Analogia e anomalia

Ieri, durante l’introduzione alle tre coniugazioni, una delle bambine a cui sto dando lezioni di italiano, dopo aver scritto, a mo’ d’esempio, la coniugazione del presente indicativo di “comprare“, si concentra sulle prime due forme, compro e compri, e immediatamente applica quanto appreso durante la scorsa lezione. In pratica alza la mano ansiosa di mostrare la sua bravura e mi dice “Lo so io, lo so io!” ed io “Cosa?” e lei “Compro, compri… compra, compre“! 😀

M. (vi piace questo vezzo freudiano delle iniziali? 😀 ) ha talmente ben compreso la correlazione “maschile in -o, plurale in -i, femminile in –a, plurale in –e“, che immediatamente crea un ipotetico femminile non appena vede una successione -o, -i.

Certamente, il procedimento adottato è totalmente erroneo perché si sovrappongono le due diverse categorie di nome e verbo, la prima delle quali è contraddistinta da genere e numero, mentre la seconda da persona e numero, ma la povera bambina che affronta i verbi italiani per la prima volta  e fa riferimento all’inglese, che non conosce né genere (the man, the woman non sono distinti a livello morfologico) né coniugazione verbale per persona (tutte le forme sono identiche a differenza della terza persona, cui si aggiunge una –s), non è facilitata in questo. Temo di averle detto frettolosamente che un’azione rimane la stessa sia che a compierla sia una donna sia un uomo, cosa che mi toccherà contraddire nel giorno  in cui affronterò il passato prossimo (sono andata vs. sono andato)

Cosa ha fatto M.? Ha applicato un procedimento analogico: “bambino/bambini” sta a “bambina/bambine” come “compro/compri” sta a un fantomatico “compra/compre“.

E’ stato quasi un peccato stroncare questo volenteroso tentativo, ma ancora di più lo è stato quando dall’infinito “leggere” la bambina mi tira fuori una bella prima persona singolare “leggio“. Cavolo, se aveva ragione! Lei sa che deve togliere la desinenza dell’infinito e metterci -o, -i, -e, ecc… sente il suono “gi” in “leggere” e chiaramente lo riproduce in tutta la coniugazione, così come da “giocare” coniuga “gioco, giochi“, ecc… mantenendo la c dura (in termini tecnici “occlusiva velare sorda”) in tutta la coniugazione.

L’analogia è una reazione molto diffusa tra chi impara una nuova lingua, o in generale nei bambini, perché il parlante che si approccia ad un nuovo sistema linguistico ignora l’ “esperienza linguistica”, la consuetudine, e cerca di far ricadere i processi linguistici nella categora del “noto”, per facilitarsi la vita, insomma.

Nelle persone anziane o nei semicolti troviamo invece spesso il procedimento opposto, ovvero il mantenimento di alcune irregolarità che noi oggi percepiamo come tali, ma che in realtà non sono che la sopravvivenza di caratteristiche arcaiche già livellate dall’analogia: mia nonna, che era anche analfabeta, diceva “le mela” e “le pera“, e anche “le mano” e “i pomidoro” (anzi: i pummidoro). Da piccola mi faceva ridere e l’attribuivo all’ignoranza. Ignorante lo era di sicuro, mia nonna, e non per colpa sua, ma in questi casi era il suo dialetto che conservava dei tratti arcaici: il plurale le mela, infatti, è un plurale neutro, dal latino MALUM (sing.) MALA (plur.), che nel latino tardo, a causa del declino del neutro, cominciò ad essere interpretato come un femminile singolare, così come è accaduto per FOLIA (neutro plurale) che si è mutato in “foglia” (femminile singolare), da cui poi il plurale “foglie“. Lo stesso dicasi per “pera” (lat. PIRUM sing., PIRA plur.). D’altra parte non è affatto differente dai plurali del tipo le lenzuola, le uova, le braccia, le ginocchia, ecc.

