*MagagnIe

In una delle sempre più rare e annoiate incursioni nel calderone di inutile chiacchiericcio di Facebook, mi si presenta sotto gli occhi questo:
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Non è il primo né il più grave degli sfondoni che mettono sotto attacco costante le elementari conoscenze ortografiche e che sotto un’eventuale esposizione prolungata potrebbero trasformare un Umberto Eco in un Luca Giurato, ma fa sempre una certa impressione trovare cose del genere in forme destinate a durare e rimanere impresse nella memoria e negli archivi fotografici di qualcuno, perfino sulla pelle, come il “finché morte non ci separa” dell’amico di mio fratello: chi ha bisogno di morfologia quando c’è l’amore?
Io sono una linguista, e, citando Jakobson, “linguista sum: linguistici nihil a me alieno puto”, quindi non mi scandalizzo di nulla ma analizzo ogni tipo di orrore, e questo mi risulta particolarmente odioso per le finalità dichiarate nel post (assimilabile, ma più infido, a quello delle mamme che il primo giorno di scuola di mio figlio si sono presentate con scorte di carta da culo, sapone, scottex ecc per tutto l’anno) e per la tipologia dell’errore, ovvero l’ipercorrettismo. L’ipercorrettismo è la mezza boccetta di deodorante spruzzata su ascelle non lavate. Incorre nell’ipercorrettismo chi sa di essere ignorantello ma confida che con un sapiente impiego di effetti speciali nessuno se ne accorga.
La gn, infatti, è un fonema costituito da un digramma, vale a dire un’unione di due grafemi (volgarmente “lettere”) che indicano un solo suono, chiamato nasale palatale. Nasce come incontro, appunto, di due fonemi, una consonante nasale e una semivocale palatale, come nel latino INGENIUM > it. Ingegno. In pratica la velocità di esecuzione orale porta naturalmente alla modificazione reciproca di due suoni distinti, e spesso alla fusione in un nuovo fonema con valore doppio, intenso. Il fonema in questione è indicato nell’IPA (International Phonetical Alphabet) con [ɲ] (equivalente alla n con cediglia nello spagnolo), e come dice il nome stesso, è una nasale palatale, cioè una sorta di n pronunciata spiaccicando la lingua sul palato. Questo perché, come si è accennato, nessuna realizzazione fonematica può essere indipendente da quanto segue o precede, e visto che la n si pronuncia sui denti (infatti è una nasale dentale), mentre il luogo dell’articolazione della i(foneticamente [j]) è il palato, la lingua dovrebbe compiere un movimento a ritroso e in certo qual modo “scindere” i due suoni, mentre la velocità di esecuzione fa sì che si pronunci la n direttamente nel luogo della i, e che questa vocale palatale venga appunto assorbita dalla nasale stessa, da cui il nome nasale palatale. Questo spiega per quale motivo la i non debba essere scritta nei   gruppi -gna, -gne, -gno, -gnu.  Esistono delle eccezioni, e sono di carattere analogico, tipo “bagniamo”, dove la i è conservata non per ragioni fonetiche bensì per ragioni analogiche (vedi), di continuità e parallelismo con altri verbi alla stessa prima persona plurale indicativo, -iamo. Il fatto è che il sistema delle particelle “vuote”, morfosintattiche, quali le desinenze verbali, è chiuso e molto più resistente alle innovazioni di quello lessicale, e vi prevale l’analogia.
Eppure, mentre mi diletto con la lettura di Saussurre, il papà della moderna linguistica, trovo questo:
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La buonanima di Ferdinand de Saussurre era uno svizzero francofono, quindi al limite la scelta sarebbe imputabile al traduttore, ma trattandosi di Tullio De Mauro, uno dei maggiori linguisti viventi, ex presidente della Crusca, nonché mio ex insegnante che mi diede 30 all’esame (il che non mi serve comunque a un cazzo come tutto ciò che ho studiato, ma fu una bella soddisfazione per qualche ora), non può che trattarsi di scelta stilistica, essendo tollerate entrambe le varianti, l’una per ragioni fonetiche, l’altra per le suddette ragioni analogiche. E però io continuo a preferire la forma -gniamo, un po’ perché mi piace la continuità colonnare e rassicurante delle liste delle terminazioni verbali scritte in rosso, un po’ perché anche De Mauro fa scelte discutibili, quale quella di non avermi messo la lode.

