Giocare con la lingua: la “strasintassi” di Benni

In questo passo esilarante del suo capolavoro cyberpunk “Terra!”, Stefano Benni esaspera la mescolanza linguistica, offrendoci un superbo esempio di pastiche linguistico, che però nell’invenzione letteraria assume i connotati di una lingua franca (o sabir): le lingue franche, infatti, sorta di frankenstein linguistici, fungono da strumenti di comunicazione soprattutto nei luoghi frequentati (spesso per esigenze commerciali) da popolazioni di nazionalità e lingue diverse. In questo caso, la strega Galina Percovaia, a bordo di una nave spaziale, futuristico porto di mare, mette a frutto le sue conoscenze linguistiche per farsi comprendere dai nuovi arrivati. La lingua franca, d’altra parte, è sensibilmente diversa poiché in essa lessico, sintassi e morfologia sono semplificati al massimo e provengono esclusivamente dalle diverse lingue nazionali dei commercianti. Una lingua ausiliaria, dunque, in cui è quasi solo presente la funzione comunicativa, Nel passo di Benni, invece, spiccano la ricchezza linguistica e l’accumulazione selvaggia di diversi stili e registri. E’ il pastiche di Gadda portato alle estreme conseguenze, con alte punte di maccheronico, e con effetti comici ed allucinogeni. Qui la funzione poetica (comica) sovrasta quella comunicativa. Ma avremo modo di parlare delle funzioni della lingua strada facendo.

Una riflessione però s’impone fin d’ora: se qualcuno avesse “survissuto” più di trecento anni isolato, nella sola occupazione di studiare lingue, senza sottoporle al varo della funzione comunicativa, non parlerebbe un po’ come Galina Percovaia?

PROTEO TIEN: LA STREGA!

Entrare nella navicella fu come entrare in una giungla. Un oscuro viluppo verde di liane, e funghi mostruosi alti come un uomo, stalattiti e stalagmiti, e sul fondo, un tappeto di muschio umido che imprigionava le gambe. La luce era fioca, stagnava un odore dolciastro e violento.

Ai nostri, cominciò subito a girare la testa. Chulain avanzò tenendo davanti a sé il mitra. “C’è qualcosa di strano qua! L’odore di questi funghi deve essere allucinogeno.”

Il cane abbaiò ancora furioso e cercò di azzannare un grosso fungo oblungo.“Guarda Groucho! E’ impazzito,” disse Mei

“No,” disse Kook, “il fungo lo ha preso!”

In effetti, il fungo si era attorcigliato attorno alla gamba del cane e lo stava avvolgendo.

“Fate qualcosa,” urlò Mei, “fate qualcosa!”

E in quel momento una voce incredibile, una voce roca che sembrava arrivare dalla profondità di una caverna, li agghiacciò.

“Osy, alya!” intimò la voce.

A quel comando il fungo serpente si ritrasse. E tra le liane apparve la Strega. Poteva avere veramente trecento anni: il viso era segnato come un tronco d’albero da rughe fittissime e profonde. In esso brillavano due occhi azzurri, bellissimi. I capelli erano bianchi, lunghi fino ai piedi, anzi si spargevano per un buon metro all’intorno in terra, ed erano tutti avviluppati in fiori e liane. Anche il vestito della strega era un mantello vegetale sfavillante di umidità, decorato sul petto da una orchidea rosso fuoco. L’unica cosa che spuntava dal mantello erano le mani, adunche proprio come quelle delle streghe: le unghie lunghissime erano steli sottili di fiori.

La Strega sorrise mostrando i denti bianchissimi, e parlò:

“Bienvenute amice! Chi s’entra dintre l’antre d’a streja co nu canille apresse nun po’ esse inimico, peroché bonhommo est chi amma l’animale verte ca nun parla, chillu peludo ch’abbaica e chillu piccirillo che arronza n’ciele.”

“Ma che lingua parla?” chiese Kok a Mei sottovoce.

“Io parlo tutte le lingue dello spazio, uomo barbuto,” disse la Strega, “perché su questa astronave ho studiato ottantadue anni lingue terrestri e spaziali, e dodici anni dizione, e sedici anni il linguaggio dei segni. Perciò, io non parlo mai due volte di seguito nella stessa lingua.”

