L’ipocrisia delle parole

In tempi di tedio da blogosfera e pensieri di cancellazione, riprendo la parola solo ed esclusivamente perché ho ricevuto l’appello di Coccoina, per il quale – se non si fosse notato – ho un debole, quasi un amore virtuale-intellettuale che sfida conoscenza diretta ed età. Una “corrispondenza d’amorosi sensi”, un’affinità elettiva.

Dicevo del tedio da blogosfera: mi par un gioco narcisistico al chi è più intellettuale, chi più impegnato, chi più indignato, chi più informato, chi più colto, chi più politicamente corretto. Tutto questo dalla posizine protetta e privilegiata dietro un monitor, su una tastiera, senza un riscontro reale. Sono davvero pochi in grado di sapersi raccontare, sapersi scambiare opinioni. E’ tutto un dare lezioni, ed è questo che mi ha portato a riflettere anche sulla natura di questo blg, il mio. Ho voluto tematizzarlo per parlare dell’unica cosa su cui mi senta di sapere qualcosa in più della media: la linguistica. Ma a che giovano queste lezioncine, quest’inutile sfoggio di sapere settoriale? Tanto vale iscriversi ad un forum di linguistica, di cui la rete pullula, ma mi darebbe soddisfazione? Non credo, visto che rifuggivo questi “circoli degli Scipioni” già all’università. Allora, per renderlo appetibile ai lettori, non mi resta che farne un contenitore di gaffes, errori, lapsus come nel post precedente. Un calderone atomistico di curiosità. E poi a me non sono mai piaciute le luci della ribalta, sto meglio dietro le quinte. E preferisco fare l’ospite che la padrona di casa: da ospite posso starmene in un angolo e ascoltare gli altri, e parlare solo quando voglio. Da padrona di casa mi corre l’obbligo di preparare un salotto abbastanza accogliente da favorire il dialogo, e stimolarlo io per prima.

Ma io come padrona di casa sono sempre stata un disastro: compro patatine e snack, ma poi mi dimentico di offrirle. Poi quando me ne ricordo, anziché aprirle e metterle sul tavolo, mi esce un “volete per caso delle patatine?”, domanda a cui un ospite educato e con poca confidenza con la padrona di casa risponde “no, no, grazie”. E poi me le pappo il giorno dopo da sola.

Insomma, non so ancora se e per quanto questo blog continuerà ad esistere.

Ma ora veniamo all’ipocrisia delle parole.