Le mano” anche è più che coerente: la quarta declinazione latina era in -US, comprendeva pochi nomi femminili, quindi era destinata a sparire (come poi è stato) perché poco funzionale e perché -US, che in romanzo si trasforma in –o, che viene sentito come maschile, e tendeva dunque a sovrapporsi alla seconda declinazione, che aveva –o (< -US) al singolare, e –i (< -I) al plurale. Così da “mano” si è sviluppato un plurale analogico “mani” (pur essendosi conservato il genere femminile nel nome), ma è “le mano” la forma più antica. Con “pomidoro“, poi, l’analisi è trasparente: pomo d’oro > pomi d’oro. Poiché il sintagma (cioè un’unione “sclerotizzata” di due parole, che sempre si usano assieme) indica un oggetto particolare, viene pronunciato e scritto tutto attaccato, finché si perde la percezione del composto originario, e viene declinata solo la terminazione: pomodoro sta a pomodori come carciofo sta a carciofi.

Quello che non avevo capito è che l’ignorante in realtà ero io, e pure saccente, che a 6/7 anni mi permettevo di correggerla, ferendo il suo orgoglio.

L’anomalia, il cosiddetto “errore”, altro non è se non la sopravvivenza “carsica” di fenomeni che erano regolari e analogici a propria volta in un lontano passato, ma che dopo l’azione livellatrice di altri fenomeni analogici diviene “irregolare”.

Analogia e anomalia sono insomma relative: ciò che un tempo era analogico e regolare, sopravvive oggi come fossile, relitto, anomalia. L’analogia tende alla semplificazione, l’anomalia alla conservazione. Nell’antica Roma, i grammatici si dividevano addirittura nelle due scuole degli anomalisti (es. Cicerone) e degli analogisti (es. Cesare), con il consueto rigore che sempre due scuole di pensiero scientifico mettono nell’affrontarsi l’un altra. In realtà, non è possibile privilegiare l’un aspetto a scapito dell’altro. Perché se  da una parte l’analogia protegge il sistema da forme esageratamente irrazionali e la cui ragion d’essere non viene più compresa (salvaguardando pertanto la reciproca comprensione), dall’altra l’anomalia rivela il “codice genetico” della lingua, è un po’ come i cerchi nel tronco di un albero. Gli “strafalcioni” di mia nonna avevano radici illustri, antiche, ben piantate e dirette che mai avrei immginato. I dialetti, per nulla compromessi con le questioni di lana caprina dei grammatici, possono permettersi il lusso di tramandare nei secoli questi piccoli gioielli, questi fossili linguistici.

Mentre l’analogia passa sulle particolarità come una pialla sul legno, riducendole e categorizzandole, l’anomalia è quel nodo duro che continua ostinato a resistere e grida “Ehi! Ricordiamoci da dove veniamo!”

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22 commenti

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22 risposte a “Analogia e anomalia

  1. Maremma ciu’a… Se un tu ci fossi andresti inventata skakkina

  2. ho letto con estremo interesse anche questo post… sono senza parole: veramente bello! 😀

  3. skakkina

    Grazie, Emmanuele, mi fa molto piacere.