Concludo criticando la mamma leccaculo un po’ gne gne (non gnie gnie) e sognando la lasagna. E non importa cosa sognate, l’importante è che sogniate. E chi non la capisce ha diritto ad una fetta di torta della mamma di Martina come premio di consolazione.

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Senni che filano via

Una delle prime cose che ho imparato al corso di tedesco, tanti anni, fa, da quel fricchettone del mio insegnante, Herr Senf, è che Spinner significava “il matto”: Ce lo spiegò nel suo solito modo originale da comune hippye anni ’70, facendoci ascoltare Der Spinner, di Nina Hagen. Aggiunse che die Spinne, al femminile, significava invece “il ragno”, e ricordo che mi interrogai a lungo sulla connessione tra le due cose: semplice omonimia accidentale? Perché un ragno dovrebbe essere folle? O un folle avere qualcosa di aracnide?

In casi come questi, è più utile cercare il tratto comune da cui entrambi i termini possano discendere, seguendo poi sviluppi semantici indipendenti: spinnen, spann, gesponnen, significa “filare”, “tessere”, cioè l’attività del ragno, ma primariamente significa “far ruotare, avvitare, girare”. Quindi spinnen , tessere, è far ruotare una spola, e per estensione il tessere del ragno. E’ interessante notare, a questo punto, che il gesto dei tedeschi per indicare la pazzia è diverso dal nsotro: laddove noi picchettiamo il dito indice sulla tempia, loro lo tengono alzato verso l’alto, sempre all’altezza della tempia, e con esso descrivono un movimento a spirale ascendente. SI tratta di un gesto del tutto simile a quello con cui noi indichiamo la dipartita di qualcuno, l’anima che si invola verso il cielo. Solo che in questo caso a volarsene via non è la vita, ma il senno. E se l’Orlando Furioso l’avesse scritto Goethe anziché Ariosto, Astolfo sarebbe andato a riprendere il senno di Orlando a cavallo di un ipporagno.

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In tedesco, il genere del nome “ragno” è femminile, così come era femminile il personaggio mitologico da cui il ragno prende nome, Aracne. Dante usa appunto il femminile “ragna”:

Dante Alighieri (Purgatorio, XII, 43-45):
O folle Aragne, sì vedea io te
Già mezza ragna, trista in su li stracci
De l’opera che mal per te si fé
.

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Aracne, straordinaria tessitrice della Lidia, mutata in insetto da Atena per la sua superbia di averla sfidata e vinta nell’arte della tessitura:

Ovidio, Metamorfosi, libro VI:

Ma la bionda dea guerriera si dolse del successo,

fece a brandelli la tela che illustrava i misfatti degli dei

e, con in mano la spola fatta col legno del monte Citoro,

più volte in fronte colpì Aracne, figlia di Idmone.

La sventurata non lo resse e fuor di senno corse a cingersi

il collo in un cappio: vedendola pendere n’ebbe pietà Pallade

e la sorresse dicendo: “Vivi, vivi, ma appesa come sei,

sfrontata, e perché tu non abbia miglior futuro, la stessa pena

sarà comminata alla tua stirpe e a tutti i tuoi discendenti”.

Poi, prima d’andarsene, l’asperge col succo d’erbe

infernali, e al contatto di quel malefico filtro

in un lampo le cadono i capelli e con questi il naso e le orecchie;

la testa si fa minuta e così tutto il corpo s’impicciolisce;

zampe sottili in luogo delle gambe spuntano dai fianchi;

il resto è ventre: ma da questo Aracne emette un filo

e ora, come ragno, torna a tessere la sua tela.

Lacci e frattaglie

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Come NON fare etimologia, ovvero farla per piegare il significato delle parole a ciò che si vuol dire. In “coraggio”, e in tutte le altre parole con la stessa terminazione, il suffisso -aggio non ha alcuna parentela con AGERE (“agire”), bensì è un prestito linguistico dall’area franco-provenzale, quindi di origine poetica, partendo dal latino -AT(I)CU(M) > -prov. -atge (fr. -age).

