I cinque sensi e ciambelloni parlanti

 

Il mio amico Henning trovava molto comico il verbo sentire, poiché dopo averne fatto la prima conoscenza nel significato di “udire“, ha dovuto scoprire con suo sommo stupore e divertimento che si applicava anche alla sfera olfattiva (“senti che odore”), a quella tattile (“senti com’è liscio”), a quella gustativa (“senti che buono”).

Nessuna meraviglia dello stupore di Henning, quandi si pensi che il tedesco ha un verbo diverso per ogni percezione sensoriale: “hoeren” per quella uditiva, “riechen” per quella olfattiva, “fuehlen” per quella tattile, e “schmecken” per quella gustativa. Il tedesco è una lingua molto distintiva, molto più dell’italiano, nel quale solo il senso della vista ha un suo verbo specifico, e a tutti gli altri è assegnato un generale “percepire coi sensi”. In italiano il verbo “sentire” non si riferisce solo ai cinque sensi, ma anche… “al sesto”, vale a dire “percepire con la mente, giudicare”; in tedesco, dove i Sinne sono per l’appunto i cinque sensi, il verbo “sinnen” ha solo quest’ultimo significato di “percepire con la mente, giudicare, soppesare”.

Questo esempio è una delle possibili dimostrazioni del fatto che la lingua non è un repertorio di parole traducibili 1:1, e che i traduttori elettronici (neppure il Babelfish!) non saranno mai in grado di sostituire interpreti, e che ci sarà – volesse il Cielo – sempre bisogno di insegnanti di lingue in carne ed ossa, imperfetti ed irrazionali come le lingue che parlano.

Ma torniamo al nostro “sentire”: si è visto come il primo e più importante significato appreso da Henning sia stato quella di “udire”, e per questo abbia trovato divertente le altre applicazioni, ma d’altra parte, riflettendoci, chiunque di noi, interrogato sul significato di “sentire”, darebbe come prima questa definizione senza pensarci su. Si direbbe che in italiano esista un rapporto privilegiato fra l’udire e il comprendere, come se l’udito fosse il più importante dei cinque sensi, tant’è vero che “sentire” vale anche per il tedesco “sinnen”, comprendere con l’intelletto.

L’altra sera, a cena a casa delle famiglia del mio compagno, il nonno, vedendo che prendevo una seconda fetta di ciambellone, mi ha chiesto  “hai inteso quant’è bono?” !!!! Intendere,  un altro verbo che vale per “comprendere” e funziona anche per “udire”, qua addirittura assume tanta importanza che si estende secondariamente anche alla sfera gustativa! Ho avvicinato l’orecchio alla fetta e ho detto “no, non sento niente”; lui ha fatto lo stesso e ha detto “neanche io”, e giù a ridere. Anche perché il nonno è quasi sordo.

L’udito dunque come canale privilegiato per comprendere…. curioso! Specie dal momento che ogni giorno che passa mi rendo conto che la gente non sa ascoltare. Davvero, è una specie di malattia contagiosa che mina il nostro vivere sociale: la gente parla, parla, parla, e quando arriva il momento di ascoltare…. se ne va. Cambia discorso. Ti interrompe continuando il proprio sproloquio ignorandoti. Ogni volta sono colta dalla tentazione di uscirmene con quella vecchia provocazione: “sai perché abbiamo due orecchie e una sola bocca?”. Ma poi me ne resto lì ad annuire sconsolata, sperando che il cattivo interlocutore si tolga presto dai piedi.

Ah, un’ultima cosa: quando parliamo, il nonno corruga la fronte e si sporge verso di noi cercando di cogliere ben bene i movimenti labiali.

Lui lo sa quant’è importante ascoltare.

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9 commenti

Archiviato in lingua e vita vera, semantica

9 risposte a “I cinque sensi e ciambelloni parlanti

  1. Tanuccio

    Non mi stupisce che i crucchi abbiano un verbo per ogni percezione sensuale, altrimenti si incasinerebbero troppo…
    E chi ha orecchie per INTENDERE intenda… 🙂

  2. Eh, Tanuccio, non per niente il tedesco è la lingua filosofica per eccellenza: i crucchi spaccano il capello in due…. e pure qualche altra cosa, spesso. Io con la Germania ho un rapporto d’amore-odio, un po’ per i miei trascorsi personali, un po’ perché questa attrazione-repulsione italo-tedesca credo esista: il nostro bisogno di una piccola percentuale di quell’organizzazione e precisione è probabilmente pari alla loro necessità di una piccola percentuale della nostra elasticità e arrangismo. Sole e pioggia. Yin a Yang.