  4. coccoina

    Immergermi caldo nei magici labirinti di ska, dentro i quali, più che passeggiar cercando, si vola trovando, mi sta rendendo ska-dipendente.
    Questa volta la magia si veste in analogia-anomalia, quasi innocente, e una sciamanica ska mi lascia condurmi docile e curioso ben dentro un mondo tanto usato e quotidiano, quanto consapevolmente ignorato e istintivamente suonato: mi scopre accanto clone di un me stesso altrettanto adoperato e scientemente sconosciuto che si ritrova adesso ormai smarrito dentro un sogno di linguaggio più che padrone di uno stesso linguaggio automaticamente adoperato. Una realtà contenuta dentro di un’invenzione di sogno che accarezza accordi e assonanze consueti, capaci di diventare più piacevoli segreti, in disciplinate armoniche melodie.
    Quel che distrattamente usavo adoperare minuscolo, è improvvisamente gigante: un gigante amico che mi racconta nano.
    Grazie, ska, per questo gioco inesorabile e compiuto nella sua così ben narrata semplice complessità: una seria figura che ti aspetta con un severo sorriso ad arco e che ti da finalmente misura della tua propria ignorata ignoranza.
    Anche i pensieri, adesso, sembrano timorosi ad esser concepiti e diventar voce e parola ben cantate e suonate.
    Ancora grazie ska per queste invisibili porte che tu fai apparire e delle quali possiedi chiavi ad aprire e chiudere, socchiudere e spalancare.

  5. vi ska che c’è la seconda miser puntata

  6. skakkina

    Sempre cortese e metaforico Messer Coccoina,
    e così oltre alla dipendenza da Coccoina, s’è aggiunta la ska-dipendenza! 😀
    Sfido che ti senti scisso e clonato!
    A tale proposito: ti va di spiegarmi l’origine del tuo nomignolo (anche detto nickname)?
    Ringrazio umilmente per i complimenti ricevuti.

  7. coccoina

    Giovane ska: basta la parola, come il confetto Falqui – quando deliro acannico e astemio dall’amato JackDaniels, penso di essere addirittura io l’inventore della antica collaDaUfficioIncollatoraApennellinoIlQualeAbitaNel MezzoAlBarattolino , sostituita adesso dalla pronipote cilindroVeloce Pritt; o, almeno, un gocciolino, anzi, una pennellatina, coetaneo.
    E’ anche per questo che amo la tua dirompente freschezza – che assieme alla lucida detonante e simpatica follia del ConteDuca mi diverte (diverte? Diverte e basta?Certamente no!) e mi stimola all’incollo (e qui la ‘coccoina’ ci sta a ‘pennello’ e con modestia sufficiente) e mi alluzza ad inventar parole e immagini, che qualche volta riescono addirittura a rincorrere se stesse in una specie di carosello – che so da te tanto amate, ma tanto amate, che talvolta il tuo narrare irrefrenabile e ansioso di regalare emozione e conoscienza s’illumina di un’estasi che lo denuncia; frettoloso di dire com’è, e irruento come un fiume ancora ingenuo (che bellezza!) e appena nato.
    Se permetti, un affettuoso abbraccio zìesco – gentile e dolcemente curiosa ska; spero che la ‘figura’ t’abbia divertita.

  8. skakkina

    Cortesissimo e godibilissimo zio Coccoina, altro che divertita! Mi sto “ridendo addosso” da 10 minuti!

    Infatti inizialmente ho riferito “il quale” all’inventore (quindi a te, nel contesto), e ora non me la levo più dalla testa l’immagine del cavalier cortese che vive nel barattolino armato di pennellino ! 😀
    Grazie di aver allietato questa giornata di convalescenza e laringite acuta (ma finché le dita vanno, ancora si può comunicare).

    Ma la vendono ancora la Coccoina? Che stile!

  9. Martino Benzi

    La mattina di Pasqua il mio bambino di ventidue mesi correva per il giardino dei nonni, cercava sotto i cespugli e invocava: “Uove, uove”.

    La cosa interessante è che non dice ancora bene la parola ‘uovo’, pronuncia qualcosa di simile a ‘vov(u)’, e noi gli dicevamo: “cerca le uova”.

    La voglia di trovarne tante lo ha indotto a creare il primo plurale della sua vita, formato sulla regola del femminile in a, che evidentemente aveva già assorbito, senza capire che ‘uova’ è già plurale.

    Grazie, Ska, per questo post così interessante.