Di fatto, però, la prima parte della parola è effettivamente composta da “cuore”, dal latino *CORE(M), forma polivalente dei casi obliqui, analogica sul nominativo che in questo caso ha rimpiazzato la forma classica COR, CORDIS, presente in altri derivati, quindi a tutti gli effetti il nostro fantasioso e romantico writer non ha tutti i torti: il coraggio è un’emanazione del cuore, dal che consegue che tutti gli atti che denotino audacia ma non tengano come riferimento il cuore andrebbero descritti con dei sinonimi parziali quali appunto “temerarietà”, “arditezza”, e in alcuni casi perfino crudeltà. Perché spesso alcuni atti temerari nascondono proprio l’assenza di cuore spacciandola come scelta coraggiosa.

La riflessione del tutto casuale su questo graffito visto per caso due sere fa mi ha portato a riflettere su questa radice antichissima (si pensi ad esempio al greco kàrdias) che designa il cuore, e alla sua sopravvivenza nel nostro linguaggio contemporaneo. La forma classica dei casi obliqui, *CORDE(M), è ben trasparente  in “cordiale”, di derivazione dotta come tutti gli aggettivi di relazione, meno in altri casi. Mi chiedevo se anche “corda” fosse etimologicamente legato, e in effetti  pare che la radice indoeuropea *k 0 r(d) sottostia ad entrambi i termini… ma quale può essere il tratto comune a una corda e al cuore? Questa radice nominale indica un piegamento, un avvolgimento, un attorcigliamento di qualcosa: il cuore è avvolto su se stesso, e la corda è composta di fibre avvoltolate le une alle altre. Ma c’è di più: la stessa radice è alla base anche del termine “cervello”, latino CEREBRUM (> *CER(E)BERUL(U)M > *CERBELLU(M) > cervello), da leggere KEREBRUM secondo la pronuncia classica.

Cuore e cervello hanno dunque così tanto in comune da originare dallo stesso antichissimo termine? Forse che la dicotomia fra ragione e sentimento, e il localizzarli in diversi organi, sia un’invenzione tutta moderna? Si tenga presente che il latino disponeva anche del sostantivo MENS, MENTIS, che non è del tutto sinonimo di CEREBRUM, in quanto quest’ultimo indica per l’appunto un organo interno, composto di fibre legate fra di loro, così come il cuore, mentre MENS indica la capacità di astrazione di cui è dotato l’essere umano: come ho detto già qui parlando della minchia, lat. MENTULA, la radice *men/*mon indica qualcosa che sporge, qualcosa di metaforicamente acuto, come la mente, o sporgente in modo fisico, come “monte”, o come la minchia, questo a dimostrazione – se mai ce ne fosse bisogno – di quanto spesso, in alcuni soggetti, mente e cazzo non siano distinguibili l’una dall’altro.

Dunque la mente è una capacità, dicevamo, mentre il cervello non è che una viscera, una frattaglia, così come il cuore… ah, la saggezza del dialetto romanesco di mia nonna, in cui “coratella” indica le viscere, gli organi interni tutti, le frattaglie, gli scarti… Già, gli scarti, quelle cose che non contano, che si buttano, le viscere. Eppure è lì che si annidano le sensazioni, nel cuore che batte, nello stomaco che fa male e si rivolta per alternanza troppo brusca di felicità, tensione, dolore, distacco, nel cervello che pulsa stretto nelle tempie per il troppo ricordare. “Ricordare” vale appunto “riportare nel cuore”, e “scordare”, viceversa, “togliere dal cuore”. Ma qualcosa che si annida nelle viscere è spesso difficile da estirpare, come una metastasi. Sto venendo meno alla mia già scarsa professionalità e imitando il writer fantasioso, mi sto inventando che “dimenticare”, “togliere dalla mente”, non sia un vero sinonimo di “scordare”, o che sia forse più semplice, chi lo sa.

Di certo “andare d’accordo”, “accordarsi”, sono espressioni bellissime che sia passando per il tramite del cuore, sia per quello della corda, indicano legami, o essere in sintonia col cuore, o risuonare assieme. Solo che anche i forti legami vengono meno, perché le corde se troppo tirate si spezzano, allora non si risuona più, ci si scorda come una chitarra, e si scorda.

E lì sì che son cazzi, anzi, MENTULAE.

p.s. Si ringrazia l’ottimo articolo di http://www.bitculturali.it per la conferma al sospetto del legame fra cuore e corde.

Infingardi lacciuoli

S’io fui del primo dubbio disvestito
per le sorrise parolette brevi,
dentro ad un nuovo più fu’ inretito

(Dante, Par. Canto I)

 Fiamm. lib. 4. 157. Ne gli è a cura di compor le fittizie, le quali lacci sono ad irretíre gli huomini di pura fede.