  3. coccoina

    E’ salutare, io suppongo, dialogare per una prima volta tra sordi: come se le quinte di un teatro si presentassero tra loro, per conoscersi meglio ed essere pronte ad affrontar la scena tutte insieme, a indovinare una diversa realtà.
    [Il ‘mi farei toccare’ malizioso e frainteso, spadaccino TV, può servire da emblematica introduzione a quel che voglio suggerire]
    Sì, perché di primo acchito ognuno veementemente presenta sé stesso al meglio e in un mondo di sordi perenni la voce deve essere alta: l’urlo, semmai, servirà alla disperazione di un non ‘sentire’ ascoltando e fuggire, quando proprio impossibile.
    Una palestra, quindi, tanto perché sia possibile pensare che i sordi siano meno di quello che sono e che prepari i cervelli ad ascoltare quello che in fondo è da sentire—e comunicare, a quattro orecchi.
    Da quattro, di orecchi, ad una infinità d’orecchi.
    Questa non è una speranza, guarda bene: è solo un pensare asimmetrico che ipotizza che probabilmente, parlando un’altra misteriosa lingua, fatta anche di monosillabi, così nuova da non sapere se davvero ci possa essere, anche gli orecchi sarebbero inutili per davvero ‘sentire’.
    I nonni adorano i ciambelloni con l’inciampo morbidi da sdentati: ci parlano e li capiscono, io penso—li ‘sentono’: e adorano l’imperfetto e l’irrazionale che eliminano gli ‘unici e primi’ già ai tacchetti di partenza, prima del colpo di pistola e il via .

  4. Non lo so se è salutare, Coccoina. Il fatto è che mi sembrano tutti attori monologhisti, intenti a farsi sentire dal pubblico in platea, con quella finzione scenica per cui l’altro attore sul palco non può sentire. Ed è una tale chiusura che dubito potremo mai arrivare a quella lingua monosillabica e tutta intima che non si sente con le orecchie, perché è innanzitutto una chiusura dell’anima, che diventa qualcosa piuttosto da mettere in mostra che da aprire, comunicare, cioè, etimologicamente “mettere in comune”. Di comune non c’è nulla in questo mostrarsi, è tutto privato ed edonista, autoreferenziale e compiaciuto. Vale anche per tanti blogger che si fanno il mazzo per scrivere un bel pezzo e far vedere quanto son bravi, e poi incassano i commenti come tante stellette a valutare la propria bravura, anziché leggere (l’equivalente bloggistico di “sentire”), percepire, capire ciò che l’altro dice.
    Lo stacchetto della fiorettista col presidente è stato qualcosa che non avrei voluto vedere. Soprattutto spero di non vedere la fiorettista fra le fila del PdL, ma so che è una speranza vana. Trattare poi gli spettatori come caproni non in grado di capire il termine “tecnico” dimostra come si sia ben imparata la lezione del maestro dei furboni. La stessa fiorettista che – bontà sua – regalerà la sua maschera al Dalai Lama. Io fossi in lei considerei di farmela invece cucire sulla faccia vita natural durante.

  5. coccoina

    Probabilmante, ska, la signora non ha neanche bisogno di indossarla o farsela cucire addosso, la maschera: lo nacque—maschera e tutto.
    Per il resto: o la dinamica dell’ignoto, o la fuga con l’urlo di riserva.
    Un ciao mesto.

  6. Oh, Coccoina, non dire che sei mesto, che sennò vedi che succede? Ti ribecchi la stella mesta che non ti somiglia! 😉

  7. coccoina

    Hai ragione, ska.
    Ruzziamo un po’!
    Ora metto alla prova i potenti sistemi euristico-decriptanti PW, e dico: sono felice, leggero, gaio, innamorato della vita—e contento.
    Contentissimo
    Guardiamo un po’ cosa succede!
    Ciao, ska.

  8. coccoina

    Mi ha fregato!

  9. WP, dalla tua e-mail, ti vede come una stella imbronciata oppure come un mostriciattolo pentacoluto. Non posso farci niente, se non disattivare gli avatar… che però mi divertono! Dovrebbero inventarsene delle altre, però…

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