Nostalgia

Nel rispondere a Niki, che in un commento ad un mio post lamenta nostalgia, ha preso mentalmente forma questo post, dedicato proprio alla malattia dell’emigrante.

Sebbene, infatti, avessi già notato che in tutte le lingue (e quando dico tutte le lingue penso solo a quelle che conosco io, che sono ben lontane dall’essere “tutte”) il termine è sempre composto da uno che significa “casa”, “ritorno” e uno che significa “dolore”, “malattia”, ho sempre pensato che fosse alquanto poetico, retorico, ricorrere alla nozione di malattia, come a dire che il desiderio di casa può essere così forte da rasentare il patologico.

Invece, guarda un po’, è esattamente al contrario che si sono svolte le cose: “nostalgia” è uno di quei termini che, nati nell’ambito medico, specialistico, si sono stemperati in un’accezione più generica e di uso comune. E’ quanto è accaduto anche a termini come “isterica” (che talvolta viene usato addirittura anche al maschile, nonostante venga dalla radice di “utero”), o “paranoico”, provenienti dall’ambito psichiatrico.

Altra cosa che forse non tutti sanno (anche per me è una scoperta) è che il termine è davvero giovane: risale a poco più di tre secoli fa. La storia vale la pena di essere raccontata: nel 1688 il futuro medico svizzero Johannes Hofer descrisse nella sua tesi di laurea una misconosciuta malattia dalla ben precisa sintomatologia psicofisica, e che sembrava cogliere i militari svizzeri lontani da casa. Hofer l’avrebbe chiamata volentieri Heimweh (che è tuttora uno dei termini in uso in tedesco per “nostalgia”), ma nella tesi, scritta in latino, aveva bisogno di un nome che suonasse più scientifico: così ricorse a un neologismo dal greco, lingua scientifica per eccellenza a causa della sua capacità compositiva,  e che infatti ha fornito alla lingua scientifica internazionale una quantità enorme di termini, tutti relativamente recenti. (Non si può parlare a rigore di “prestiti”, ma di vere e proprie composizioni date da montaggi di parole già esistenti in greco).

Nella tesi di laurea esitò fra nostomania (mania del ritorno), philopatridomania (mania dell’amore per la patria), e nostalgia (dolore del ritorno, da nostòs, “ritorno”, e algìa, “dolore”). Alla fine trionfò quest’ultimo, che comparve nel titolo della tesi. E meno male, ché non me la immagino, la Niki, a dire che sente un pochino di filopatridomania!

Le designazioni più popolari sono: in tedesco Heimweh (“mal di casa”); in francese mal du pays; in inglese homesickness. Ovviamente una lingua che spacca il capello in 4 come il tedesco non poteva accontentarsi, e ha coniato anche Sehnsucht (da Sucht “dipendenza”, “brama” e sehn contrazione di sehen, “vedere”: “voglia di rivedere”): forse che Heimweh sia spaziale e Sehnsucht temporale?

Tutte queste, ad ogni modo, sono inizialmente le varianti popolari del termine medico “nostalgia”, un po’ come – che so- Herpes Zoster si contrappone a fuoco di Sant’Antonio, per dire.

L’Aleardi, ancora nel 1856, nel Monte Circello la chiama “passione dei ritorni” (“e sol talora  – la passione di ritorni addoppia – col domestico suon la cornamusa “). Nel 1874 Carducci intitola “Nostalgia” un suo poemetto che parla dei ricordi della sua Maremma.

Con l’ondata migratoria di fine ‘800, insomma, il termine conosce un’ampia diffusione, ed esce dai trattati medici, nei quali viene rimpiazzata da Schweizer Krankheit, “malattia svizzera”.

Ma è solo con Baudelaire che il termine si libera dell’ancoramento e luoghi e tempi passati assume i contorni vaghi di “nostalgia di qualcosa di vago, sconosciuto”.

Tu connais cette maladie fiévreuse qui s’empare de nous dans les froides misères, cette nostalgie du pays qu’on ignore, cette angoisse de la curiosité?

