Cronache dalla maternità: lo svezzamento

Dice: “non scrivi più”.

Il fatto è che quando sei incinta tutti ti dicono che la tua vita cambierà, nessuno però si sogna di essere più preciso: ti viene espropriata. La mia vita è cambiata un milione di volte, ma sono sempre riuscita, con maggiore o minor successo o soddisfazione, a “far quadrare i conti”, a gestire il mio tempo, a infilare le mie passioni nei ritagli di tempo.

Ora invece,  il tempo è un conto alla rovescia di un quiz a premi: suonato il gong, i giochi sono finiti, e il premio in palio era una doccia (il bagno è un lontano ricordo). A volte anche mangiare pare un lusso. Pian piano l’organizzazione migliora, ma ciononostante gli imprevisti sono la regola. La cosa bella è che lo gnomo dorme tutta la notte dall’età di tre settimane, e quindi potrei approfittare delle ore notturne, da sempre a me le più congeniali, per dar fiamma al sacro fuoco dell’arte, delle lettere, dello studio. Se non fosse che mentre lo allatto spesso crollo prima di lui…

In parole povere: sono una madre, e non delle più organizzate. Ma almeno a leggicchiare mentre lo gnomo poppa riesco, a gironzolando per la rete ho scoperto che la rete pullula di mamme superfighe che riescono a crescere due o tre figlio, cucirgli vestitini a mano, bambole di pezza e fabbricare fasce portabebè,  praticare l’elimination communication, dipingere, e riuscire anche a trovare il tempo per raccontare tutto ciò, documentarlo con foto e condividerlo dunque col mondo. E badate bene che elencando tutto questo non sto subdolamente insinuando che non riescano davvero a farlo, o dare una sfumatura ironica al termine “superfighe”. Sono io che sono una pippa, mi sa. Tant’è vero che posso annunciare qui a metà post che per scriverlo mi ci sono volute diverse sessioni in diversi giorni nell’arco di una settimana.

Comunque con quanto scritto sopra non vorrei dare l’impressione di essere stanca, stressata, o peggio pentita. Stanca a volte lo sono ma solo fisicamente. (Oddio, ci sono anche giorni difficili in cui mi viene da annunciare che esco un attimo a comprare le sigarette, io che ho smesso di fumare già da tempo). Per il resto, avere Flavio è la cosa più sensata che ho fatto nella mia vita. Un tempo questa mi sarebbe sembrata una frase stucchevole da donna senza una propria individualità. Ora non è più così, e la mia individualità è per forza di cose condivisa. Diciamo che l’ “effetto pancione” non svanisce magicamente col parto, né qualche giorno dopo. A volte lo riproduco mettendo Flavio stretto stretto a me nella fascia, e lui se ne sta beato mentre faccio un dolce, stendo il bucato o faccio la fila alla posta. Altre volte il pancione è più estensibile, ma non sfora mai le pareti di casa. Non è così elastico da raggiungere qualche chilometro. E dire che ne avrei di braccia fidate a cui lasciarlo, ma sono io che non voglio. Ora che sono madre, non è che semplicemente ho un bimbo da accudire, cosa che può fare qualunque babysitter: è che una parte di me abita in lui, che pure è già una piccola persona col suo carattere, la sua personalità. Ragione per cui ancora non riesco ad immaginarmi di poter passare le ore a perdermi nei miei pensieri in libreria, o vagare per la città con un Ipod e senza una vera mèta come una volta.

Questa sensazione di simbiosi è, credo, rafforzata, cementata dall’allattamento.