    Martino

  10. coccoina

    Se la penna ne ammazza più che la spada (non uso condizionali, perché li odio e detesto; e tutto è inesorabilmente al presente), figuriamoci le dita nude, dritte e dure alla giapponese – e anche un po’ incazzate di rimbalzo dalla laringite.
    Per farti un po’ ridere, anche se rocamente, ti propino una cattiveria: hai mica avuta, ieri sera, non avendo altro di più piacevole da fare, la ‘fortunaccia’ di udire (suvvìa, esagerato! Udire? No! Soffrire – è meglio!) i rumori di bocca (sei sicuro? Di bocca?) di quel falso saccente di Oliviero Toscani, che, prigioniero del personaggio di se stesso che si è fotografato appiccicato con lo sputo addosso, affogato nella luce (che è il suo stile), scacazzava nel piatto dal quale mangia e sosteneva di ‘non essere mai andato in banca’. Più castronesco di così, si muore – ma forse Lui ce ne ha una tutta Sua, di banca. Noblesse oblige!
    Se fortunosamente non lo hai visto, laringitica con febbre a letto come sei – che spari subito di dito – cerca su la7 NdP, ed io potrò godere di questa ultima cattiveria che ti sparo.
    Per la verità, ero uscito, e rientrando mi dicevo: asino che sei, hai dimenticato di scrivere e dire ‘competenza’ – accendi di PC e fallo subito: vergogna a te. A mia difesa mi sono vigliaccamente inventato che, stando leggendo SepUlveda che mi inzibibba di verità appuntite e dolci esagerate come quelle che
    s’ingozzano in Marocco, probabilmente ero distratto.
    Poi, la sorpresa laringite.
    Guarisci presto, ché senza la tua voce che trilla, son morto.
    Se ‘n fossi così vecchio, questo pistolotto scherzoso potrebbe anche farmi credere di essermi innamorato perso di te. Ma è solo una piccola invenzione per consolare la tua gola.
    Lo zio abbraccia e aspetta le ditate. Ridere fa bene, e la vita è bella anche col mal di gola. Eppoi, in questo mondicchio, c’è anche ska (che vorrei scrivere maiuscolissimo, ma che, interpretando la tua volontà, scrivo regolarmente minuscolo).

  11. coccoina

    Coccoina barattolo, fuit: ‘coccoina me’ recalcitra e resiste.

  12. Caspita che Minuetti da queste parti! Mi fate quasi andar via la pioggia di casa, ska e coccoina. Questo è divertimento puro, fatto di arguzia, intelligenza e tanta fantasia che mi riconcilia con la vita.

  13. skakkina

    @Martino: non c’è di che, grazie a te per le conferme! Un giorno magari la Crusca darà ragione al tuo pargolo!

    @coccoina: no, non l’ho visto, ero impegnata a babysitterare le due bambine mie allieve, e a farmi leggere una storia dalla piccola di 8 anni, nell’impossibilità che le cose si svolgessero al contrario. 🙂 Hai ragione: la vita è bella anche col mal di gola, se una bambina ti legge una storia!Comunque che mi sono persa? Ah, ecco, trovato: ora vado a guardarmelo!

    @twiga: sarebbe troppo bello farti andare via la pioggia di casa! Non si può pretendere tanto. E’ già una grande gioia regalarti un sorriso mentre spargi le bacinelle per raccogliere l’acqua! Ma questo lo devi all’immaginifico Coccoina, che ho l’onore di ospitare.