(Conosci quella febbre malsana che ci assale nel freddo della miseria?, quella nostalgia di un paese mai visto, quell’angoscia della curiosità?)

Ovviamente il tedesco non poteva neanche in questo caso lasciarsi sfuggire l’occasione di creare una parola ad hoc: Fernweh (da fern “lontano” e Weh “dolore”): voglia di visitare paesi lontani, sconosciuti.

Nel frattempo la parola ha avuto in italiano un ulteriore sviluppo, inesorabilmente legato alla storia del nostro paese: nelle espressioni “manifestazioni nostalgiche”, “saluti nostalgici”, “inni nostalgici” è in gioco un particolare tipo di nostalgia, quella del passato regime. Secondo il Migliorini quest’uso è dovuto da una parte alla volontà di evitare l’uso del termine “fascista”, dall’altro per una sorta di compatimento di tali atteggiamenti, visti come legati in modo solo platonico e romantico a un passato che non potrà mai più ripresentarsi.

Buon per il Migliorini essere morto nel ’75 con questa mal riposta convinzione.

Interessante, e di segno opposto, è anche un neologismo tedesco (aridaje!) ottenuto dallo stravolgimento di Nostalgie: si tratta di Ostalgie, cioè la nostalgia dell’Osten, tedesco per “est”, della Repubblica Democratica Tedesca. Non ha molto a che vedere con l’ideologia politica, altrimenti non avrei detto “di segno opposto” solo perché “dall’altra parte”.

Dopo la caduta del muro e la diffusione del capitalismo occidentale, nella Germania dell’est lo stile di vita cambiò forse troppo repentinamente: per molti fu scioccante. Un film davvero meraviglioso che aiuta a comprendere il senso e le conseguenze di un così grande salto è Goodbye Lenin, la storia di una piccola repubblica democratica tedesca ricostruita in un appartamento di 79 mq, ad uso e consumo di una madre caduta in coma prima della caduta del muro e risvegliatasi dopo. Viste le sue delicate condizioni di salute i figli, per non provocarle uno shock, rivoltano i vecchi depositi cittadini per trovare oggetti tipici della DDR con cui rassicurare la madre che nulla è cambiato. A un certo punto sono i figli stessi che si fanno prendere la mano, sono forse loro per primi ad avere bisogno di ricostruire quel mondo definitivamente perduto.

L’Ostalgia è la nostalgia non di un regime, ma di un tempo in cui i bambini attendevano il Sandmaennchen, l’omino della sabbia, trasmesso alle 19.00 in tv, dopodiché tutti a letto. L’ “omino della sabbia” era un’animazione molto ingenua e buonista che insegnava ai bambini alcuni semplici valori della vita. Alla fine di ogni episodio arrivava l’omino con la barbetta a spargere la sua speciale sabbia sugli occhi dei bambini per farli addormentare: per questo i bambini si stropiccerebbero gli occhi quando hanno sonno. 

Il pupazzo Sandmaennchen è divenuto il simbolo della Ostalgie, e ricopre questo ruolo chiave anche nel film, specie in una memorabile scena finale.

L’Ostalgie è il rimpianto di un tempo in cui quando nasceva un bambino la famiglia cominciava a risparmiare per potergli regalare, al compimento dei 18 anni, la ben poco mitica Trabant, che non a caso il TIME ha catalogato fra le 50 peggiori macchine della storia.

[a sinistra: graffito dal muro di Berlino: una Trabant irrompe nella Berlino Ovest

 

 

Ecco, credo che la Ostalgie non abbia nulla a che vedere col comunismo o con un vago francescanesimo, ma più che altro con la voglia di avere lo spazio, il tempo, per poter meglio finalizzare i propri sogni e bisogni. Sapere qual è quel poco davvero necessario per vivere, per essere anziché avere.