Uomini, vi darò una notizia che vi sconvolgerà: davvero le tette non sono state  pensate per voi. Sono il proseguimento del cordone ombelicale. E’ evidente che mio figlio, pur avendo – come detto – già una sua evidente personalità, non ha ancora coscienza di sé, e si identifica con sua madre. Quando si attacca al seno, non sta solo soddisfacendo un bisogno fisiologico, ma anche e soprattutto emotivo: torna “a casa”. Un bimbo allattato al seno non lo cerca solo ogni tot ore per nutrirsi, ma anche quando ha mal di pancia, quando si sveglia di soprassalto per un rumore, quando gli prudono le gengive, quando si sente solo. E’ questo il motivo per cui personalmente non posso pensare di lasciarlo anche solo per un’oretta dopo averlo allattato. Siamo ancora in una fase in cui gli sono necessaria per ogni sua esigenza, che sia di tipo fisiologico o affettivo. Per questo quando mi si invita a lasciare un biberon del mio latte e allontanarmi un po’ mi prende un colpo: mi sentirei di prendere in giro mio figlio mettendogli in bocca una cosa di gomma spacciandogliela per il mio seno. Mamme che passate di qua: sia chiaro, questo è solo il mio punto di vista, non c’è giudizio di merito per chi non agisce come me, senza ipocrisia. Il tiralatte sembrava una moderna scappatoia per la mamma bisognosa di un’ora d’aria, e invece per me è stato solo lo strumento che più di una volta mi ha salvato la salute, visto che ho scoperto di essere una formidabile produttrice di latte (mio fratello dice che dovrei mettermi a fare la balia) e ho avuto una mastite con febbrone annesso.

Ma ecco che arriviamo al punto: lo svezzamento.

Appurato che l’allattamento esclusivo al seno è un periodo di simbiosi madre-figlio, lo svezzamento dovrebbe essere, anzi è a tutti gli effetti, l’inizio dell’indipendenza del bimbo, della presa di coscienza della propria individualità, innanzitutto nel nutrirsi. Infatti, da madre cozza quale ho dovuto constatare di essere, appena Flavio ha compiuto i sei mesi e gli ho offerto le prime cose alternative da mangiare, mi è presa per un paio di giorni una mezza crisi depressiva. Per dire quanto mi sono rincoglionita. Ma è passata, quindi anche noi passiamo oltre il racconto di quel momento, che davvero non mi fa onore (saranno gli ormoni, boh).

Ora: lo svezzamento così come proposto dalla maggior parte dei pediatri funziona con l’introduzione graduale di un alimento per volta, per monitorare eventuali allergie: in pratica il primo pasto che si offre al piccolo è una zozza brodaglia che via via si fa meno brodosa ma sempre zozza rimane, come quella zuppa che ci ripropinarono anni or sonoin campo scuola a Praga per una settimana, e che sembrava sospettosamente quella del giorno prima con qualcosa in più. In realtà diversi studi hanno mostrato che queste pratiche di svezzamento sono legate ad antiche consuetudini che prevedevano un abbandono dell’alimentazione lattea già a 2/3 mesi, con la conseguenza che l’ovvia immaturità dell’apparato digerente del piccolo esigeva cautela nell’introduzione degli alimenti. L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda di non cominciare mai lo svezzamento prima dei 6 mesi compiuti, poiché fino a quest’età il latte materno (o, quando non disponibile, il latte in formula) è l’alimento ottimale, in grado di soddisfare ogni esigenza del bambino. Più o meno intorno questa età, è il bambino stesso a darci chiari segnali di essere pronto: sa sedere da solo con sicurezza e senza stancarsi, ha una migliore manualità, dimostra vivo interesse per il cibo dei genitori, ruba loro il cibo dal piatto, prova a masticare e magari si fornisce pure di uno o due dentini. E’ evidente che c’è un motivo chiaro per cui la natura ha previsto che tali abilità si acquisissero attorno ai sei mesi, e non prima.

Ed eccoci quindi giunti a un suggerimento tanto semplice quanto rivoluzionario, fin troppo moderno nella sua antichità: lasciare fare al bambino ed aver fiducia in lui. Fregarsene di ricette, ricettine e dosi, non cucinare a parte per il bambino, offrirgli quello verso cui mostra interesse, darglielo solo finché ne ha voglia, senza mai forzarlo. E se mangia pochissimo? Semplicemente, integrare con il latte: pian piano sarò il bimbo stesso a chiedere meno poppa e più pappa.

Ma ahimè, il mondo è bello perché è avariato, e in questa enorme piazza che è la rete e dove si trova di tutto, mi tocca leggere che alcune madri, discutendo di svezzamento su un forum, dicono “io le prime due volte dopo gli ho dato la tetta, ma mo’ basta: deve imparare che se ha fame c’è quello e stop”. Praticamente se è vero che da una parte io sono malata di mente e se non voglio che mio figlio faccia il suo pranzo di nozze al mio seno, giustamente è ora di insegnargli piano piano a mangiare, dall’altra parte c’è chi darebbe al pargolo un pacco di pasta e una padella in mano, oppure 5 euro per andarsi a comprare un panino.