  14. coccoina

    Mentre rimbalzi leggèra come una biglia d’avorio vero di zanna d’elefante (che gli animalisti chiudano un occhio!) tra un mal di gola pestifero, un bebisittero, una declinazione, un suono, un assegnare onoreficenze a banali collétte da ufficio – che magari devono esse esser grate del buchetto che le regali ad anima piena – dentro a un bigliardo a mille sponde e azzurro, allagato umido dalla vocina di una realtà bambina della quale racconti e fai godere assieme a te; mentre rimbalzicchi la tua vita, fatta di cento cose altre, io credo, avrai data un’occhiata di sguincio all’Oliviero? Cosa pensa di ciò una giovane donna alla quale (senza dispetto: mi è venuta l’mmagine, e l’adopero) il fiàto ‘successo’ e il soffio ‘velina’, e tante altre fatuità reali culturalmente, passano sicuramente più d’accanto (lontanine, s’intende – ma a vista) che a me, che a questa realtà mi sento a rimorchio?
    Cosa frulla dentro la testa di una donna intelligente, quando il Toscani, a muso duro e con la sua improbabile, indigeribile risata, recita il suo inganno? Lui, che se non pittore della tela che contiene la realtà vissuta, almeno la cornice che la inquadra l’ha piallata e inchiodata di brutto? Perdona, ska! Mi sembra d’essere un vampiro di pensieri ed emozioni altrui: da buon vampiro, non commetto peccato, ma insomma…: non esagerare, con quel nomino buffo da colletta da ufficio!

  15. skakkina

    Cosa ne penso? Penso che in molti casi un artista dovrebbe fare il suo lavoro ed evitare di parlarne, giustificarlo, argomentarlo. Si rischia di fare delle magre figure come quella che ha fatto lui. Vedi, a me le foto di Toscani piacciono pure, ma non ho mai creduto che l’istanza alla loro base fosse filantropica (ma chi l’ha mai creduto?). Un artista dovrebbe lasciar parlare solo le proprie opere, a meno che non sia un genio creativo indifferente alle sirene del mercato, a che magari raccoglierà i suo frutti postumi…. ma in tal caso chi lo intervisterebbe? No, Toscani è un finto anticonformista, ma se le sue foto raggiungono l’obiettivo di far parlare la gente di qualche tema (e, incidentalmente, portare tanti dindini nel conto corrente di Toscani…. ah già, lui in banca non ci va!) ben vengano. Ma l’inganno è già palese quando poi si scoprono le malefatte dei maggiori padroni di Toscani, i fratelli Benetton, che mentre grazie all’obiettivo di Toscani si costruiscono un’immagine di filantropia, impegno sociale e solidarietà, di sottobanco fabbricano i loro maglioncini con la lana delle terre rubate ai contadini della Patagonia, che sono stati DEPORTATI in riserve… io trovo una impresa globalizzata tanto più spregevole quando cela il suo unico obiettivo (il guadagno) dietro la maschera di un finto altruismo. E Toscani si è prestato scientemente a questa fetida truffa.

    Ti mando un po’ di link:
    http://isole.ecn.org/uenne/archivio/archivio2000/un03/art0922.html

    http://www.carta.org/editoriali/11343

    http://www.noglobal.org/nato/artic/benetton.htm

    presi quasi a caso…. ce ne sono milioni in rete.

  16. E non ti dico skakkina quando ha deciso l’operazione “fotografre Livorno” … Dio Santo come gli è venuta male!

  17. Quannto mi maledico per non saper trasferire immagini qui. Ce ne sono a bizzeffe di amici o conoscenti, si fa per dire, che hanno contribuito a creare un’immagine pittoresca di una Livorno sognata, che però non esiste se non nei ricordi e nella storia. E credi ska, coccoina testimone, se la globalizzazione ha colpito anche qui sono davvero scarse le speranze di pensiero libero, affanculista, irrisorio ma profondamente solidale