Ieri mi è capitato, durante una delle mie visite in blog altrui, di assistere ad una discussione nata a proposito di un articolo su una violenza sessuale. L’autore del post (che non linko perché indegno) in sostanza ribadiva che nessuno ha il diritto di abusare di una donna, ma poi aggiungeva “per quanto troia” sia. Proseguiva raccontando di un episodio in cui ha preso eroicamente (!) le difese di una donna che veniva pesantemente importunata da alcuni uomini, a causa del suo comportamento da vera mignotta, ancheggiante e con minigonna e tacco 12. Ora lascio a voi il compito di tirare le somme sul rispetto delle donne che un tale personaggio può avere, pur evitando – vivaddio! – i toni da “se l’è cercata”. Il tizio in questione ribadisce più volte nella sua presentazione il suo amore per le donne, molto circostanziato, a dire il vero, visto che specifica accuratamente l’organo che più attira la sua attenzione, e l’uso che gli piace farne. Una blogger che molto stimo, Alice, l’ha rimesso al suo posto come le riesce tanto bene fare, e da lì si è scatenata una bagarre molto poco educata (da parte del tipo e dei suoi ospiti, certo non di Alice che ha ben altre frecce al suo arco). Mi sono inizialmente limitata ad un’osservazione sul significato di “omofobia”, visto che il tipo ignorante, per affermare che Alice è una femminsita che odia gli uomini, ha parlato di… omofobia! Ho spiegato cosa sia l’omofobia, e, come mi piace fare, cercato di spiegare anche la natura del suo scivolone linguistico: il fatto è che mentre per l’odio per le donne esiste il termine “misoginia”, il termine “misandria” è tardo, misconosciuto, ed è un termine riflesso, legato alla sfera femminista-estremista. Mi è venuto spontaneo osservare che tale “buco” nella nostra lingua la dice lunga sulla cultura maschilista (non sono femminista, ma rilevo che non esiste ancora una effettiva parità, nei fatti) di questa società. L’odio per gli uomini non è previsto, è una “conquista” del femminismo, se l’odio può definirsi conquista. Il fatto è che quando c’è una situaizone di forte squilibrio, gli estremismi sono necessari per riportare i piatti della bilancia in sostanziale parità. Il tizio ha ritenuto opportuno informarmi che anche l’equivalente femminile di “frocio” non esiste, e che dunque è pari e patta. Col cavolo! Ma qui siamo di nuovo nel campo della coniazione tutta maschile: un’offesa per “donna gay” non esiste perché l’omosessualità femminile è considerata più arrapante che disdicevole, basti solo vedere un porno a caso. Il mito della virilità porta a vedere come fumo negli occhi pratiche di sodomia, e allo stesso tempo a vedere come funzionali alla propria eccitazione le pratiche saffiche. Ora, io non ho mai avuto simpatia per quel tipo di lesbiche che odiano gli uomini, li cacciano dalle loro assemblee, vorrebbero tagliar loro il pene. Ma in sincerità arrivo a capire che deve essere irritante essere considerate oggetti sessuali da chi per te ha un appeal pari a uno zerbino. E immagino debba esserci una ragione se i gay uomini hanno solitamente amiche donne, muoiono dietro ad icone superfemminili come Mina o Madonna, mentre le lesbiche guardano gli uomini con diffidenza: sarà perché io non ho mai chiesto ai miei amici gay di baciarsi per arraparmi, mentre ho sentito fare questa richiesta a delle donne, al punto che perfino adolescenti disinibite sanno che il miglior metodo per attirare l’attenzione maschile in discoteca è strusciarsi l’una all’altra e assumere atteggiamenti ambigui?

La lingua, come forse è scontato ribadire, è lo specchio della nostra mentalità. E la mentalità italiana, oltre che maschilista, è pure ipocrita.

Così accade anche che, per aver detto che che il suddetto tipo va rispettato come minoranza, in quanto “diversamente intelligente”, mi sia beccata da un tale concentrato di ignoranza e volgarità gratuita una accorata critica a difesa dei diversamente abili che secondo lui avrei insultato.

Diversamente abili, capite? Ma quant’è bella quest’espressione! DIVERSAMENTE ABILI. Cioè non disabili, no, diversamente abili. E’ così che la nostra società si scarica delle colpe verso i disabili, delle macchine parcheggiate davanti agli scivoli per le sedie a rotelle, con sanzionamento che avviene una volta su mille, dopo che 999 disabili hanno dovuto fare il giro del palazzo per scendere dal marciapiede; dei marciapiedi alti 20 cm, degli autobus senza pensilina per carrozzelle, dei palazzi senza ascensore e senza scivolo.

Una giornata media per un disabile è un pentathlon, ma forse è per questo che li chiamiamo “diversamente abili”: perché devono inventarsi nuove abilità per poter sopravvivere, quali quelle di far lievitare la propria carrozzella, o comprimersi per poter passare fra le macchine parcheggiate; i ciechi sviluppano un sesto senso per sapere quando scatta il verde pedonale, o un sonar per individuare gli ostacoli. Per i benpensanti, l’espressione “diversamente abili” equivale a riconoscere che essi sono in grado di fare tutto quello che facciamo noi “normodotati”. Va bene, comunque sicuramente chi è su una carrozzella non può camminare, quindi per favore togliete quelle cazzo di macchine dai posti a loro riservati o da davanti agli scivoli! Preferisco riconoscere anche semanticamente che una persona ha OGGETTIVAMENTE un problema, e facilitargli la vita, anziché far finta di niente con un falso ed ipocrita atteggiamento da pari a pari.

Altri atteggiamenti di perbenismo linguistico:

Non si dice FROCIO, ma OMOSESSUALE!