Sempre l’OMS, poi, ci ricorda che anche con l’introduzione di alimenti complementari (che è, come vedremo, un modo più esatto di definire lo “svezzamento”), il latte rimane fino all’anno di vita la fonte principale di alimentazione del bambino, e che fino a due anni è consigliabile mantenere un paio di poppate al giorno, per esempio quella prima di dormire. In barba a tutte le considerazione sulla salute del bambino, la genuinità del latte materno, le implicazioni emotive che, contrariamente a ciò che si potrebbe pensare, vedono un bimbo allattato al seno anche a lungo come più sicuro di sé perché soddisfatto nel suo bisogno di essere rassicurato, mi tocca leggere questo (qui il link per leggere tutto)

Lo svezzamento, ovvero il momento in cui si educa il bambino a bere dal biberon e in seguito a prendere le prime pappe, segna un passaggio fondamentale della vita.

Per quanto amorevole e meravigliosa sia, ad un certo punto sia noi che il nostro bambino avremo bisogno di abbandonare la pratica dell’allattamento al seno!

Simbolicamente rappresenta il completamento di quella rottura avviata con il taglio del cordone ombelicale. Il bambino si emancipa totalmente dalla madre, diventando indipendente sulla nutrizione, fondamento primo della sua sopravvivenza.

Per le mamme che hanno latte si consiglia di procedere allo svezzamento solo dopo i sei mesi.

Il primo accorgimento da tenere presente è la gradualità con cui si dovranno svolgere tutte le operazioni.

Inizieremo con l’intervallare il biberon al seno, aumentando di giorno in giorno le poppate artificiali. Il bambino non si accorgerà della sostituzione delle poppate al seno e comincerà a percepire come naturale la tettarella.

Pian piano nostro figlio sarà completamente svezzato.

Il rosso è mio e serve ad evidenziare i punti secondo me più assurdi. Che un bambino di emancipi totalmente ed improvvisamente dalla madre è falso. Il biberon viene descritto come una tappa obbligata, mentre mi sa che mio figlio (e non solo il mio) non ci passerà mai, visto che il latte lo prende da me e l’acqua che comincia a bere la beve dal suo bicchiere a beccuccio o anche dai nostri come un vero professionista. Il latte artificiale è un pallido seppur in alcuni casi (meno di quanto generalmente si voglia far credere) necessario sostituto di quello materno, e non costituisce tappa dello svezzamento a meno che la madre per qualche ragione non ne possa più, e il trucchetto di alternare il seno al biberon mi sembra crudele e scorretto nella sua dichiarata intenzione di ingannare il piccolo, minando in tal modo già a monte il rapporto di fiducia fra mamma e piccolo.

Una tale visione ci porta dritti al nocciolo linguistico della questione (che devo trovare per forza per dare un senso a questo post in questo blog): la parola “svezzamento“. Quando la sentiamo, la colleghiamo tutti per l’appunto al passaggio graduale dal latte alle pappe. Eppure, in sé, è un termine molto generico: se l’avvezzamento è un abituarsi, lo svezzamento è un disabituarsi. Ci si può svezzare dunque anche dal fumo, dal farsi le canne o dal mettersi le dita nel naso al semaforo. La cosa interessante è che “vezzo” viene dalla stessa radice di “vizio”, il latino VITIUM. Si dice che “vezzo” e “vizio” sono due allotropi di VITIUM,  cioè sono due forme che hanno avuto una diversa derivazione (e quindi una diversa storia anche semantica) dallo stesso termine di partenza: l’una, “vizio”, dotta; l’altra, “vezzo” popolare.  Eppure per una di quelle incoerenze tipiche delle lingue vive, è “vezzo” a sembrare più ricercata. Ovvero se “vizio” ha una valenza negativa, di qualcosa che fa male alla salute, tipo fumare o farsi 5 pugnette al giorno (cosa che notoriamente fa diventare cechi), “vezzo” è sì più affettuoso, ma si ammanta di un senso di superfluità. Un gesto carino ma non necessario. Di qui i vari “Oh, ma lo allatti di nuovo? Ha appena finito!” “Ma sta sempre attaccato!”, di chi poi confessa candidamente di avere allattato a suo tempo non più di un mesetto, dopodiché il latte è finito, ignorando che ciò è impossibile se si offre il seno al bambino ogni volta che lo richiede, specie i primi tempi, perché è lui a stimolare la produzione dell’esatta quantità di latte di cui ha bisogno. Da notare che spesso a premere affinché si “svizi” il prima possibile il pargolo sono persone che fumano due pacchetti di sigarette al giorno o che non sopportano di non sentire il sottofondo della tv tutto il giorno.