(Boccaccio)

Inretire > irretire

voce dotta, primariamente attestata nel XIV sec., in Dante e Boccaccio.

Si tratta di una formazione denominale da “rete”, la rete di un pescatore, o la rete di un ragno. Non ci si lasci IRRETIRE dalla sfumatura di significato tutto sommato positiva che il verbo ha assunto nel linguaggio corrente, ovvero “sedurre,” “attrarre col proprio fascino”, si tenga invece sempre presente  il significato primario, ben trasparente, dell’inganno costituito dalla rete. Irretire vale “intrappolare con l’inganno”, che è ben altro da avvicinare qualcuno a sé solo con l’attrazione, rispettandone quindi l’individualità e il libero arbitrio. La rete è infida perché invisibile, e letale perché se ne esce solo fritti in fricassea o mummificati dal veleno del ragno.

ragnatela

Flavio dice

Io: Come fa il gatto?
F: Miao!
Io: E il cane?
F: Bau!
Io: E La mucca?
F: Muuuuu
Io: La pecora?
F: Beeeeee!
Io: La rana?
F: Craaaa?
Io: E Flavio?
F: E Flavio…. Flavio DICE!

Sì, ma che dice?
Non posso intitolare questo post “Flaviesco atto secondo” perché fra la prima fase e quella attuale ne è passata di acqua sotto i ponti. Ora parla davvero tanto, anche delle sue emozioni (paura, contentezza, triste… arriva a compiangersi alla terza persona “porello questo bambino!”), e fa proposte. Per un bambino di due anni e mezzo, a volte pare un vecchietto che rimembra il passato, ha già tanti ricordi, non tutti significativi agli occhi di un adulto: “Ti ricordi quando è caduto il sapone per terra e ha sporcato tutto il pavimento?” o “Ti ricordi quando ho infilato il tagliaunghie sotto il letto?”, episodi accaduti quasi un anno fa quando ancora non parlava, e che non si capisce perché debbano rimanere così stampati a fuoco nella sua mente.
Direi che anche sotto l’aspetto sociolinguistico sa già interagire come un parlante consumato: cazzia in modo ricercato (“che modi sono?”) e sa esortare con finezza (“cammina, su! Dai, forza un po’!”).

Certo, questo non significa però che l’acquisizione del linguaggio sia indolore. Per un bambino ci sono due aspetti positivi dell’avere una mamma linguista: la prima è che è disoccupata e quindi può stare tutto il tempo con lui, la seconda è che se la ride dei suoi sfondoni, anzi li valuta fra sé e sé, li analizza, ma non li sanziona mai, perché sa che non sono altro che segnali dell’acquisizione della lingua come sistema: il bambino non si comporta come un pappagallo, non si limita a ripetere, ma non appena percepisce il meccanismo di funzionamento di un particolare elemento morfosintattico, giustamente prova ad applicarlo, in base al cristallino principio dell’analogia (di cui ho parlato anche qui).
I pronomi sono uno degli elementi più ostici della lingua, perché non sono obiettivi, ma dipendono dal contesto, da chi sta parlando, sono dei cosiddetti deittici: allo stesso modo in cui “qui” si capisce solo vedendo dove sta chi lo pronuncia, così “io” o “mio” smettono di identificano quella particolare persona solo finché parla. Questo è molto difficile da spiegare a uno straniero fuori dal contesto, e anche un bambino ci mette un po’ ad acquisirlo come meccanismo automatico.

Io: Flavio, allora me le metto io le scarpe tue!
F: Noo, perché te le metto io, scarpe tue!

F: Dov’è nonna?
Io: E’ andata a casa sua

F (al telefono con la nonna): Sei a casa sua, nonna?

Io: Flavio, facciamo le ninne nel letto tuo, stanotte?
F: Sì, letto tuo, letto tuo!

Ma questo esempi sono di qualche tempo fa, ora lo scoglio sembra superato. Senonché nel possessivo si presenta un elemnto di rafforzamento.

F: Papà, questa penna è di tua? Questo libro è di mio!

Un grande classico sono i participi passati analogici:

mettato, scendato,  aprito, rompato

e le concordanze dell’aggettivo:

qualco bimbo

Insomma, lui sperimenta: non mi interessa correggerlo proprio mentre sta facendo delle ipotesi sul funzionamento del linguaggio, proprio ora che ha scoperto che da un verbo, aggiungendo –ato si può fare un passato prossimo. L’anomalia, la cosiddetta eccezione, arriva subito dopo, con la consuetudine, non c’è bisogno di forzare i tempi.