Ma a parte tutta la disquisizione storico-etimologica, cos’è che significa più intimamente “nostalgia”? Per alcuni è un sentimento, per altri direi uno stato naturale. Io appartengo alla seconda categoria, di quelli per i quali ogni momento passato si tinge di seppia e assume un fascino insospettabile al tempo in cui esso è stato realmente vissuto. Le mattine delle vigilie di Natale della mia infanzia, ad esempio, quando venivo svegliata dalla puzza di broccoli fritti di mia nonna alle 6 di mattina, mai avrei immaginato che ciò sarebbe divenuto un giorno motivo di nostalgia.

Io vivo in luoghi, sapori, odori, rumori, luci che non ci sono più. Se chiudo gli occhi, posso rivedere perfettamente i coni di polvere nella luce pomeridiana della mia stanza, nella mia casa d’infanzia, mentre sono sdraiata per terra. Non so se sia effettivamente così, ma mi pare di esser rimasta in quella posizione per ore e ore.

Se la nostalgia è una malattia, io ci sono talmente abituata che non conosco lo stato di salute. Per me è un dolce dolore, che mi accompagna ogni istante della mia vita. Può però sfiorare il patologico quando presenta l’effetto collaterale della paura del futuro e dei cambiamenti. Quando il passato diventa una nicchia rassicurante in cui crogiolarsi. E’ utile allora riconoscere che è di se stessi, in realtà, che si ha nostalgia, di quei se stessi che si era: perché le lingue sono ingannevoli anche in questo: essere se stessi non vuol dire essere uguali.

Questa la raccomandazione a me stessa, appunto, e a tutti coloro che soffrano di nostalgia endemica.

Per chi , come Niki, invece ha tutte le ragioni di sentire l’effettiva mancanza di casa, al fine di scongiurare il peggioramento dello stato di salute nelle forme (forse esagerate) descritte da Hofer, posso solo consigliare a scopo preventivo una razione quotidiana di 10 minuti di tg4: di più è fortemente sconsigliato, onde evitare un fastidioso effetto rebound.

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37 commenti

Archiviato in etimologia, semantica

37 risposte a “Nostalgia

  1. storvandre

    credo sia Edgar Lee Masters a dire che l’uomo e il tacchino si differenziano esistenzialmente per l’unica ragione che l’uomo ha sempre ben presente la visione del ceppo.
    la nostalgia è secondo me uno dei piccoli assaggi della morte, e in questo ci è indefinibile (o meglio dire ineffabile) indecifrabile e inaccettabile, ma allo stesso tempo non possiamo liberarci da essa.
    personalmente, soffro di una strana nostalgia, acutamente dolorosa, quando scorrono i titoli di coda di un film, specie se molto bello.
    e se un film è una piccola vita, mi è anche chiaro il perché.
    gran bel post, da ex genovese credo di essere un esperto ancestrale, nessun popolo ha una visione così nitida della sofferenza da emigrazione, tutti noi abbiamo un campionario di vecchie canzoni (dalla più nota “ma se ghe pensu”, agli strazianti versi che recitano “da a puppa se destacca za u vapure”, in cui il distacco del vaporetto è il punto di non ritorno, che scatena il dolore dell’irreparabile, dell’irrecuperabile, che è l’essenza della nostalgia)

  2. ilpandadevemorire

    Eh, lo so, fa così anche con me…
    Scherzi a parte, ma ‘sto pezzo di commentatore, se non mi sbaglio, te l’ho mandato io.
    E scusa se è poco…
    Dottordivago

