci intitola “Nostalgia” un suo poemetto che parla dei ricordi della sua Maremma.

Con l’ondata migratoria di fine ‘800, insomma, il termine conosce un’ampia diffusione, ed esce dai trattati medici, nei quali viene rimpiazzata da Schweizer Krankheit, “malattia svizzera”.

Ma è solo con Baudelaire che il termine si libera dell’ancoramento e luoghi e tempi passati assume i contorni vaghi di “nostalgia di qualcosa di vago, sconosciuto”.

Tu connais cette maladie fiévreuse qui s’empare de nous dans les froides misères, cette nostalgie du pays qu’on ignore, cette angoisse de la curiosité?

(Conosci quella febbre malsana che ci assale nel freddo della miseria?, quella nostalgia di un paese mai visto, quell’angoscia della curiosità?)

Ovviamente il tedesco non poteva neanche in questo caso lasciarsi sfuggire l’occasione di creare una parola ad hoc: Fernweh (da fern “lontano” e Weh “dolore”): voglia di visitare paesi lontani, sconosciuti.

Nel frattempo la parola ha avuto in italiano un ulteriore sviluppo, inesorabilmente legato alla storia del nostro paese: nelle espressioni ”manifestazioni nostalgiche”, “saluti nostalgici”, “inni nostalgici” è in gioco un particolare tipo di nostalgia, quella del passato regime. Secondo il Migliorini quest’uso è dovuto da una parte alla volontà di evitare l’uso del termine “fascista”, dall’altro per una sorta di compatimento di tali atteggiamenti, visti come legati in modo solo platonico e romantico a un passato che non potrà mai più ripresentarsi.

Buon per il Migliorini essere morto nel ‘75 con questa mal riposta convinzione.

Interessante, e di segno opposto, è anche un neologismo tedesco (aridaje!) ottenuto dallo stravolgimento di Nostalgie: si tratta di Ostalgie, cioè la nostalgia dell’Osten, tedesco per “est”, della Repubblica Democratica Tedesca. Non ha molto a che vedere con l’ideologia politica, altrimenti non avrei detto “di segno opposto” solo perché “dall’altra parte”.

Dopo la caduta del muro e la diffusione del capitalismo occidentale, nella Germania dell’est lo stile di vita cambiò forse troppo repentinamente: per molti fu scioccante. Un film davvero meraviglioso che aiuta a comprendere il senso e le conseguenze di un così grande salto è Goodbye Lenin, la storia di una piccola repubblica democratica tedesca ricostruita in un appartamento di 79 mq, ad uso e consumo di una madre caduta in coma prima della caduta del muro e risvegliatasi dopo. Viste le sue delicate condizioni di salute i figli, per non provocarle uno shock, rivoltano i vecchi depositi cittadini per trovare oggetti tipici della DDR con cui rassicurare la madre che nulla è cambiato. A un certo punto sono i figli stessi che si fanno prendere la mano, sono forse loro per primi ad avere bisogno di ricostruire quel mondo definitivamente perduto.

L’Ostalgia è la nostalgia non di un regime, ma di un tempo in cui i bambini attendevano il Sandmaennchen, l’omino della sabbia, trasmesso alle 19.00 in tv, dopodiché tutti a letto. L’ “omino della sabbia” era un’animazione molto ingenua e buonista che insegnava ai bambini alcuni semplici valori della vita. Alla fine di ogni episodio arrivava l’omino con la barbetta a spargere la sua speciale sabbia sugli occhi dei bambini per farli addormentare: per questo i bambini si stropiccerebbero gli occhi quando hanno sonno. 

Il pupazzo Sandmaennchen è divenuto il simbolo della Ostalgie, e ricopre questo ruolo chiave anche nel film, specie in una memorabile scena finale.

L’Ostalgie è il rimpianto di un tempo in cui quando nasceva un bambino la famiglia cominciava a risparmiare per potergli regalare, al compimento dei 18 anni, la ben poco mitica Trabant, che non a caso il TIME ha catalogato fra le 50 peggiori macchine della storia.

[a sinistra: graffito dal muro di Berlino: una Trabant irrompe nella Berlino Ovest

 

 

Ecco, credo che la Ostalgie non abbia nulla a che vedere col comunismo o con un vago francescanesimo, ma più che altro con la voglia di avere lo spazio, il tempo, per poter meglio finalizzare i propri sogni e bisogni. Sapere qual è quel poco davvero necessario per vivere, per essere anziché avere.