Certo, a volte questo fare ipotesi rasenta il surreale…. Ad esempio il telefonino del suo papà viene chiamato Giangiacomo, perché Giangiacomo  è il nome del suo collega, che lo chiama spesso, e siccome costui ha la particolarità di chiamare sempre mentre il legittimo proprietario è nel punto più lontano della casa, e io gli porto il telefono accompagnando il gesto con le parole “Tiè, Giangiacomo”, l’identificazione è presto fatta. E si porta appresso una serie di corollari, quali il “portagiangiacomo”.
Abbiamo provato a spiegargli che Giangiacomo in realtà è un essere umano, e una volta, mentre io facevo degli esami del sangue, siccome era proprio davanti al suo ufficio, il papà è venuto a badare al moccioso accompagnato proprio dal suddetto collega. Successiva verifica pomeridiana:

Io: Hai visto che oggi è venuto papà mentre io facevo le analisi? E ti ricordi con chi è venuto?

F: Con Giangiacomo!

Io: Sì, bravo, con Giangiacomo!

F: Con Giangiacomo e col signore!

Io: Flavio, quel signore si chiama Giangiacomo. Giangiacomo è una persona.

Passano i giorni. Flavio ogni tanto richiama il cellulare Giangiacomo.

Io: Flavio…

F (affrettandosi a dimostrare di aver capito): GIANGIACOMO E’ UNA PERSONA, E SI CHIAMA SIGNORE!

Il senso delle parole

Per questo amo la lingua: basta cerare tra le pieghe e spesso è lì che si annida la soluzione. Per Michela Biancofiore, “se i contestatori lo conoscessero, regnerebbe 100 anni”. Ecco, lui non governa, lui regna. sta tutta qui la cifra stilistica del berlusconismo. E i suoi elettori e i suoi alleati non sono tali, ma sudditi. Comincio a pensare che oltre ai retaggi di fascismo questo paese sia rimasto ancora invischiato in qualche forma di feudalesimo.

il travaglio del linguaggio: morfologia, fonetica e sintassi del flaviesco embrionale

premessa: questo post vuole rappresentare anche il trait d’union fra questo e il nuovo blog su gioie e dolori della maternità. Ho forti dubbi sulle mie capacità di scrivere addirittura su due blog quando per scrivere questo post ci ho mess ben due settimane di scampoli di tempo, ma non mettiamo limiti alla provvidenza.

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Io e mio (come definirlo? Ragazzo? Con un figlio sembra ridicolo! Compagno? Affettato!) marito non siamo mai stati quel tipo di genitori che “mio figlio a 7 mesi risolveva gli integrali impropri”.

Un po’ perché siamo dei tipini modesti, ma più che altro perché non ce lo possiamo permettere. Il nostro piccolo toporagno non si è mai prodotto in nessuna performance che a noi sembrasse particolarmente precoce perché potessimo vantarcene in giro, anche a rischio di ricevere uno di quei soliti sorrisi di circostanza dei tipi a) “ecco un altro genitore convinto di allevare la nuova Montalcini”; b) “il mio lo faceva a metà della sua età”; c) “che cosa preparo stasera per cena?.

Mettiamo subito in chiaro che mio figlio non è che sia tardo, rimbambito o faccia tappezzeria…. ANZI!!! Diciamo che mi dà del filo da torcere è che è in moto perpetuo. E’ solo che per quanto riguarda quei traguardi che vengono considerati tappe nello sviluppo infantile e la cui tempistica è orgoglioso tema di discussione e confronto tra le mamme alle altalene, semplicemente non ha stabilito alcun record da guinness: ha gattonato a 9 mesi, camminato a 13, si è tirato su con un sostegno a 8. Certo, suscitava un po’ di stupore misto ora ad ammirazione ora a biasimo (verso di me) il fatto che abbia usato il vasino la prima volta a 5 mesi e mezzo, ma in effetti ero io a metterlo sul vasino quando vedevo che era il momento (per approfondire vedi EC): è andata avanti così fino ai 10 mesi, a volte senza nemmeno un pannolino sporco in una giornata, poi però non è più riuscito a stare fermo quei 2 minuti necessari all’espletamento. Ci sono poi campi in cui è decisamente come un neonato, quali quello dell’alimentazione: quando ero incinta mi ricordo che leggendo lo sviluppo del feto settimana per settimana mi fece una certa impressione pensare che in quel determinato periodo si stavano formando le unghie, e siccome ero molto stanca scherzando dicevo a mio marito che fare le unghie a un bambino, ben 20, non era mica cosa da nulla! Ecco, ora lui mi rimprovera dicendo che mi sono concentrata troppo sulle unghie e mi sono dimenticata qualcosa nel primo tratto dell’apparato digerente. In pratica Flavio non è molto abile nelle deglutizione/masticazione, e fino a più di un anno non era nemmeno in grado di sbocconcellare un biscotto senza vomitare. Sono stata costretta per molto tempo a frullargli anche la minestrina, e ancora adesso non andiamo molto più in là della dimensione dei grattini.