  3. coccoina

    Può un attimo voler vivere, avere, soffrire e godere nostalgia dell’attimo che viene subito prima e l’attimo prima di quello che viene prima e quello prima di quello che viene prima? E così via.
    Oh, malinconia che inventa se stessa per fuggire dalla nostalgia!. Una disciplina per vivere la vita.
    Una compagna in un mondo che non c’è ed è già stato.
    .
    Perché la nostalgia sembra essere una collana fatta di tre perle più tre perle più tre perle rigorosamente infilate, in tondo: una perla fatta di voglia di vivere, una fatta di vita già vissuta, l’altra fatta di non averla, non goderla e neppure soffrirla, la nostalgia. Una di esse perle ne è il rifiuto, un contrario che resta memoria e non fugge seguendo il vivere, perché poi tu non lo possa evocare.
    Ma non può essere spezzato il filo e che le perle si confondano, mischiate assieme?
    Non può il vivere la vita essere sempre nuovo e la vita correre e cambiare e cambiare a essere sempre nuova e scordare, costruire il non volere essere nostalgia? Averla in sé, viva, la memoria.
    Essere malinconia, magari. Malinconia di vivere la vita, la vita di adesso, quella di ora.
    Forse che la nostalgia s’inventa come s’inventano il principio e la fine la vita, l’essere. S’immagina perché tutto sembri accadere davvero, una fine che si pensa fine, perché ci sia un principio.
    La nostalgia suggerisce che un inizio e una fine sono stati, ad ogni istante—ed allora c’è un pezzo di vita, c’è un passare: un tragitto che va avanti e indietro, obbediente, da un punto all’altro del nostro essere coscienti d’essere, inventandosi uguale nel sentire pur essendo diverso, d’altro luogo.
    .
    Ma, dico: può una differente cadenza di vivere la vita, non allontanare, ma fare inutile la nostalgia, in un mondo fatto in modo che ovunque è la tua casa. Una casa che sia anche abitata da malinconia, se malinconia vuole abitarla, perché malinconia non è volere essere reso l’odore del passato, ma ne gusta partecipe quello del presente, di odore: quello dell’andare continuo da un punto all’altro della propria vita.
    Sconfiggere il bisogno di desiderare quel paese che senti mancante e che non esiste, ogni giorno.
    Essere capaci di comprendere il mai potere essere capito di tutto l’insieme; e esistendo compagni della contentezza.
    Qualche volta, anche della felicità.
    .
    Ciao ska—e grazie a Niki e al suo lamento, che ci hanno regalato questa tua analisi dentro la quale si può appagati nuotare.

  4. orsopio

    FuoriTema, scusate tutti…

    ska, sono stato graziato da zucconi. prova anche tu 🙂

  5. Storvandre: un piccolo assaggio della morte, dici? In effetti, sì: distacco da ciò che è irrimediabilmente perduto, la consapevolezza del non ritorno. La mia personale paura della morte consiste nel sapere che tutti quei ricordi andranno perduti… come lacrime nella pioggia, per dirla alla Blade Runner. Non potrei esprimermi meglio del replicante Troy.
    Grazie tante della visita, mi ha fatto davvero piacere.

    Dottor Divago: ah, quindi mi raccomandi? Non è che mi troveresti un posto da statale? Sono disposta pure ad andare in pensione a 65 anni: mi pare già una garanzia di pensione, che non è poco!

  6. Coccoina: “averla in sé, viva, la memoria”? E’ una parola! Io ci provo, ma vivo irrimediabilmente nel passato. A volte è davvero un problema, anche se un po’ sono migliorata. Ma sconfiggerla, è impresa impossibile.
    Dove c’è memoria c’è anche nostalgia, perché è anche un modo per continuare a tenere accanto a sé chi non c’è più. Come si fa a non provare dolore?

  7. Orsopio: sono andata a vedere, ma chissà quando si risveglierà con le sue cose! No, no, io sono permalosa, e cancellarmi due volte è cancellarmi una volta di troppo.

  8. storvandre

    Ottima la citazione di Bladerunner. Alla fine, quello che uccide il cyborg è la nostalgia, il dolore per la discontinuità dell’essere.

  9. Mi sfugge il nesso con Zucconi, ma poco importa.
    Mai, e senti da che pulpito, perdere la memoria, ma la nostalgia mi suona come un rewind impossibile, che può solo mortificare le scelte di vuìita o gli irrimediabili accadimenti.
    Tanta memoria Ska, anche quella non nostra e vissuta, magari raccontata da altri.
    Nostalgia mi suona più come rimpianto di quel che non si è riusciti od avuto il coraggio di vivere.
    L’affetto col quale ti abbraccio già lo sai.