  18. coccoina

    BuonaseraBuonanotteBuongiornoGrazie, chiara ska!
    “Umanità Nova” (come lo ‘dito’ volentieri!) è stato un po’ di ‘svitol’ al mio bullone di dentro, misterioso quasi come il famigerato ‘punto G’ delle donne – che tutti lo cercano, e nessuno confessa di non sapere neanche com’è fatto.
    Mi ha fatto ri-ri-sentire il brivido utopico dello ‘uomo nuovo’ anarchico dei nichilisti, oppure quello speranzoso dei socialisti vecchio stile, tipo ‘Avanti!’- cose che sento adesso come un tantino odorose di mistica e di provvidenza e che ho rimpiazzate ormai da un pezzo e senza surrogati, con una specie di fantoccio legato strinto a pupazzo, tipo ‘homo-sapiens-sapiens’, senza traccia di ‘ombra lunga’ di metamorfosi…e chiuso!
    Ora occupo un po’ di ‘suolo pubblico ska’ e mi scuso della ormai consueta cattiva abitudine e di aver colpevolmente fatto diventare questa cosa elegante una specie di ‘caffé di chi sa cosa’. Va bene che questa cosa si chiama, nome e cognome, ‘Analogia e Anomalia’…ma insomma, basta!
    Grazie dei links (sembra una canzonetta della Pizzi) – anche se, col mio pensare più al ‘che’ che al ‘come’, già li avessi vissuti, senza conoscerli.
    Tornando all’OT, il modo di annegare nella luce, che è lo stilema proprio di OT, non piace a quel ‘me’ che vuole la ‘materia’ narri se stessa, ombre e luci, trdimensionale e anche di più, invece che banalmente bidimensionale e sciatta nel suo solitario e freddo rigorosismo compositivo. Il supporto immaginifico regge la struttura concettuale che fa da catalizzatore alla curiosità emozionale; e la ripetitività, che rasenta il ‘dejà vu’, di un OT quasi cantilenante, non mi alluzza.
    Mi viene alla mente cosa Egon Schiele fu capace, con un sottile, quasi invisibile tratto di matita, far vivere pieno e carnale su un foglio!
    Dalle immagini prive di sensualità di OT non ricevo nessuno stimolo. BabboChoran dice: “Guai all’artista che sia ‘capito’ – cessa di essere.” Ed io aggiungo: se un manifesto ti guarda con un biscotto in mano, e ti vien voglia di mangiarne un pezzetto, mica hai bisogno di conoscere il nome dell’attacchino o della marca della colla che lo tien su!
    Grotz soleva dire: “Le scritte graffiate e i disegnini maldestri dei cessi pubblici: quelli sì, che sono cultura e danno da riflettere e imparare.” Unica menzogna potrà essere, se mai, attribuibile alla millantata misura ‘vergata’ sul muro da qualcuno, a proposito di qualcosa di ‘suo’ che abita al piano di sotto. Il ‘purtroppo’ questa volta è che questa ‘cultura da cesso’ riesca ad essere, inevitabilmente, solo al maschile. Peccato! Dalle signore avremmo potuto impararne delle belle!
    Le ‘patagonate’, senza l’ipocrita ‘purtroppo’ (meravigliosa Patagonia di “Un Dentista in Motocicletta”, o qualcosa che gli somiglia), sono retaggio dell’uomo, io penso, inteso come ‘essere’, donne comprese. E, come ebbi a diteggiare al DucaConte, dentro e in coda al suo ‘affare arabo-battesimale: “E’ la solita (guai dire dolorosa!) lunga lista della spesa”.
    C’era, negli anni ’60 a Milano, un distinto signore carrettato cigolante a triciclo e tre cagnetti toppettati Charlot, razza impossibile, che armato di pennello andava, quasi esule, vagando marciapiedi, arricchendoli di pensieri colorati scritti in ginocchio e a smalto, che firmava CT e che, mettendo in guardia gratis a proposito della ‘Chiesa’, urlavano: “Attenti all’onda!” – cosa fosse questa benedetta onda, nessuno lo ha mai saputo: ma si poteva facilmente immaginare.
    Un’unica cosa non sarebbe stata probabilmente formalmente gradita a ska: nelle sue scritte, rigorosamente in maiuscolo, la ‘A’ di CT mancava della riga orizzontale che la taglia – un piccolo vezzo, perdonabile e identificante, che il signor CT si concedeva.

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