Ma va bene: la maternità è una disciplina in cui ogni vostro vicino alle poste o al supermercato, uomini compresi, ha acquisito 3 o 4 lauree honoris causa, e ne sanno più di te sul tuo stesso figlio. Bisogna armarsi di santa pazienza e di un educato “hmhm” di assenso (in cui è specialista il mio compagno).

Tornando allo svezzamento: per le ragioni esposte, Lucio Piermarini (e non solo lui), l’autore di “Io mi svezzo da solo” (anche qui), che è il libro da cui ho tratto le mie informazioni sullo svezzamento “naturale”, preferisce l’espressione “alimentazione complementare a richiesta”, che se è priva dell’incisività di un unico termine, è però più esatta e fa il paio con “allattamento a richiesta”, di cui è la naturale conseguenza e integrazione. Si può chiamare questo metodo (che poi in realtà è un anti-metodo) autosvezzamento. C’è da dire che l’autosvezzamento così come proposto da Piermarini è una versione un po’ più soft di quello che negli Stati Uniti viene definito Baby Led Weaning: Piermarini dice di sminuzzare più o meno, in relazione all’abilità e al numero di denti del piccolo, il boccone verso cui questi mostra interesse, mentre il BLW prevede che si lasci mangiare il bambino con le mani, senza sminuzzargli i bocconi, per permettergli di sperimentare fin da subito forme e consistenza dei cibi, lasciandogli piena autonomia nella gestione del suo proprio cammino alla scoperta dell’alimentazione adulta. Suonava così bene che ho voluto provare anch’io: ho messo Flavio nel suo seggiolino attaccato al tavolo, gli ho messo davanti il suo piatto con davanti un pezzo del cavolfiore che stavo mangiando anch’io, e ho aspettato. Il suo sguardo si è illuminato, ha allungato la manina, ghermito il fiore dal gambo, e se l’è portato alla bocca spiaccicandoselo in faccia…. irresistibile, da mangiarselo! Sono corsa subito qualche metro più in là a prendere la macchina fotografica per immortalare quel momento storico, senonché al mio ritorno la foto era l’ultimo dei miei pensieri, visto che mio figlio se ne stava a bocca spalancata senza respirare e con gli occhi sgranati. Attenzione, non ha avuto un conato, che ha già sperimentato diverse volte senza problemi e senza panico mio: aveva proprio un boccone incastrato. Al che ho scoperto due cose: la prima è che almeno con mio figlio l’istinto materno ha la meglio sulla mia proverbiale paralisi in una situazione di pericolo, così da farmi richiamare vividamente dai recessi della memoria un servizio sulle tecniche di salvataggio dei neonati visto distrattamente chissà quando, cosa che mi ha permesso in pochi attimi di slegare lo gnomo, metterlo a pancia in sotto leggermente inclinato, ed assestargli un paio di colpi decisi in mezzo alla schiena, dal basso verso l’alto, facendo uscire l’infame cimetta di cavolfiore tutta intera, che sia stramaledetta; la seconda è che ‘ste americanate non fanno per me, o almeno se ne riparlerà quando avrà uno o due denti o masticherà almeno con le gengive. Fino a quel momento, Flavio mangerà quello che vuole purché frullato, e il cavolfiore ‘o damo ar gatto.

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33 commenti

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33 risposte a “Cronache dalla maternità: lo svezzamento

  1. Che bel post, lungo lungo, quanto tempo hai trovato il tempo! Tornando al tema, ti dirò che sono d’accordissimo con te, il bimbo deve poter sperimentare le pappine (semiliquide!) quando e come gli aggrada, e contemporaneamente tornare alla tetta quando ne ha voglia. Detto da una che ha allattato completamente al seno per sei mesi e ha continuato, con alterne dosi, fino al compimento del tredicesimo mese, quando era rimasta solo la poppata prima della notte. L’ultima volta, ho dovuto toglierlo, il latte, ed è stata dura anche psicologicamente, questo per dire che, volendo, si può… Ciao, un bacione a tutti e due e buona maternità!