  10. No, no, Twiga: secondo me non è così, è il dolore del distacco. E’ il “duelo”, direbbe mia cognata in termini psicanalatici ispanici.
    Invece sul fatto che sia un rewind impossibile sono d’accordo: sono sicura che tornando indietro sarebbe una delusione pazzesca. Anche spazialmente, nella nostalgia di casa, è così. Almeno l’agognato ritorno in Italia dalla Germania (non che fossi emigrata da vent’anni, ma l’intenzione era di vivere lì) fu una tremenda doccia fredda. Altro che bel paese, il distacco aveva fatto sì che ricevessi una visione d’insieme di tutto ciò che non mi piaceva ma prima intuivo solo e tutto sommato tolleravo. E’ stato terribile, soffocante, tornare “a casa”. Ma forse era solo che non mi sentivo a casa da nessuna parte, a quel tempo.

    Il nesso con Zucconi… non c’è. Io e l’Orsopio eravamo ospiti occasionali del blog di Vittorio Zucconi, che ha cancellato entrambi un paio di volte, e poi ci ha bandito temporaneamente. Non che avessimo scritto chissà che, non era vera censura: era che secondo lui quei commenti non c’entravano, o comunque quel giorno si era svegliato col culo girato. Per lui era “cancellare le scritte dai cessi pubblici”. Ho un’idea diversa della comunicazione in rete, quindi mi guardo dal frequentare posti di cui non approvo le regole, o peggio in cui le regole non siano chiaramente espresse, bensì tacite confuse o addirittura contraddittorie. Zucconi lo ritengo intelligente, e c’ho litigato spesso in passato, però quando uno ha a disposizione il tasto delete e l’altro no è una lotta impari.

  11. la nostalgia è un sentimento, in qualsiasi lingua venga tradotta il senso non cambia
    la nostalgia è umana ed è associata a tante cose
    la nostalgia, vero, può diventare una malattia
    e la sola medicina è l’aiuto del prossimo
    questo almeno è quello che vedo io dietro a questa parola..

  12. coccoina

    Mi viene in mente e voglia di dirti, ska – a proposito del tuo delete – della differente sensazione che si ha quando una chiave gira nella toppa a chiudere sicura, e te la metti in tasca; e quando, invece, gira nella stessa toppa a chiudere, sempre sicura, sì: ma finisce in una tasca che non è la tua.
    E si chiama galera.

  13. coccoina

    Aggiungo, cara ska.
    Umana e sentimento, la nostalgia, sì—ma anche un’angosciosa e seducente voglia di resuscitare emozioni che meglio è consumare appena colte. E il dolore che accompagna la memoria di una cosa che non è, non è nostalgia, io credo, ma il dolore di non potere ancora creare le piacevoli sensazioni che la sua memoria porta.
    Ma basta evocarle correndosi la vita, le emozioni, le sensazioni; e anch’esse, da memoria, saranno vita. La vita che tu vivi, camminando. E accanto, e non perse e lontane. E nuove, e più tue.
    Perché tua è l’emozione ed è a te che appartiene, e non al cassetto della nostalgia che sta in altre stanze; e che, ogni giorno, cambia il suo nome, come il tuo umore cambia il sole e la pioggia, la luce e il cielo.
    E la compagna, quella che sempre ti riconosce quando ti sperdi dentro, è malinconia che si chiama.
    Io penso.

  14. lasimo

    sono emigrata da anni ormai e la nostalgia fa parte dei miei stati d’animo e delle mie consolazioni.
    la trovo un buon rifugio e per quello che posso, cerco di riempire la vita dei miei figli di cose belle, così che una volta diventati grandi, qualsiasi cosa gli accada, abbiano anche loro la certezza di un tiepido rifugio mentale.

  15. lasimo: e da quello che leggo ci riesci perfettamente. E’ bellissimo quello che scrivi.

    Coccoina: sai che penso, oggi? Che ricorderò con altra nostalgia i giorni e le emozioni (spesso contrastanti) che sto vivendo, e che sarà più piacevole che doloroso. Forse è un po’ anche il commento della Simo che mi sta facendo vedere le cose sotto una nuova luce: tu sai qual è, amico caro.