Io i miei amci gay posso anche chiamarli affettuosamente e scherzosamente “brutte checche” o “brutti froci”, in loro presenza, con l’ironia e la fiducia reciproca che connota i nostri rapporti. Poi però vado a manifestare per le unioni gay anche se non è un probelma che mi riguarda direttamente (come spesso mi fanno notare i perbenisti), mentre chi si prende la briga di riprendermi poi dice che “poverini, non è colpa loro, devono curarsi”. Questa gente, proprio per la poca o nulla frequentazione di queste “persona malate”, non sa che alcune parole sono tollerate nelle cerchie di coloro che da queste parole sono toccati, o da quelli che con essi hanno abbastanza confidenza. I perbenisti educati riconoscono l’omosessualità e la tollerano, a patto però di non vederla per le strade, di non vedere mani maschili che si stringono teneramente. Sempre i perbenisti non dicono “frocio”, no, però ritengono che il matrimonio non possa estendersi agli omosessuali, perché ci sono “altre priorità”.

Non si dice NEGRO, si dice DI COLORE!

Ah sì? E di che colore? Anche i puffi sono di colore. Blu.

 

La parola NEGRO è trasparente: aggettivo dal latino NIGRU(M) > “negro”, di colore nero. Almeno specifica quale sia questo colore. Semanticamente è identico a “nero”. Però è ritenuto offensivo per la carica negativa messa nell’espressione da chi riteneva i negri prossimi a animali o strumenti da lavoro. Io questa carica negativa nella parola non ce la metto, e a dire il vero mi sento un po’ pedante e stupida nel dire “di colore”, mi fa sentire a disagio…. ma purtroppo mi tocca fare attenzione, se non voglio dilungarmi in interminabili spiegazioni di fronte ad occhi scettici ed accusatori di gente che poi magari chiama tutti gli africani “marocchini”, o sulla spiaggia parla loro come fossero dementi, usando parole dialettali e di difficile intellegibilità, ma omettendo però gli articoli.

Non sarà che chi male pensa, male fa?

Le parole sono innocenti, sono strumenti come i coltelli: non sono cattivi di per sé, si possono usare per sminuzzare aglio e prezzemolo, o per recidere una giugulare. Le parole sono anche contenitori di sentimenti o di giudizi, di ironia, di disprezzo, di amore. Una parola non può uccidere, ma il disprezzo che ci metti dentro sì, il menefreghismo di parcheggiare sul posto invalidi perché così sei più vicino a casa logora.

Io non ho nulla da nascondere, e perciò mi riservo il diritto di usare le parole nude, svelate, come le poppe di quella verità che il Tiepolo volle nuda, così come alla verità si conviene, e che solo chi ha qualcosa da nascondere può pensare di coprire con un reggipetto.

Annunci

8 commenti

Archiviato in lingua e vita vera

8 risposte a “L’ipocrisia delle parole

  1. Accidenti che magnifico post! E quanti spunti e quanti pensieri!
    Dai blog alle parole e, davvero dire diversamente abile è pazzesco, dire negro non è razzismo, …ipocrisia delle parole!
    Ma la cosa che più mi ha agitata è la mancanza della parola odioilmaschio. Mai nessuno me l’aveva fatto notare e sotto questa luce, poi.

    Complimenti

  2. Dio santo Skakkina! Che piacere leggerti!Aaho… ora pure Buffa mi fila eheheheh..si vede che usar le parole nude spiazza, saper usare links e sistemini web da tre soldi funziona. Che tristezza Ska. L’ipocrisia delle parole fa sorridere, l’uso dei condizionali, applicati alle vite umane è terribile. Interviene la nonna : ” Se avessi e fossi è il patrimonio dei bischeri”.
    E nessuno, tranne i bimbi innocenti che ci rrivano per intuito e necessità, capisce la differenza fra lingua e linguaggio. Ho avuto risultatoni fra i piccolli, li adulti non so.
    Ardit non dice che suo fraatello è “diversamente abile”, dice che è zoppo, non cammina, ma forse ce la puà fare. Indrit (lo zoppo) dice “Tutta colpa di quello stronzo lì, che era prepotente prima di nascere”
    Ardit, secondo le sue capacità, ne ha cura come di un figliolo. Ma è zoppo, non diversamente abile, e questo non gli toglie un millimetro di amore od attenzione.

