portulaca/porcacchia: un delirio botanico-linguistico… e non solo!

Per il secondo anno, senza invito, questa signora si affaccia nei miei vasi:

A bocca aperta, ancora stile Marcovaldo e la natura in città (ma ormai la città è solo nella mia testa), resto ammirata prima dalle foglie aghiformi tipo rosmarino, ma grasse, e poi dai primi germogli di fiori, e il mio stupore aumenta quando comincio a notare che la stessa pianta fa fiori di molti colori diversi. Chissà quanto tempo dovrà passare, quanta disintossicazione ci vuole, per smetterla di meravigliarsi di fronte alle iniziative della natura, del fatto che cresca qualcosa che tu, uomo – o meglio, Mensch – non hai piantato.

Incuriosita, chiedo ad un mio amico, che ha un vivaio, che tipo di pianta sia, e lui, dopo la mia descrizione, dice “potrebbe essere Portulaca….” poi ci ripensa e aggiunge “O forse porcacchia.” E Io “Come, porcacchia?” e lui “Sì, la varietà selvatica della portulaca!”.

Interessante! E dire che l’ho buttata dentro la mia tesi, la portulaca/porcacchia, senza sapere che già stava germogliando nei miei vasi. Fu infatti un’abitudine del latino tardo, protovolgare, quello di attribuire significati diversi a diverse varianti della stessa parola. Queste varianti si dicono, in linguistica, allotropi, ovvero “modi diversi”, parole dello stesso etimo ma di forma differente in considerazione della loro diversa trafila di derivazione, dotta o popolare. Alcune di loro sopravvivono fianco a fianco nello stesso repertorio linguistico, con diversi significati, senza che il parlante riesca a percepirne la parentela: desco e disco (DISCUM), vezzo e vizio (VITIUM). Gli ultimi due accostamenti hanno una particolarità interessante: i primi termini delle due coppie hanno avuto originariamente derivazione “popolare” (cosa che si evince dalle trasformazione fonetiche, tipiche della derivazione spontanea del parlato) e i secondi derivazione “dotta”, con una forma più vicina al latino. Ma con il passare dei secoli i gradi di familiarità d’uso si sono invertiti. Desco con il significato di tavolo, da popolare che era, suona ora affettato, arcaico e poetico, mentre disco è divenuto popolare a causa del “ripescamento” del termine per indicare i vecchi LP; anche vezzo è senz’altro meno usato di vizio, il quale è probabilmente divenuto piuttosto popolare per l’uso fattone negli scritti biblici.

Ma torniamo alla nostra portulaca o porcacchia. Risulta vano ogni mio tentativo di scoprire, in rete, quale sia l’aspetto della portulaca selvatica rispetto a quella… ufficiale. In realtà google dà diversi risultati  per portulaca, uno dei quali è quello qui sopra. Alcuni siti si limitano ad osservare che essa viene indicata anche come porcacchia, probabilmente per via del fatto che è pianta molto amata anche dai porci (ma non solo: pare che sia  molto buona nell’insalata… devo provare!). Se a livello botanico non ne vengo a capo, provo almeno ad avanzare un’ipotesi linguistica:

Dal latino standard PORTULACA si è avuto PORTLACA

(con sincope, o caduta, della U breve in posizione atona),

e di qui PORCLACA

(con TL > CL, passaggio molto frequente nel latino arcaico, e che si riaffaccia nel latino volgare: è quel che è successo con POTULUM > POTLUM > POCLUM “tazza”; si noti infatti che la radice POT– di  POTARE “bere” è presente in “potabile”),

e di qui PORCACLA, per metatesi

(cioè “scambio”, come il “Ploretariato” di Coccoina per “Proletariato”),

da cui “porcacchia” (si confronti SPECULUM > SPECLUM > specchio).

Questo è quello che ho buttato in una nota della tesi. (Ricordo però che questa è solo una delle possibili ipotesi). Come è stato possibile giungere a una parola così diversa? Sono due le ragioni preponderanti:

  • In virtù di una predilezione latino-volgare per il suffisso -C(U)LUS, -C(U)LA, -C(U)LUM, che formava diminutivi. I diminutivi sono molto amati dallla lingua parlata, familiare, affettiva. E da essi discendono parole “ufficiali” della nostra lingua, che noi neanche sentiamo come diminutivi. Ad esempio MASC(U)LUS (maschietto) invece di MAS, da cui poi “maschio” (anche l’inglese “male”); VET(U)LUS invece di VETUS, da cui VETLUS > VECLUS > “vecchio”, e così via. Il processo era così diffuso e spontaneo, che il suffisso -CLUS (> -cchio) divenne produttivo, e le parole venivano “rimodellate” (stile pongo) per raggiungerlo.
  • Per un’associazione popolare, detta anche paretimologia, con il maiale, porco.

 

Le due cause sono congiunte: un processo fonetico possibile, viene agevolato da un collegamento psicologico spontaneo fra la pianta e il porco che la mangia.

D’altronde, scavando scavando, si vede che lo stesso è successo con un’altra parola che – udite, udite! – costituisce una terza variante del nome della pianta misteriosa: “porcellana“. Ebbene sì, la stessa parola in uso per la ceramica, designa anche la pianta, e sempre in virtù del collegamento con “porco”.

Così il DELI (Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, di Cortelazzo-Zolli):

  • porcellana (1): “o dalla forma di porcello della conchiglia, o dalla somiglianza della fessura della conchiglia colla natura della porcella. Le porcellane, ceramiche importate in principio dalla Cina, ebbero il nome dalle porcellane, conchiglie cui quelle rassomigliavano” (il DELI cita qui da un articolo di G. Alessio, “Polo volgare”). L’uso comincia con Marco Polo “Spendono per moneta porcellane bianche, che si truovano nel mare, e che se ne fanno le scodelle”.
  • porcellana (2): Lat. parl. *PORCILLANA(M), per il class. PORCILLACA(M), da avvicinare a PORTULACA.

Ed ecco a voi dei semi di Portulaca Oleracea (che non so se sia la mia):

A forma di conchiglia! 🙂 Scrive infatti il dizionario etimologico online che

questa voce venne usata nel Medioevo per designare una conchiglia tigrata o conchiglia di Venere “concha Veneris” così detta per una certa somiglianza di forma, da PORCUS o PORCA (mediante il diminutivo PORCELLA), la “vulva della troia”

[sic!]

Ora: condividete almeno un pochettino del mio stupore divertito se vi dico che un insulto spagnolo piuttosto volgare è “la concha de tu hermana” (traduzione: a fregn’e soreta) ? 😀

Hai voglia a cercare la logica del linguaggio, a mettere etichette, regole ed argini… sta tutto nella nostra testa, insondabile ed irrazionale come i pensieri che vi si affollano. E gira che ti rigira torniamo sempre allo stupore del bambino che vede somiglianze con oggetti ed animali più comuni e familiari, e riesce a trovare la connessione fra una pianta, una ceramica, una conchiglia, un maiale e… una vulva!

Ok, magari quest’ultima è più presente nella mente del bambino adulto…

 

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3 commenti

Archiviato in etimologia, lingua viva, linguistica generale

3 risposte a “portulaca/porcacchia: un delirio botanico-linguistico… e non solo!

  1. twiga52

    Skakkina scaricati questo per esportare le immagini da pc
    http://www.imageshack.us/
    Se ci riesco io tu fai miracoli!!!!

  2. Pingback: La conchiglia di tua sorella «

  3. Pingback: Un post del c…. « Glottorellando

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