Ma a parte tutta la disquisizione storico-etimologica, cos’è che significa più intimamente “nostalgia”? Per alcuni è un sentimento, per altri direi uno stato naturale. Io appartengo alla seconda categoria, di quelli per i quali ogni momento passato si tinge di seppia e assume un fascino insospettabile al tempo in cui esso è stato realmente vissuto. Le mattine delle vigilie di Natale della mia infanzia, ad esempio, quando venivo svegliata dalla puzza di broccoli fritti di mia nonna alle 6 di mattina, mai avrei immaginato che ciò sarebbe divenuto un giorno motivo di nostalgia.

Io vivo in luoghi, sapori, odori, rumori, luci che non ci sono più. Se chiudo gli occhi, posso rivedere perfettamente i coni di polvere nella luce pomeridiana della mia stanza, nella mia casa d’infanzia, mentre sono sdraiata per terra. Non so se sia effettivamente così, ma mi pare di esser rimasta in quella posizione per ore e ore.

Se la nostalgia è una malattia, io ci sono talmente abituata che non conosco lo stato di salute. Per me è un dolce dolore, che mi accompagna ogni istante della mia vita. Può però sfiorare il patologico quando presenta l’effetto collaterale della paura del futuro e dei cambiamenti. Quando il passato diventa una nicchia rassicurante in cui crogiolarsi. E’ utile allora riconoscere che è di se stessi, in realtà, che si ha nostalgia, di quei se stessi che si era: perché le lingue sono ingannevoli anche in questo: essere se stessi non vuol dire essere uguali.

Questa la raccomandazione a me stessa, appunto, e a tutti coloro che soffrano di nostalgia endemica.

Per chi , come Niki, invece ha tutte le ragioni di sentire l’effettiva mancanza di casa, al fine di scongiurare il peggioramento dello stato di salute nelle forme (forse esagerate) descritte da Hofer, posso solo consigliare a scopo preventivo una razione quotidiana di 10 minuti di tg4: di più è fortemente sconsigliato, onde evitare un fastidioso effetto rebound.

2 Marzo 2009

Il modo di chi non può

A Coccoina

Caro amico mio, credo che Gianni Rodari abbia spiegato in modo esemplare con questa filastrocca le ragioni che ti fanno odiare il condizionale. Sono sicura che lui era (non sarebbe stato) d’accordo con te. Un piccolo omaggio a te e a tutti coloro che non amano sospirare educatamente seduti in poltrona, ma piuttosto alzano volentieri la voce, a costo di esser definiti “sguaiati”.

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Sospiri

Vorrei, direi, farei…
Che maniere raffinate ha il modo condizionale,
mai che usi parole sguaiate,
non alza la voce per niente
e seduto in poltrona, sospira gentilmente:
Vorrei andarmene nell’Arizona, ohh
meglio, potrei fermarmi a Lisbona!
Volerei sulla Luna in cerca di fortuna…
E voi ci verreste?
Sarebbe carino, dondolarsi sulla falce
facendo uno spuntino!
Vorrei suonare!
Che ne dite?
…il pianoforte a coda…
Dite che è giù di moda?
Pazienza, ne farò senza, del resto non
so suonare…
Parlerei se volessi
Volerei se potessi
Mangerei dei pasticcini se ne avessi!
C’è sempre un SE chissà perchè,
questa sciocca congiunzione c’è l’ha tanto
con me!

Gianni Rodari, “Filastrocche in cielo ed in terra”

18 Febbraio 2009

L’agente assente

Per insegnarle a capire la struttura della frase latina,  alla ragazza cui do ripetizioni di latino insegno a fare previsioni sugli elementi logici della frase che è lecito attendersi a partire da un altro elemento.

Che so, per esempio: partendo dal verbo, se questo è transitivo è facile aspettarsi un complemento oggetto, quindi andare a cercare l’accusativo.  Se trovo “Cesare diede”, vado a cercarmi quello che diede. E  poi a chi lo diede, quindi un dativo, e così via. Partire dalla logica per scremare le forme e scartare altre ipotesi: così non bisogna scervellarsi su tutte le possibili alternative che una desinenza latina può presentare.

L’altra volta, parlando dei verbi passivi, le dicevo appunto di andare a cercare il complemento d’agente. Perché la frase passiva è un po’ una forzatura, no?

Simona fumava dieci sigarette al giorno

contro

Dieci sigarette al giorno erano fumate da Simona

 Ogni trattato di sterili esercizi grammaticali di trasformazione non ci troverebbe niente da dire, eppure la seconda frase è ridicola: le sigarette non fanno proprio niente, è il complemento d’agente che,  appunto, agisce. Per questo si chiama anche “soggetto logico“. Bisogna davvero cercarlo, perché una frase senza soggetto non esiste: al limite è sottinteso.

Oggi leggendo

 “Mills fu corrotto”

mi sono sentita confusa: dov’è il soggetto logico?

Questo processo è proprio come una frase sospesa: non ha alcun senso.