Ma insomma, qui volevo parlare di una conquista affascinante, misteriosa e… travagliata: quella del linguaggio.

Allora: la prima parola di mio figlio è stata BITTO. Aveva 4 mesi, poppava serenamente, quando ad un tratto si è interrotto, mi ha guardata seriamente e con molta convinzione ha detto: BITTO. Non abbiamo mai capito cosa volesse dire, e non si è ripetuto presto, ma la cosa strana è che ora questa parola è risaltata fuori dal nulla e tutt’ora non riesco a trovargli uan collocazione semantica: mi indica il muso di alcune mucche su un libro ( e solo su quello) e mi dice BITTO, BITTO, BITTO!!!! Scandendolo ogni volta come a dire “ma che sei de coccio?”.

La prima parola con un senso ben percepito ovviamente è stata MAMMA (e lo avevo minacciato di morte se avesse detto prima “papà”), però non è stato emozionante come me l’ero immaginato perché non è che di punto in bianco mi ha guardato negli occhi con amore scandendo “mamma”: è stato più un mammammammamma che si è evoluto pian piano. Non saprei dire quando ho avuto la consapevolezza che si rivolgesse proprio a me, anche perché per un sacco di tempo l’ha detto solo quando era proprio disperato, tipo urlo di dolore.

Chiaramente in seguito, parecchio dopo, è venuto PAPA’. E’ interessante che le parole per “mamma” e “papà” siano pressoché foneticamente universali perché interessano il luogo di articolazione labiale, il primo che, per ovvie ragioni di sopravvivenza, il bambino impara ad esercitare da subito.

A parte queste due parole, il periodo del silenzio è stato molto, molto lungo. A dire il vero non si trattava di vero e proprio silenzio, anzi era un chiacchiericcio continuo, ma che alle nostre orecchie aveva poco o nessun senso. Verso i 18 mesi si sono aggiunti dei monosillabi a cui abbiamo potuto attribuire un significato preciso: STA significava “stella”, e la presenza del concomitante LA per “luna” purtroppo mi impediva di vantarmi del fatto che mio figlio in realtà parlasse inglese. Anche se non amo i confronti, e sono convinta che la tempistica di queste tappe non abbia nulla a che vedere con l’intelligenza o il futuro successo del pargolo, voglio qui ricordare l’incontro di Flavio con una sua coetanea con delle doti linguistiche veramente sviluppate, che a 18 mesi parlava meglio di tanta gente adulta che conosco. Stavano seduti vicini sul divano e mentre lei gli mostrava il suo libro presentandogli tutti i componenti della famiglia Barbapapà per nome e lui ascoltava compito, finché alla vista del disegno di una stellina si è animato tutto ed ha cominciato a puntare il dito sulla pagina e a ripetere ad alta voce “STA, STA, STAAA!!!”, impedendo all’amichetta di girare pagina. Della serie “questa la so e la devo dire!”.

Per amore di completezza devo specificare che da ieri LA è diventato finalmente LUNA, ma questo tipo di contrazioni è ancora molto in uso nel flaviesco. Ad esempio “comignolo” è CHIGNOLO, ma molto più interessante è CANNO, che vale tanto per “cavallo” che per “cappello”: con l’omissione  della sillaba centrale e la doppia L realizzata come NN le due parole diventano identiche. La laterale intensa (la doppia L) subisce modifiche anche in “palla” e “farfalla”, diventando ancora una volta una nasale, la M: PAMMA, FAFFAMMA. C’è perfino un caso di anagramma; “luce” è CIUE o più spesso CIU.