“Ma voi siete proprio Galina Percovaia?” chiese Mei, stupita, “siete ancora viva?”

“No lo credes, chola?” trillò la Strega con voce giovanile, “tres volte ho ligado un covon de ciento spighe de anos.”

“E come ha vissuto tutti questi anni nello spazio?”

“Longeva coi funghi survissi,” disse la Strega, “de funchi e alghe et erbore cotidie mecibavi, amanite d’orsedevre et primo de ginko biloba indi seconno fricandò de cipollaccio fraticino et insalatta de politrico e sfagni et cotoletta de borraccina e grande sburzliga mi feci di boletini e boletoni deinde poi benché sazia repleta et satolla un pappalecco di spugnola precipiziai in mio estomàc e ad esso seguir feci frana de minestron de sargassi e spazzolai in soprapiù due tornature di chiodini al butirro e di un magnicappellato finferlo mi feci pinza et usum desserti aggiunsi un risotto innevato della ctonia particula trifolina con gran cruore di vin rosso et di vodka santabella percovka manu fratensi distillata. Et come crema di beltade usai la cladonia et come savone la cetraria e quando la depressione serotina mi coglieva indissi teaparti con le amiche cannabis et mescalina e il dottor Peyote alluciniere, et de flato in ventre incluso liberavi con tisane di fungo petario altridetto vescia et l’alium sativum cacciavàmpiro mi curò dal mal sbadizzo di denti et como da ricetta de bon miedicu viddanu il cocomero asinino mi fugò la malaria, la malva altea smorzò lo foco bronchico e tre tarantole frissi nell’olio e la lor salsa schirpiuma me salvò la chioma dal dirado e misi in campo lardo contro rogna e rovo contro i foruncoli e fresseranne contro lo mal de capo e quanno l’insonnia popolò di spilli lo matarazzo do lietto mio, co lo sunnareglie de papavero m’addurmette come bimboghirro, e così, pur tenendo tanti cerchi nel tronco come la più vecchia quercia mi sento oggidi eutrofica e pulzella e sgaligia come si solo avessi in coppa anni cento e cinquantadue.”

“O Strega,” disse Chulain, “in tua domus de iana venimmo per cercare grande ribaldo e usuriere et rubatore et begolardo e merdocco e marzura de scarcar iscariota creatura chiamato Snark Boojum.”

“Ma peronché tu parli insì strano signor Cu?” disse Mei.

“Io lo credo,” disse Kook, “che aria allucinofera fa noi tutti parlar meticciato e sblinguo, et importa nostri cervelli madefatti di umidità fungolica.”

“Che dici, Kuko?” disse Chulain, “che certo di labbreggiare inusuale non parvemi, e del tutto composmei mi sento e punto sbaccellato.”

“Vedo che diggià qui si gongora e strasintassa,” disse la Strega, “e cavabien! Insieme ci rigoleremo! Alòrs vi dico che Boojum a dezembre quavenne stanco e impillaccherato d’una bofera di magnetoscaracci ed era biondo bello e vestiva un manto giallo isabellino amarillo e giubbola pulce, e insieme si giocò a mariaccia peppa stortino tocca e battilasso e altri giochi di mazzo proibiti dopo la mezzadinotte e mi vinse duecento dobloni e fistuline altrettante e si bevve a stroncar cantine e nottepoi ebbimo biblica conoscenza e ci si misurò io e lui a sbattilapanza e picchianombrillo e giulecca e pedicatù e il poscrai che mi svegliai esso era già partito awai! Per lo indove, chissalloè? Ma se saperlo vogliamo, inquisiremo di ciò la mirabile sferona ianara e spiona che tutto comprende e manta in sua circolaria veggenza. Venite dunque in mistagogica fila dietro a me, alioscini mei, amichetti curiosi!”

Stefano Benni, “Terra!”

Annunci

1 Commento

Archiviato in testi, Uncategorized

Una risposta a “Giocare con la lingua: la “strasintassi” di Benni

  1. Adoro questo passo di “Terra!” 🙂

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...