  16. bellissimo questo post; letto con il piacere sottile di ritrovare parola dopo parola tante sensazioni provate ed inespresse. La nostalgia è una compagna che a volte chiamo a me con piacere ed è un modo per ripercorrere i motivi del presente attraverso il vocabolario di pezzi di vita lasciata. Adoro la nostalgia.
    E della malinconia che dici?!?

  17. Pur rischiando di essere coperto di insulti, non posso esimermi dal citare gli immortali versi:

    “Nostalgia, nostalgia canaglia
    che ti prende proprio quando non vuoi
    Ti ritrovi con un cuore di paglia
    e un incendio che non spegni mai ”

    Per un misterioso meccanismo del cervello, la parola “nostalgia” mi riporta immediatamente a galla il motivetto. Chissà che non riesca a contagiarvi?

  18. Misterpinna, hai vinto la collezione completa degli album di Albano e Romina:
    mi domandavo infatti che sarebbe stato il primo! 😀

  19. per la verità sono del Toro, 21 aprile…..cuspide mi pare si dica.

  20. A proposito di Sehnsucht, il mio prof del liceo ci aveva detto che andava tradotta con anelito, nel senso di brama, desiderio ardente, verso il Blaue Blume, oltre che con nostalgia. Che ne pensi?

  21. Anch’io ho nostalgia dei luoghi in cui mi portava il lavoro, che allora magari, mi davano fastidio. Adesso quel sottile senso di saudade per un odore (quello della benzina a 75 ottani mal bruciata appena usciti da Sheremetijevo a Mosca) o della carta igienica talmente ruvida che chiamavano al vendetta di Stalin perchè dopo l’uso lo lasciava rosso in egual modo a tutti (il vero egualitarismo). Però il mondo va avanti come fai notare nel tuo pezzo con il consueto e acuto aprosdoketon finale.

  22. Pensierini: penso che è un concetto letterario del romanticismo, quello a cui si riferiva il tuo professore: il fiore blu è una metafora creata da Novalis nell’Enrico di Ofterdingen. Quindi non direi tradotto, semmai interpretato.
    Però il tuo commento mi ha portato a fare una ricerchina e mi sa che nella prossima spedizione in libreria mi accaparrerò il Novalis. Anche perché è già la seconda volta che bussa alla mia porta: la prima è stata dopo la lettura de “I fiori blu” di Queneau, consigliatomi al solito felicemente da Coccoina.
    All’inizio e alla fine del libro ricorre l’immagine di alcuni fiori blu che spuntano dal fango. Una postfazione di Calvino traduttore fa notare che si tratta di una quasi-citazione di un verso di Baudelaire, il quale scrive “Loin! Loin! Ici la boute est faite de nos pleurs!” (“Via, via! Qui il fango è fatto dei nostri pianti”), parafrasato da Queneau in “Loin! Loin! Ici la boute est faite de nos fleurs!” (“Lontano! Qui il fango è fatto dei nostri fiori”), al che il paggio Mouscaillot risponde “dei nostri fiori blu, lo so. E allora?”.
    Sempre Calvino fa a questo punto notare che il fiore blu è un riferimento all’opera di Novalis, “in cui un giovane sogna un fiore azzurro simbolo dell’ideale, della poesia, della vita pura e perfetta, e lo cerca attraverso esplorazioni nella storia e nella natura”.
    E di un viaggio nella storia tratta appunto, con sublime ironia, “I fiori blu”. E i piccoli fiori blu che rispuntano anche alla fine del libro sono gli ideali delusi che emergono dal fango della storia.
    Sicché credo che andrò alla fonte della metafora, ora. Grazie del riferimento! 🙂

  23. Enrico: è proprio vero che la nostalgia non guarda in faccia (e neanche di dietro) a niente e nessuno! 😀
    Quando sono stata a Praga in gita con la scuola, sentivo sempre per strada questo forte odore di cipolla rossa con cui si condiva qualunque cosa. Non ci pensai più, ovviamente, finché anni fa non risentii lo stesso odore a Roma, in una fiera. Niente come un odore per un nostalgico e velocissimo viaggio nel tempo.
    La metafora della carta igienica è davvero forte e calzante! 😀

  24. Skakkina, dopo una settimana (o dieci giorni? e chi se lo ricorda) senza connessione internet, con una sindrome da astinenza che non ti dico, torno online e mi trovo questo meraviglioso post! Quale onore essere stata il pretesto di una bella pagina!
    Niki
    p.s. ma sei un cancro anche tu?