  2. non l’ho ancora letto, lo farò con più calma appena prendo una settimana di ferie!!!!!! Tra non scrivere nulla e scrivere un romanzo , non c’era una soluzione intermedia?!?!? :o)))
    BENTORNATA!!!!!
    PS: mo lo leggo, sa!

  3. Che bellezza risentirti , ben tornata , ma non sentirti in colpa le cose che stai facendo sono un pochino più importanti. Comunque brava, continua così e goditelo tutto il tuo magnifico bambino che non sarà mai abbastanza e il tempo passa in un attimo.

  4. Ciao Paola! Che vuol dire che hai dovuto toglierlo? Comunque anch’io ho intenzione di allattare a lungo.

    Uno, lo so, hai ragione. Sono prolissa e illeggibile, qualche volta mi vengo a noia da sola! Capisci perché non mi ci metto? E’ più forte di me. E comunque ho fatto anche di peggio. Povera la mia insegnante di italiano: erano sempre minimo due fogli protocollo!

    Enrico, grazie! Sì, infatti ho tutta l’intenzione di spupazzarmelo, anche se ora siamo nella fase dentini (che si fanno attendere ma si fanno sentire) ed è lui che non mi molla manco quando vorrei…

  5. Ciao, Ska! Mi sono spiegata male, intendevo che, la sera *dopo* l’ultima volta, ho dovuto toglierlo col tiralatte perché, ovviamente, ce n’era ancora! Insomma, la produzione lattiero-casearia continuava imperterrita, ho dovuto smettere perché il pediatra mi ha praticamente obbligato!

  6. Se non sbaglio tu hai un figlio all’università, Paola, quindi suppongo fossero gli anni ’80 o giù di lì, ed in quel periodo, a quel che ne so, l’allattamento al seno veniva addirittura scoraggiato, quindi onore a te che hai allattato così a lungo. Però lasciami dire che ritengo del tutto scorretto da parte dei pediatri – ed accade ancora oggi – entrare così a gamba tesa su una questione che dovrebbe riguardare solo gli “accordi” tra mamma e bambino.

  7. Erano i primi mesi del ’90, effettivamente. Insomma, forse dire che mi ha obbligato è eccessivo, è certo che mi ha fatto capire che era giunta l’ora di smetterla, era grandicello, aveva i dentini, e mangiava di gusto, e io mi sono fidata. Adesso ci si regola diversamente?

    • Non lo so se ci si regola diversamente, so solo che oggi l’importanza dell’allattamento al seno è assodata, ed è per quest che anche gli spot del latte artificiale devono sempre – facci caso – sottolineare che quel latte è buono…”quando l’allattamento al seno non è possibile”. Credo che la cattiva abitudine a metter bocca dei pediatri sia ancora viva, ma te lo dirò fra qualche mese, visto che mio figlio ha solo 6 mesi e mezzo. Ma già so che la mia pediatra è una poco impositiva.
      Posso dirti che l’OMS raccomanda l’allattamento esclusivo fino al sesto mese compiuto (mentre sono ancora in molti a “prescrivere” la prima frutta già al quarto o quinto mese), l’allattamento integrato con altri cibi fino al primo anno, e proseguire con l’allattamento, se se ne ha voglia, fino a due anni (oltre, va anche bene ma è sempre una scelta personale). Questa è la cosa migliore per la salute del bambino e… della mamma, dacché è assodato che il rischio di tumore al seno è inversamente proporzionale alla durata dell’allattamento e al numero dei figli allattati. Quindi io dico: non è che tuo figlio avesse 6 anni e lo andassi ad allattare in prima elementare durante la ricreazione. Perché deve essere una cosa dura a livello psicologico o per te o per tuo figlio? Male non gli fa, e non è “sconveniente”, come molti mi pare credano. Io sono convinta che arrivi un momento in cui si smette di allattare naturalmente, quando il bimbo non si mostra più interessato o la mamma ne è stanca (perché mica è un obbligo!). A quel punto quelle che ormai sicuramente erano solo poppate consolatorie si tramutano pian piano in momenti diversi di vicinanza fra mamma e bambino.