La fonetica del flaviesco è proprio articolata e interessante come quella di una qualsiasi lingua o dialetto naturale: evidentemente c’è la percezione della differenza fra le fonemi consonantici normali o intensi, che però vengono trattati in modo diverso. Abbiamo visto che la doppia L diventa una nasale, mentre la L singola per lo più non viene pronunciata (CAE “cane” o PAE “pane”). Sulla rotante (R) (FEO TTIO “ferro da stiro”) non mi soffermo nemmeno: posso dire tranquillamente che è uno dei fonemi che si imparano a pronunciare più tardi.

Concludo questa sezione fonetica con una serie di affricate palatali (cioè il suono C di “cena”) che sono l’esito di gruppi consonantici “complessi” come “S + consonante” o l’altra affricata dentale Z (che poi si può considerare come un gruppo consonantico complesso TS): CIOCCO (“biscotto”), BOCCIO (“mostro”),A COCCIO (“a posto”), CIOCCIO (“zozzo”, “sporco”) BUCCIA (“mosca”), BUCCIOLA (“puzzola”), e… CIACCHI (“scarpe”). Da notare come tanto M quanto P diventano semplicemente B: viene “azzeccato” il luogo di articolazione labiale e per semplificarsi la vita viene scelta la B come realizzazione di tutte le altre labiali (la P pure occlusiva ma sorda, e la M bilabiale nasale).

La morfologia nominale è ancora molto in via di sviluppo: ogni parola viene pronunciata sempre al singolare o al plurale a seconda di come è stata percepita quando l’ha imparata la prima volta: CIACCHI è sempre plurale, anche se viene indicata una sola scarpa. Anche BIBBI “bimbi”, nato da frasi come “andiamo al parco dai bimbi”, all’inizio valeva anche per un solo bambino, poi pian piano si è aggiunto un plurale maschile, BOBBO, con un’assimilazione vocalica regressiva dall’ultima sillaba a quella precedente (praticamente un classico della fonetica: in molti dialetti del centro-sud, così come in alcune lingue germaniche, la vocale precedente subisce una serie di “turbamenti” ad opera della vocale che segue), così come “Pippo” era POPPO. Per un bel po’ di tempo BOBBO valeva sia per maschi che per femmine, poi conseguentemente è stato coniato BABBA per le femminucce. Da qualche settimana però le assimilazioni sono sparite e vengono pronunciati correttamente BIMBI,BIMBO, BIMBA, PIPPO.

Nel flaviesco vanno per la maggiore le onomatopee: oggetti che fanno un rumore particolare non meritano altra denominazione. Tutto ciò che gira o frulla è VOOO (ventilatore, condizionatore, asciugacapelli, frullatore), tutto quello che ha ruote o viene trascinato è BRUM BRUM, tranne la macchina che è MEEE MEEEE, tutto quello che spruzza è TSCH TSCH. Ci sono anche “azioni onomatopeiche”: PUM (è caduto qualcosa), BUM (ha sbattuto una parte del corpo e si è fatto male), TUN (una porta o una finestra ha sbattuto). Il treno è CIU CIU, mentre il poppare è quasi uguale ma pronunciato tutto attaccato CIUCCIU’: entrambi da non confondere con “luce”, che è un CIU singolo. “Mamma oca” è diventato una volta “QUA QUA MAMMA”, e da allora tutte le oche, indipendentemente dalla presenza o meno di QUA QUA BIMBI, sono madri.

Rimanendo nell’ambito delle figure retoriche, troviamo una metonimia: CRANNI (“grande”) per “elefante” (oggetto designato per una sua qualità).

Ci sono poi dei nomi che abbiamo decifrato perché legati chiaramente a un oggetto che lui ci indica senza ombra di dubbio, ma la cui trafila fonetica è del tutto oscura: STA (“aspirapolvere”), CI (“parmigiano”), TI (“occhiali”). Poi c’è ACCU che è “gatto”, e di cui non mi spiego la persistente difficoltà nella doppia TT, che altrove è pronunciata correttamente.