  25. Per quello che riguarda il consiglio sulla cura preventiva…. qui rete 4 non si vede. E poi temo che dopo le dichiarazioni ridicole (e spaventose insieme) dei politici nepalesi e le uscite demenziali dei giornalisti indigeni… ho tanta, tanta paura che Emilio Fede mi farebbe sorridere!
    Signore! Come sono caduta in basso!!!!!!!!!! 😉

    • Ciao Niki! Da me invece la connessione va ma sono io che non vado. Trascuro “casa mia” e quella degli amici, ma mi rifarò viva, ad assaggiare un po’ di italianità alla nepalese.
      EBbene sì, sono del cancro: mi sembra di capire che anche tu porti questo interessante fardello 🙂

      Uno: hai ragione, ma a volte non gliela fo proprio….

  26. se la formula è : post lunghi ma radi, proporrei post più corti ma un tantino più spesso……il tasto che mi porta al tuo blog si sta impolverando tutto :o))

  27. Eh si, sono un cancretto… anomalo perché emigrato e senza casa!!!!
    Niki

  28. Beh, visto che ti sei rivelata non posso che farti un milione (di euro!) di auguri! E’ il viaggio più bello che si può intraprendere, quello con e dentro le persone; sarete certamente bravi, ma non subito, lo si diventa col tempo, sbagliando sulle spalle nostre e loro. Ecco perché dico sempre che nessun figlio dovrebbe essere l’unico, perché è sbagliando che s’impara, facendo tesoro degli errori, sapendoli riconoscere. E’ una fatica immane che vale sempre la pena di sostenere; sono così bastardi, basta un loro sorriso!!! :o)

    • Grazie Uno, mi sono graditissimi i tuoi auguri e mi sei caro tu. Sei un padre commovente, in anticipo sulle nuove generazioni, uno di quelli che sa che non bisogna fare il duro e distaccato per essere padre.
      Sono contenta per i tuoi figli e spero di trovare le tue stesse parole per i miei.
      Non dubito che sarà tutto difficile, ma so che ne vale la pena.
      Grazie ancora, Uno!

  29. Non so se ho capito bene, perchè alla mia età, sai, si è un po’ più tardi, ma se è così sono veramente felice per te. Come forse già sai non c’è cosa più bella nella vita e anche se ogni cosa che abbiamo fatto per tirarli su è quasi sempre sbagliata e anche se ce le fanno girare come trottole, è forse l’unica cosa per cui la vita ha un senso.
    Con affetto, Enrico

  30. Sì, Enrico, hai capito bene! E se sei tardo tu, io che sono arrivata appena alla metà dei tuoi indizi che sono???
    Comunque questo è anche il motivo per cui scrivo poco o niente, e bazzico anche poco i vostri blog: non gliela fo! Sto nella fase del sonno e della spossatezza! Ho gli occhi abbottonati e non faccio che trascinarmi. Però dicono che dal prossimo mese dovrebbe andare meglio.
    E poi sono felice, quindi va bene così! 🙂
    Grazie, Enrico!

  31. Evvai, sono proprio contento per te. Alla faccia di quelle zucche vuote che non fanno figli con la scusa dei soldi o del mondo che va in malora. Pensa che noi, che non ce la facevamo a farli, siamo andati fino in India a prenderla , la bambina e ancora adesso il rimpianto più grosso è di non averne presi due. Forza, riposati e vedrai che tra poco ti passa. Un abbraccio.

  32. Eh, ma non esageriamo! Abbiamo solo avuto molto dalla vita, ma lo diciamo piano piano, sottovoce, perchè come sai, l’invidia degli dei è fatale a noi mortali.

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