      • Ma cosa mi dici, fino ai due anni! Io l’ho allattato esclusivamente fino ai sei mesi, poi abbiamo iniziato con la frutta, successivamente una pappina, dopo un mese con la seconda pappina. Ho mantenuto l’allattamento fino ai tredici mesi compiuti, come ti scrivevo, ma per il pediatra avrei dovuto smettere anche prima, al più all’anno. Tu fai bene a continuare finché ti va, è un’esperienza bellissima, che ricordo con commozione e struggimento.

    • p.s.
      Da notare che essendomi io laureata molto tardi, e non accettando ancora a livello inconscio il fatto di avere quasi 33 anni, stavo per scriverti che erano gli anni ’70, poi ci ho ripensato e ho scritto ’80….mentre in realtà erano già gli anni ’90. Devo farmi una ragione che non sono più una pischella. Una volta al parco col mio compagno ho visto un ragazzo che faceva jogging e mi sono fermata a guardarlo perché mi pareva uno che veniva alle elementari con me, e l’ho detto al mio compagno, che ha risposto “Sì, era un tuo studente?”. Avrà avuto sì o no vent’anni… 😀

      • Avevi visto giusto, perché mio figlio è effettivamente degli Ottanta, precisamente dell’89, e all’inizio del ’90 aveva appunto circa un anno!

  8. coccoina

    Sono acquattato in un angolo di questo stanzone a centomila angoli pieno di una mamma e un bimbo giganteschi alla Ionesco e altre mamme e altri bimbi e fo l’ometto per caso di passaggio.

    Tanto per far vedere che ci sono, riscrivo pari pari quello che tu hai scritto “Quando si attacca al seno, non sta solo soddisfacendo un bisogno fisiologico, ma anche e soprattutto emotivo: torna ‘a casa’”, e fo finta d’essere stato là vicino mentre tu lo scrivevi, e lo riscrivo.

    Cosa dire di più se non che la tua Happy Hour lunga di mamma e felicità appesa mi fa felice nonostante io sia un peloso maschietto fuori gara?

    Un abbraccio rotondo e che ci siano dentro tutti.

    Paolo

    piesse: viva mamma coraggio vs cavolfiore uno a zero e il ridicolo che porti così facile a galla di tutti quegli specialisti alleva bimbi e tutti figli di matrigna e opinionisti patentati: s’io fossi un editore un bel libretto “Bimbi, istruzioni per l’uso da piccoli” te lo stamperei gratis e anche web.

    • Fuori gara sì. ma “maschietto” no. Lo sto allevando, un maschietto, e sarei fiera se divenisse un uomo (non lo scrivo maiuscolo perché fa troppo Nietzsche) come te. No, Paolo, che manualetto! Meglio rifuggire dai manuali, o magari scrivere una sola riga: guarda tuo figlio e fidati di lui, e di te.
      Sono felici e mi diverto con mio figlio: lui si fa capire, comunica a modo suo, e non potrei lasciarne a terze persone l’interpretazione. Un abbraccio!

  9. Paola

    Ciao!
    Ho letto vari articoli sul tuo blog ed é veramente interessante! Mi piacerebbe poterti chiedere delle cose; in questo periodo, dato che mi sto cimentando nello studio del tedesco, il quale mi sará obbligatorio per poter frequentare l´universitá qui in Germania, ho tempo per decidere bene cosa esattamente voglio studiare e sono propensa per la linguistica, quindi mi farebbe piacere poter avere qualche tua opinione e scambiare un po´ di considerazioni a riguardo.
    Ho letto che di tempo non ne hai molto, ma se ti va scrivimi sulla mail, ne sarei molto contenta.
    Paola 🙂

    • Ciao Paola, mi fa molto piacere il tuo arrivo in queste lande momentaneamente più abitate da bavaglini e pannolini che da dizionari! Che commozione: anch’io un tempo sono stata una che abitava in Germania, una studentessa che propendeva per la linguistica, e che studiava tedesco. Anche se non necessariamente in quest’ordine. Da quale parte della fredda ma affascinante Germania scrivi? Ti scrivo subito sulla mail così hai il mio contatto, intanto benvenuta.