  3. coccoina

    Mi sento imbarazzante, improbabile, incomprensibile e confuso come uno di quella specie di alberi di ferro fatti di cartelli indicatori che nascono misteriosi e prepotenti specie sui quadrivi o sulle rotonde, illeggibili al volo, e che invece al volo si dovrebbero far leggere, magari ad alta voce, e che invece ci devi bivaccare sotto una mezz’ora per capirci qualcosa; e che dicono qua e là, sotto e sopra, di tralice e all’indietro, per di su e per di giù—io che, tutt’al più, mi contento di essere una di quelle manine disegnate a penna, educate, manicure, con l’indice dritto, che non hanno dubbi e dicono: è laggiù. Fine del dito.
    Tu sai che non amo i condizionali, né gli imperfetti, né i congiuntivi—la mia è una lingua povera, fatta di presente; presente che comprende, nella mia pazza idea delle cose, quello che fu e quello che sarà.
    Penso basti così, per non confondere, per non sciupare e aggiungere cose inutili a ciò che così bene sei stata forte di tirare a palate addosso a chi non conosce o non vuole sapere silenzio, amoroso silenzio—silenzio che indica raccontando d’indice e basta.
    Ho un’antipatia speciale per la finzione organizzata, a coro—ben sapendo che non di finzione – parola di pura invenzione convenzionale, come buono o cattivo – si tratta, ma di caratteristica archetipica.
    La speranza e la provvidenza le lascio così come sono, e che ognuno se le immagini a piacere.
    Il coraggio di avere il coraggio, ska-coraggio, di salire la collina per vedere se dall’altra parte si parli una lingua differente, questo sì: questo lo indico volentieri col mio ditino.
    E poi perché dire ad un cieco che è cieco, ad uno zoppo che è zoppo, a un cretino che è cretino?
    Lo sanno già: e si vede, e si sente.
    Ciao ska.

  4. Tanuccio

    Una scrive post così belli non può chiudere, altrimenti la chiudo io in manicomio…
    Ma è meglio dire pazza o mentalmente instabile?

    🙂

  5. Ringrazio tutti per i complimenti fin troppo generosi. Ma è possibile che la Ska che preferite è quella incazzata e sul piede di guerra? E vabbè, pazienza, tanto mi incazzo spesso….

    Twiga, i tuoi ragazzi sono fantastici…. ma perché abbiamo dimenticato la semplicità dei piccoli?! Fantastico il commento di Indrit 😀

    Tanuccio: mentalmente instabile presupporrebbe una stabilità intermittente che io, ahimé, non ho…. ma poi vuoi mettere “pazza”, con tutte quelle z, senti come suona bene: pazzapazzapazza…. puzza…. pizza…. senti come suona familiare….

    Coccoina: “la mia è una lingua povera, fatta di presente; presente che comprende, nella mia pazza idea delle cose, quello che fu e quello che sarà.”

    Sempre poetico, di qualunque cosa tu scelga di parlare. Perfino l’uso dei tempi in italiano non potrebbe contraddirti…

  6. Ho scoperto solo oggi questo tuo post e l’ho trovato bellissimo.
    Adesso che ci ripensi con quel poco di distacco temporale che ti ha regalato il tempo non pensi che ne valesse la pena di incazzarsi il tanto che bastava?

  7. Ti ringrazio dell’apprezzamento, Arnolfo, e della visita. E’ un piacere per me ospitare chi so tanto stimato dall’amica Twiga.
    Per quel che riguarda il mio incazzarmi…. è fisiologico, non ci posso fare niente! 🙂 Però nel caso in questione non è che me la fossi presa più di tanto lì per lì, mi sono limitata a un unico commento, solo che mi ha suscitato delle riflessioni… mi sono incazzata molto di più mentre le scrivevo! 😀

  8. Pingback: Anonimo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...