Particolarmente notevole per una linguista è la sintassi verbale: di verbi ce ne sono ancora pochi e in principio fu solo ATTACCA, seguito immediatamente da STACCA. La coppia verbale valeva per tutta una serie di cose che fanno “clack” o per “mettere/togliere” (in generale o di abiti), “accendere/spegnere”, e tanti altri ambiti d0uso che ora non mi vengono in mente. Pian piano vi si stanno affiancando verbi più specifici ma ancora senza un contrario, come , API (“apri”), o CCENNE (“accendere”), che risulta uguale a CCENNE “scendere”, affiancato da SAI (“salire”). La cosa interessante è che tutta questa prima serie di verbi è all’imperativo singolare, che è il primo modo verbale imparato e impiegato nel primo stadio dell’interlingua, vale a dire il sistema linguistico in continua evoluzione di chi impara una lingua straniera. Molti ed accurati studi hanno dimostrato che uno straniero impiega per primo proprio l’imperativo, che è la forma che sente più spesso e dunque si imprime per prima nella memoria, e figuriamoci se ciò non è tanto più vero per un bambino, cui ahimé ci si rivolge per il 99 % proprio con l’imperativo. Altra forma del primo stadio dell’interlingua è la seconda persona singolare dell’indicativo, il che si spiega facilmente con le domande dirette che si rivolgono allo straniero: “vai via?”, risposta: “sì, io vai a casa adesso”). Da ieri Flavio per dire che voleva qualcosa si è espresso con “VOI, VOI, VOIIII!!!”: ovvio, dal momento che si sente sempre ripetere “Flavio, vuoi un biscotto, vuoi un po’ d’acqua, vuoi la pizza?”.

Ciò mi riporta alla mente il mio storico amico ed ex coinquilino tedesco, Henning, che alle prese con le prime interazioni in italiano, si esprimeva spesso alla seconda persona singolare anziché alla prima, e mentre cucinavamo una volta mi disse “hai messo il sale nell’acqua” e io “no” e lui “sì, hai messo il sale nell’acqua!”  e io “no, non l’ho messo!”. Chiarito l’equivoco, lui stesso giorni dopo mi raccontò, quasi “a sua discolpa”, un aneddoto simpatico di cui era stato spettatore: un bambino piccolo diceva alla mamma “Vuoi un gelato! Vuoi un gelato!” e la mamma “VOGLIO un gelato!”, e il bambino “Anch’io! Anch’io! Anch’io VUOI un gelato!”.

Ultimamente ha fatto la sua comparsa anche il participio passato: APETTO/CUCIO (“aperto/chiuso”), ACCESO, FATTO. Manco a dirlo, gli studi sull’interlingua dimostrano come il quadro verbale si arricchisca del participio passato in un secondo momento, quando il primo stadio (la forma più frequente, quella dell’imperativo, come semplice nomenclatore di azioni) è acquisito e subentra la necessita di esprimere l’aspetto di “azione compiuta”. Più di uno studioso dell’interlingua si è spinto in un forse eccessivo e forzato parallelismo tra sequenze di apprendimento della lingua materna e della lingua seconda: è evidente che già le capacità cognitive totalmente diverse degli uni e degli altri individui interessati, la presenza o meno di una lingua altra di riferimento, e tanti altri aspetti che non è il caso di approfondire qui sconsigliano di calcare troppo la mano su questo punto, però è innegabile che alcune similitudini ci sono.

Per finire – per il momento: l’avventura della lingua è appena cominciata – è degno di menzione l’uso di ECCOLO/ECCOLA non solo per gli oggetti ma anche per azioni, per il coronamento di uno sforzo: “CCENNE, CCENNE! – mentre cerca di scendere da qualcosa – ECCOLO CCENNE!”; “API, API, API… ECCOLO API!”.

Insomma, il toporagno ha ancora una lunga strada davanti a sé, e finora la frase più complessa e completa in cui si è prodotto è “API LA POTTA!” di poco fa. Tempo fa un’amica mi disse con molta convinzione di aver letto nonché sentito confermare da un’esperta pedagoga che i bambini che imparano a parlare troppo presto e troppo correttamente mostrano un’associazione precoce e biunivoca tra oggetto e nome che è spia di una mente razionale, mentre quelli che imparano a parlare sul serio più tardi si danno alla sperimentazione linguistica  in ciò mostrando una maggiore flessibilità mentale e maggiore fantasia, un temperamento più “artistico”. Non ho le basi per valutare la fondatezza di queste teorie, se rispondano a verità o se siano il classico, come si dice a Roma, “consolamose co l’ajetto” di chi magari ha avuto un figlio che ha parlato tardissimo. Posso solo dire che ovviamente nel caso di Flavio, non perché è mio figlio, ma è proprio così.