  10. truehate

    ahahaha! eccezionale questo post! tutto!

    comnque io gli americani per cerche cose nn li capisco, perché non sono MAI elastici né ironici. io con la mia ciurilla ho praticato l’autosvezzamento misto al BLW, cioè non ho mai frullato nulla. pero’ con buon senso… tanto, davvero, solo noi mamme lo sappiamo (d’istinto) quello che va bene o meno per i nostri pupini. mentre nel BLW, perlomeno in quello “americano” c’e’ sempre una volontà di “riucire”, di generare il pupo più piccolo capace di ingollare la più grossa quantità di cibo duro.
    😀

    e vabbè nn commentero’ quel sito ASSURDO con le notizie sullo svezzamento! mi sono venuti i capelli bianchi! XD

    (nicoz)

  11. truehate

    aaah
    riuScire XD

  12. Ciao Nicoz, che onore vederti qui!
    Non preoccuparti, io sono una vera dislessica della tastiera!
    Sì, davvero questa ansia da prestazione sulla pelle dei piccoli non si può sentire, vale pure per l’EC: una volta ho letto una tiritera su come sia disgustoso e da disgraziate lasciar ristagnare i bimbi nella loro pipì e nella loro cacca. Flavio la cacca la fa oramai sempre nel vasino e anche la pipì al cambio pannolino, ora sta molto più asciutto, ma comunque ha indosso il pannolino (lavabile) e non mi sento disgraziata per niente, anzi. Credo che farlo al 100 % sarebbe una fonte di stress per me e per lui. Ribadisco che se non fosse stato per te non ci avrei mai provato.

  13. mi sono dedicato alla lettura del tuo post in questa sera in cui mia figlia festeggia il suo quattordicesimo compleanno con un “pigiama party”. E forse non poteva esserci momento migliore per riportare alla mente il lungo tragitto che ti porta ad essere un genitore sereno. Io ne ho dovuti avere tre per prendere le misure; te, a quel che leggo, ti stai portando avanti col lavoro. I figli imparano da noi, ma noi impariamo moltissimo di noi stessi e del mondo attraverso loro; è un viaggio che ogni giorno aggiunge qualcosa e se si ha l’umiltà di non sentirsi superiori davvero si può imparare molto. Ogni parola di questo tuo lunghissimo post sarebbe spunto per riflessioni e racconti di esperienze di cui si capisce qualcosa solo dopo; ma , come ti ho detto all’inizio, sono alle prese con un gruppetto di adolescenti in piena tempesta ormonale e allora , rasserenato dai tuoi racconti, mi vado a dedicare alla sistemazione notturna. Mi sembri una brava mamma e questo sarà un beneficio per Flavio ma anche, soprattutto , per te.

  14. CeWagnoun

    Come al solito, leggere i tuoi articoli è molto divertente

  15. Sì, Uno, davvero: soprattutto per me. La vita mi ha fatto un regalo enorme dandomi Flavio, e io faccio del mio meglio anche se, come dici giustamente tu, sto “prendendo le misure”. E qualche volta non è facile, ma da quando sono madre non c’è nulla di più importante.
    Quanto al pigiama party di tua figlia… io ho PAURA dell’adolescenza, e sono felice che a mio figlio manchi ancora molto, e pure che sia maschio… 😀

    CeWagnoun, grazie mille! Scrivere diverte prima di tutto me, ed è una delle cose che mi manca di più fare, ma le giornate da madre sono troppo corte….

    E poi scusate se rispondo solo ora, ma per l’appunto, oltre alla mancanza fisiologica di tempo dovuta alla maternità, ci si è messa di mezzo una mastite mia e la sesta malattia sua….letto e tachipirina per due!

  16. essere madri è importantissimo. Ma non dimenticare di essere anche “compagna di vita”. Scusa se dico questo ma a volte noi “compagni di vita” soffriamo un bel po’ l’essere d’improvviso messi al secondo posto (e a volte, vista la scarsità di tempo, al terzo o quarto)! :o)

    • Non credere che non ci pensi, Ale… solo che davvero difficile per noi donne far quadrare il tutto. Quando ti capita di non avere tempo di depilarti o… di farti una doccia, dura essere una buona compagnia di vita anzich uno yeti che si aggira per casa brandendo un pannolino sporco. Flavio ha avuto qualche settimana fa la sesta malattia e da allora mamma-dipendente: non posso lasciarlo solo neanche un secondo e come esco dal suo campo visivo piange disperato. Per fortuna uso la fascia portabeb e cos sopravvivo, solo che 9 kg addosso dopo un po’ ti sfiancano (sono arrivata a truccarmi con lui addosso)…speriamo sia una fase… Questo per dire che posso capire il punto di vista maschile, ma da quello femminile ti dico che spesso una donna fatica a ricordarsi di essere tale o riconciliarsi con la propria individualit, e se le si carica sopra pure il senso di colpa di mancare come compagna si rischia la crisi da sovraccarico di responsabilit e di identit. La verit che l’arrivo di un bambino un terremoto negli equilibri di una coppia, e c’ bisogno di un po’ di tempo per riprendere le misure. C’ bisogno di pazienza e comprensione da ambo le parti: nulla torner come prima… ma sar anche meglio. 🙂

  17. ooodddio skakkina quanto sono vere le tue paroleee!
    è uso comune pensare che la moglie oltre ed essere madre e donna, debba restare anche un po’ amante e zoccola per il marito. lo pensavo anch’io prima d avere mia figlia, per carità…ma nn mi rendevo conto che ragionavo con un cervello modellato da come gli uomini ci vorrebbero: ancora più multitask, senza sforzo da parte loro.

    hai proprio descritto come mi sono sentita io una volta neomamma 🙂

    (scusate gli errori, sta tastiera qwerty nn mi entra in testa. e nn mi va di rilegggere^^)

  18. coccoina

    E i babbi, o donne?

    Ognuno il suo, d’amante e babbo, come da regolamento.
    E tu vuoi che la ska se lo sia preso che volava da per di là e a caso uno qualunque, per esempio?

    E poi l’omini mica solo fanno per voi la guerra e il tubo che gocciola e altre cosette a tenervi su d’umore e sicure del comando che nonostante c’avete tenuto bene stretto da secoli e secoli in mano, o mie care madame! Essi, anche puzzando di sudore maschio che ‘non so ma che frisson che mi dà’ e dopobarba fantasia, amano.
    Sembra che, tra pannolini e bimbi nuovi e poppe gonfie di latte frisona – chi ce l’ha, altrimenti in polvere – e ormoni a spasso, sia vero.

    Ma pensateci un po’ sul serio, o donne che magari un desiderio d’alcova anche di fretta tra una poppata e l’altra, ai babbi che non scappano mica quando si trovano accanto una che nemmeno sanno più chi è, matta improvvisa scarmigliata e fissata su un coso rosa che solo ciuccia e caca così tanto che ci sembra nato apposta; e che ogni tanto glielo appioppano anche da tenere un attimo in collo e che poi diventa una mezz’ora intera.

    L’omini ardimentosi e a vostro comando vi continuano a amare anche coi culi grassi e le poppe a mungere e che ‘sapete’ di odore di bimbo e di schizzetto anti-arrossamento e non più di peccato e Coty, care donne: altroché!
    E anche intendono la vostra nuova lingua che sembra un po’ cretina e intenerisce, care mie ‘ngue ngue’; e anche loro babbi duri – e per cosa se non che per amore – e anche loro cretini la imparano: incominciano da subito a balbettarla e sonaglini e facce a pupazzo a fare ridere il pupo.

    Che meraviglia che ti scordi anche il mondo, care donne care che quando le ami non si sentono amate e le loro forme variabili e il bimbo che di notte piange.

    Un abbraccio multiplo, ska; e raccontala al pupo, questa sciocchezza, che si vede se ride.

    C’è il Flaiano Ennio che dice: andò per sposar la fidanzata, sposò una moglie—moglie e anche il piacere di qualcosa d’altro dato a resto.

  19. non la bevo, le tette sono fatte per noi maschi adulti di razza umana. Anche gli altri mammiferi allattano eppure non le hanno

  20. Come va, skakkina? State tutti bene? Un beso.

  21. Ska, prima che Flavio vada all’università, ce lo scrivi un postarello nuovo? Ciao, carissima, un abbraccio a tutti e due.

    • Paola, hai ragione! Prometto, prometto aggiornamenti prossimissimi! E scusa se non t’ho mai risposto, rimando sempre e poi passa fra un pannolino e una minestrina. Per questo ora sto scrivendo queste righe in piedi col pupo attaccato alle gambe che boicotta Help! 😀

  22. Che fa? Gattona? Raccontaci, quando puoi, un abbraccio.
    Paola

  23. coccoina

    ciao belle donne

  24. beh, è ora di darci un taglio. Ma sto bambino non va al nido?!?!? :o)))

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